Discese ardite (e risalite)

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E’ una strana sensazione quella che avverto adesso, giunto circa alla metà del triennio introduttivo nel  percorso di Darsi Pace. Non so, a me pare che anche qui “i tempi si fanno brevi”. A questo punto del cammino, ogni cosa è pesante come un sasso. Pesante nel senso di “pondus”, un peso di argomenti e motivi, per cui svicolare è sempre più difficile. Farsi scivolare queste cose addosso, senza far nulla, è sempre più faticoso.

Perché lo so, lo avverto benissimo: c’è una parte di me che tenta – caparbia e cocciuta – l’antica strategia, il gioco già ben conosciuto: assorbire tutto, tentando di farlo rientrare nel vecchio sistema. Lo sento. Sento anche però che questo gioco è sempre più faticoso. In qualche modo la pelle incomincia a cambiare, piaccia o no (spesso non piace troppo, in verità).

C’è la sofferenza, per me c’è. C’è tutta, e non voglio tentare alcuno spiccio spiritual bypassing (per dirla con Anseln Grun, che ben ne denunciava il pericolo sempre presente): non giova nascondersi i problemi sotto un manto di pia (ma molto formale) devozione. Poco conforto, anche, dalle usuali frasi “ma guarda che è così per tutti…, pensi mica di essere speciale… ”. Siamo seri, per una volta:  che mi importa degli altri, in fondo? Ma che mi importa di tutti, quando sto in questo stato? Momenti di perdita di senso, come vuoti d’aria, vai giù a picco che ti fa male lo stomaco. Niente sembra vero, niente niente. Questo lavoro, altri percorsi, niente. Tutto appare appena come una declinazione ardita per riempire il vuoto. Vuoto che tanto vince, stai sicuro. Per occupare il tempo, fino a che tanto finisce. Lo senti, che tutto viene inghiottito da un nonsenso cosmico: tutto e pure te. Lo senti e soffri come un cane, per questo.

Poi qualcosa – quando ormai non te lo aspetti più – fa opposizione alla caduta, ti riempie da sotto, gonfia le vele, riprendi quota, piano piano. A volte tutto questo lavoro si incastra mirabilmente con ogni altro tuo lavoro, culturale psicologico e spirituale, e d’un tratto sei “in pieno volo” (se perdonate la velata autocitazione).

Allora tutto si mette a posto.

Ma solo – così mi pare – quando è chiaro che non l’hai fatto tu.

Che tu non potevi riuscirci, con nessuna furbizia.

Curioso, questo lavoro. Quando vai su, stai su. Quando vai giù, ora, vai ancora più giù. La gamma dinamica è sempre più espansa, stirata, accelerata. Come il movimento delle galassie nello spazio. Come stare sull’otto volante (e io che per paura non ci sono mai salito, chi mi ci ha messo ora?)

E la sofferenza. Che poi ti possono girare le scatole. Basta ripercorrere una settimana recente, per capirlo: vai giovedì alla tua seduta, e ti viene detto “guardi che per un po’ potrà stare anche peggio, è completamente normale”. E’ nel percorso di cura, non c’è da allarmarsi. E’ previsto. E tu dici… e che devi dire? Paghi, e stai pure peggio? Beh ti fidi, fai buon viso e ti fidi. Poi ricordi Scardovelli, in un angolo della mente, in quel video, che diceva che se non ti fidi ogni terapia psicologica va a farsi benedire.

D’accordo.

Poi non è più giovedì ma è appena domenica mattina e ti trovi davanti un Marco Guzzi che ti dice sornione ed allegramente paradossale che… “ti senti peggio? Benissimo! Aumentano le tua paure? Fantastico! Così deve essere!” Che uno – perdonate la franchezza – gli girerebbero un po’ i cabasisi, e magari gli girano davvero un po’.

Se non fosse che in qualche modo, è confortato.

Se non, che qualcosa sta davvero cambiando. Che ‘sta cosa è vera, che la realtà è totalmente intricata e non lineare, è ribollente come un campo quantistico, e una strada che va in sù presenta molte parti che vanno in giù. Te lo scordi di andare solo in leggera salita, come vorresti. In progressione lineare di saggezza, come ti piacerebbe. Te lo scordi di non fare oscillazioni.

Le fai, le fai.

Poi dopo che ti è appena passato il mal di pancia per l’otto volante forzato, vai al lavoro e ti chiedi perché il tuo collega sembra tranquillo e sereno (più o meno) senza tutto ‘sto lavoro qui. Torni a casa, e ti chiedi perché tua moglie è come il tuo collega (non proprio uguale, chiaro, non l’avresti sposata sennò – anche se non ti accanisci con i matrimoni gay, non fa per te). E perché tu stai lì che annaspi, vai avanti, torni indietro, ricominci. Fatichi.

E perché?

Che poi lo sai, perché. L’hai capito. Non ti sta bene ma l’hai capito. Perché tocca a te. Perché sei un punto di lavoro cosmico. L’universo si lavora attraverso di te. Sei stato scelto, non c’è scampo: tu vivi per questo lavoro, letteralmente. Se sei vivo, se ti danno vita, è per questo. In questo lavoro scavi la tua impronta originale, ritrovi te stesso, la tua forma. L’unica, che ti interessi veramente. L’unica che ti permetta di guardare tutto. L’unica, dalla quale invadi, inondi l’universo con la tua nota, la tua vibrazione.

Diversa da ogni altra.
Unica.

Tua.

Comments

  1. Ricevuto! Forte e chiaro Marco!
    Ci metto anche la mia firma sotto! Il lavoro reale procede proprio così, ma quando sei in discesa la paura a volte è folle, sapere che la paura è dell’ego del suo ostinato voler tenere il controllo, voler essere al timone; non dà un grandissimo sollievo, è come se ti strappassero un pezzettino di carne e a noi fa male anche un piccolo taglietto! Poi però magari da quel taglietto esce il pus schifoso e tu stai un po’ meglio e forse scopri che ne valeva la pena, come dici tu lo devi fare non puoi più esimerti c’è una forza misteriosa che ti attrae a sé e forse il dolore è solo una resistenza, forse manca il necessario abbandono per sentire meno attrito e forse stiamo imparando proprio questo, se mi abbandono un po’ di più, un pochino di più, se sono un pochino più arrendevole anche il dolore e i contraccolpi saranno più morbidi.
    Mi sembra che la vita interiore proceda così per scossoni, è tempo di decidersi con forza, è tempo di mollare la presa…”quando sono debole, è allora che sono forte”… mi vengono in mente le battute di Guzzi … “…’na parola!”.
    Un caro saluto a tutti
    Daniela

  2. … esattamente così sento anch’io, leggendo Marco sono rimasta senza fiato …
    … stamattina mentre mi preparavo per uscire … mi girava nella testa la domanda: perchè, perchè sto facendo cose che non avrei mai creduto di riuscire a fare, perchè ogni giorno mi sento spinta a muovermi in un modo tale che mi trova continuamente a superare il terrore e la paura dei miei limiti, tanti … e ogni giorno un po’ “oltre”, un po’ di più e superando il terrore vero, vi assicuro, nell’affrontare le cose del mondo (di mio amo l’eremitaggio ed il silenzio è così che mi sento a mio agio ) e comunque … questo terrore è tale che in alcune circostanze, rimango senza respiro, in uno “spazio” che sento essere paradossale nel quale a volte mi sento “ferma” mentre tutto intorno a me si muove e … non vede. Eppure anch’io vedo poco, molto poco! … chissà, chissà se ce la farò? ma la domanda subito decade … o mi lascio andare, mollo, mi arrendo o muoio e con me, altri
    … sento che siamo ognuno come anello di una catena, voglio immaginare tanti anelli di catene d’oro, uno intrecciato all’altro … perciò scelgo: vada come vada, sento intorno a me il vuoto ma non posso fermarmi, sento che è solo un “passaggio”, proprio in questi giorni percepisco un vuoto come di nebbia fitta e mi sento trascinare come risucchiata da un imbuto le cui pareti non hanno appigli e salvarmi richiede l’assecondare la discesa, raccogliere quel po’ di fiducia che ancora rimane e guardarmi intorno osservando da un punto il più “fermo e sicuro” possibile … quello che chiami ” … un punto di lavoro cosmico” ?… e vedo ai miei lati nella folle corsa immersa ormai nel vuoto, vedo persone che hanno meno chiaro il loro punto di vista ma seguono il flusso, a volte lasciandosi andare a volte frenando se lasciano prevalere la paura od il dubbio.
    Anche se scegliere di vedere un po’ di più e di volta in volta, di passo in passo … fa tanto male, tanto. E’ un po’ come indossare quella corona di spine, nudi e sulla croce …
    … ma, c’è un Poi! che dobbiamo scoprire …
    … “pena la morte”! … si trova raccontato in alcune favole che tanto mi hanno fatto sognare da bambina!
    Barbara

  3. A Marco C. Permetti una mia impressione. Tu ragioni troppo: sei un implacabile controllore di tutto il pensare ed operare, il che può diventare una trappola che ti blocca ed appesantisce. Già, è fatale per chi comincia ed è quindi alle prese di dall’urgenza abituale di avere tutto e subito senza passare attraverso la quotidiana fatica richiesta da un lavoro di liberazione.
    Ci sono passata anch’io, poi ho visto che accettare questo difficile lavoro di purificazione richiede pazienza a molta; luce dall’alto chiesta e invocata come risposta ad un’antica promessa che ci è stata fatta.
    Ora sono in Pace, faccio delle piccole cose. Le piccole cose, come afferma Bernanos han l’aria di nulla ma donano la Pace. La mente e il cuore vegliano ma si abbandonano al lavoro di una sapente alchimia che con il tempo ci trasforma anche a nostra insaputa.
    Chiedo scusa per la mia intrusione. Grazie per aver unito la tua mano alle nostre: Darsi Pace è una fatica, un programma e , sopratutto una Grazia
    Mir

  4. Cara Mirella,

    grazie per il tuo commento assai interessante. E’ vero che io tendo a ragionare parecchio, e spesso a “over-ragionare” dove non sarebbe probabilmente necessario. E’ anche vero che proprio nella fatica quotidiana del lavoro, che tu ben dici, vengono a galla delle emozioni (più che veri e propri ragionamenti) che sono costretto a vagliare e “decantare”, come parte essenziale ed ineludibile del mio percorso di liberazione.

    Scrivere di questo, come affrontare gli esercizi di Marco, è per me una parte essenziale del cammino. Scrivere dei miei stati mi aiuta a liberarmene, a “vederli” e accoglierli, innanzitutto, e quindi a poter iniziare a lasciarli andare… proprio nell’ottica di non avere tutto e subito, la necessità di passare attraverso questi stati la avverto adesso come ineludibile, per non cadere ancora in un affrettato “spiritual bypassing” che del resto ben conosco.

    Come nel percorso psicanalitico, non arrivo nella zona di sole se non attraverso il passaggio – paziente e reiterato – nella parte più oscura, quella che spesso ho cercato – questo sì, frettolosamente – di nascondere e di nascondermi. “Non bisogna affrettare nulla”, diceva un sacerdote a cui ero molto legato, e questa frase ogni giorno di più mi si mostra nella sua grande saggezza.

    Poter dire è sempre una prima, importante, liberazione. Poter dire per poi lasciar andare.

    Grazie!

  5. Anonimo says:

    Caro Marco
    il tuo scritto e la tua risposta a Mirella mi ricordano il mio iter! E non dico niente di nuovo perchè, in primis Marco G., e a catena noi tutti esprimiamo l’ineludibilità delle discese e delle risalite…. nel nostro percorso di conoscenza! Ogni volta che “scendo” mi ripeto che non posso essere/fare diversamente: sento che ho bisogno e devo entrare in me perchè solo qui trovo risposta e pace per ogni ambito della mia vita! Certo, ci sono anche altri che vivono serenamente: ma quanto contribuiscono all’evoluzione dell’Umanità e alla trasformazione del mondo? Io non nutro rabbia nei loro confronti, ma dolore. Ho sempre immaginato che ognuno, in proporzione ai propri talenti e forze collaborasse per un mondo ed un’umanità migliori, invece purtroppo così non è!
    Mi ha dato gioia leggerti, sia perchè ci rassicuriamo reciprocamente sull’oggettività/ineludibilità del “peso” del percorso (come dire: ” mal comune,mezzo gaudio”), sia perchè dalle tue parole traspare anche la gioia del percorso e la fiducia nella risalita.
    Se ti può essere di aiuto: anch’io avevo il bisogno di vivisezionare con la mente ogni pensiero/emozione fino a quando non si dissolvevano, ma con la costanza del lavoro (sono al 1° anno del 1° approfondimento), il meccanismo si è allentato e poi si è dissolto completamente. A me ha aiutato lavorare sull’abbandono!
    Ti saluto augurandoti di risorgere, dopo ogni caduta, con animo sempre più forte e nuovo Maria Rosaria

  6. Caro Marco, bellissima e precisa la tua descrizione del processo interiore.

    Noi nei nostri Gruppi sosteniamo che stiamo passando da un periodo storico di religiosità preminentemente rappresentata ad una fase inedita di spiritualità molto più personalmente realizzata.
    Ebbene se desideriamo REALIZZARE ciò che per secoli abbiamo proclamato come qualcosa di già avvenuto o comunque di facilmente ottenibile con qualche devozione e molta obbedienza al clero, allora non possiamo che entrare nel dinamismo iniziatico reale.
    Ed esso, come tutti quelli che lo hanno vissuto ci ripetono, è molto complesso, pieno di alti e bassi, di oscurità, di illuminazioni, di turpi cadute, e di momenti di vera gloria; eppure non è un eterno ritorno della stessa pena, si procede, è appunto un PROCESSO, e quando lo sentiamo, allora una vera gioia si dilata in noi, torna ad accendersi la luce della speranza: sì, siamo accompagnati, siamo guidati, e la mèta è già in parte godibile, già adesso!
    Un abbraccio. Marco

  7. Grazie Marco, e grazie a tutti quelli che hanno letto e commentato, e che lo faranno in seguito.

    Davvero, il conforto di sentirsi accompagnati in questo cammino, non solo nei risultati belli che ci sono e ci saranno, ma anche nei momenti di fatica e di apparente aridità, è come una deliziosa primizia, un anticipo di una bellezza che verrà. Della Bellezza, proprio.

    Un abbraccio,
    Marco.

  8. Bellissimo,complimenti per il modo di scrivere veramente chiarificante.Sembra come una risposta alle tante domande che ultimamente mi sono fatto.Sono appena approdato in questa nuova terra anche se questo cammino è iniziato da tempo.Grazie a tutti voi

  9. Ora riesco a comprendere ciò che scrivi, all inizio ti leggevo ma non riuscivo a finire…dicevo naaaa troppa mente.

    Ora il tuo sentire mi risuona e sono
    felice di leggerti trasformi in parole
    momenti lunghi, brevi , di assenza
    presenza Unici per chi intraprende il
    cammino di smacchia-mento e cosi ci
    si ritrova a sfogliare strati di
    sofferenza dove si incontrano sprazzi
    di consapevolezza…

    Si lo sai, ma ogni volta non lo sai,
    e vai su e giù, cadi ti fai la bua e poi c è la Luce che ti cura.

    Che fatica scrivere dal cellulare

    Grazie Marco, un affettuoso abbraccio
    e sorrisi….

    Antonella*

  10. Grazie Marco perché nel leggere il tuo post ho sentito che i miei lamentati su e giù della vita sono in realtà movimenti da godersi con curiosità, assecondando abbandonata la morbidezza di ciò che mi sostiene. Andare per discese e risalite è parte del nostro vivere e, proprio attraverso le tue parole, ho sentito quello sfrigolio allo stomaco di quando si va in altalena: una piacevole sensazione. Forse davvero gli alti e bassi non sono solo tribolazioni, ma anche sfide avvincenti.
    iside

  11. Grazie Marco, hai espresso con precisione i sentimenti di molti di noi.
    Mi chiedo: che sia una vera e propria chiamata?

    Claudio

  12. Carissimi,

    sono molto confortato dall’accoglienza che avete creduto di riservare al mio post; un post che è nato da un tentativo di rimanere il più possibile autentico, una volta tanto, non censurando niente delle difficoltà e dei dubbi che avvolgono questa fase del mio cammino – dubbi e difficoltà che coesistono “quantisticamente” con le illuminazioni e i momenti in cui il sole splende e il cuore è confortato! Un post così “vero” che pensavo di mantenere solo sul sito riservato della mia annualità, se non fossi stato “assai autorevolmente” incoraggiato a proporlo per il blog.

    E ne sono contento, perché la ricchezza dei commenti che ne è derivata è stata una bellissima sorpresa! Ma la ragione per cui ne sono ancora più contento, è che è la “prova provata” che nel cammino non bisogna censurare nulla, non bisogna – davvero – “affrettare nulla”. Magari per molti di voi è già chiaro – e lo dico davvero, non tanto per dire – ma per me è un grandissimo sollievo toccare con mano che qui anche la sofferenza è presa sul serio, è accolta.

    Va così. La mia parte di “bambino che ha bisogno di piangere”, per citare l’introduzione del testo Darsi Pace, coesiste incredibilmente con la parte più evoluta e che a volte è perfino punto di riferimento per altri, in un interlacciarsi assolutamente non lineare, che a volte ancora mi spaventa per la sua misteriosa impermeabilità a spiegazioni affrettate, a ipotesi rassicuranti di rapide guarigioni…

    Per rispondere a Claudio, non so se è una chiamata, so però che il pensiero che quello che ho scritto “per me” sia diventato utile per altri, in modo misterioso e imprevedibile, è una cosa bellissima per il mio cuore, è una delle cose che mi riempiono davvero (ancora) di stupore.

    Con un augurio di buona Domenica delle Palme, preludio di una resurrezione/liberazione che deve venire, che già viene…

    Marco

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  1. Ricominciamo? ha detto:

    […] rileggendo l’anno appena trascorso, trovo alcune occasioni luminose in cui – pur tra le inevitabili altalene della condizione umana – la bontà del cammino mi è stata pazientemente confermata. In cui […]

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