Il tempo non è un assoluto

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Il tempo è un assoluto? Scorre in una sola direzione sempre uguale a se stesso? Indifferente a ciò che vivo se ne va per conto suo alla sua velocità indipendentemente da me?
Non voglio entrare nel merito della relatività del tempo e della sua ragionevolezza, ma di sicuro la risposta sperimentale è NO.


Voglio dire che il nostro stato interiore ce lo fa percepire in modi estremamente diversi e questo mi da un’ulteriore prova di come il clima interiore influisca in modo determinante su tutto quello che viviamo, relazioni comprese, naturalmente, e, quindi, di come sia fondamentale riconoscerlo, ascoltarlo, accoglierlo e ri-sintonizzarlo. Lo notavo proprio stamattina, attraversando la strada e incrociandomi con un anziano signore. Non starò a darne le motivazioni, non è questo il luogo, ma il mio stato interiore era tale da farmi percepire il tempo disteso, più lento, al ritmo del passo incerto di quell’anziano signore che incrociava la mia via, eravamo in sincrono, perciò, passandoci accanto, ci siamo “incontrati”. E non solo noi, ed è questo il notevole, ma il vento, la natura tutta, non so, non vorrei passare per una pazza, ma era come se tutto fosse tornato al suo ritmo “normale”, naturale, originario e io lo riconoscessi come il vero ritmo della vita, mentre dentro mi si espandeva, come in un profondo respiro-sospiro, la certezza dell’Essere finalmente a casa.
Riconoscevo il “ritmo” giusto, dilatato. Rallentato? Può darsi, ma vero, sano, il suo.
Il tempo non è assoluto, lo si può dilatare all’infinito e godere ogni infinitesima goccia della vita, Vita, che ci attraversa, ci avvolge e ci sospinge. Questo l’augurio che ci faccio per il 2016, fratelli darsipacisti, accompagnandolo con un sorriso ampio, che si prenda tutto il tempo necessario..

Comments

  1. Cara Isabella, è vero ciò che scrivi. Ci sono dei giorni in cui il tempo sembra sfuggirmi di mano: il sole non fa in tempo a sorgere che è già tramontato, e anch’io proprio in questi giorni mi sono ritrovata a riflettere chiedendomi se c’è una reale accelerazione nello scorrere del tempo o se è la vita complessa e frenetica a farmelo percepire tale.
    Forse è solo una questione di stati interiori, per cui mi sono data una parola d’ordine: semplificare. Ci provo, non è facile perché spesso impegni si accavallano ad impegni e in una città come Roma gestirli non è per niente facile. Allora, senza scoraggiarmi, ho deciso che quando non posso semplificare posso scoprire un alleato nell’accettazione, nell’abbandono alle cose così come sono, e allora posso sentire che il tempo è dentro di me un eterno e spazioso presente, se nel frastuono riesco a ricordarmi di viverlo momento per momento.
    Grazie per la tua riflessione.
    Ciao
    Irene

  2. Maria Letizia says:

    Cara Isabella, anch’io ho la percezione che il tempo scorra a seconda del mio stato interiore ed è esperienza abbastanza comune che esso fugga veloce quando facciamo una esperienza positiva che vorremmo non finisse e, al contrario, se qualcosa ci tiene in ansia o ci fa soffrire, sembra che il tempo si fermi e non passi mai…
    Un’altra considerazione che faccio, è che nell’età giovanile, avendo tutta la vita davanti, non mi accorgevo dello scorrere del tempo in maniera così evidente come lo “sento” adesso che ho quasi 62 anni e sono più portata a riflettere sul senso della vita e a fare un bilancio del tempo già speso nella mia vita.
    Ora che sono al primo anno di Darsi Pace, ho fatto una meravigliosa scoperta nel praticare la meditazione: spegnendo i pensieri automatici uno ad uno, dopo averli accolti con simpatia, ed abbandonandomi in ogni espiro, quasi ogni volta raggiungo uno stato di beatitudine ed entro nello stato di presenza. In quel momento mi sento veramente presente a me stessa e al mondo, quasi fossi fuori dal tempo o, meglio, quasi avessi ritrovato il tempo giusto, “normale” come dici tu. Spero che, ritornando ogni giorno su questa strada, l’esperienza del tempo si faccia sempre più a misura d’uomo e mi porti sempre di più a vivere l’attimo presente, l’unico che è nelle nostre mani per liberarci dalle nostre scissioni, per raggiungere la piena integrità e per cambiare il mondo. Auguro questa esperienza di pienezza a me stessa, a te e a tutti gli amici di Darsi Pace, sperando che si estenda a tutte le persone che ci circondano e che cercano la Pace.
    Maria Letizia

  3. E’ bello leggere queste parole, mi riscalda il cuore; purtroppo però nelle realtà le buone intenzioni e le brave parole molte volte rimangono tali lasciando il posto alle cattive azioni come nel caso specifico, io ho accanto a me un “darsi pacista” al secondo anno , che legge, sottolinea i libri, si nasconde in bagno per leggere i libri di Guzzi , partecipa alle riunioni mensili (è un fissato) , è un disadatto nella società odierna, espolde con reazioni assurde davanti ai figli …..

    Mi chiedo cosa serve questo suo persorso, questo suo impegno…..naturalmente voi “darsi pacisti” mi risponderete che è proprio questo lo scopo del gruppo redimere le persone …. aiutare chi sbaglia ….. e bla bla bla….no mi dispiace non accetto queste risposte ….. i gruppi sono chiusi, non acettano il confornto con latri , non sono in grado di accettare le critiche e di perdonate le cattiverie no mi dispiace nel mio caso specifico questa persona è da ricovero in psichiatria ….

    da quAndo fa parte del vostro gruppo la mia vita è un INFERNO

    maria grazia

  4. Isabella* says:

    Maria Grazia, grazie.. oddio, fa praticamente rima con il tuo nome e non era voluto : ) ti risponderei in privato se avessi la tua mail, ma, intanto, se posso, voglio cominciare con il dirti grazie qui. Oh, non mettermi il vestitino da bravina-perfettina-precisina-santina perché sono debole di stomaco, lo svuoterei sui fogli che ho davanti e mi servono, aspetta prima di incasellarmi o irritarti.. pleeese..
    Proprio perché non sono così buona e brava inizio egoisticamente con il ringraziarti piuttosto che con il dirti che mi dispiace davvero che tu viva l’inferno. Grazie perché mi hai fatto il dono più grande condividendo un tuo dolore, la nostra fragilità, le nostre ferite sono l’unica vera “ricchezza” che possiamo condividere, mentre invece, troppo spesso, mettiamo in mostra i nostri “muscoli”, le nostre abilità, capacità, bravure, i nostri successi, perché ci viene insegnato dal primo respiro che quello è l’unico modo per essere amati. Balle Maria Grazia, balle, non è vero, anzi! Non sono capace di farti sentire la dolcezza e la tenerezza che ho provato nel leggere le tue righe e che ancora mi scalda per te. Porca miseria, mi dispiace e ti abbraccerei forte, inutilmente, ovvio, che te ne faresti mai di un mio abbraccio, però mi verrebbe di dartelo. Io non so niente di te, di lui, della vostra realtà o della vostra vita, ma so che ogni lacrima non deve andare perduta e tu sei stata proprio coraggiosa a manifestare il tuo dolore e a mostrare i lividi che hai sul cuore. Io non ho risposte, solo un mucchio di domande per la verità, ma vorrei ascoltarti e ascoltarti ancora e provare a capire, con te, se si possa trovare un sollievo di qualche tipo che funzioni davvero. Che funzioni davvero Maria Grazia, di chiacchiere ne abbiamo piene le.. orecchie e di aria fritta ci hanno nauseato. Darsi-pacisti dici, sicuramente cercatori e sperimentatori, personalmente non sono una fanatica, ma sperimento e verifico, ragiono e vedo, il tempo risponde e, come dici, tu, anche la vita. Chiaro che un percorso, come tale, ha alti e bassi, momenti di entusiasmo e di fiacca, di riflessione oppure.. di guerra. Certe volte quello che dovrebbe migliorarci pare che ci peggiori, è vero. Pensa che io, che sono un’irosa per insicurezza e che sto sempre sulla difensiva, oltre che essere terribilmente permalosa e graffiante, quindi per niente “pacifica” o “pacificata”, giustamente mi sono sentita dire spesso dai miei genitori, probabilmente lo pensavano anche altri ma non avendo la stessa confidenza non me lo dicevano, “ma che ci vai a fare in chiesa tu, se poi rispondi così ai tuoi genitori o ti comporti in una tal maniera?”..ecc. ecc. Beh, era vero, bestia ero e bestia rimanevo, in effetti, ma, forse proprio perché stavo io per prima da schifo, andavo cercando dell’acqua cui dissetarmi e rispondevo “pensa te se non ci andassi che sarei!”. Beh, ne è passato di tempo e bestia sono rimasta, però quello che mi ha messo in cammino e mi ha fatto curiosare in Darsi Pace è stato il fatto che la sua proposta era di provare a farci qualcosa, senza aspettarsi “miracoli” da altri e credo che proprio il primo passo per un cammino interiore che sia vero e sia di reale trasformazione sia la consapevolezza. La consapevolezza del casino, della confusione, del disordine interiore, delle urla, dei lamenti e di tutto quel marciume che fa soffrire noi stessi e chi vive con noi. Senza aver fretta di distogliere il naso dalla puzza, senza scappare o correre a ficcare tutto sotto il tappeto, e questo non è per niente facile, ma è il primo passo senza il quale nessun percorso ha senso, secondo me..
    Quando dici INFERNO nomini qualcosa che, purtroppo, conosco bene; non sarà il tuo, non sarà generato dalle stesse situazioni e neppure da qualcosa di simile, ma, quando sei lì, in fondo, gli inferni si assomigliano tutti. Sono brutti, gli inferi, sembrano sempre senza uscita, sono desolanti, scoraggianti, freddi, umidi, bui, isolanti, duri, taglienti, o brucianti, urticanti, soffocanti, ecc. ecc. ecc. Il motivo per cui, credo, molti di noi esploratori dell’inferno percorriamo Darsi Pace è sperimentare una via d’uscita, incontrare chi è disposto a venirci a prendere quaggiù, parlo del Cristo, per chi ci crede. Io non sono in grado di uscirne da sola o di aiutare te, però, se vuoi, se credi, se ti va, anche solo così, visto che spesso mi ci ritrovo anch’io, all’inferno, possiamo stare sedute vicine per qualche momento, posso stare vicina a te, anche in silenzio, solo perché tu sappia che non sei sola, che troveremo pure un modo per venirne fuori! Ce ne deve pur essere uno, o, credo, non sentirei, adesso, in questo preciso momento, i passerotti fare versetti e un pallido sole raggiungere la mia spalla sinistra. Forse da qui, Maria Grazia. Scusami se ho dovuto risponderti qui, la tua lettera era così intima e delicata da meritare un’accoglienza meno esposta e più tenue, non so fare di meglio al momento, però, se vuoi, sono qui e ti stringerei forte al Cuore.. (e dalli cò sti abbracci! Lo so, che ci vuoi fare, sono una così, il fuoco ha i due risvolti, ma posso anche stare seduta zitta zitta senza abbracciarti, se vuoi, buona buona, e, magari, farti una cioccolata calda oppure ci prendiamo un gelato, in genere l’inferno è già piuttosto caldo di suo..)
    isabella

  5. Cara Isabella

    grazie per il tempo che hai dedicato per la risposta, le nostre fragilità, le nostre miserie, i nostri errori attuali e di “20 anni fa” e quanto c’è di peggio dobbiamo viverli (dovrebbero essere già superati: “guardare avanti chi non ha peccati scagli la prima pietra”) e superarli tra adulti e senza fare teatro per ore davanti AI FIGLI ……..che no c’entrano nulla.

    Scusami per l’impostazione molto “tecnica e concreta” della mia risposta rispetto alla tua molto più bella ma anche più teorica

    Ciao

  6. Cara Maria Grazia,
    scusa se mi intrometto, ma una delle frasi che mi hanno colpito del tuo discorso è” si nasconde in bagno per leggere i libri di Guzzi” non riesco a trovarla buffa anche se potrebbe esserlo.
    Mi verrebbe da dirti parla con altre mogli o leggi le notizie di cronaca che ti fanno intuire a che cosa si interessano alcuni mariti nel tempo libero. Lo so sono riflessioni di basso profilo. Allora ti suggerisco queste domande :ci tengo a lui o voglio soltanto che mi si dica che ho ragione? O anche: è di lui e del rapporto con lui che mi interesso o ho paura di perdere potere su lui? Se la risposta è ci tengo a lui mi permetto di consigliarti di capire perché è così importante questo percorso per lui e cessare l’ostruzionismo, magari ti accorgi che è un bene anche per te e per tutta la famiglia.
    Auguri.

  7. … uno dei beni per me e per la mia famiglia è quello di non litigare e denigrare la moglie davanti ai figli e a maggior ragione se una persona intraprende un cammino come il vostro “dovrebbe ” avere una formazione interiore oltre che ad un autocontrollo personale.
    Il tempo e l’interesse che viene dedicato al “Darsi pace” è di MOLTO superiore a quello dedicato alla famiglia, la mente è talmente “presa” da questo vostro vortice di scambio di informazioni di psicoterapia-spirituale e intelletuale che tutto ciò che accadde intorno si mette in relazione-paragone con esso…..tralasciando la quotidianità e i ritmi delle persone che vivono accanto.
    auguri anche a te

  8. Isabella* says:

    Ciao Maria Grazia,
    hai ragione e devi scusarmi tu se mi sono permessa di balbettare qualcosa in merito alla situazione che non conosco affatto. Credo che il tuo intervento sia molto molto importante, per tutti, per chi sta facendo un percorso in Darsi Pace e per chi vive con noi. Non lo lascerei a livello di sfogo momentaneo, merita di più, magari con qualcuno che vi conosca entrambi. E’ vero, il mio era un discorso teorico, anche se la proposta del gelato lo era molto meno sinceramente, ma il desiderio di raccogliere, anche solo per un istante, il tuo dolore è stato per me un dono enorme, di cui ti ringrazio.
    Penso che il quadro che descrivi sia estremamente difficile e penso anche che il denigrare sia proprio uno dei verbi più lontani da un cammino di liberazione interiore che, appunto, dovrebbe cominciare con quella del proprio Cuore, non puntando il dito su qualcun altro, reazione tipica, tra l’altro proprio di un io ego-centrato e non certo in conversione.
    A volte la realtà nostra e quella del quotidiano è davvero troppo dura da guardare in faccia e si scappa dove e come si può. Lungi da me il giudicare lui, te, o altri, penso a me stessa quando scrivo queste cose, ogni altra parola sarebbe inopportuna e pretenziosa. Anzi, ti dirò di più, la prima espulsione che si tenta di mettere in atto nella pratica meditativa è quella del “giudicante”, la nostra attitudine giudicante interiore, ovviamente, sarebbe troppo facile individuare un capro espiatorio cui fare la parte e metterlo alla porta! : D
    In genere si accusano gli altri quando non si ha voglia di guardasi dentro con verità e posso capirlo benissimo, non è cosa gradevole né facile. Magari potresti provarci tu per fargli vedere come si fa se invece di accusare, nel senso di individuare e nominare, le sue magagne interiori mette a nudo le tue. Sì, credo tu abbia ragione Maria Grazia, penso che la benevolenza e la comprensione e la tenerezza e la “compassione”, nel senso di “sentire con” non in atteggiamento di superiorità, sia una delle caratteristiche proprie di un qualche passetto nella crescita e nella liberazione interiore, mentre l’accusare, il denigrare, il fuggire, ecc., siano più proprie di quella fase di inizio cammino in cui il fango del Cuore viene “rimestolato” e, per difesa, si punti il dito verso l’esterno anziché dalla parte opposta.
    Non ti dico di avere pazienza, perché fa male essere nella tua posizione, mi dispiace un sacco e non posso che fare discorsi teorici, ma ti lascio comunque la mia mail, hai visto mai che ti andasse un gelato..
    Sei stata molto coraggiosa a uscire proprio in suolo “nemico”, esponendoti a prediche o giudizi o difese estreme del tuo compagno/marito o quel che è, da parte di altri Darsi Pacisti, credo non sia per niente facile vivere da fuori un percorso come quello di Darsi Pace che, se fatto in profondità, può ribaltarti l’esistenza, o, meglio, convivere con qualcuno che lo fa e la tua testimonianza trovo sia di grande importanza per tutti noi e inviterei ognuno dei Darsi Pacisti ad “ascoltarla” molto bene, lasciandola risuonare a lungo senza affrettarsi a ergersi a maestri o solutori, accogliere davvero è uno dei primi movimenti interiori che un Darsi Pacista dovrebbe acquisire. Quanto a chi ci deve sopportare.. isabellapinto69@gmail.com

    Ti abbraccio Maria Grazia

  9. Cara Maria Grazia,
    scusami, mi sono espressa in modo troppo duro, spero davvero che riusciate a superare i vostri problemi,
    l’invito di Isabella a parlarne di persona mi sembra una buona idea.
    Auguri.
    L’anonimo di sopra.

  10. Ancor prima di domandarsi se il tempo e’ un assoluto, bisognerebbe domandarsi: cos’e il tempo?
    Qualcuno ha qualche definizione/risposta da dare?

  11. Isabella* says:

    Irene, sì, semplificare è davvero una gran bella cosa, la sua fattibilità, come dici giustamente tu, non così facile e l’accettazione riequilibra la bilancia, certo. Anche Maria Letizia, quando parla dello stato di presenza, mette il fuoco proprio sul “sistema” per entrarci, la pratica meditativa, appunto. Sì, come dice Maria Letizia, una volta sperimentato la stato di presenza la sua reiterazione, rafforzandone l’esperienza, dovrebbe “solidificarlo”, “condensarlo” e assestarlo. Il passaggio dopo il suo “assaggio” è il farlo perdurare oltre la meditazione, come alludevo nel post e credo si riferisse a quello anche Irene. Questo è un passaggio delicato e niente affatto ovvio. Sicuramente anche lui, come le modifiche degli stati interiori di cui facciamo esperienza, procederà per alti e bassi, espansioni e contrazioni, progressi e regressi, ma confido che anche lui, come succede per l’esperienza reale che passa attraverso la carne senza bypassarla rimanendo “in testa”, troverà il suo tempo per Nascere. L’accompagnarci in questa gestazione ce la farà trascorrere in un clima di solidarietà e condivisione che alleggerirà di molto l’attesa.

  12. Sapete dirmi, oltre lo stato di presenza, quali altri stati interiori intendete?
    Cos’è il tempo? Bella domanda, basti pensare che non c’è nessuno strumento di misurare il tempo ( ne l’orologio , ne quello atomico, ne la clessidra, ne i numeri digitali del computer, ne nient’altro )

  13. Caro Elia, nome non poco impegnativo,
    il tuo intervento apre una possibilità credo molto interessante. Capita spesso, infatti, che qualcuno trovi il coraggio di condividere qualche sua riflessione in un post e qualcun altro vi aggiunga una sua considerazione, cui se ne sommino altre, magari, ma poi tutto finisce lì. Magari può scatenarsi anche un dibattito, ma il tutto resta confinato in ambito dialettico, ossia in uno scambio di opinioni, pareri, principalmente pensieri.
    Invece tu ci apri un orizzonte molto interessante, a mio parere, ovvero quello di una condivisione esperienziale, chiedi proprio di quali stati interiori parliamo, cioè quali sperimentiamo, quanti ce ne siano e quali siano, niente teorie, ma carne, direbbe Marco, esperienza e condivisione, bellissimo Elia, grazie.
    Premettendo che non sono certo esperta di interiorità e che parlo solo della mia esperienza, che è appena all’inizio, mi permetto di tartagliare qualcosa proprio perché ci vedo come ricercatori tornati al campo base a fine giornata che svuotano le tasche per scambiarsi impressioni e raccontarsi l’avventurosa giornata esplorativa. Maria Letizia citava lo stato di presenza, ma partirei da un’immagine per descrivere cosa mi pare che sia, in generale, uno stato interiore. Mi sembra che il nostro spazio interiore sia come la nostra atmosfera. Gli stati interiori li paragonerei al clima che vi si instaura. Il clima è un evento continuo, ce n’è sempre uno attuale, vuoi sereno o piovoso, nebuloso, ventoso, freddo, caldo e così via. Qui la similitudine mi porterebbe a scrivere troppo, perciò dirò solo che, se possiamo associare gli stati interiori al clima del nostro intimo, gli stati interiori sono moltissimi, innumerevoli, direi, basta che cambi appena una variabile ed ecco che il cielo da sereno si va annuvolando ed il loro susseguirsi è, come dicevo, continuo. Anzi, forse ci sono anche più climi contemporaneamente agenti, ma non è questo il momento di complicare la similitudine, posta solo a sottolineare come il nostro riconoscerli o nominarli, gli stati interiori, sia solo un aiuto per cominciare a conoscerli e capire quando e come si instaurano e cosa li muta, scoprendo di poter in qualche modo agire su di loro per indurre il clima a noi più utile. Quello cui accennava Maria Letizia e che tu citi, lo stato di presenza, è la condizione sine qua non, il punto di partenza che permette di accorgersi dell’aria che tira, del clima vigente, ed è il presupposto imprescindibile per qualsiasi eventuale azione sul clima. La pratica meditativa è il punto di partenza, il luogo dove imparare, esperienzialmente, non in teoria, a stabilire lo stato di presenza, ossia acquisire la distanza necessaria e la posizione ideale per poter osservare il cielo interiore. Ora devo chiudere o da post mi diventa una dissertazione magari neanche troppo interessante, mi scuso se mi è partita la mano, ma era per dirti grazie, perché questo è il tipo di provocazione che trovo più utile e, se vuoi raccontarci qualcosa del clima che aleggia nel tuo cielo, saremo felici di ascoltare il tuo racconto. Qui intorno al fuoco si chiacchiera volentieri e di zanzare neanche l’ombra!

  14. Isabella* says:

    ops.. l’ultimo “anonimo” ero io, isabella, non mi ero loggata, sorry!

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  1. […] Quello che è ormai evidente in senso fisico/matematico, cioè il modello che meglio risponde all’interpretazione del reale, rimane per noi difficile da assimilare. Resta lontano, astratto. Diciamo infatti, nella vita ordinaria, frasi come dove ci si trova? Oppure quando è successo? E per noi spazio e tempo non potrebbero per noi essere più lontani tra loro, più distanti. Più distinti, nella loro intrinseca natura. Per noi il tempo, ad esempio, è una entità assoluta e sganciata da ogni altro riferimento, anche biologico,  laddove è l’esperienza stessa – ad un esame attento – che ci potrebbe dimostrare agevolmente il contrario. […]

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