Perché Darsi Pace adesso?

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Da sempre l’essere umano ha cercato di capire la realtà della violenza e le sue origini. Il tema dominante, sia nella storia scritta, sia nella tradizione mitica conservata delle culture antiche, sia nella tradizione letteraria moderna, è il potere esercitato come dominio sull’altro, e la risposta universale: la ribellione contro questo tipo di potere. La ribellione contro il potere esercitato come dominio genera sempre più violenza.

Di pari passo con il crescere della conoscenza attraverso le varie scienze è cresciuta anche la capacità dei mezzi di violenza. Se questa traiettoria non sarà impedita, l’uomo vivrà sempre più precariamente, e sempre con il pericolo di sterminarsi.

Ma c’è un’altra storia parallela. In ogni cultura ci sono sempre state persone che hanno cercato le cause e l’antidoto per questo circolo vizioso: nella psiche di ogni cultura emerge sempre l’eroe. La vittoria del bene sul male è così predominante che trascende tempo e spazio. Le grandi religioni del mondo, coinvolte nella ricerca dell’antidoto, hanno offerto regole spirituali, riti e pratiche, ma mentre i mezzi e la capacità di violenza sono cresciute la spiritualità e religione sembrano rimanere indietro nella capacità di rispondere in maniera adeguata alla violenza. C’è un vuoto spirituale così pervasivo che Papa Giovanni Paolo II chiamava la nostra cultura globale “la cultura della morte”.

La chiave di trasformazione della forza distruttiva in ogni realtà è la costruzione di senso: senso personale, familiare, nazionale, ecc., perché le nostre azioni sono o distruttive o creative, a seconda dell’interpretazione della propria esperienza. Come praticanti di Darsi Pace cerchiamo di essere coscienti di questa realtà e di tutte le sue conseguenze. Con la nostra pratica cerchiamo di sviluppare uno stato di conoscenza che ci consente di attribuire nuovo senso alle esperienze vissute: passiamo così da una vita vissuta meccanicamente e difensivamente ad una vita piena di significato; invece di rispondere agli stimoli come un robot la persona sceglie liberamente come rispondere agli eventi; invece di essere una vittima diventa ora un’artista.

 

Come Darsi Pace può influire sulla vita religiosa?

Una tradizione spirituale che da sempre ha per meta la trasformazione della persona umana è quella della vita consacrata. Secondo Adrian Van Kaam una forma di vita consacrata è presente in ogni cultura con tre elementi in comune: rinuncia al possesso di beni materiali, celibato, uguaglianza fra i membri—cioè una vita che cerca di equilibrare tre realtà abusate nella società: il potere, il piacere, e il possedere.

La vita religiosa nella tradizione cristiana celebra tante persone che sono riuscite a vivere una trasformazione della loro vita conformandola a quella di Cristo ed hanno formato altre persone sulla base della loro esperienza trasformativa.

Ma anche i religiosi si sono lasciati contaminare dalla realtà storica e dalla cultura del tempo finché il Concilio Vaticano II ha chiesto un rinnovamento e aggiornamento della vita consacrata attraverso la riscrittura delle regole o costituzioni, perché riflettessero la visione originale dei fondatori, sepolta dalla burocrazia della Chiesa.

Ma questa richiesta di rinnovamento, secondo me, non era accompagnata da una formazione adeguata. Perciò i modelli abituali e malsani hanno continuato a persistere. Per esempio: abbracciare il metodo del discernimento sul modo di esercitare l’autorità è cosa buona, ma se le persone che hanno responsabilità non ricevono una formazione che le aiuti a comprendere cosa sia il discernimento, il modello dominante resta il vecchio: “Io ti dico che cosa fare e tu lo devi fare”. Molte cose esteriori sono cambiate (formule di preghiera, il modo di vestire, ecc). Molti religiosi e religiose si sono trovati in congregazioni irriconoscibili rispetto a quelle che erano quando sono entrati.

Quello che sperimento, e che sento anche da altri religiosi, è che nelle regole e costituzioni ci sono belle parole ma non riusciamo a sopportare la nostra convivenza; facciamo belle opere ma siamo spesso depressi, senza gioia, e irritabili. Molte delle nostri missioni sono obsolete ed è difficile aggiornarle perché “abbiamo sempre fatto così”: questo il mantra del giorno. Ecco il sintomo primario di una vita religiosa che molte volte finisce per creare schiavi e schiave. Non dobbiamo meravigliarci che non ci siano tanti giovani in fila per farsi religiosi!

Darsi Pace può contribuire alla rigenerazione di questo tipo di vita fornendo una comprensione profonda della tradizione cristiana, e una visione storica per capire cosa è successo. L’itinerario proposto da Darsi Pace per la trasformazione della persona sarebbe da inserire nello specifico “programma di formazione” delle Congregazioni.

Il processo per capire la condizione umana fornisce la base per ogni scelta libera, specialmente quando parliamo della scelta di seguire Cristo in una maniera radicale. Poi, i religiosi e le religiose possono veramente vivere in relazione con se stessi, con gli altri, e con Dio in piena libertà per vivere la storia com’è attuale — cioè come storia di salvezza.

Commenti

  1. giancarlo salvoldi dice:

    Il tema centrale è il dominio sull’altro, e il rimedio sta nella necessità del rinnovamento della vita, e della vita consacrata.
    Io però mi fermo alla prima parte del post, che è premessa necessaria alla seconda, e spero di non sviare la riflessione.
    Il cinema è intriso di violenza, e i mass media ne vanno a caccia con compiacimento mascherato da indignazione: rende.
    Isis/ Daesh ottiene grandi risultati con l’esibizione dell’orrore sanguinario e delle atroci torture: è il trionfo della violenza.
    I due gay romani assassini hanno dichiarato di aver torturato a morte per il piacere di dominio e violenza.
    La violenza nazista dominava e per abbatterla è stata necessaria la violenza più grande di USA e URSS: disperante.
    Ma la caduta dell’URSS, con l’orrore dei “gulag”, non ha avuto bisogno dell’olocausto di un conflitto atomico mondiale.
    Il socialismo reale era morto, ed è stato portato a sepoltura dalla forza creativa contenuta nella tradizione culturale di san Giovanni Paolo II e in quella di Gorbacev. (Non ci pensiamo, ma la fine del comunismo poteva portare la fine del mondo).
    E questo, pur nel dilagare della violenza, è motivo di grande speranza.
    Quella speranza che nel percorso di “darsipace” noi sperimentiamo creativa e risanatrice: a livello personale, che poi può irraggiarsi nella vita, rinnovanda, delle congregazioni religiose.

  2. Anonimo dice:

    Non è ben chiaro quello che vuoi dire

  3. Giuliana dice:

    Cara Bernadette, grazie per il tuo coraggio!

    Sento nelle tue parole la voce dell’anima che insorge.

    Anch’ io ho sentito e continuo a sentire dentro e fuori l’istituzione religiosa il comando:
    “Io ti dico che cosa fare e tu lo devi fare”.

    Rifiutai e contrastai questa imposizione a vent’ anni come la rifiuto adesso senza la rabbia né la pretesa di allora.

    Questa sera nell’ incontro a Milano Guzzi-Scardovelli sento che la mia anima non è schiava, anche se devo fare i conti con la mia impotenza e con l’illusione/pretesa di contare sugli altri.

    La scelta di insorgere è personale.

    Il fuoco che c’era questa sera nelle parole di Marco e l’abbraccio di Scardovelli alla fine del suo intervento mi aiutano a perseverare in un cammino faticoso e solitario in compagnia di chi ha il coraggio di essere se stesso.

    Ti abbraccio.
    Giuliana

  4. giancarlo salvoldi dice:

    Bernadette ha proposto un tema cruciale per ogni persona e per le relazioni sociali, ma soprattutto l’ha posto tenendo insieme i due corni della contraddizione in cui tendiamo a cadere: o la dinamica che viviamo di dominio/ribellione o la fuga da una questione difficile e che brucia in ciascuno di noi ( per cui ci limitiamo a puntare il dito contro i cattivi o ad ammirare quelli che fanno buone opere sociali).
    Io sono caduto esattamente nella trappola della fuga e ho parlato dei problemi planetari, pure importanti.
    Ma ieri a Milano Guzzi e Scardovelli, trattando di economia e politica, ci hanno detto che c’è una rivoluzione che viene prima di tutte le rivoluzioni, ed è indispensabile, e sappiamo quale è.
    Quanto dominio e dirigismo e imposizione ho praticato nelle mie relazioni ( e prima forzando me stesso), e l’ho fatto quasi sempre col sorriso e con modi suadenti.
    Con la mia maschera riuscivo ad ingannare perfino me stesso.
    Mi ha sempre spinto ad agire la pretesa di convincere e cambiare gli altri, la società sbagliata: ed era narcisismo.
    E’ stato potente il lavoro con gli esercizi di “darsipace”: quando mi indigno e mi arrabbio provo a rivolgere lo sguardo verso me stesso e mi rendo conto della rabbia che mi ribolle dentro, dietro alla maschera del sorriso.
    E ho capito finalmente che ” porgere l’altra guancia” non è remissività im-belle, ma è capire prima me e poi la rabbia e la paura dell’altro, e lasciar scivolare via le marionette dei due io egoici che vogliono incrociare le spade.
    E’ solo lì che l’anima può insorgere in tutta la sua potenza.
    E’ solo così che posso dare spazio alla nuova umanità in me e nell’altro.
    Ecco, cara Bernadette, la tua riflessione:” la spiritualità e la religione sembrano rimanere indietro nella capacità di rispondere in maniera adeguata alla violenza”, trova una possibile risposta nella consapevolezza di come l’essere umano funziona, e una delle soluzioni la offre proprio un percorso di formazione come quello di “darsi pace”.
    Che vale per le congregazioni, per i mass-media, le relazioni interpersonali diffusamente esplosive, la politica.
    Tutti ambiti che studieremo nella provvidenziale settimana di tras-formazione e crescita umana che Guzzi e Scardovelli ci propongono a luglio sulle colline toscane.

  5. Anonimo dice:

    “…..Quello che sperimento, e che sento anche da altri religiosi, è che nelle regole e costituzioni ci sono belle parole ma non riusciamo a sopportare la nostra convivenza; facciamo belle opere ma siamo spesso depressi, senza gioia, e irritabili…..”.

    In punta di piedi entro in questa riflessione presentata da Bernadette, in particolare sul tema delle regole nelle congregazioni religiose come in qualsiasi altro campo, suggerendo l’ascolto (solo circa 8 minuti) di questa omelia sul Vangelo di domenica 1 maggio di don Fabio Rosini che mi sembra possa suggerire ulteriori spunti. Si sofferma a lungo sulla frase di Gesù “Se uno mi ama osserverà i miei comandamenti” chiarendo che l’osservanza non può che scaturire dall’amore e le regole sono sempre un surrogato dell’amore.

    https://www.youtube.com/watch?v=PK1p7JWAg1o

    Spero di non essere andata fuori tema…..

    Rosanna

  6. Barbara dice:

    Penso che le chiese così come hanno operato fino ad oggi e come del resto è pure per ogni istituzione, ormai vecchia e stantia, morta! … molte chiese sono “inchiodate” a tutt’oggi, nella maggior parte dei casi, ad imporre falsi credi ed ormai inutili regolamentazioni ed argomentazioni, ad un Essere Umano che non esiste più per come lo vedono loro, ecco, secondo me è tutto da rifare!
    Non penso sia possibile costruire sopra rimasugli “edili” che si sbriciolano solo a sfiorarli con lo sguardo, se lo sguardo è Vero, non può che vedere questo! L’Uomo a cui sono serviti tali credi, non c’è più! e’ necessario dare una bella “spolverata”! neanche più a perder tempo a ribellarsi, a cosa poi? C’è il nulla!! C’è solo da iniziare a fare in modi nuovi, diversi, quelli semplicemente più adatti per il momento in cui stiamo vivendo, con coraggio, con cose piccole perchè siamo piccoli.
    C’è un Uomo nuovo, un Essere Umano che finalmente si erge verso il Cielo e chiede Rispetto e Giustizia, se non altro ne sente lo slancio in tale direzione e a volte è uno slancio molto potente.
    Penso che la Religione non si possa più pensare solo attraverso una chiesa, una congregazione o istituzioni simili.
    Penso che ognuno possa coltivare in modo personale ed intimo la religione, anche senza necessariamente appartenere a “questo o quello”.
    Per come sento essere la Religione cioè una sorta di disciplina interiore, una fermezza, attraverso e nella cui osservanza mi permette anche una connessione a quel qualcosa di “più grande di me”, i miei atti divengono così, sacri. Azioni e pensieri prendono un ordine ed una “pulizia” e lì può sorgere anche il rispetto, verso sè e verso “gli altri”e cadono così i presupposti per i quali “l’altro” mi fa paura. La Vita ha così Sostanza.
    Penso alla religione come proprio un modo di vivere, disponibile per ognuno di noi che lo senta e riconosca vero, indipendentemente o meno da una qualche appartenenza.
    Affettuosamente, Barbara

  7. Anonimo dice:

    Bernardette, ti ringrazio per il post che apre a tanti spunti di riflessione su temi delicati e cruciali…
    Abbozzo solo un pensiero…: sono convinta che l’uomo sia l’essere spirituale per eccellenza, abitato dal divino. I desideri immensi, la sete di felicità, il sentimento d’immortalità che l’abitano, la realizzazione di meravigliose opere di carità dalle quali trasuda l’amore per l’altro, ecc… , testimoniano a favore della sua natura eterna. Per contro avverte e vive in sé tante contraddizioni, luce e tenebre, e spesso “vede il bene che vuole e compie il male che non vuole”.
    Mi sto rendendo conto con crescente consapevolezza e grazie anche al percorso con i gruppi di Darsi Pace, di come e quanto la violenza mi abiti! Tutti i sentimenti distruttivi che ci scandalizzano tanto nel mondo e negli altri sono in noi; e vivono anche in chi acconsente di seguire Cristo con la professione dei tre voti (povertà, castità e obbedienza) proprio perché il chiamato alla vita consacrata non è Dio ma un uomo in viaggio verso le sorgenti della sua essenza divina…; e ha un viaggio interiore e una missione d’annuncio da compiere esattamente come ogni altra persona (solo che il consacrato ha maggiori responsabilità di testimonianza per la scelta che ha compiuto!).
    Credo che per mettersi “al passo con i tempi” rispetto alle espressioni di violenza sempre più sofisticate in capacità distruttiva e per trasformare anche gli ordini religiosi in fucine di rinascita spirituale sia necessario prendere il Vangelo seriamente. Cristo ci interpella e sconvolge con “semplici” frasi: “imparate da me che sono mite e umile di cuore! Amatevi come io vi ho amato”! Ma non riusciamo a livello personale ad avvicinarci minimamente a questa richiesta di discepolato come habitus -eppure nella mitezza e nell’umiltà intuiamo, per le piccole esperienze fatte, la presenza di Dio artefice dell’uomo e non dell’uomo artefice di se stesso; e l’Amore è l’unica esperienza capace di trasformarci e renderci felici. Allo stesso modo anche molte realtà e ordini religiosi non rispondono con la vita alle richieste di Cristo, non danno un’autentica testimonianza di fede. Forse è il tempo di chiederci da che parte vogliamo stare se non vogliamo continuare ad isterilirci ed essere di scandalo a chi si avvicina a noi cristiani (a chi si avvicina a me che sono anche una monaca!). Forse dovremo rivedere in tutti gli ambienti educativi le risorse e proposte formative…, gli stili di vita che stiamo continuando a scegliere nonostante ci disumanizzino! Non possiamo continuare a riproporre una formazione astratta, a “compartimenti stagni” e staccata dall’esperienza reale dell’amore sanante e liberate: occorre in chi anima la formazione una capacità di ascolto e aiuto per la crescita integrale della persona che parta dall’esperienza e in chi accoglie tale aiuto la serietà e il coraggio di mettersi in discussione. Da questo punto di vista penso che la formula di accompagnamento usata nei gruppi Darsi Pace (aspetto culturale, di autoconoscimento psicologico e meditativo-contemplativo) sia molto efficace e in sintonia con le esigenze dell’uomo contemporaneo.
    Un abbraccio,
    Agata

  8. Mi ha colpito e volevo condividere, questa frase di Giordano Bruno, che mi sembra descriva bene il nostro male; è come se un programma maligno si fosse installato nelle nostre menti distorcendone il funzionamento, fino a farci dimenticare la nostra buona essenza originaria.

    “Verrà un giorno in cui l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.”

  9. Vorrei concentrarmi solo sulla prima parte del tuo articolo, cara Bernadette, perché colpito innanzitutto, come anche dice Giancarlo, dal problema della violenza del potere, l’impotenza più grande e spaventosa che pare ci condizioni tutti, alla fine.
    L’Insurrezione dell’Anima, tema trattato a Milano da Guzzi e Scardovelli mi pare possa diventare un progetto politico realistico , solo se impariamo a superare le nostre paure, superabili, mi pare di ricordare nella mia esperienza , solo quando la nostra anima si impone su di noi, al punto che ogni paura diventa del tutto secondaria, anche se permane ancora qualche linea di paura, ma funzionale. Questo avviene quando a coloro che ci ammazzano , con le loro lusinghe e minacce, voltiamo le spalle, senza neppure sapere perché, con un gesto improvviso, travolgente , con una tal voglia di vita che vediamo la vita persino nella morte che pervade la nostra vita quotidiana.
    La paura di fondo è : che fare se poi ci ammazzano ? Fintanto che vediamo l’essere umano come un insieme di buoni desideri , resteremo vittime di quell’altro essere umano, quello istintivo, brutale, violento che siamo.
    Imparare a conoscerci è dunque la via maestra per vincere in noi le nostre paure , quelle che ci rendono impotenti ad assistere a tutto quanto avviene sul pianeta, senza che possiamo muovere un dito. Io sono uno di questi uomini paurosi, uno che ha fatto il 68, nel 69 , perché prima ho preso le mie distanze ed ero solo un ragazzo di paese. La prima volta che sono insorto con la mia anima è perché ho vinto una paura, ma non perché l’avevo ragionata, analizzata, con un esercizio di auto-conoscimento, ma perché non ci ho proprio pensato, perché ci ha pensato la mia anima, ha fatto tutto lei , da sola ! E’ stato all’ITALCEMENTI , sede centrale , ufficio del personale , una mattina, quando era stata indetta dal sindacato, una mezza giornata di sciopero , per il diritto alla pensione. Di certo non per me che avevo 19 anni, ma credevo giusto per i vecchi lavoratori, ma era la mia maschera di sessantottino, dietro cui c’era la mia insofferenza personale per quella prima esperienza di lavoro, quella che Fantozzi ha raccontato così tragicamente bene.
    Decido quel giorno, di partecipare, ma fui l’unico impiegato su 901 dipendenti della sede centrale, di allora, come mi spiegò il mio capo-ufficio quando mi chiamò a rapporto , offeso, indignato perché l’unico che aveva scioperato era sfuggito al controllo ideologico della Sede Centrale “un comunistello di sagrestia ” sfuggito al suo controllo, mi disse, dentro un santuario del potere, dove era impensabile vi si trovassero impiegati scioperaioli, cosa che doveva restare ben distinta dai comuni operai, e dai comunisti, normalmente schedati con appunti in matita sulle loro schede paga. Con quel segno di matita , un operaio iscritto al sindacato, che chiedeva un anticipo per comperare le medicine a sua moglie, se lo vedeva negare. Era quello lo status quo da rispettare, così il pomeriggio, quando ripresi il lavoro, ricevetti una telefonata dall ‘ ufficio del personale che avrebbe dovuto seppellire quel mio scandalo : lei è stato ammalato questa mattina, vero ? No, risposi , ho scioperato perché è un mio diritto ! Per tre mesi sulla mia scrivania non arrivò più nessuna pratica da sbrigare, scrivania piatta, vuota. Approfittai di quel vuoto sul lavoro, per portarmi il Economia I per l’esame universitario. Se volevano farmi lavorare, non avevano che da portami il lavoro, sulla scrivania ! Fu uno scandalo, quel resistente che inceppava l’ordine naturale delle cose. Un affronto da pagare . Il sindacato mi avvicinò, voleva che resistessi all’infinito, ma ero giovane , volevo vivere e accettai di resistere solo una altro mese, poi ho ceduto le armi, con le mie dimissioni. L’anno dopo, tutta la sede centrale di Bergamo, non quella degli operai, ma dei colletti bianchi, degli impiegati della sede Centrale di un Azienda altolocata come l’Italcementi che non aveva mai scioperato , quell’anno parteciparono tutti al primo sciopero democratico , credo, del dopo-guerra. Non per dire che fu merito mio, ma per dire che per fare uno sciopero bisogna che si muova qualcosa dentro di noi , non perché ce lo chiede qualcuno, o perchè abbiamo studiato. In me si era mossa una insofferenza per quel tipo di lavoro, fantozziano, dove si doveva passare da un ufficio all’altro sempre con giacca e cravatta , sotto lo sguardo osceno del capoufficio, a sorbire le battutine dei colleghi , veri repressi sessuali o a cogliere lo sguardo di vecchi dipendenti , con la pelle cartaimpecorita, he avevano consumato li, nel mio stesso ufficio, la propria vita. Non volevo diventare come loro e lo sciopero mi offrì l’occasione per dire il mio No. Provai quella mattina, in quella mezza giornata di sciopero, una gioia immensa, pur nella trepidazione dell’imprevedibile. Incontrai per caso il mio ex professore di Educazione Civica che due anni prima mi parlava del diritto di sciopero , era diventato assessore alla cultura del comune , con auto blu. Mi avvicinai alla sua auto e lo salutai e tutto felice gli dissi che ero passato dalla teoria alla pratica, come mi aveva insegnato. Lui mi guardò frettoloso, quasi con compatimento e mi salutò perché aveva fretta. Pensavo di ottenere un sostegno, un conforto, ma mi trovai solo con quella mia scelta , forse sconsiderata , ma che mi donava anche un senso di libertà e di potenza che mi faceva essere quello che volevo essere….quello che però ancora oggi non ho capito bene e che cerco ancora di comprendere….anche grazie a Darsi Pace.
    Quando l’anima insorge veramente, non c’è anima che tenga, tutto avviene e avverrà !
    Ciao a Giancarlo, che mi ha provocato !
    Un abbraccio a tutti
    ivano

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