Per aspera ad astra

foto post Maila- Per aspera ad astra

Questa mattina mi sono svegliata con queste parole in testa. Chissà perché sono venute fuori senza troppe mediazioni della mente. Ho deciso quindi che valeva la pena scriverle, perché quando mi tengo le cose per troppo tempo dentro in qualche modo poi esplodono in forma violenta. Io ho sempre scritto, quando ero adolescente era il mio sogno nel cassetto, ma non ero esattamente come Virginia Woolf, il mio idolo,  e quindi ho lasciato perdere. Fino a quando non ho cominciato a comprendere che quello che sto vivendo io è comune a molti altri e questa esperienza del mio vissuto ha aiutato alcuni ad aprire qualche piccolo spiraglio dentro sé. Nessuna pretesa. Ho solo pensato: “Beh allora ha un senso vivere tutto questo”.

Perché io sono un’infelice cronica, da sempre. Con relativo esponenziale senso di colpa. Ogni volta che ho provato ad esprimerlo mi sono sempre piovuti addosso tanti giudizi, da me ma anche dagli altri, del tipo “Se fossi vissuta in altri tempi non avresti avuto neanche il tempo di soffermarti a pensare a questo”, Oppure “Se la tua vita fosse più dura, se dovessi alzarti alle cinque del mattino per mantenere una famiglia”… Se…Se.

Va bene, sono stata a questo gioco: “Non posso lamentarmi perché non devo alzarmi alle cinque del mattino, lavorare dodici ore al giorno e mantenere una famiglia. “Va bene, non vivo in Iraq o in Siria. Queste persone sperimentano delle tragedie disumane, perché devo lamentarmi? “. Ma senza troppo esagerare, le obiezioni erano/ sono semplicemente del tipo “Sei giovane, hai fatto tante cose, hai questo, hai quello….”.

E’ vero. Ma tutte queste obiezioni non sono servite ad aiutarmi. Questa è la verità semplice, senza giri di parole o falsi moralismi, per quanto sia cosciente della loro verità. Sono un’ingrata? E va bene, sarò un’ingrata. Ma io mi sveglio la mattina e la prima cosa che sento è un’angoscia mortale, un morso letale al cuore e allo stomaco. Non ho neanche il tempo di riflettere che non mi trovo in chissà quale parte del mondo a vivere chissà quale tragedia umana a lottare per la sopravvivenza. Non ho ancora preso coscienza che non dovrò lavorare otto ore su una catena di montaggio. Prima ancora di ogni pensiero, mi sveglio con un senso di angoscia dentro.

Sono una privilegiata? Si, ma comunque infelice, angosciata. Perché? Il perché non me lo toglie nessuno, non me lo risolve nessuno così, a parole. A parole che non riguardano la realtà della mia attuale condizione esistenziale, di giovane donna occidentale, che vive in Italia, oggi nel 2016.

Si perché per me è una condizione esistenziale, non c’è un motivo apparente. Dico apparente perché il motivo c’è ed  è molto profondo, ed  è appunto esistenziale. Riguarda la condizione umana nella sua essenza.  Quindi riguarda tutti secondo me, che ne siamo coscienti oppure no. Me  la sento appiccicata addosso come una seconda pelle. Io mi sveglio la mattina e penso che non ha senso stare al mondo e paradossalmente proprio per le cose tremende a cui, per ora, sembro essere scampata. Guerre, malattie, morte…Il mondo mi sembra un luogo di sofferenza assoluta, di ingiustizia totale. Che c’è da essere tanto felici? Ma che caspita c’è?? Perché dobbiamo sembrare tutti felici? Grida una parte di me! Perché devo vivere se il mondo va a rotoli? Che senso ha la mia vita? Che cose dovrei fare io? Mi sento impotente, di un’impotenza radicale.

Questa la situazione di partenza, che si è radicata per anni e anni in me, in ogni mia cellula, fino a diventare la mia carne.

Ora ci si aspetterebbe il lieto fine, ovvero che in Darsi Pace ho trovato la felicità, ho risolto tutti i miei problemi. No. Risposta sbagliata. Mi sveglio ancora infelice e insoddisfatta cronica. Qui non ti servono la pozione magica, nessuno ti fornisce soluzioni semplici e immediate. Questo è “solo” un luogo dove ti viene detto: “Bene. Puoi cominciare a prenderti cura di questo malessere e soprattutto il senso di colpa, il giudizio al riguardo non ci interessano”. Ma come? Davvero non devo sentirmi in colpa per essere una privilegiata ingrata? Già solo questo è un sollievo.

Però non c’è sconto, non c’è compatimento. Prendersi cura di questo malessere onestamente vuol dire essere molto molto costanti e molto molto determinati. Ma forse c’è anche e soprattutto  la coscienza che non c’è un’altra alternativa. Almeno per me. Spesso guardo i miei amici. Quasi  tutti sono persone di successo che hanno studiato o studiano nelle migliori università. E’ quello che avrei voluto fare anche io. Un percorso brillante. Per molto tempo ho pensato che il senso era lì. Però qui sto imparando a fatica ad accettare i miei limiti, senza giudizi di merito o di demerito nei confronti degli altri e di me. Non ci sono riuscita perché ho una voragine dentro di cui devo prendermi ASSOLUTAMENTE CURA. Se andassi altrove, come comunque ho fatto per molto tempo, la voragine non si sarebbe placata, mi avrebbe ingoiato. Perché è forte, è tanto forte. E divora tutto. E magari onestamente forse non ho neanche le capacità per farlo. Ma la mia vita forse ha meno valore per questo? Beh una parte di me pensa spietatamente che si, infatti non ha proprio valore. E però io sono questa qui, con questi limiti qui. O muoio o imparo a sentire che la vita ha comunque un valore intrinseco, anche se ci si sente inutili.

E allora onestamente non posso fare altro che prendermene cura.

Però ho scoperto che a provare questo, in diverse forme,  siamo in tanti, tantissimi, un esercito. E allora forse da tutta questa fatica, non si può estrarre forse un po’ di luce che possa illuminare e guidare gli altri in questo cammino?

Ci sono tantissimi ragazzi che muoiono a 20 anni, (sotto diverse forme), perché non trovano un senso alla vita. Non c’è da stupirsi più di questo. C’è una realtà di disperazione che le persone covano dentro e che non trovano modo di dire, di sputare fuori. Forse bisogna smetterla di fare finta di niente, di pensare ognuno che la propria condizione non riguarda gli altri. Invece ci riguarda tutti e se cominciamo a dircelo forse cominceremo a sentirci perlomeno un po’ sollevati. Ed è già qualcosa.

E allora ho smesso di dirmi (in parte) che sono inutile. E giuro che questa voce che me lo dice è talmente forte che vorrebbe solo la morte per me. Onestamente credo che non sia un premio di consolazione dire che sto trovando un senso in questo percorso di sofferenza e tentativo di guarigione se questo può diventare un’esperienza utile agli altri, magari proprio attraverso le mie parole.

Io vivo in questa realtà non altrove. E’ qui che devo operare, in una realtà di disagio giovanile che ho conosciuto e vissuto. Non altrove.

C’è un senso in questo prendersi cura costantemente e caparbiamente di sé, anche se quella voragine vorrebbe inghiottirmi nel suo buco nero. Darsi Pace è un percorso, una possibilità, non è la soluzione in sé.  E’ appunto una via percorribile che altri prima di me hanno sperimentato e che mi stanno trasmettendo. E’ una catena di esperienza di vita, di sofferenza lavorata col cesello per poter estrarre una goccia di speranza da poter donare al prossimo. Essere parte di questa catena umana, fare di questa esperienza un dono, mi restituisce in parte una risposta di senso, una risposta che ho cercato ovunque, nei libri, nelle università, ma che ho trovato solo in me, quando ho avuto il coraggio di guardarmi dentro.

Commenti

  1. Anonimo dice:

    Grazie Maila, ci hai aperto il tuo cuore, è un bel post che risulta vero come anche i precedenti di Mirko e Gabriella.
    Non so se si possa commentare cumulativamente, ma lo faccio perché mi pare siano accomunati dal desiderio di trasmettere agli altri la bontà già sperimentata per se stessi invitando tutti a sperimentare e persistere nella meditazione e nella pratica. Parole di conforto per la fatica altrui, sincere e quindi preziose.
    Buon cammino a te e a tutti.
    Stefania

  2. Che bello, che regalo Maila che ci hai fatto!

    Perché nella tua sincerità trovo un grande conforto, nel tuo sentire così simile a tanti tratti del mio (di altro sesso e di altra età), che proprio mentre leggo, mi arriva un dolcissimo senso di conforto, un inizio di rilassamento.

    “Perché io sono un’infelice cronica, da sempre. Con relativo esponenziale senso di colpa. ” Ecco, perché anche io mi porto dietro questo senso di infelicità cronica – già mentre scorro le tue parole qualcosa in me si allenta, si placa. “Allora non sono solo io!” mi viene da pensare, quasi da esclamare, e questo pensiero è amico, addolcisce. Non è che mi rallegro che un altro senta disagio (almeno, spero non sia questo!), piuttosto mi accorgo che quello che è in me non è una mia “iattura”, è qualcosa di comune ad altri, ad alcuni altri, almeno.

    Allora se è comune si può esprimere, dire, lavorare! Può essere oggetto di attenzione (e già questo, stranamente, ammorbidisce).

    “Prima ancora di ogni pensiero, mi sveglio con un senso di angoscia dentro.” Ecco. Anche io, anche io! E tutti i rimproveri che mi faccio (una serie infinita: hai una bella famiglia, una moglie fedele, dei figli che stanno bene, pensa allora a tutti quelli che hanno problemi di salute, di lavoro, etc….) hanno la sola funzione di farmi sentire straordinariamente ingrato. E quindi, arrabbiato nero. Mi dico: guarda, sono un privilegiato e nemmeno me ne curo!

    Mi alzo, mi lavo, faccio il caffè (non necessariamente in questo ordine). E sono insofferente e inca..to nero, e non so perché. Sì, posso farmi girare dentro tante considerazioni, psicologiche e filosofiche, ma alla fine – devo ammettere – non so perché. La mia mente scientifica/analitica fallisce splendidamente, dove più avrei bisogno che funzionasse: più divide, fraziona, separa i fattori, esamina, più si perde.

    Solo che accadono le cose, se uno un minimo rimane aperto. Questo l’ho sperimentato. Succede.

    E questo post è una delle cose che accadono, che entrano nel mio “orizzonte degli eventi”. Un segnale insperato che mi dice “attenzione, Marco, non è cosa solo tua, questa insofferenza. Non è solo legata ad una tua supposta crisi dell’età di mezzo, o del ruolo familiare, o dello stato degli affetti o dei tuoi problemi nella sfera intima, perché vedi – altre persone in tutt’altre condizioni, la esprimono. Ed è la stessa, uguale, uguale! Tante parole potrei averle dette io, di questo post.

    E trovo straordinario, liberante e sincero, anche il passaggio successivo “Ora ci si aspetterebbe il lieto fine, ovvero che in Darsi Pace ho trovato la felicità, ho risolto tutti i miei problemi. No. Risposta sbagliata. Mi sveglio ancora infelice e insoddisfatta cronica.”

    “Eh già” (per dirla con Battisti). Perché – ripeto ancora – è così anche per me. Con il rischio ulteriore di aggiungere alle recriminazioni precedenti “e mo’ sto pure in Darsi Pace!” come questo desse diritto ad una “tessera di serenità” magari molto dottamente spirituale. No, non la dà affatto. E devo dire, non l’ha mai nemmeno promessa.

    Certo, cose che dovrei sapere, ormai. Ma come dice Mounier, a volte “è necessario soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina ma nasca dalla carne”. E come sto imparando, senza carne, non c’è nulla. Proprio nulla. Il pensiero disincarnato mi fa ormai orrore, spavento. E’ un inferno.

    Così ripercorrere queste cose mi riprende e mi aiuta a centrare il punto, che ogni giorno (dopo il famoso caffè arrabbiato) va cercato e ripreso.

    Come dici tu “Qui non ti servono la pozione magica, nessuno ti fornisce soluzioni semplici e immediate. Questo è “solo” un luogo dove ti viene detto: “Bene. Puoi cominciare a prenderti cura di questo malessere e soprattutto il senso di colpa, il giudizio al riguardo non ci interessano”. ”

    La cura deve essere di tutti i giorni. Ho imparato questo, che ogni giorno devo ricominciare. Perché
    “ho una voragine dentro di cui devo prendermi ASSOLUTAMENTE CURA. Se andassi altrove, come comunque ho fatto per molto tempo, la voragine non si sarebbe placata, mi avrebbe ingoiato. Perché è forte, è tanto forte. E divora tutto.”

    Non so se sono troppo eccentrico, ma leggendo queste parole mi sento felice, quasi allegro. La voragine che sempre cerco di nascondere (e che “divora tutto” come un buco nero al centro di una galassia di pensieri e azioni, propositi ed aspirazioni) eccola: non è solo mia! C’è! Esiste!

    E possiamo prendercene cura.

    E riconoscerla, poterla dire, porta un po’ di quiete. Senti che stai facendo la cosa giusta. Senti che in parte questa voragine è così “divorante” perché non la voglio ascoltare. Se la guardo, se faccio come Francesco con il lupo, la ascolto, diventa subito meno aggressiva. Fa intravedere una dolcezza. Che c’è al centro del buco nero? C’è anche qualcosa di buono e misterioso, che cerca un mio sguardo amico, vuole solo che mi curvi con dolcezza.

    Noto questo, smettere di biasimarsi e giudicarsi, iniziare a prendersi cura della parte “divorante”, è come un “segnale cosmico” – lanciato fin nelle profondità dell’Universo – che produce immediatamente effetti benefici. E che va ripreso sempre, appena dopo (o prima) il famoso caffè.

    “C’è un senso in questo prendersi cura costantemente e caparbiamente di sé, anche se quella voragine vorrebbe inghiottirmi nel suo buco nero. Darsi Pace è un percorso, una possibilità, non è la soluzione in sé. ”

    Sì sì. Non è la soluzione (se lo fosse, sarebbe esclusivo, e non inclusivo: chi ha voglia di dedicarsi ad altro, avendo davanti la soluzione “magica” di tutto?). Ma è un percorso, una possibilità. Che per me genera, ha generato, meraviglie di incontri e di rapporti, che produce effetti “nonostante” la voragine, che anzi insegna che puoi muoverti e vivere mentre ti occupi di questa voragine, senza aspettare la cura magica che tutto risolve (perché dire che nonostante tutto non l’aspetto, sarebbe una menzogna).

    Che insomma puoi muoverti e vivere nella tua splendida imperfezione e confusione. Per alzare le vele verso quella “risposta di senso” che non hai ma che intravedi, e che brilla luminosa e quieta, paziente e – mi viene da dire – sorridente.

    Grazie!

  3. Ringrazio Maila per questo post che ci coinvolge tutti, vorrei dire tante cose, ma ho pochissimo tempo e allora vi invio come suggestione di tutto quello che è stato detto una bellissima poesia di Marco che io ho sempre presente, come ho sempre presente quel “morso letale al cuore e allo stomaco” con conseguente senso di colpa di cui avete parlato, e comincio a pensare che questo ineluttabile processo ci stia prendendo per lo stomaco per chiamarci a sé, senza residue resistenze per la nostra messa in moto!
    Buona lettura
    Daniela

    IL VERO MOTORE
     
    C’ho una morte in me come una morsa
    D’amore, come un’avversa sorte, come un’inversa
    Strategia, come una via
    Per non so dove, per non so quale
    Trionfo.
     
    C’ho una morte in me come un affondo
    Di lancia nel cuore, come un trapano, come una trivella
    Che a tremila metri sottoterra
    Trova lo schizzo cieco d’un petrolio
    Che marciva per dare energia
    A questa mia
    Messa in moto.
     
    C’ho una morte in me come un motore
    A scoppio, come un moto
    Sussultorio che la vita
    Rende più allegra e ballerina.
    C’ho una morte in me che è un maremoto
    Che ti schianta coi tuoi draghi il sottofondo
    Scaraventando a terra i simulacri
    Infranti: tutto il tuo odio.
     
    C’ho una morte in me
    C’ho un motore in me
    C’ho un amore in me, che è un vero
    Capolavoro: la fine
    Del mondo.
    (Marco Guzzi)

  4. cari amici,

    grazie delle vostre prime risonanze. Quando si da voce a queste cose il rischio di fraintendimento è sempre alto. Credo che questa strofa di Marco che Daniela ci ha condiviso riassuma bene invece l’intendo:

    “C’ho una morte in me come un affondo
    Di lancia nel cuore, come un trapano, come una trivella
    Che a tremila metri sottoterra
    Trova lo schizzo cieco d’un petrolio
    Che marciva per dare energia
    A questa mia
    Messa in moto”

    L’intento infatti è quello di dare voce al disagio affinché non venga lasciato marcire dentro, per dire ad altri che non si è deboli, poveretti o quant’altro quando si sperimentano certe cose. Anzi il prendersi cura ha l’obiettivo di affrontare le difficoltà con ben altre risorse, molto più profonde, molto più autentiche. E non bisogna neanche tacere sul fatto che sia semplice, ma è senz’altro possibile. Insomma l’obiettivo è proprio quello di essere più forti andando a cavare la radice guasta senza metterci una toppa sopra, per dirla in parole semplici. Oggi non mi esporrei di certo così se non avessi sperimentato quanta energia invece si mette in moto a partire da questa consapevolezza, e che questa energia serve per raggiungere altre persone, malgrado i fraintendimenti possibili. E spero solo che lo sforzo sia ripagato dal poter riuscire ad arrivare magari a chi è in cerca proprio di questo. Come lo è stato per me.

  5. Mia nonna diceva sempre che “il diavolo bisogna guardarlo negli occhi, così poi non ti fa più paura…”
    Mi è venuta a galla questa espressione popolare che mi risuona dentro fin dall’ infanzia… ve la passo (di sicuro molti di voi la conoscono) perché mi sembra colga-almeno in parte- il senso del bel post di Maila.
    Mi associo agli interessanti commenti finora arrivati.
    Davvero non ho altre parole da aggiungere.
    Grazie a tutti, mcarla

  6. Anonimo dice:

    Se vai a piedi fino a Santiago de Compostela, portando sulle spalle solo ciò che è essenziale, alzandoti alle 5 del mattino e dormendo alle 8 di sera, camminando per tutto il tempo che ti serve, ti assicuro che una volta arrivato, conserverai la forza che hai scoperto di avere nell’anima e nella mente, per sempre dentro di te e sarà una luce che non si spegne mai, qualsiasi cosa ti possa accadere, fino a che vivrai.

  7. Grazie Maila. Semplicemente grazie

  8. Grazie Maila per questo post realistico, con i piedi ben piantati sulla terra. Noi non ci illudiamo appunto di trovare soluzioni magiche e veloci, sappiamo che il lavoro è duro perché è dura la materia da modellare, ad ogni passaggio. Ma è proprio questo tenere nella possibilità del cambiamento che ci fa sperare davvero. L’”affondo di lancia” e il “capolavoro” stanno insieme
    iside

  9. … un vecchio popolare diceva “quando il corpo sio frusta l’anima si aggiusta” sacrostanta verita’ ….bisogenrebbe però non aspettare le frustrazioni fisiche…..per aggiustare l’anima ….

  10. Grazie di cuore a te Mirko.

    Caro amico/a si sicuramente un cammino non ne esclude un altro e non c’è solo una via per contattate quella forza dell’anima e della mente. E’ giusto che ognuna percorra il sentiero che maggiormente si intona con le proprie corde interiori. Si da sempre testimonianza di quello che per primi si è sperimentato e che riteniamo possa portare beneficio ad altri. In questo senso la tua esperienza del Cammino di Santiago è senz’altro preziosa.

    Cara Iside, l”affondo di lancia” e il “capolavoro” stanno insieme, verissimo!

    Caro amico/amica certo, prima ci si rende consapevoli e prima si corre ai ripari.

    Un grazie a tutti

  11. Grazie cara Maila, un punto di vista molto chiaro, nessun fraintendimento, quando con coraggio si esplorano le aree dense della nostra sofferenza e con realismo le attraversiamo tutte possiamo essere ben attrezzati per dirigerci verso un orizzonte più ampio del nostro sguardo e del nostro cuore. Senza illusioni, unicamente abbandonati nelle mani sapienti della Vera Vita.
    Ti abbraccio. Vanna

  12. Barbara dice:

    Ciao Maila, ho letto e riletto le tue parole. Da piccola ricordo la tristezza che mi investiva guardando degli occhi tristi. E mi avvolgeva quell’ombra alla quale non sapevo dare un nome ma ricordo molto bene le sensazioni e da più grande le domande che mi salivano a chiedermi i vari perché e un senso di ingiustizia di sottofondo.
    In questo laboratorio di lavoro su di sé, mi sono sentita sollevata, ma tanto, quando finalmente ho sentito dire che l’essere umano –oscilla- tra uno stato ed un altro. In tutta la vita mi sono sentita “sull’altalena”, riguardo la tristezza poi, per esempio, non ne parliamo, … e sentire che è così per tutti, ha dato un senso a quello che pensavo fosse un mio difetto e il rendermi conto che come un sentimento triste arriva so anche che può essere di passaggio, quando lo lascio andare e riesco a -guardare oltre-.
    E’ sempre un lavoro.
    In questi ultimi anni, ogni giorno mi sveglio in una triste ansietà e solo fino a pochi mesi fa anche piangendo, in un buco senza una fine. Alcune volte mi rendo conto che è per ogni volta in cui sento l’impotenza di quel: qui non posso farci più di tanto, c’è solo da accettare che -è così-.
    Ogni giorno faccio un piccolo o grande sforzo che sia a sorvolare l’onda triste e “punto oltre” con la fiducia che oltre questo nulla fatto di grande confusione e dissociazione in cui stiamo navigando, c’è sicuramente qualcosa di meglio che ci aspetta.
    Grazie e un caro saluto, Barbara

  13. giancarlo salvoldi dice:

    Liebenswert Maila, sei stata coraggiosa (credo che il coraggio sia donna), e aggiungo che è una grazia per te essere riuscita a scrivere una lettera con “il cuore a nudo” alla tua giovanissima età. Io ho faticato anni per riuscire a parlare come in una confessione nei gruppi di lavoro, e altri anni per riuscire qualche volta ad aprire il cuore negli spazi di questi post.
    Certo mi ci sono allenato nello spazio privato dell’esercizio a nove punti.
    Certo in questa sede non ci si espone solo agli ottocento praticanti di “darsipace”, ma a chiunque voglia leggere.
    Io sono innamorato della ricerca della verità anzitutto in me e nelle persone, e poi nelle relazioni e in politica: e sono consapevole che è istintivo e comodo mettersi maschere perchè temiamo la verità di noi e temiamo la verità in politica.
    La ricerca è efficace solo se riesce davvero a trapanare dolorosamente giù giù.
    E diventa Acqua viva se riesce ad essere condivisa come con i fratelli.
    grazie Maila, piena di doni e anche di coraggio.

  14. Anonimo dice:

    Gentilissima Maila, posso chiederti che cosa ti ha spinto a scrivere questo post.
    Cristina

  15. Giuseppina Nieddu dice:

    Grazie, Maila per la tua condivisione che mette a fuoco la nuda verità della nostra impotenza- potenza radicale e perchè lo fai con gentilezza, senza colpevolizzare nessuno.
    Ho settant’anni e conosco bene le oscillazioni e le ambiguità che ti/mi/ci fanno sentire tutti inseriti in un’ esperienza di vita e di sofferenza che “lavorata col cesello” coraggiosamente e umilmente ci permette di attraversare il lutto e la morte da risorti, come il Cristo (per me, il più grande Poeta di tutti i tempi) per farne come Lui dono gratuito e liberatorio di un processo infinito, che il percorso Darsi Pace ci/mi aiuta a compiere consapevolmente insieme a tanti giovani coraggiosi e preziosi come te. Ancora grazie a te e a tutti. Giuseppina

  16. Perdonate se intervengo di nuovo, ma non riesco a non ritornare a questo post e alla sua sincerità. Perché in questo periodo lo sento particolarmente di aiuto. Quel senso di conforto che nasce quando qualcosa più o meno nascosto, finalmente viene pienamente in luce. E viene accolto.

    Questa voragine che esiste, esiste. E che mi afferra ogni mattina. Che vuole proprio annichilirmi, o inghiottirmi.

    “C’è un senso in questo prendersi cura costantemente e caparbiamente di sé, anche se quella voragine vorrebbe inghiottirmi nel suo buco nero”

    Ripercorro queste parole come un balsamo, come una rassicurazione ed una indicazione di strada, allo stesso tempo.

    In fondo, a me interessa questo, appena: che quello che attraverso – piacevole o no – abbia un senso.

    E assorbo anche le parole di Barbara, quando dice “ogni giorno mi sveglio in una triste ansietà e solo fino a pochi mesi fa anche piangendo, in un buco senza una fine.” E mi ci ritrovo, in una inattesa e quasi insperata solidarietà umana.

    Magari sorriderete, ma per tanto tempo questo mio modo di svegliarmi (io, cattolico, darsipacista, ciellino, padre di famiglia, scienziato, etc…) mi è stato di completo scandalo. Grazie anche a questo, a queste parole, inizio forse a lavorarlo, ad ammorbidirlo…

    In fin dei conti, come cantava Eugenio Finardi, in una meravigliosa canzone “Io non voglio esser solo, non voglio esser solo mai” E così mi conforto, trovo tracce del fatto che non sono solo (ma non le trovo “per caso”, è certo).

    “Io però così non ce la faccio più. Ho bisogno di respirare. Ho bisogno di essere felice. Non ne posso più di cercare, di chiedere, di desiderare un “di più” che mai è abbastanza. Mi pesa sentire così il dramma della vita. Mi stanno uccidendo questa tristezza e questo vuoto che mi è dato per ricordarmi di Chi può riempire la mia vita. Mi aiuti a guardarla? Mi aiuti a capire come posso convivere con quelle esigenze profonde, inestirpabili del cuore dell’uomo, quelle esigenze per cui egli è perseguitato, nonostante se stesso, da una inquietudine insanabile dopo qualunque raggiungimento?”

    Leggo questa accorata domanda di una ragazza a Don Julian Carron, dagli appunti di “Scuola di Comunità” di mercoledì scorso (per chi vuole, si scaricano dal sito di CL). E mi pare totalmente in tema, completamente nella stessa frequenza di questo post, di questi commenti. Le domande sono universali, non vanno a compartimenti stagni, del resto.

    Tutto, mi pare, perché io accolga di attraversare questo “scandalo”. Badate, non di superarlo, ma di attraversarlo. Di accettare di attraversarlo. Appena questo, è una rivoluzione, mi pare.

    Stamattina, svegliandomi come tante volte, e pensando a tutto questo, ho “avvertito” un dialogo, ho “ascoltato” un piccolo scambio di battute… i protagonisti, penso si intendano facilmente. Se volete è qui:

    https://docs.google.com/document/d/1TqJwmqs4vIrHV7_oOUKgTGLaY1kTa8hfeFjidXnrL6E/edit?usp=sharing

  17. giancarlo salvoldi dice:

    Marco Guzzi ci ha dato la chiave d’oro che apre la porta dell’attraversamento della nostra disperazione, non certo del suo scavalcamento. E Marco lo ha sperimentato prima l’attraversamento verso un ignoto, avendo fede nel sostegno dello Spirito.

  18. Chi ha detto che bisogna essere felici a tutti i cosi? Stiamo un attimo sulla terra ed è subito sera. Poi probabilmente il nulla.
    Godiamo di quello che abbiamo, sia piccolo che grande. Mentre scriviamo post lunghissimi e leggiamo pensieri complicati, penso che in fondo ci facciamo solo del male.
    Ci accorgiamo di come eravamo felici senza saperlo quando ci capita un lutto, un male fisico, e diciamo : perché non me ne accorgevo prima,di quanto potevo vivere bene?

  19. Antonietta dice:

    Cara Maila, grazie per le tue parole e per il tuo coraggio. Credo anch’io che siamo un esercito a svegliarci così la mattina, anche se questa sofferenza poi in ognuno assume delle sfumature diverse.
    Ma c’è sempre quel buco nero là in fondo: possiamo fare finta di non vederlo, anestetizzarci in qualche modo. Le nostre strategie possono funzionare per molto tempo, a volte per tutta la vita. Ma se ad un certo punto non bastano più, allora la ferita può diventare una feritoia, un passaggio da attraversare verso qualcosa di totalmente nuovo.
    Sono d ‘accordo con te: Darsi Pace non è la soluzione, non è il lieto fine. Ma è una strada concreta, sperimentata e molto feconda per iniziare a lavorare la nostra materia. Senza ansia di risultati, che comunque, per quel che ho visto io, pian piano, a modo loro, arrivano.
    Bello anche il dialogo mattutino di Marco C.: il nostro dramma sotto un Altro sguardo diventa lavoro, collaborazione, operosa partecipazione ad una grande e misteriosa avventura.
    Ciao!
    Antonietta

  20. Gabriella dice:

    Non so perchè mentre leggevo questo tuo dialogo, Marco, pensavo a ciò che scriveva Etty Hillesum a proposito di aiutare Dio e lo riporto sperando che la dolcezza di queste parole siano di conforto per te e Maila come lo sono per me:

    “Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a dissepelirti dai cuori devastati di altri uomini…
    Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio:
    se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbi ancora la forza”

  21. Cari amici,

    grazie a tutti, davvero grazie di cuore. Alcuni di voi sanno la fatica che ho fatto per decidere di pubblicare questo scritto, quindi sapere che per molti di voi è stato di aiuto mi ripaga molto dei miei timori. Come dice Giancarlo, qui ci si espone a tutti infatti, non solo ai praticanti Darsi Pace. E qui mi riallaccio a Cristina, che ringrazio, e rispondo alla sua domanda. Un tempo, all’inizio dei miei studi, studiai il “principio di responsabilità” di Hans Jonas. Sostanzialmente in questo testo si diceva che gli uomini hanno la responsabilità etica di lasciare alle generazioni future un mondo migliore di quello attuale, a loro contemporaneo, motivando questo con diverse argomentazioni. Onestamente lì per lì non compresi , o meglio lo compresi solo razionalmente. Mi dicevo in soldoni ” si ok fila il discorso, mi sembra giusto”. Però nel mio cuore non era chiaro e per molti anni rimasi con quella domanda. Ma in che senso lavorare per le generazioni future? E che cosa dovrei fare io personalmente? Come posso agire? Tutte le risposte che mi davo erano solo ideologiche. Solo ora, dopo molti anni di percorso Darsi Pace, inizio a capire, ma a capire in un modo che è “più mio”, dove si raccordano tutte le esperienze fatte. Ora finalmente sento che questo”principio di responsabilità” che per tanti anni mi era rimasto oscuro, mi richiama e mi esorta proprio a partire dal punto in cui io mi sento più integra, ovvero dove razionalità ed emotività (dove per questo intendo le aree più profonde di me) si coniugano. Cioè a partire dalla sintesi della mia esperienza di vita. Ciò che sento dal profondo è che quello che mi interessa davvero nella mia vita è lavorare affinché chi sta con me oggi e chi verrà dopo di me domani potrà sperimentare un “nuovo modo di essere umani” e di relazionarsi. Io sono convinta che più si lavora su stessi, più ci si libera dal dolore, più si è capace di azione nel mondo, un’azione che può declinarsi a diversi livelli, a seconda delle vocazioni più intime di ognuno. Il dolore al contrario se tenuto per sé, se nascosto può diventare disperazione e condurre perfino al suicidio, così è stato per molti poeti,scrittori, artisti e per molti altri meno famosi di cui non si conosce nemmeno la storia. Nel post scrivo che non voglio più fare finta di niente perché so per certo che molte persone, anche molto giovani, non riescono a tirare fuori certi stati d’animo o forse non ne hanno neanche gli strumenti per lavorarci, come lo era per me. Sentono semplicemente di essere inghiottiti in un buco nero, da cui cercano di scappare in mille modi, perché non sanno a chi rivolgersi o come affrontarlo. Ecco io spero di arrivare a loro. E con molta molta umiltà spero che la mia esperienza di vita possa rendere una piccola testimonianza. Continuerò a lavorare in questo senso, non pretendo certo di risolvere con un post ma è un piccolo inizio e ha fatto bene anche a me. Ora è chiaro che ci sono tanti percorsi per lavorare su di sé, e Darsi Pace non ha certo l’esclusiva. Io qui ho trovato però qualcosa che si avvicina molto al mio sentire, perché cercavo un luogo dove si affrontassero certi temi da tutti i punti di vista, psicologico, filosofico e spirituale. Io sono approdata qui, ma forse non sarà l’unico. Di certo si rende testimonianza di ciò che si conosce e si è sperimentato possa funzionare. Per fortuna io sono stata raggiunta da chi prima di me era in questo cammino e mi ha trasmesso la sua esperienza di vita. Quello che mi ha spinto a scrivere è fare altrettanto. Come Colui che ha detto “gratuitamente avete ricevuto, e gratuitamente date”.

  22. Caro Anonimo, grazie per il tuo commento, che leggo solo ora.
    “Ci accorgiamo che eravamo felici senza saperlo solo quando ci capita un lutto, un male fisico”. Tu dici giustamente che bisogna godere di quello che abbiamo quando c’è, ma secondo me se in quel momento, seppur con questa consapevolezza, non riusciamo a godere di quella bellezza, vuol dire che ancora prima, a un livello più profondo, c’è qualcosa che ostruisce. Personalmente ho sperimentato oltretutto pure il senso di colpa quando in teoria avrei dovuto godere di un momento e non ci sono riuscita. Per me è stato ed è fondamentale capire quello che c’è che blocca, che ostruisce e se è pure vero che questo non porta automaticamente alla felicità, di certo è un grande sollievo. Ed è proprio questo sollievo, questo maggiore alleggerimento, che mi garantisce di essere più presente in un determinato momento. Sperimentare fisicamente di essere più leggeri e quindi più capaci di assorbire ciò che accade intorno ci permette secondo me di essere realmente più consapevoli e forse alla lunga davvero più felici.

  23. Anonimo dice:

    Cari Maila, Marco e tutti quanti hanno provato a parlarci dell’ angoscia mattutina o serale che sia. I vostri discorsi li comprendo bene, so quanti e gravi problemi ci sono nel mondo, so come vanno le cose nella mia vita, so che devo ancora scavare, però quando mi sveglio per sentirmi felice mi basta guardare mia figlia, il sole, i fiori sul terrazzino, mi sento grata e se mi prendo il tempo per respirare, meditare e pregare può essere gioia. Magari non a tutti basta, ma sono giunta qui, forse perchè la mia nave ha già attraversato tante tempeste e mi sono convinta che non siamo da soli al timone. Ho letto qui, in questi giorni un commento a nome di Giancarlo, riporto le parole che ho apprezzato molto: “Io preferisco pensare ad un Logos, un Pensiero di Amore, che convive con la scarsità di Amore e col mistero del dolore. Almeno questo mi permette di mettermi in gioco, di impegnarmi con speranza, di usare la mia libertà per contribuire a far crescere l’amore”. Vi trascrivo la poesia di una mia amica, è una persona ipersensibile che non ama comparire, solitamente sono la sua unica lettrice.

    Dimmi il senso di miliardi di vite vissute, delle attese e dei sorrisi, dei sentieri di tutti i giardini. Dimmi il senso dei giorni e degli anni trascorsi delle gioie e delle fatiche, di dolorosi e grigi mattini. Dove andranno tutti i desideri, il dolore e il fiume di pensieri? Mi assale la solita paura che tutto cada per sempre nel nulla. Vedi quanto ci Sei necessario in questa altrimenti folle vita. Giunge nel silenzio…

    Il senso è amare.

    Un saluto.
    Stefania

  24. Cara Maila,
    un post così gettonato non richiederebbe un ulteriore commento, ma come compagna di corso (canuta ma partecipe), mi sento chiamata a commentare questo tuo bel testo.
    Molto partecipativo, richiama, oltre a particolari risonanze, diverse per ognuno, la condizione umana in toto, e mi ha subito ricordato l’epitaffio di un teologo del ‘400 citato da un conferenziere che ho ascoltato pochi giorni fa (di cui non farò il nome), Martinus Von Biberach, che dice:

    «Vengo non so da dove;
    sono non so chi;
    muoio non so quando;
    vado non so dove;
    mi stupisco di essere lieto».

    La condizione di partenza di Martinus è dunque angosciosa, ma porta, non si sa come, allo stupore, alla meraviglia della letizia, in uno stato che si suppone quiete dello spirito e della mente, è forse quel senso di intima comunione con l’Essere e la natura che portò Francesco a scrivere ‘Il cantico delle creature’, è uno stato di grazia che credo possa essere auspicato, cercato, perseguito, e magari accettato quando si presenta, mentre ho a volte l’impressione che la ricerca interiore, quella della coscienza cristiana in particolare, coadiuvata da una comprensione limitante della psicoanalisi, si orienti più spesso verso il tormento, verso l’infelicità, fasi forse indispensabili ma auspicabilmente transitorie.
    Allora Maila, se è vero che, spesso, i veri cambiamenti giungono a nostra insaputa, ti auguro che magari se non domattina, una qualsiasi delle tante mattine che ti aspettano, al risveglio tu senta al posto dell’infelicità nota, lo stupore raccontato da Martinus e la meraviglia di essere finalmente lieta. Ti abbraccio.
    Grazia Gavioli

  25. Cara Stefania,

    ti sono grata per la tua testimonianza e soprattutto per la bellissima poesia che ci hai riportato.E’ certamente il Logos, questo Pensiero di Amore quello che ci risana. Spesso tuttavia mi sfugge e non sempre questa Grazia mi avvolge. Per ritrovarla mi capita di dover riattraversare questi stati tormentosi, ancora e ancora di nuovo. Non è un riposo in cui riesco a dimorare sempre. E anche la ricerca di Fede è appunto spesso proprio una ricerca nel senso vero del termine, in cui a volte ci si perde per selve e luoghi oscuri prima di ricontattare risorse molte più profonde, che sicuramente non sono le mie.

    Cara Grazia,
    grazie anche te per i versi che ci hai riportato. Si, come scrivevo sopra, sento, per quanto mi riguarda, che quello stato di intima letizia e di comunione con il tutto vada cercato e perseguito. Non credo infatti che si possa possedere, se mai è lui a possedere noi quando gli spalanchiamo il cuore. Eppure non sempre questa apertura fiduciosa avviene spontaneamente. Sto imparando. Sono in ricerca. E per quanto mi riguarda credo che si, quelle fasi forse sono proprio necessarie . Con le loro cadute in qualche modo rendono questo cammino più vissuto.
    Un abbraccio a te.

  26. Mariapia dice:

    Cara Maila e cari tutti!
    Apprezzo molto la tua sincerità, il tuo coraggio, che hanno suscitato tante risonanze altrettanto profonde: qui si comunica a cuore aperto e libero, o è tutto inutile.
    Io sono ancora più anziana di Giuseppina e sono una veterana di Darsi pace; ho vissuto e vivo momenti di buia angoscia e disperazione, ma quando riesco a credere con tutto il mio essere alle parole di Gesù : Io sarò con voi fino alla fine dei tempi, mi si apre il cuore alla speranza. La mia storia e la storia del mondo finiranno bene! Allora mi consiglio: Impegna tutta le tue forze per vivere l’esperienza iniziatica del darti pace, per gustare una serenità senza fondo. E, talvolta, almeno per poco, si apre dentro di me il Cielo. Poi , per le mie intrinseche ferite e per il male che comunque circola, l’esperienza positiva si spegne, ma intanto mi ha lasciato la forza di continuare a camminare, salendo. Mariapia

  27. Disclaimer: Scusate, se sono eccessivamente presente su questo post, passate oltre 🙂

    Stavo solo ragionando, che un post come questo si presta a vari livelli di lettura. Ci sono cose appena accennate, ma che trovo significative. Apparentemente casuali, se non fosse che il caso non esiste (IMHO).

    Tipo,

    “Io ho sempre scritto, quando ero adolescente era il mio sogno nel cassetto, ma non ero esattamente come Virginia Woolf, il mio idolo, e quindi ho lasciato perdere”

    A parte che avere un idolo come la Woolf, è decisamente “scomodo”, in quanto la sua arte è tale che potrebbe schiacciare involontariamente un più che talentuoso scrittore! A parte anche che comunque è finita male, ma questo è un altro discorso, e mi azzardo solo incautamente a pensare che se avesse avuto un “accompagnamento” dolce per affrontare le sue “voci” interne, magari… non so…

    Quello che voglio dire – non cattedraticamente, per carità, ma dall’interno di un malessere che conosco fin troppo bene – è che onorare la propria creatività, certo, non risolve tutto (vedi appunto la fine della Woolf).

    Ma aiuta. E aiuta molto.

    Marco Guzzi diceva che a Santa Marinella, “Soffriamo perché non abbiamo uno sblocco creativo di noi stessi.”

    Così ti prego, non “lasciar perdere”. Queste due parole “lasciar perdere” se avvicinate, sono tremende (a meno che sia un lasciar perdere della mente egoica ruminante). Se uno scrive da sempre, credo che DEBBA continuare a scrivere (o dipingere, o fare l’uncinetto, o cucinare, o quello a cui comunque si sente spinto). Vorrei dire, totalmente a prescindere dall’esito. Totalmente. Perché se uno scrive da sempre, è anche un compito. Vedere quanto ha generato questo post, quanto ha fatto bene a molti (me certamente incluso) è una indicazione.

    E’ in fondo un dono che va condiviso,
    http://blog.marcocastellani.me/2014/05/condividere-un-dono.html

  28. Cara Maria Pia,
    grazie perché hai sintetizzando benissimo il senso di questo cammino: l’angoscia, l’apertura fiduciosa all’unico Principio risanante, poi di nuovo la perdita, la ferita che non ancora completamente cicatrizzata riprende a far male. Si continua a camminare salendo, è proprio così, ma si è in cammino comunque e il senso è proprio qui.

    Caro Marco
    anche io mi sono soffermata tanto a pensare alla vita della Woolf, a come è finita. Penso che questa cosa mi si sia impressa nell’inconscio, in qualche modo, molto tempo fa. Non so in realtà se avesse potuto finire diversamente se fosse stata accompagnata. Dipende da tante cose, anche da quanto si è pronti ad aprirsi e ad accogliere. A volte si è molto legati alla propria “immagine maledetta”, da un senso di identità in qualche modo. Difficile rimettersi nelle mani di qualcun’ Altro. In fondo, se vogliamo, c’è uno strato di orgoglio in questo, che io sto cercando di prendere a picconate.

    Ho letto il post nel tuo blog. E’ vero, anche qui di nuovo c’è una mancanza di umiltà nel dire “non sarò mai bravo, non sarò mai come…”. . Però non solo: è anche vero che ci si chiede se questo possa davvero servire a qualcuno. In fondo il mondo è pieno di libri, di parole, in un certo senso tutto quello che vogliamo dire già è stato detto. E’ una domanda che si accompagna con il senso della propria azione nel mondo. Perché voglio dire qualcosa proprio in un certo momento e in un certo modo? Solo se provo lo slancio di questa domanda e arriva una risposta altrettanto forte riesco a superare questa barriera. Questo non è accaduto spesso effettivamente. E poi mettici che l’esposizione è difficile e uno deve sentirsi abbastanza equilibrato e sufficientemente forte per saperla gestire. Tutte cose che si imparano. In fondo il senso di sé e della propria esistenza, i doni che si ricevono e come saperli condividere, sono tutte questioni che in si intersecano. Credo che se si riesce a disostruire qualcosa poi tutto il resto si chiarifica. Per questo il lavoro su di sé è importante, per mettere in connessione i pezzi e i frammenti.
    Comunque poi magari approfondiamo in altra sede.
    Grazie di cuore

  29. Maila, chiedo perdono se intervengo di nuovo, e spero di non portare troppo fuori tema il post (va bene poi proseguire in altra sede). Ma mi preme rispondere a qualche tuo dubbio, per come lo sento io.

    Il mondo è pieno di libri, sì. Ma il mondo aspetta anche la tua unica specialissima voce (potresti essere nata proprio per questo). Il mondo era pieno di libri anche prima che Ungaretti scrivesse “Mi illumino / d’immenso”. Eppure in quattro parole ha aggiunto un valore, ha fatto un regalo a tutti noi. Un regalo, immortale. Certo puoi trattenere la tua voce dentro te, “negarti” al mondo, non fecondarlo della tua essenza. Ma non potrai mai star veramente bene, perché qualcosa dentro di te ti dice “daì al mondo quello che puoi dare, sei nata per questo. Il mondo lo aspetta, questo tuo seme”

    Questo è ciò che credo a livello profondo. Poi certo, l’esposizione è problematica, l’equilibro necessario a volte non è così solido come vorremmo. Ma li vedo come problemi ad un livello leggermente meno totale, già più mondano. Io credo che se devo scrivere (o cucinare, etc…) io alla fine DEVO cedere, devo farlo. Altrimenti sto male, qualcosa dentro di me non si accontenta delle mie molto ragionevoli motivazioni (“non mi pubblicano, non sono bravo, ho da fare il sugo, sono già impegnato in un percorso spirituale, aspetto di vederci chiaro…”) . E non c’è via di mezzo. E non è una visione “romantica”, è il nudo e crudo stato delle cose, o almeno così è per me.

    Chiedo scusa, temo di essere apparso un po’ perentorio, a livello di stile, ma veramente è cosa che sento con molta intensità. Consiglio in ogni caso il bel libro “I sogni dell’anima” di Valerio Albisetti, sul tema. E ovviamente, “Il codice dell’anima” di Hillmann, di cui Marco Guzzi ha letto ampi stralci in una delle lezioni.

    Grazie e perdonami se sembra che voglia dar consigli! Mi preme solo, se possibile, evitarti sofferenze inutili.

    Un abbraccio,
    Marco

  30. Grazie Maila! Grazie anche a tutti coloro che hanno arricchito questo post con i loro commenti e grazie anche a Darsi Pacecatena che unisce senza incatenare!

  31. Nel continuo tentativo, durato una vita ormai lunga, di sostituire gli infelici pensieri con delle buone parole; ho incontrato l’incipit di un famoso romanzo, scritto da un autore che non apprezzo, ma che cita, a sua volta, un altro Autore e mi sono sembrate parole così consolanti.
    Perché i segni della Verità sono comunque presenti negli errori della nostra vita e del mondo e su di essi si deve esercitare “la preghiera della decifrazione.”

    “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.”

    Un caro saluto

  32. Grazie a te a Lula e grazie Aldo. Ah come è vero quello che scrivi e anche davvero consolante! Sapere che l’errore, le difficoltà del percorso… tutto è riassorbile e anzi tutto in questo disegno ha un suo Senso specifico.

    Un caro saluti a te

  33. Cara Maila,
    ho letto con grande partecipazione il tuo post, sincero e travolgente in cui mi sono molto riconosciuta e che ha suscitato già un ricco dibattito, ma sento di dover dare anche il mio personale contributo avendo vissuto per tanti e tanti anni la tua stessa esperienza di “infelice cronica”. Una quindicina di anni fa, dopo una crisi esistenziale particolarmente profonda che ha scombussolato tutta la mia vita, mandando all’aria le mie (false) certezze, le mie (false) sicurezze, e quindi fondamentalmente la mia (falsa) identità, ho cominciato un percorso psico-spirituale che mi ha insegnato a guardarmi dentro dal punto di vista psicologico (come fa Marco con Darsi Pace) e contemporaneamente ho “igienizzato” e nutrito la mia mente con letture e meditazioni quotidiane (soprattutto prima di andare a dormire e al risveglio) di testi spirituali sulla pace e la fede/fiducia. E’ la stessa indicazione che ci dà Marco nei gruppi Darsi pace, ad esempio all’incontro di Santa Marinella del 2013, cito testualmente:
    E’ necessario “elevare le frequenze del pensiero, cioè dello spirito, alleggerendolo da tutto ciò che lo tiene in basso, lo appesantisce: pensieri, emotività, rappresentazioni. Tutto questo va sacrificato sull’ altare della vita piena, ma con pazienza. L’elevazione (concentrazione è il suo nome iniziale) è un processo graduale, è un processo fisico non automatico che noi possiamo favorire con dei piccoli mezzi che facilitano appunto l’elevazione. L’elevazione avviene da sé, è come una mongolfiera, noi togliamo le ancore e la mongolfiera va, si eleva … noi non ci eleviamo perché siamo ancorati, radicati, impregnati, attaccati con radici fitte a questo inferno, questa interiorità (infero vuol dire portare dentro) questa materia pesante fatta di pensieri che vanno sacrificati uno dopo l’altro, fermamente, minuziosamente. Allora l’elevazione, la strada verso l’alto, diventa realtà”…
    Questo è il lavoro essenziale da fare quotidianamente: nel tempo sono diventata ottimista e fiduciosa, e l’infelicità cronica o tristezza non mi appartiene più. Di questo, ringrazierò sempre Marco che attraverso le sue straordinarie qualità, tra cui spicca una rara integrità, ha permesso alla mia fede di crescere in profondità.
    Un forte abbraccio
    Palma

  34. Cara Palma,

    Mi fa molto piacere trovare il tuo contributo qui nel dibattito! Hai fatto bene, ogni testimonianza per me è una gemma che impreziosisce l’ordito che tutti noi insieme siamo chiamati a tessere. Molto significative le parole che ci hai riportato. Ultimamente infatti si sta rafforzando l’esigenza di un salto di qualità nel mio percorso. Accanto alla ricerca, seppur fondamentale, delle dinamiche psicologiche che hanno costruito tutto il mio assetto, sento il bisogno di vivere più in profondità una dimensione spirituale che guidi questo mio processo di rigenerazione. Non ho bisogno solo di comprensione quindi ma anche, e in questa fase soprattutto, di sperimentare un nuovo modo di vivere le mie esperienze e relazioni, un nuovo modo di percepire questa vita, questo tempo storico che stiamo vivendo, di leggervi un senso, un senso che sia anche più fiducioso. Perciò si , è necessario lentamente sgombrarsi da ciò che ci mantiene così saldamente aggrappati al basso. Lo Spirito è leggero, impalpabile, ma spira anche forza e sostiene. Alleggerisce e rinforza. È da poco che sto intuendo questo è quindi spesso ricado. Spesso la ricaduta è anche molto dolorosa e chissà quante e quante volte accadrà nella vita. Ma se la direzione ė quella, come sento fortemente che è, cercherò di mantenermi fedele alla rotta.
    Grazie Palma un abbraccio
    Maila

  35. Anonimo dice:

    Cara Maila e cari tutti,
    Oggi mi sono concessa il lusso di leggere per intero il post e tutti i relativi commenti che lo arricchiscono e mi sono sorpresa nuovamente nel sentire quante cose ci accomunano nel nostro cammino… perciò volevo condividere con voi una frase che ho letto adesso su un libro che ho appena aperto e che, come al solito, sembra una coincidenza ma forse siamo noi che siamo pronti in questo momento a coglierla:
    “Quale che sia la spinta che ci porta a intraprendere e a continuare un cammino interiore- un dolore, un senso di vuoto, un desiderio di benessere -onoriamola! Onoriamola come la perla di gran prezzo perché è questo stesso dolore, senso di vuoto o desiderio di benessere che ci apre alla possibilità di una vita più felice”
    Con l’augurio che oltre a risvegli faticosi la giornata ci porti anche attimi di leggerezza… Vi abbraccio

    Stefi

  36. Cara Stefi,
    Un sincero grazie per esserti concessa questo tempo. Si, la tua citazione è in perfetta sintonia con quanto desideravo comunicare e sono felice che tu, come molti altri, lo abbia colto e impreziosito con queste parole, che suggellano pienamente l’intento. È proprio così infatti: qualunque sia la motivazione che ci spinge a cambiare, per quanto triste o dolorosa, sarà sempre una preziosa opportunità. La ferita è la feritoia attraverso la quale filtra la luce.
    Un caro saluto
    Maila

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