Consolazione

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E’ una parola importante, capisco bene che non può non figurare in questo mio personale dizionario, in perpetua formazione. E’ importante ma raramente ci penso – come se ci fossero sempre cose più decisive, più urgenti, da analizzare. Come se la priorità fosse sempre altrove. Meglio, come se la parola stessa racchiudesse un non so che, un sogno semplicemente troppo bello per essere una cosa reale, una cosa da adulti. 

In questa percezione del mondo, un bambino certamente si consola, si può e si deve consolare. Un adulto più o meno deve cavarsela da solo (o al massimo entrare in terapia), perché si suppone abbia maturato gli strumenti interni per affrontare i momenti difficili.

Il mondo peraltro è strano, è certamente molto più bizzarro degli schemi mentali che ci possiamo fare, che ci facciamo. E’ anche qualcosa che viene percepito in modalità molto differenti, a seconda dello stati psicologici e sociali in cui ci troviamo, che stiamo attraversando, come individui e come comunità. Potrebbe anche essere, dunque, che ci stiamo nascondendo l’unica cosa reale, l’unica cosa di cui occuparci seriamente, e serenamente.

Abbiamo bisogno di consolazione. O almeno, io ho questo bisogno di consolazione, anzi di una infinita consolazione. Sempre, in ogni momento. A volte il senso di mancanza di questa infinita consolazione stringe il cuore in una morsa in cui quasi non riesco a respirare.

Bene, direi. Bene, perché già ammetterlo è l’inizio di una liberazione possibile. E’ dismettere l’atteggiamento dell’Ercolino sempre in piedi, è ritrovare – quasi come pietra preziosa – la propria fragilità e iniziare a dialogarci, provare ad abbracciarla. Sentirsi incompleti e non provarne scandalo, è il primo passo verso una riconciliazione con sé e con le cose.

Bene, perché capisco che non posso vivere senza cercarla, questa consolazione. Che non ho davvero altri modelli di vita praticabili (o almeno, in più di mezzo secolo, non li ho mai trovati) che esulino dal cercare, dal domandare, questa infinita consolazione. Per dirla con le parole di Marco Guzzi

 

Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno

di consolazione, anzi di un’infinita consolazione.

Abbiamo sempre bisogno di essere consolati,

confortati nella nostra sofferenza

strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria

giornata terrena.

Non abbiamo bisogno di molto altro,

ma solo di infinita consolazione:

tutto perciò dovrebbe essere finalizzato

a questo scopo: il lavoro, la sapienza,

ogni forma di compassione e di amore,

siano modi per consolare, per dire

all’essere umano: tu hai un grande valore,

non temere, non sei solo, e questa scarpata

ripida e dolorosa

ti sta portando

sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò

cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

Marco Guzzi

 

Questa necessità di consolazione, che avverto oggi in maniera straordinariamente concreta e pressante, non può essere più relegata dunque a istanza psicologica individuale. Non è solo questo, non è più una spiegazione sufficiente. Riconosco che i tempi si stanno facendo stretti: tanto in senso personale quanto in senso sociale.  Diceva assai profeticamente Don Giussani, qualche anno fa, che

il grande problema del mondo di oggi non è più una teorizzazione interrogativa, ma una domanda esistenziale. Non: “Chi ha ragione?”, ma: “Come si fa a vivere?”. Il mondo di oggi è riportato al livello della miseria evangelica; al tempo di Gesù il problema era come fare a vivere e non chi avesse ragione; questo era il problema degli scribi e dei farisei.

E’ proprio così, secondo me. Ma quanto invece sembra periferico, nelle conversazioni che incontro, che attraverso! Sembra l’ultima cosa, la più indicibile, la più inconfessabile. Perfino in questi giorni che precedono il referendum, qualcosa ancora ci trasporta, ci devia, e nei discorsi pro o contro la riforma costituzionale, prevale la logica degli schieramenti, l’affezione ad una parte, a volte quasi pregiudiziale. O l’avversione verso uno o l’altro dei personaggi dell’agone politico. Tutte posizioni probabilmente insufficienti, che mancano il bersaglio – che perdono l’occasione.

Dunque quel che sembra periferico diviene qui essenzialmente centrale.  E di importanza politica, prima di tutto. Ha detto infatti il presidente Mattarella, che il nostro Paese «ha bisogno di rinnovato entusiasmo, di fraternità, di curiosità per l’altro, di voglia di futuro, del coraggio di misurarsi con le nuove sfide che abbiamo di fronte (…) in un tempo di cambiamenti epocali. (…) Senza farci vincere dalle paure».

Ecco che il circolo si chiude, i nodi tornano al pettine. La dimensione sociale abbraccia – ancora una volta – quella intima, personale. Quell’accenno conclusivo al non lasciarci vincere dalle paure riporta questa condizione a cardine necessario per un corretto e produttivo agire politico. 

Del resto è abbastanza evidente: come fa un essere dominato dalle sua paure non affrontate, ad intervenire costruttivamente nell’agone sociale? Non si muoverà in base alle sue problematiche irrisolte, piuttosto?
Dunque non è più lecito – soprattutto dopo la morte delle grandi utopie sociali – tenere separato l’ambito politico da quello personale. O peggio, aspettarsi la salvezza dall’intervento anche generoso verso le condizioni esterne. Anche risolvessimo – per assurdo – problemi enormi come la fame, la povertà, rimarrebbe sempre qualcosa. Rimarrebbe un bisogno enorme di consolazione, di conforto dalle paure.

Ma io non mi lascio vincere dalle paure, nella misura in cui decido di lavorarle, mi metto in cammino, e per il fatto stesso di camminare, mi dispongo nella condizione migliore per accogliere quelle consolazione che può, forse può arrivare. Può arrivare, se rilasso le barriere, se mi lascio contaminare dall’esterno, se abbraccio questo dialogo disarmato con le mie parti scomode o con l’interlocutore esterno che – per tante ragioni mie e sue – mi può apparire “scomodo”.

Perché in fondo è abbastanza la stessa cosa. No, anzi, è proprio la stessa.

 

 

 

Commenti

  1. Caro Marco,
    ore, sono reduce da una notte agitata preceduta da una giornata vissuta con pesantezza seppure per motivi non gravi. Mi sono alzata e per la prima volta dall’inizio del mio percorso in DP ho deciso di fare subito la meditazione (alla quale peraltro sono costante solo da pochi mesi ). Ho aperto il pc e per introdurmi ho ascoltato, come faccio spesso, la poesia “L’ultima lezione ” postata da Giuliana e magistralmente declamata da Fabio. Sono poi passata al sito ed ho trovato il tuo post che mi ha accarezzato l’anima e CONSOLATO. Purtroppo al momento non ho le parole per esprimere il mio sentire, forse riuscirò a farlo in seguito. Per ora un grazie dal profondo del cuore a tutti voi che animate questo blog .Vi abbraccio, Rosaria

  2. Grazie, Marco C., per aver portato la nostra attenzione sul tema della consolazione e per suggerirci di rileggere la bella poesia del nostro maestro su questo argomento.
    Mi sono sentita intenerita e ho ripensato a una inconsueta, inaspettata telefonata che ho ricevuto ieri sera da una signora che conosco da parecchio tempo, ma con la quale ultimamente ho poche occasioni di rapportarmi. Lo scopo subito dichiarato della chiamata era di chiedermi cosa avrei votato al referendum, io le ho risposto nella verità, adducendo le mie ragioni e spiegandole le mie convinzioni. Ora, ripensandoci e leggendo il post, capisco che lei aveva soprattutto bisogno di consolazione! Si sentiva sola e inadeguata, probabilmente il suo ambiente di vita non la sosteneva e confortava abbastanza e i discorsi gridati della propaganda politica la sconcertavano. Voleva parlare con una persona di fiducia, aveva bisogno di arginare paure che invadevano anche le sue convinzioni! Se mi avesse telefonato stasera, forse l’avrei ascoltata di più e avrei impostato il discorso sul piano più esistenziale che dottrinale!
    Ogni lettura, ogni esperienza, in questo caso la riflessione sul tuo post, arricchisce di possibilità i nostri comportamenti relazionali che vanno dalla rigidità, dall’indifferenza razionale, al calore simpatetico, alla tenerezza! Mariapia

  3. Elisabetta Galli dice:

    Grazie Marco,per questa profonda riflessione che sento molto vicino alla mia anima. Personalmente il mio desiderio di essere consolata e’infinito,anche se sono adulta spesso mi sento come una bambina indifesa che non ha gli appoggi giusti per poter camminare,forse quando ero piccola sono stata poco sostenuta,la meditazione mi e’ di molto aiuto. La poesia di Marco Guzzi e’ meravigliosa leggendola mi sento consolata e anche un po’ sostenuta per affrontare la “precaria giornata terrena”. Un caro saluto. Elisabetta.

  4. “Consolate, consolate il mio popolo” inizia il capitolo 40 di Isaia. Mi aveva colpita la lettura che Paolo De Benedetti suggeriva, come grammaticalmente possibile. In “Consolatemi, consolatemi o mio popolo”.
    Forse abbiamo tanto bisogno di consolazione perché siamo figli di quel Padre che chiede consolazione anche per sé.
    iside

  5. Carissime Rosaria, Mariapia, Elisabetta, Iside… grazie dal profondo del cuore per la risonanza e comunanza con la quale accogliete e rilanciate le mie piccole parole, davvero appena una chiosa del cuore pulsante della poesia di Marco Guzzi, che nella sua verità anche a me ha permesso che si sciogliessero un po’ le rigidità del cuore, come davanti al riconoscimento di ogni verità.

    “Personalmente il mio desiderio di essere consolata e’ infinito, anche se sono adulta spesso mi sento come una bambina indifesa che non ha gli appoggi giusti per poter camminare” Anche io, Elisabetta, vivo in questo stato, a volte aspro da portare: e mi dico: ma come, sono adulto, e “ancora” sto così? Poi il pensiero del lavoro e del cammino che possiamo fare insieme, mi addolcisce. Del fatto che non c’è che volerlo fare, che desiderarlo (e desiderarLo) e tutto il resto è secondario, soprattutto.

    Volerlo, e ri-volerlo ogni minuto. Continua-mente…. Penso che per me la sfida è tutta qui. Non “sei degno?” (come direbbe l’ego, tanto per rimandare) ma… “lo vuoi…”? Piccola parolina che cambia tutto il mio mondo….

  6. Elisabetta Galli dice:

    Ciao Marco,ti ringrazio infinitamente della tua risposta; sono sincera, questa mattina avevo quasi timore di scivere cio’ che provavo, poi mi sono fatta coraggio e ci sono riuscita, forse perche’ dentro di me e’ sempre molto forte il desiderio di essere consolata. La poesia ha avuto esattamente questo effetto e la tua risposta mi ha fatto sentire considerata e quindi gratificata. Temevo di aver scritto cose un po’ banali e invece ho avuto un buon riscontro perfino da un astrofisico e lo ammetto mi sono emozionata! Buon pomeriggio da Elisabetta.

  7. Grazie a te Elisabetta! Certo dirsi “astrofisico” ha sempre un certo effetto, lo so… mi ricordo l’intervento a Trevi il primo giorno, come poi ha simpaticamente connotato la mia permanenza… 😉

    A parte gli scherzi, il credito è dovuto, perché esporre la propria fragilità è – come sto imparando – un atto di estremo coraggio e anche di integrità. In fin dei conti il mio post parla di questo: ammettere di dover essere consolato, anche adesso, anche ora che scrivo, di non essere autosufficiente, è sempre uno strappo, dall’immagine di me che mi racconto e voglio raccontare agli altri.

    Vengo da un lungo periodo buio nel quale l’imperativo, la legge non scritta ma implacabilmente seguita, come sorta di granitico comandamento interno, era di nascondere, nascondere – nascondere a tutti i costi, fino alla morte. Nascondere ogni incongruenza, ogni vulnerabilità, ogni paura – fino a rendere la vita un inferno in terra, intollerabile.

    Grazie ai nostri maestri, grazie alle condivisioni in DP, grazie ad altre cose e altri incontri, anche terapeutici, sto imparando l’arte difficilissima di farsi vedere un po’ più per come si è. E nello stesso tempo ho scoperto che, in tale cammino, si diventa sensibilissimi a queste analoghe operazioni fatte da altri, così la tua frase mi ha “risuonato” su una frequenza ben chiara e luminosa.

    Buon pomeriggio!

  8. “….non posso vivere senza cercarla, questa consolazione…
    Come si fa a vivere?”. Il mondo di oggi è riportato al livello della miseria evangelica…
    …Ma quanto invece sembra periferico, nelle conversazioni che incontro, che attraverso! Sembra l’ultima cosa, la più indicibile, la più inconfessabile….
    …Perfino Mattarella interviene….
    … come fa un essere dominato dalle sua paure non affrontate, ad intervenire costruttivamente nell’agone sociale? Non si muoverà in base alle sue problematiche irrisolte, piuttosto?…
    …Rimarrebbe un bisogno enorme di consolazione, di conforto dalle paure.
    Caro Marco, sono tutti stralci da quanto hai scritto nel post. Mentre leggevo, mi veniva in mente come usualmente si giudichi argomenti del genere, che usualmente il Cristianesimo ed il Cattolicesimo prendono in esame, come intuizioni ed Istituzioni “piagnone” (non menzionando nemmeno il Buddha, per supina ignoranza). Come se sia una colpa rendersi conto che l’esistenza, quaggiù, non sia poi tutta un divertimento (…. in questa valle di lacrime, appunto) e che le consolazioni a livello terra, sia pur utili, lascino tutte, prima o poi, essendo transitorie, il tempo che trovano. Ma guai al parlarne! Guai al rendersene conto! Guai al chiederne “aiuto!”. Si viene presi, quasi sempre, oltre che da piagnoni, da iettatori. Questo tanto per non sentirsi in dovere (da coloro che ridono, o almeno sembra, o così vorrebbero darla ad intendere a sé stessi e agli altri) di togliersi la ridanciana maschera cui tanto sono attaccati. La mente umana, sovente, si costruisce paradossali strutture di auto illusione per difesa, per poi finire nell’auto-impantanare sé stessa, con il proprio “ego” a farla da padrone.
    “Faccino il loro gioco, siori (se è proprio così che vi divertite)!”

    Grazie.

  9. Grazie a te Giovanni.

    “Guai al rendersene conto! Guai al chiederne “aiuto!”…. La mente umana, sovente, si costruisce paradossali strutture di auto illusione per difesa, per poi finire nell’auto-impantanare sé stessa, con il proprio “ego” a farla da padrone.” Dici bene.

    Mi pare che qui, se non sbaglio, ci avviciniamo al concetto di “spiritual bypassing”, menzionato anche nell’ultimo video dell’intervista a Marco Guzzi, che io trovo straordinariamente fecondo e rivelatore. Anche nella Chiesa (non nel Magistero quanto nella pratica ordinaria) quanto malessere non viene ancora debitamente indirizzato, non si ha il coraggio o la preparazione di capire che bisogna lavorare sulle proprie problematiche irrisolte, come con coraggio e coerenza viene insegnato nei gruppi Darsi Pace.

    Solo così “faremo pulizia” nel canale tra noi e l’Assoluto. Senza ovviamente mettere limiti alla Provvidenza, che opera come e quando vuole. Così chi soffre nell’anima, chi è infelice, scisso, non dovrà appena “pregare di più” (che certo non fa male) o “piegarsi alla volontà superiore” (altra buona cosa), o essere tacciato per “piagnone”, ma comprenderà che attraverso il disagio, forse, Dio stesso gli sta chiedendo di prendersi cura di sé stesso, anche (perché no) in forma propriamente terapeutica. Che poi è un cammino iniziatico, anche la terapia psicologica: anzi ne è quasi un paradigma, perché niente può essere rapidamente teorizzato a parole, ma deve venire lavorato, in un processo che implica tempo e dedizione.

    Grazie!

  10. Fabio F. dice:

    Ti ringrazio perchè il post è molto bello e un momento di consolazione l’ho ricevuto subito alla prima lettura.

    Un caro saluto.

    Fabio

  11. ….diamo solitamente per scontato di sapere e di conoscere cosa sia “Pregare”. Ma l’azione del porsi in Preghiera è un ambito tutto da scandagliare….Credo proprio che venga a costarci, per chi lo desidera, tutta la vita (questa).
    Un grazie a te per aver aperto l’argomento.

  12. maria carla dice:

    Ciao Iside, molto interessante il tuo commento…mi sono venute in mente le parole di Etty Hillesum quando scriveva che dobbiamo essere noi ad aiutare Dio a venire alla luce, a disseppellirlo cioè da tutti quegli strati di detriti interiori che ce lo tengono nascosto!
    CONSOLARE…stare vicino a chi è solo (o si sente solo). In fondo deve essere proprio il vocabolo SOLO la radice di tale verbo. Pensare alla ‘solitudine’ di Dio forse non ci viene così facile ma se lo pensiamo anche a una dimensione dentro di noi, a me appare possibile!
    E quindi consoliamoLO consolandoCI a vicenda, cercando di vedere e superare quella “morte del prossimo” che contraddistingue, nella sua aridità, tante delle nostre relazioni quotidiane all’ interno delle quali non trova nemmeno più posto un semplice “Come stai?”
    Grazie Marco per lo spunto di riflessione che ci hai offerto!
    maria carla

  13. Francoise Soubeyran dice:

    Questo bellissimo post e tutti i vostri commenti mi sono stati proprio di grande consolazione oggi al rientro dal lavoro. Avevo l’anima terribilmente angustiata per dinamiche vissute e mi avete pratica-mente ristorata. Questo vostro scrivere è un prezioso servizio e mi pare abbia una funzione terapeutica (d’ altronde l’ analisi é terapia con le parole e quante lettere o diari di grandi scrittori testimoniano proprio l’ efficacia spirituale della parola). Ps. Partecipo grata al laboratorio della prima annualità DP (anello ancora fragile di questa felice catena) e sento un disperato bisogno di queste parole di senso (condivise e aderenti alla verità della nostra realtà attuale esterna ed interna).

  14. Grazie a te Francoise,

    sono particolarmente felice che questo post formi anche una connessione con persone del primo anno, e che possiamo sopratutto condividere il bisogno forte di parole di senso (quelle di Marco Guzzi senz’altro, le mie appena a corollario). Questo bisogno, credo, lo sentirai sempre più forte man mano che vai avanti nel percorso (io lo sento acuto, e sono al terzo). Quando vediamo un sentiero di verità, è come se diventassimo più insofferenti dei soliti “giochi” con cui ci distraiamo dallo scorrere del tempo. Ma questo – anche se a volte è doloroso – serve a cercare ancora, a radicarsi meglio.

    E la nostra forza è proprio nel riconoscimento tranquillo della nostra fragilità, io credo.
    Perché in questi contesti, diventa possibile perfino questo… in una sorpresa che può arrivare alla gratitudine.

    Un abbraccio!

  15. giuseppina nieddu dice:

    …”e la nostra forza è proprio nel riconoscimento tranquillo della nostra fragilità, io credo.”
    Carissimi, compagni di viaggio, sento tanta gratitudine per questa libera e liberante catena di una condivisione rilanciata e ri-cordata dai nostri due Marco. E’ consolazione radicata nell’incarnazione del fragilissimo divino Bambino che dentro di noi continua ad attendere di essere accolto nella grotta del nostro cuore. Forse ri-cordando, come dice Sant’Ambrogio ,” consolando veniamo consolati” sapremo fare definitiva ed infinita esperienza con Paolo che ” è quando sono debole che sono forte” e che siamo in attesa di un Dio bambino, impotente-onnipotente, solo come noi, con noi e per noi. Un abbraccio aereo-spaziale, pieno di gratitudine liberante e consolante. Giuseppina

  16. Grazie per la consolazione seminata in questo post e negli interventi successivi.
    Vorrei ricordare le consolanti parole di Silvano Fausti, un sacerdote gesuita:

    C’è un amore che ci avvolge,
    da cui veniamo,
    verso cui andiamo,
    fondamento e senso della nostra vita.

    Un caro saluto

  17. Caro Marco, dopo aver letto il tuo post, da alcuni giorni, risuona ed è scandita in me la parola: ” con – sola – azione ” .
    E’ una vibrazione sottile e profonda che mi pone in relazione con ciò che realmente cerco, da sempre, la connessione con la Parola, unica e vera fonte che mi dona infinita consolazione. Mi sostiene e mi attira, mi provoca e mi chiama, mi induce a mettermi in cammino, nuovamente, per cercare la parola viva nell’infinito campo dell’esperienza della vita.

    Ti abbraccio con gratitudine. Vanna

  18. Grazie Vanna!

    Credo che ci sia una misteriosa connessione tra parola e profondità intima della cose, tra linguaggio e struttura dell’essere. Lo credo sempre di più, anche ripensando ai possibili significati di Gv(1,18), “In principio era il Verbo”. Così la tua scomposizione “ai minimi termini” della parola, che non avevo pensato, mi sembra più che interessante, mi sembra un pezzo di un tassello che stiamo esplorando, un territorio dove fare, di nuovo, casa.

    Un abbraccio,

    Marco

  19. grazie anche da parte mia a Marco per il post bellissimo e ai compagni di cammino per le loro condivisioni.
    Mi sento meno sola e impaurita quando vedo che il bisogno di ricevere e dare consolazione trova riconoscimento e non sia considerato come una espressione di debolezza, ma anzi di coraggio e integrità.
    Non è facile accettarsi con i propri limiti, mostrarsi vulnerabili e abbandonare la maschera di una finta forza e indipendenza a tutti i costi.
    Purtroppo nella mia esperienza è proprio con le persone più vicine che la consolazione sembra non trovare legittimazione, mentre non c’è niente di più bello dell’abbandonarsi all’altro, di trovare un mutuo sostegno e conforto, nel lasciare andare la paura che attanaglia il cuore e lo rende inquieto e tormentato. La consolazione è vicinanza, empatia, comunicazione emotiva, un vero nutrimento per l’anima. Spero di trovare questa “casa” prima o poi
    un caro saluto a tutti
    Nicoletta

  20. Grazie a te Nicoletta,
    avverto moltissimo quello che tu dici, e mi unisco nella speranza di compimento che esprimi alla fine: è anche la mia.

    In effetti il post è nato proprio dal sollievo che ho avvertito, dal sentirmi proprio “meno solo e impaurito” leggendo la poesia di Marco Guzzi. C’è bisogno di qualcuno che con coraggio dica che il re è nudo, perché si possa tirare un sospiro di sollievo, si possa rilassare il volto sotto la maschera, consapevoli della comune condizione umana.

    E’ un percorso tutto da fare (anche per me).
    Ma sospetto che si può, si può fare.

    Un caro saluto,
    Marco

  21. Sono passare più di due settimane e oggi leggo con attenzione il post di Marco. Non so cosa sia a frenare, o meglio lo sospetto, ad impedirmi addirittura di condividere i miei stati interiori: è come una sorta di sfiducia, non in voi, non nel processo di DP, ma in qualcosa in me che continua a dire: tanto a cosa serve, poi resti comunque sola in un angolo di mondo… è la solita voce un pò vittima, un pò delusa, un pò stanca, un pò … così bisognosa di consolazione che non ci prova neanche più a cercarla. ma è innegabile che leggere il tuo post, la poesia di Marco, abbiano mosso qualcosa nel petto: una vibrazione, un tremore che mi ha fatto piangere e stare male-bene. Ecco, hai ragione caro Marco, anche se non ti conosco e continuo a celarmi al conoscere/rvi, che (lo dico a modo mio) il nascondersi è più doloroso, perchè contraente e bloccante, che rischiare di aprirsi e dire semplicemente la Verità: ho bisogno di un’infinita consolazione. Ma com’è che scopriamo che, arrivati a questo punto, siamo spudoratamente tutti uguali?? perchè allora non riesco a trasferire questa verità, partendo da me, a voi (sì lo sto facendo, ma quante altre volte avrei voluto, sentito il bisogno, e non l’ho fatto?) che osate condividere la vostra profonda pena umilmente e dignitosamente? Sono in pieno nel lavoro di DP. eccomi. Mi salgono due frasi, forse sono inadeguate, a sproposito, ma mi viene da dirmi: ecce homo e sia fatta la tua volontà, quasi a volermi abbandonare nelle Sue braccia, attraverso di voi, proprio così come sono, senza maschere. Grazie. Luciana

  22. Cara Luciana,

    vorrei dirti, prima di tutto… quella voce… “la conosco quella voce!”. La conosco fin troppo bene. E’ lei, che mi parla continuamente, insistentemente “tanto a che serve che vai in DP, fai gli incontri, i ritiri… bravo bravo, ma tanto lo sai che la solitudine del cuore, quel buco nel cuore, non si rimargina… alla prima occasione vedi che riviene fuori…”

    E conosco il nascondersi: doloroso, dolorosissimo. Ci ho convissuto per tanto tempo, e non ne sono uscito ancora. Ora, attraverso quello che riesco, attraverso le parole che scrivo, provo a riprendere confidenza con il mio bisogno. Faccio esercizio, proprio. Provo ad ammetterlo, a riconoscerlo. Sì, io ho bisogno ADESSO di infinita consolazione! Non mi basta conoscere il catechismo o i dogmi cattolici, per dire, o la teoria dell’Ottuplice Sentiero… ho bisogno di infinita consolazione, in ogni momento, in ogni istante! Cos’è questo mio cuore che ha così forte questo desiderio? A volte non lo capisco, spesso mi spaventa. Cosa cerchi, cuore?

    C’è una bella canzone di Adriana Mascagni, che dice

    “Perché tremi mio cuore? Tu non sei solo,
    tu non sei solo;
    amar non sai e sei amato, e sei amato;
    farti non sai e pur sei fatto, e pur sei fatto. ”

    Ecco, questa è la consolazione, credo. Io non so fare niente, ma se imparo a “sentire” questa onda di amore incondizionato che mi sovrasta, ho una chance. Ma se non ammetto il bisogno, non faccio il primo passo, non apro la porta, non apro la finestra per vederle, le onde. La mia casa sarà pure in riva al mare ma se non apro la finestra, non lo so: le onde non le vedo.

    Il mio post, l’ho detto, è solo un “grazie” detto per la poesia di Marco Guzzi, lui ha “rischiato” per primo scoprendo il velo, ammettendo il bisogno. Insomma, è come se fossimo tutti tesi a nasconderci (io almeno), e però con uno struggimento dentro, che il primo che ammette, che dice la verità, ci toglie un peso e anche noi possiamo finalmente dire “io sì, io ho bisogno di questa infinita consolazione!” Così ho fatto io, in pratica.

    E’ incredibile questo bisogno. Se cerco l’infinito, dentro di me, lo scoprio in una cosa sola: questo bisogno continuo di essere consolato (lascio a voi decidere se è normale o sia una debolezza psichica, ma tant’è). E’ veramente infinito. Ma solo qualcosa di infinito può colmarlo, colmarlo davvero. E’ troppo grande.

    E allora il lavoro è un abbandono di bambino, un attimo.
    Ed è un lavoro lungo, paziente, sempre ripreso.

    Un attimo, una vita. Sembra una contraddizione, ma c’è un mondo ben più profondo di quello logico.
    Dove per nascere bisogna morire. Dove le apparenti contraddizioni si ricompongono.
    E danzano.

    Un abbraccio,
    Marco

  23. Caro Marco, se ci fermiamo a pensare non possiamo non cogliere la verità di questo voler essere consolati e voler consolare. I dolori e i problemi sono tanti, ma mi pare che essenzialmente vogliamo essere consolati dalla paura del non senso e della morte, vogliamo sentirci dire “Sei amato, non morirai, vivrai di infinita gioia”. Ma anche questo momento può essere meraviglioso quando ci crediamo in questo abbraccio e ci fidiamo di questa promessa?! La poesia è molto bella, mi colpiscono in particolare i versi : “tutto perciò dovrebbe essere finalizzato
    a questo scopo: il lavoro, la sapienza,
    ogni forma di compassione e di amore,
    siano modi per consolare”
    contrastano talmente tanto con il mondo che abbiamo costruito, con gli obiettivi che ci si dà nei settori lavorativi e non solo. Grazie, hai espresso così bene ciò che probabilmente abita tutti, ma forse non tutti si concedono di sentire. Un caro saluto e tanti auguri. Stefania.

    P.S. Usi spesso la parola struggimento? Io sono sicura di averla usata una sola volta nella mia vita poco tempo fa, ha gettato un piccolo faro dentro di me.

  24. Ognuno sta solo sul cuor della terra
    Trafitto da un raggio di Sole
    Ed è subito sera

  25. grazie Marco, l’inconsolabilità è, tanto infinita, quanto così piccina, bambina, e si è consolata solo sapendo che tu le hai dato Vero ascolto, con la tua risposta così puntuale, sentita, come tutte le altre che hai dato agli altri compagni di viaggio! E’ questo sentirsi amati e a propria volta amare, uscendo allo scoperto con una parola ancora, e poi ancora un’altra, fino a scoprirsi (attraverso gli altri, a se stessi) di essere esseri amabili e quindi degni di consolazione? Sì, dice una vocina. E la gratitudine viene di conseguenza, senza neppure nominarla. Un abbraccio Luciana

  26. Caro anonimo hai dimenticato S. Quasimodo, ma sicuramente hai dato per scontato che noi lo si sapesse è talmente nota.
    O il tuo nome finisce con “………ria”?
    Un saluto anonimo

  27. Grazie a te Luciana,

    credo che stiamo toccando un punto molto sensibile, un tema ripiegato, rintanato, intimo – eppure sconfinato, enorme. Ripenso alle parole di Marco Guzzi, e veramente sento che la rivoluzione vera è questa, che tutto sia orientato alla consolazione, al mio enorme bisogno di consolazione (così enorme che è spesso scandalo a me stesso). Questo bisogno, come ben dici tu Luciana, si placa un momento quando incontra quello di altre persone, e risuona, si accorda con quello. Per questo io voglio dargli ascolto, e cercare di intonarlo con il tuo, con quello degli altri. Forse è per quello che il cammino spirituale di solito non si compie da solo, ma attraverso una condivisione di umanità…

    Un abbraccio,
    Marco

  28. Eh già!

  29. Oh no! Ora ricordo!

  30. Hai ragione! Scusa.

  31. Pace?

  32. Molto bello l’articolo e il tema della consolazione molto caro a me! Di quanta ne avrei bisogno x guarire certe ferite.. mi rimane la fede in Gesù e spero che mi aiuti a perdonare!

  33. Volevo ricordare Oscar Vladislas de Lubicz Milosz, è stato un poeta, scrittore, diplomatico e mistico lituano-francese. Queste sue parole mi accompagnano da molti anni.

    “Adesso sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui secco rumore fa paura al vento della sera.
    Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve.
    Perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra.”

    Un caro saluto

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