Verso l’unità

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione. Si ispira a un passo della Seconda lettera di San Paolo ai Corinti  (5, 14-20) il tema scelto per la celebrazione della  Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani preparata quest’anno, in occasione del Cinquecentenario della Riforma, da una Commissione luterano-cattolica.

“Gioiamo della salvezza data da Dio nella croce di Cristo, che supera la divisione e ci raduna insieme – si legge nell’introduzione al materiale liturgico – Questa celebrazione confessa pubblicamente i peccati di divisione che sono seguiti alla Riforma e chiede perdono per essi”.   La liturgia penitenziale propone un gesto simbolico: la costruzione di un muro costituito da mattoni su cui sono scritti i peccati che hanno innalzato il muro di divisione.

La scelta del muro vuol rievocare il muro che divideva le due Germanie e la sua caduta, iniziata nella Germania dell‘Est con il Peace Prayer Movement, che metteva candele alle finestre e alle porte e pregava per la libertà. “Avevamo pianificato tutto, eravamo preparati a tutto, ma non alle candele e alle preghiere” aveva dichiarato un membro della leadership della Repubblica Democratica Tedesca.  “Ecco il motivo per cui le divisioni tra cristiani e la riconciliazione che cerchiamo sono rappresentate dalla costruzione e dall’abbattimento del muro. Ciò può divenire segno di speranza per ogni situazione in cui la divisione sembri insormontabile. La costruzione di un muro simbolico durante la confessione di peccato, la sua visibilità durante la proclamazione della Parola e, infine, il suo abbattimento e quegli stessi mattoni posti a forma di croce come segno di speranza, ci danno il coraggio di chiamare per nome queste terribili divisioni e di superarle con l‘aiuto di Dio”.

Riconoscere i peccati è il primo passo verso la riconciliazione. E’ lo stato dell’Io che anziché proiettare all’esterno comincia a guardarsi dentro, a riconoscere la divisione/scissione che è dentro di sé. Ma non basta. Come sappiamo anche l’Io in conversione deve spegnersi, Giovanni Battista viene  decapitato.  Con i fratelli separati condividiamo lo stesso Battesimo, ciò che ancora ci fa restare nella divisione è la mancata realizzazione di questo mistero iniziatico, le resistenze dell’uomo vecchio a morire e rinascere in Cristo.

Molto cammino è stato fatto nel dialogo ecumenico e celebrare insieme i 500 anni della Riforma è un gran passo avanti. Ma non bastano le belle liturgie se non affiancate da un percorso iniziatico che realizzi il comune battesimo. Cioè il battesimo che insieme celebriamo nel sacramento deve diventare la dinamica costante della nostra vita. Allora diventerà sempre più evidente che la divisione prima di essere esterna è dentro il cuore, il corpo, di ciascuno di noi, è nella nostra carne; prima di essere tra Chiese cristiane è nella Chiesa, nelle nostre comunità, nelle nostre quotidiane relazioni con gli altri. E questo richiede il continuo spegnimento di tutto ciò che l’ego cristiano sa o crede di sapere.

Da noi non siamo capaci di riconciliazione. La riconciliazione è dono gratuito di Dio che si rivela in Cristo.  E’ l’amore di Cristo, l’amore che Cristo ha avuto e ha per noi, che ci spinge verso la riconciliazione. La riconciliazione, cioè, prima di essere sforzo umano di credenti è dono che viene da Dio.

«se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. (2 Cor 5,19)

“Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (Rm 5,1-4).

San Paolo precisa tutti e due gli aspetti necessari alla riconciliazione: ciò che viene da Cristo (è morto per noi, ci ha riconciliati, ci ha dato accesso a questa grazia) e ciò che viene da noi: la fede, che non è ciò che l’ego crede, le sue credenze, ma un cambiamento di stato della mente (metanoia): un salto letteralmente mortale per l’ego.  E’ l’accoglienza di questo dono di Dio aderendo alla fede del Figlio che ci giustifica, ci immette cioè nella giusta, corretta, relazione con Dio. Nella giusta relazione siamo quindi riconciliati.

La giustificazione, la riconciliazione dell’uomo con Dio, viene attuata nella fede del Figlio, cioè attraverso la rivelazione di Cristo, perché solo Cristo ci rivela fino in fondo chi è questo Dio, e quindi qual è il rapporto corretto con questo Dio; rapporto corretto che mi rende vero uomo, me stesso, me stessa fino in fondo.

Ma come realizzare concretamente questo essere in Cristo che ci fa essere creature nuove capaci di riconciliazione?  Come realizzare questo trasloco in un’altra dimensione del mio Io che mi porti a parlare la lingua nuova dello Spirito che non conosce divisioni, contrapposizioni, ma diversità come ricchezze? E se non vivo in prima persona ogni giorno questo passaggio iniziatico come posso esercitare il ministero di riconciliazione, diventare ambasciatore di Cristo, come invita San Paolo?

Il tema di quest’anno rende particolarmente evidente la necessità di percorsi iniziatici che favoriscano la realizzazione del comune battesimo, quell’essere in Cristo fonte di ogni riconciliazione. Se tutti ci mettiamo in cammino verso il Centro-Cristo le strade inevitabilmente si incontreranno come i raggi di un cerchio.

Darsi Pace è un contributo alla ricomprensione e realizzazione più piena della dinamica battesimale; un contributo a fare esperienza sempre più reale della giustificazione attraverso la fede: principio fondamentale su cui la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana hanno firmato una dichiarazione congiunta.

Dice Papa Francesco: «L’unità non si fa perché ci mettiamo d’accordo tra noi, ma perché camminiamo seguendo Gesù. E camminando, per opera di Colui che seguiamo, possiamo scoprirci uniti. È il camminare dietro Gesù che unisce. Convertirsi significa lasciare che il Signore viva e operi in noi. Così scopriamo di trovarci uniti anche nella nostra comune missione di annunciare il Vangelo. Camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore e che quindi l’unità non la creiamo noi. Ci accorgiamo che è lo Spirito che spinge e ci porta avanti. Se tu sei docile allo Spirito, sarà Lui a dirti il passo che puoi fare, il resto lo fa Lui.

Non si può andare dietro a Cristo se non ti porta, se non ti spinge lo Spirito con la sua forza. Per questo è lo Spirito l’artefice dell’unità tra i cristiani. Ecco perché dico che l’unità si fa in cammino, perché l’unità è una grazia che si deve chiedere. (…….).

Lo Spirito Santo porta le cose a compimento, con i tempi che Lui stabilisce. Per questo non possiamo essere impazienti, sfiduciati, ansiosi. Il cammino richiede pazienza nel custodire e migliorare quanto già esiste, che è molto di più di ciò che divide. E testimoniare il suo amore per tutti gli uomini, perché il mondo creda.  (……….)

Non basta essere concordi nella comprensione del Vangelo, ma occorre che tutti noi credenti siamo uniti a Cristo e in Cristo. È la nostra conversione personale e comunitaria, il nostro graduale conformarci a Lui, il nostro vivere sempre più in Lui, che ci permettono di crescere nella comunione tra di noi».

Scrivevo tre anni fa nel post ‘Lo scandalo di un Corpo diviso’:  Sogno un percorso ecumenico in cui fratelli appartenenti a Chiese cristiane diverse possano crescere nella fiducia e nella stima reciproca, condividendo i doni che lo Spirito con generosità elargisce al suo popolo. (…..).  Sogno un laboratorio di amicizia in cui, utilizzando il metodo di Darsi Pace, si possano curare le antiche ferite, vincere paure e diffidenze, invidie e gelosie, abbandonare secolari pregiudizi; in cui ci si possa lavare i piedi a vicenda, ricevere i doni gli uni degli altri.

Forse è tempo di realizzare il sogno. Siamo nel già e non ancora. La piena comunione sarà nella Gerusalemme Celeste, ma già adesso possiamo dare mano all’Opera e pregustarne i frutti.

“Cominciate a fare il necessario, poi fate ciò che è possibile, e all’improvviso vi troverete a fare l’impossibile” (S. Francesco d’Assisi)

Comments

  1. Grazie, Giovanna! Così anche noi di D.P. ci sentiamo partecipi attivi del cammino per l’unità dei Cristiani. Mariapia

  2. Grazie Mariapia. Darsi Pace credo possa dare un grande contributo al cammino verso l’unità dei cristiani, e non solo.
    Ho partecipato il 27 dicembre, presso il Monastero dei Camaldolesi a S. Gregorio al Celio a Roma, ad un Incontro di preghiera interreligiosa organizzato da Religions for peace nello spirito di Assisi. Incontro molto bello che mi ha riempito il cuore di speranza. Erano presenti buddisti, induisti, ebrei, musulmani, luterani; ogni tradizione ha fatto una preghiera e/o riflessione, c’è stato poi un tempo di meditazione silenziosa ed abbiamo concluso recitando la Preghiera dell’Armonia. Creare relazioni di amicizia, stima, rispetto reciproci, camminare insieme per costruire un mondo di pace poliedrico, in cui la diversità è ricchezza, dono per tutti.

  3. Scusate, l’anonimo sono io, Giovanna

  4. Grazie Giovanna! Che bel post, dove realismo ed ottimismo si mescolano senza alcun attrito, e in effetti mi torna in mente la frase di Marco (da un po’ mi ritorna spesso) sul fatto che “siamo tutti bel protetti”. E si avverte come sottotraccia, sotto tanti nostri crucci, che le cose stanno andando avanti per il meglio.

    E’ bello scoprire leggendoti come il metodo Darsi Pace sia semplicemente uno dei modi di favorire questo processo evolutivo, che sta avvenendo nella Chiesa. Che in altre parole sia propriamente Chiesa, anche se non dimentica e non censura niente e non fa sconti nemmeno nelle parti oscure che la storia della Chiesa ha avuto. Ma non fa sconti nel senso di una piena carità, come un medico che incide la carne e magari crea dolore temporaneo, con l’unico scopo e l’unico obiettivo della salute del paziente. Anzi direi, con amore al paziente. Che differenza con chi critica la Chiesa (anche in buona fede) ma con sterile acredine!

    L’altra cosa bella che vedo, di cui mi accorgo, è che ogni carisma autentico ha una “chiave di lettura” sempre feconda dei processi che accadono, anche quelli della Chiesa, così la tua lettura è stimolante perché porta frutto, perché si comprende come questo lavoro personale a cui siamo chiamati porta una visione fresca di cosa accade fuori di noi, nella Chiesa come nel mondo.

    Sono contento di essere in questo cammino, un cammino che non si chiude in una autoreferenzialità ma si apre al cammino di ogni uomo di fede.

    Grazie!

  5. Grazie Marco! Anch’io sono contenta di essere in questo cammino e di condividerlo con tanti amici sparsi nei quattro continenti. È bellissimo il sentire comune che ci accorda nel lavoro concretissimo nella carne; lavoro da minatori: scendiamo nella profondità della nostra carne emotiva per estrarre dall’ombra la sua luce.
    Stesso lavoro nel micro e nel macro, per estrarre l’oro, la pietra preziosa, la perla che ogni realtà cela in sé.
    L’estrazione, come hai ben evidenziato, può essere dolorosa, ma tende ad estrarre e far risplendere la Luce, oscurata da tanta zavorra di maschere e di ombra: dentro e fuori di noi.

    Il metodo di Darsi Pace, che è anche il suo carisma specifico, è il dono che siamo chiamati umilmente ad offrire sia all’interno della Chiesa cattolica, sia alle altre Chiese cristiane, aprendoci umilmente ad accogliere anche i doni degli altri, vincendo la tentazione di identificarsi solo con chi ha qualcosa di dare e niente da ricevere.
    Imparare a camminare insieme, a lavarsi i piedi gli uni con gli altri. Sogno una teologia che parta dai piedi, dalla fatica del camminare insieme tenendo il passo per non perdere nessuno lungo la via; una teologia che parta dalla tenerezza del lavarsi i piedi, per consentire alla luce che ciascuno è di risplendere e dare luce al mondo.
    Un grande abbraccio. Giovanna

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