Il ricordo del presente

 

Desideriamo sempre essere da qualche parte e fare qualche cosa.

Precisamente desideriamo sempre ciò che accadrà prossimamente: l’andare a dormire, quindi il giorno seguente, le prime preoccupazioni del mattino, poi il pranzo, gli impegni del pomeriggio e infine la cena, per poi non desiderare altro che stramazzare nel vuoto del “senza impegni”. Così facendo, il circolo vizioso della nostra vita a poco a poco ci avviluppa in una tristezza sempre più profonda, in un inganno sempre più tremendo: che la vita sia preoccuparsi della vita, che la vita sia ciò che accadrà, mai ciò che accade.

Tuttavia non accadrà mai nulla di speciale fino a che non accadrà qualche cosa di speciale esattamente ora, in questa stessa dilatazione del tempo. Non si tratta di stare sempre attenti e consapevoli per non farsi sfuggire la vita, ma di comprendere che la vita, ovvero tutto ciò che esiste, è sempre nel presente, qui ed ora, che mi accompagna, mi stringe, facendomi anche un poco del male con il suo continuo ribollire e fiorire: ma essenzialmente tutta la bellezza immaginabile dell’infinito che sogniamo nel cuore è esattamente in questo punto del tempo.

Non c’è dare né avere, non c’è soggetto né oggetto, in questo esatto momento, non c’è differenza con tutti gli altri momenti passati e futuri: è sempre lo stesso richiamo, impercettibile, ma palesemente evidente: la vita, la vita, ti chiama, a crescere, ad essere meglio di ieri, ad essere nuovamente te stesso.

Perché non riesco a stare in questo momento, in questo esatto momento, a percepirlo nella sua unicità, a rimanervi, sostarvi; perché sono sempre distolto dalle preoccupazioni, dai pensieri su ciò che mi circonda, perché non riesco a lasciare andare?

Che cosa vuol dire rimanere nel presente? Rimanere presente nel presente, esserci?

Non vuol dire forse tornare a se stessi, ritornare?

Il ritorno dunque è il primo passo, costante, di riassestamento, per orientare la mente di nuovo a dove mi trovo, non in qualche luogo astrale e astratto. La mia mente tende ad astrarre, a distrarre, a divagare. Ma io, gentilmente e audacemente, la riporto esattamente qui, dove mi trovo. Come posso fare tutto ciò che faccio, essere tutto ciò che sono, se non sono dove mi trovo?

Dove mi trovo? dove divago, costantemente, inconsciamente, per paura di rimanere dove sono?

Che cosa esattamente mi terrorizza?

La paura che il presente possa terrorizzarmi, farmi del male, annientarmi, divorarmi, rapirmi, come spesso in passato. E allora programmo il futuro minuziosamente allo scopo di non vivere il presente. Passiamo attraverso il giorno come degli spettri, inconsapevoli che se non sono presente, se non ritorno ad essere presente, non c’è giorno che valga la pena di essere vissuto. Perché viviamo infatti? Per sopravvivere? perché in qualche modo dobbiamo sopravvivere? Perché devo sopravvivere? Perché la vita è crudele e l’unica cosa che posso fare è tentare disperatamente di salvarmi? Perché la morte è l’essenza della vita. La morte spettrale, nascosta dietro gli oggetti, nelle fossette del tempo fra un atto e l’altro..

ecco da che cosa fuggo…dalla morte.

La mia mente fugge dalla morte. Mente costantemente: credendo che vivrò in eterno, che posso usufruire a mio piacimento della mia vita. Ma non è vero: tutto ciò che abbiamo è questo attimo e questa occasione di vivere: nient’altro..

Nient’altro? Non è mica poco, anzi è tutto.

Ritornare in questo tutto è lo scopo del presente.

Comments

  1. Francesco, ti ringrazio per il “buon-giorno” che mi hai regalato (anche se non ci conosciamo).
    Alfredo

  2. Drappo diego says:

    Grazie per questo pensiero illuminante, in questa difficoltà a vivere il presente continuando a programmare un ipotetico futuro trovo che stiamo “rubando” proprio questo presente ai bambini di oggi. Ormai frasi come : devi impegnarti alle elementari perché poi vai alle medie.
    Devi impegnarti alle medie perché poi vai alle superiori.
    Fai veloce i compiti perché poi devi andare in palestra.
    Se riuscissimo noi “Grandi ” a vivere un po’ più consapevolmente, quanti danni in meno faremmo!.
    Diego.

  3. Grazie: un invito semplice e profondo.
    Semplice e improrogabile.

    Ho lavorato 42 anni con i bambini e ho cercato di non mettere loro fretta, di non aggiungere ansie di prestazione a quelle che magari alcuni vivono perché il lavoro dei genitori, oggi più che mai – a qualunque livello – impegna sempre di più con paghe sempre più magre ed inique.

    Questo slittare nel dopo non gustando a fondo il momento presente non sarebbe tipico dei bambini.
    Ed ora questo virus penetra anche in loro.

    Ci sono elaborazioni interiori che noi adulti intraprendiamo per non soggiacere al mantra della velocità per consumare eventi, esperienze quali “affannose fughe” dallo spettro del morire. E ci sono impegni nel politico e nel sociale che ci reclamano per ri-umanizzare il lavoro.

    I due impegni si tengono: non occorrono vocazioni speciali al mestiere di politico.
    Occorre un sensibile e robusto desiderio che persone e strutture rimangano umani .

  4. Frasi che aiutano a rendersi conto di una abitudine spesso inconsapevole. Il primo passo verso il cambiamento mi sembra quello di una presa di consapevolezza. Queste righe mi hanno aiutato a rendermi conto che spesso corro in avanti nella ricerca di una maggiore sicurezza. Così facendo però non si valorizza appieno l’unicità dell’istante presente, l’unico tempo nel quale possiamo veramente vivere.

  5. “ Dove mi trovo, dove divago, costantemente, inconsciamente, per paura di rimanere dove sono? Che cosa mi terrorizza?
    Mi fermo e mi pongo questa domanda ineludibile , mi sento veramente terrorizzata, il mio corpo è in allarme, sento anche che il mio cuore altera i suoi battiti. Non leggo più oltre , cerco di rispondere, scendo in me stessa, scendo agli inferi. Voglio vedere in faccia in faccia i mostri.
    La prima risposta è di essere inadeguata, di non essere attrezzata a superare le difficoltà che si presenteranno, il ritrovarmi come una bambina indifesa tra giganti invincibili, che tra l’altro mi prenderanno anche in giro; sono veramente spaventata e impotente, cerco una via di fuga, scappo, fuggo inesorabilmente via: mi sento indegna di tutto. Oggi, ora, non posso rispondere altro che così. Non mi resta che accogliere questi forti turbamenti e lavorarci su. Possibile che la mia realtà sia solo la paura, di vivere, non di morire, ma forse l’una e l’altra sono le facce del la stessa medaglia ?
    Ma non può finire tutto così, io non sono solo le mie paure infantili! Posso fare anche memoria di esperienze di altro tipo. In me c’è altro, che con pazienza e costanza debbo tirare fuori. Mi posso ridurre ad essere solo un ego chiuso e lamentoso che sta rattrappito al buio o non scopro in me anche un desiderio di luce, di grandezza, di dignità, infatti perché ascolto ancora con avidità una conferenza sul senso dell’esserci del nostro maestro Marco ? Chi me lo fa fare? La parte migliore di me. Forza! Cambia! Non mi posso fermare pigramente ai facili terrori egoici! Sono altro e cercherò alimento per altro. Mediterò su parole di sapienza.
    Grazie, Francesco , il tuo post mi ha dato l’occasione per fare questo esercizio di introspezione.

  6. Ho vissuto tutta la mia giovinezza nell’attesa che accadesse “qualcosa” di stupefacente che mi liberasse dalla prigionia che non percepivo se non con un senso di protratto e schiacciante soffocamento.
    Nonostante mi raccogliessi in momenti di profonda riflessione, non riuscivo a percepire la realtà di ciò che mi accadeva: imprigionata in una costante attesa di una vita che, … non accadeva mai.
    Qualcosa di stupefacente poi è accaduto ma non certo nel senso che, in modo infantile, mi auspicavo. E’ stato solo allora che ho iniziato a rendermi conto che, se non mi risvegliavo al momento presente, … il succedersi della vita in quanto puro concatenamento di accadimenti, questo succedersi mi avrebbe vissuto … al posto mio. Questa presa di consapevolezza è stata la cosa stupefacente!
    Ho così ribaltato sottosopra la carta nautica studiando nuove coordinate, a volte improvvisando, per correggere la rotta che altrimenti mi portava dritta a sfracellarmi sugli scogli.
    Continuo ad improvvisare. Iniziando un po’alla volta a provare, scegliendo d’imparare a vivere nel presente, a volte mi ritrovo in mezzo all’oceano a volte su un territorio collinare e le coordinate sono sempre comunque ancora tutte da scrivere. Questo a volte spiazza molto.
    E’ necessario ogni volta superare un po’ il senso di vuoto e lo spazio aperto, che lì per lì mi stordisce e confonde; ogni volta però che conquisto un piccolo millimetro o anche meno, di libertà Presente, anche solo quel piccolo assaggino, allora l’aria che respiro è inebriante.
    Grazie Francesco e tutti, Barbara 🙂

  7. Desidero ritornare e completare:
    liberazione interiore si sposa con la trasformazione del mondo, com’è esplicitamente detto ed assunto dal
    tipo di impegno a cui vi dedicate ed a cui tutti saremmo chiamati per darsi pace.

    I malanni interiori non si prendono soltanto perché siamo sempre un po’ piccoli, un po’ egocentrici, contraddittori e fragili.
    Ci sono malanni dell’intorno che inquinano perfino il crogiolo del nostro mondo interiore.

    Il riferimento -fatto nell’ intervento precedente -ai bambini ora sempre più compressi e afflitti da ansie di prestazione , proprio loro che sono capaci di tuffarsi con tutto se stessi in quel che stanno facendo ora, in questo momento – non era tanto per parlare di quello che è stato il mio lavoro, ma proprio per sottolineare quanto strutture sociali e scelte politiche – per esempio in ambito scolastico – modificano ed inquinano
    i mondi interiori.

  8. Ho la mente che gira come un frullatore e produce ogni tipo di pensiero interferente. Il pensiero salta tra il passato che rimugino e il cosiddetto pensiero episodico futuro, rigorosamente pieno di fallimenti e catastrofi.
    La meditazione è sempre stata faticosa e la concentrazione sul respiro non mi bastava a rallentare un po’.
    Poi ho scoperto gli esercizi Feldenkrais, grazie ad un virtuoso passaparola in Darsi Pace, che racconta come le relazioni siano capaci di arricchire, anche quando sono occasionali, perché sono sempre tangenti, cioè ci toccano, comunque. Poi dalla tangenza alla commensurabilità, le relazioni si approfondiscono fino al riconoscimento dell’altro come parte di sé e da lì all’apertura confidente.
    Così, grazie agli esercizi Feldenkrais, ho iniziato a scoprire una consapevolezza corporea che non avevo raggiunto fino ad allora. Adesso riesco a quietare un po’ la mia mente e ricondurmi al presente, riportando l’attenzione alle sensazioni che il corpo mi invia. E lo posso fare in ogni luogo. Così, dolcemente, ritorno verso di me.
    iside

  9. Maria Carla says:

    Felice di leggere quello che hai scritto a proposito del metodo Feldenkrais, cara Iside…io lo pratico in gruppo e l’ho sempre condiderato una pratica motoria ‘meditativa’ .Vivamente consigliato!
    Ciao, mcarla

  10. Francesco Marabotti says:

    Care amiche e amici,
    grazie dei commenti e delle sollecitazioni, che ovviamente arricchiscono questa inesausta ricerca
    e speranza di coltivare, passo dopo passo, le nostre più autentiche qualità spirituali.

    Durante il percorso impariamo infatti ad accogliere queste paure e questi pensieri,
    attraverso una conoscenza sempre più intima e fiduciosa dei nostri meccanismi difensivi,
    delle chiusure che continuamente occludono lo spazio vivente del presente.

    Queste fasi dunque, sebbene dure e provanti, ci liberano per una maggiore integrità, per una pienezza
    che è già un presente, ed una nuova modalità di esistere.

    Da questa gioia crescente traiamo la fonte inesausta della vita.

    Francesco

  11. Ebbene sì, forse posso uscire fuori di metafora. Quell’occasionale tangente che mi ha “toccata” sei proprio tu, carissima Maria Carla, tramite la citazione del Feldenkrais. La commensurabilità che mi sta trasformando la vita è Antonietta, che ha colto il tuo suggerimento, ne ha fatto vita per sé e per me.
    Con tanta gratitudine
    iside

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