Vivere, davvero. Cos’è la vita, se vale, se vale sempre

A prescindere da tante fredde “battaglie per i diritti”, non so se c’è chi può davvero sentirsi sollevato, da come si è tragicamente conclusa questa triste vicenda del Dj Fabo. Di come una società civile non abbia di meglio da proporre che una uscita anticipata dal gioco a chi soffre un disagio, sia pure un disagio enorme. Credo sia piuttosto un caso in cui perdiamo tutti, a prescindere dalle nostre idee sul fine vita, o sulla vita in generale. E in momenti come questi, non ritengo utile dare giudizi, tranciare sentenze. Sarebbe comunque ingannevolmente facile, vivendo in una condizione diversa. No. Non è questo il mio punto.

Il dolore umano è “sacro”. Ed è una domanda aperta, per tutti.

Il fatto non è, ancora una volta, quello di dividersi per nuovi e vecchi diritti, facendo baccano per giunta in un momento in cui si dovrebbe riflettere, tacere, pregare. Non è ancora cedere alla lusinga della dialettica, dare spago alla nostra inesausta voglia di dividerci, di polemizzare. Di affermare un punto.

C’è infatti qualcosa di molto più profondo, di una limatura alla legislazione, in un senso o nell’altro. Di più cogente, del fatto che lo stato dica cosa puoi o non puoi fare.

Il fatto che mi sembra chiaro, è che abbiamo — come società secolarizzata — un fortissimo problema nella comprensione del dolore. Che il dolore abbia un senso, un significato, per la nostra comunanza umana, è quasi come una bestemmia laica, è una cosa che semplicemente non sta in piedi. La vita è sensata se e solo se si vive su un certo standard, altrimenti (detto alla spiccia) è soltanto una fregatura. Questo è il pensiero comune, dietro tantissimi discorsi elaborati o tante speculazioni sui nuovi diritti o sulla autodeterminazione e sulla libertà.

Paradossalmente, che il dolore abbia senso è una esigenza profonda per tutti, anche di chi in questo momento non soffre, o non soffre a questo livello.

Io però ho questo problema, che non riesco ad essere felice se non immagino, ipotizzo, se non mendico questo senso del dolore. E una sua misteriosa fecondità, per cui sia utile agli altri, al mondo, alle stelle, all’universo.

Beninteso, non sto dicendo se io sia o non sia in grado di viverlo, questo senso, in certe condizioni estreme. Non è un discorso di capacità, di bravura. Tanto meno di santità. Sto dicendo che comunque ci sono persone che lo hanno vissuto, e lo vivono, un dolore tremendo, dentro un orizzonte di significato, di senso. E di (misteriosa) fecondità.

La società che invece si ritrae davanti alla sofferenza, che commercializza perfino l’uscita dalla vita (perché c’è anche, tristemente, questo aspetto di monetizzazione), una società per cui in fondo tutto è mercato, non mi corrisponde — semplicemente, non corrisponde al mio cuore.

Non giudico, non inveisco contro la secolarizzazione, o la mancanza di ideali, o di spiritualità, o di un qualche generico afflato metafisico (anzi semmai dovrei giudicare me stesso, per quanto così spesso non riesco a trasmettere una speranza che mi è stata trasmessa). Dico solo che non è l’orizzonte che mi fa contento, che mi può far lieto.

Anche se non sto vivendo un dolore grande, sento asfittico questo clima. Pesa sul mio cuore, mi pesa. Mi duole.

Io per primo ho bisogno. Ho bisogno di maestri che mi insegnino. Mi insegnino, mi confermino nell’intuizione che la vita è misteriosamente feconda, per ogni Sì che uno pronuncia, che riesce a pronunciare, o a pensare di poter pronunciare.

Che la libertà (anche verso il proprio destino) non si gioca nell’assenza di legami, ma nel cercare qualcosa cui valga la pena agganciarsi: “col tempo abbiamo scoperto che non basta non avere legami per essere liberi. Oggi noi ci siamo sbarazzati di tutti i vincoli, ma non per questo le persone sono più soddisfatte. Le persone cominciano a rendersi conto che per essere liberi non basta non avere legami. Occorre qualcosa per cui valga la pena usare la libertà. Si tratta di trovare un motivo per il quale valga la pena muoversi, coinvolgersi con qualcuno o con qualcosa” (J. Carron, Intervista a Jotdown)

Non c’è in fondo cosa più bella e desiderabile (e ricercabile) di questa: che vi sia un senso profondo a tutto.

Anche — e soprattutto — alla sofferenza.

 

Comments

  1. Drappo diego says:

    Grazie marco per le tue pacate riflessioni.
    Trovo che più che la “libertà” su questi temi sia altrettanto importante cercare un senso,
    A quello che viviamo e quindi al dolore.

  2. Grazie a te Diego. Esattamente questo è il mio pensiero, riassunto direi molto bene dalla frase di Carron che chiude il mio post. Vedo purtroppo, oggi, il rischio di cercare di compensare nel lato normativo e legislativo una mancanza di senso che è poi il vero problema che ci coinvolge, che ci assale (come uomini moderni, ci coinvolge tutti), e che forse è il primo campo su cui lavorare, il primo terreno da dissodare, anche faticosamente, giorno per giorno.

  3. Mariapia says:

    Sono pienamente d’accordo con te, Marco e sono come te una appassionata cercatrice di senso. i commenti e le proposte superficiali dei media mi danno la nausea! Però finora la vita mi ha risparmiato forti sofferenze fisiche. Se questo cambiasse avrei la forza di affrontarle ” saggiamente”? E’ un interrogativo che mi turba. Mariapia

  4. Grazie Mariapia! Sono con te, come scrivo proprio nel post, io credo che non avrei di me la forza per affrontare anche un dolore molto più piccolo. Per questo non giudico, per questo cerco di guardare a chi la forza l’ha trovata, o meglio, credo, è riuscita a mendicarla. Sono cose che ti cambiano completamente la vita, donando una fecondità assolutamente impensabile per il mondo.

    Voglio essere chiaro: non mi interessano granché quelli completamente imperturbabili al dolore (se esistono), che affrontano tranquilli ogni prova, che fanno mostra di completa devozione e smisurata santità. Niente da dire, ma non li sento a me vicini.

    Invece mi colpiscono tantissimo le persone “normali”, piene di paura e completamente e “sanamente” recalcitranti al dolore, che ottengono – spesso dopo aspri combattimenti – un ribaltamento di prospettiva, mendicando questo senso, tra mille difficoltà e ritorni indietro. Non posso non pensare ad Etty Hillesum, per esempio. Oppure alla vicenda di Francesca Pedrazzini, una ragazza normalissima che arriva ad affrontare la morte per tumore – lasciando marito e figli – in un modo veramente “dell’altro mondo” (la storia qui http://www.tracce.it/?id=343&id_n=30952).

    Guardo a loro, e ai miei maestri, per mendicare sempre un senso a quello che accade. Sia che stia male sia che stia bene.

    Un abbraccio!

  5. Barbara says:

    Ciao Marco,
    non sento sacro il dolore umano, sento che la Vita è Sacra.
    E continuo a soffrire ogni giorno anche quando non ho una grave malattia e questo perché, sentendo la Vita cosa Sacra, assisto ogni giorno alla costante dissacrazione della Vita stessa, ed è questo che mi fa sentire a volte un dolore insopportabile ed in cui ancora non riesco a trovarne alcun senso!
    Nei legami, per esempio, vedo che non è il legame il problema ma il –controllo- .
    Un –controllo- che attraverso ogni legame esercitiamo subdolamente, anche e soprattutto, a nostra insaputa. Non è dal legame in sé, che voglio liberarmi ma dal controllo che ognuno pretende inconsapevolmente di esercitare in una relazione. Qualsivoglia relazione. Mi viene da pensare che va di suo che li chiamiamo”legami” … sono infatti molto lontani dalle –relazioni-. Ed è così quasi per tutti noi per come osservo.
    E, sappiamo che l’Uomo senza –relazioni- muore, oppure vuole morire, oppure a volte decide fermamente di togliersi la vita!
    Un controllo dell’uno sull’altro che rende la vita un inferno e priva di senso. E questo tipo di –controllo- ha assunto proporzioni mastodontiche. In ogni campo.
    La Vita non è solo un corpo di carne che vogliamo a tutti i costi mantenere così com’è ma, la Vita è ciò che lo abita. Diciamo tutti di sapere che è così ma non lo pratichiamo così.
    La Vita, in quell’Io che in alcune circostanze, fa una scelta drastica, anche drammatica, probabilmente non perché voglia liberarsi della propria “vita” ma, potrebbe esser che lo voglia fare proprio perché quell’Io si sente fortemente Vita! … e che pensi di onorarla decidendo di liberarsi da un corpo sofferente ed in estrema difficoltà e sul quale un sistema ha preso il –controllo-. A volte non permettendogli neppure di morire in modo naturale, quando sia arrivato il momento.
    Non vedo né perdenti né vincitori. C’è solo un –Io- che ha fatto una scelta e se ne è preso la responsabilità.
    Che politica è, che chiesa è, che umanità è quella che mi condanna e mi giudica per essermi tolta la “vita” proprio perché invece probabilmente: amo la Vita! rifletto su questo e mi chiedo per quanto tempo ancora possiamo sopportare, umanamente, solo proposte politiche e sociali di: Non senso! … e allora mi pare anche di comprendere chi fa una scelta di questo tipo, anche nel caso di persone in perfetta salute fisica.
    Percependo la grandezza della Vita, vederla quotidianamente dissacrare in ogni angolo della Terra, mi provoca un dolore tale che non sopporto più di condividere tanto orrore in silenzio. Sarebbe la Terra, un pianeta meraviglioso per natura e bellezza ma la specie che lo – controlla- non è così meravigliosa fintanto che si presta a questa farsa. A tanto Non senso quotidiano.
    Nella sofferenza ci trovo un senso solo quando sento che mi sta insegnando una qualche qualità un “qualcosa” che non stavo vedendo, una “rettifica” sul percorso. Quando si fa cioè strumento e quando, soprattutto, di questo ne sono consapevole.
    Sentirne un –senso- semplicemente nella – fiducia- del sapere che non siamo solo un corpo di carne e l’esperienza terrena è appunto solo -un’esperienza- e non un “voto” al perenne e protratto sacrificio umano.

  6. “Nella sofferenza ci trovo un senso solo quando sento che mi sta insegnando una qualche qualità un “qualcosa” che non stavo vedendo, una “rettifica” sul percorso. Quando si fa cioè strumento” Dici bene Barbara. Del resto, è esperienza comune che riusciamo a sopportare cose immensamente pesanti se percepiamo che abbiano un “senso” (ora rinuncio a specificare meglio questa parola), e una cosa anche piccolissima ma “insensata” ci dà un fastidio enorme – è, tecnicamente parlando, “insopportabile”.

    Mi raccontavano appena pochi minuti fa, a pranzo, di un parroco che nell’omelia di ieri ricordava che “è peccato” togliersi la vita, che a quel poveretto “nessuno gli ha detto che c’è Gesù”. Ora, ipotizzando che sia così come mi è stato narrato, il problema è assolutamente questo. Non basta “dire”, non basta la “ripetizione verbale dell’annuncio”! E tantomeno giudicare: non ce n’è bisogno, non serve, non ha utilità.

    Basta con tutto questo, vorrei dire: basta! Quanto vogliamo prenderci in giro? Basta, con ciò che non guarisce.

    Il punto non è emettere sentenze, ma accompagnare l’uomo (papa Francesco, Dio sia lodato, l’ha capito benissimo). Io voglio compagnia, non voglio un (altro) codice morale (laico o religioso che sia)! Prima di tutto voglio compagnia, voglio “conforto”. Lo voglio quando sto bene, figuriamoci in altre condizioni. Non voglio qualcuno che mi ripeta astrattamente la Verità, ma che la viva, lui per primo. E che mi comunichi la contentezza di viverla.

    Ha ragione Marco Guzzi (ma perché quasi nessun altro lo dice, anche nel dibattito di questi giorni)? E l’amico che ha aiutato Fabo a morire e si va a denunciare, mi sembra di un “rigore” logico… prima di tutto… di una tristezza infinita, assoluta! Perché anche con il proprio personale sacrificio, si “immola” per un’idea. Un’idea che è sempre fredda, impersonale. Un’idea che non lo guarda, non lo “cura”, non lo “risolve” come persona. Non è di questo che abbiamo bisogno. Dov’è la carne, la carnalità, il corpo?

    Dice Marco Guzzi che …

    Non abbiamo bisogno di molto altro,
    ma solo di infinita consolazione:
    tutto perciò dovrebbe essere finalizzato
    a questo scopo: il lavoro, la sapienza,
    ogni forma di compassione e di amore,
    siano modi per consolare, per dire
    all’essere umano: tu hai un grande valore,
    non temere, non sei solo, e questa scarpata
    ripida e dolorosa
    ti sta portando
    sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò
    cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

    Ecco. Mi sembra questo il nucleo pulsante di tutto.

    Altrimenti sì, ci illudiamo di costruire regolamenti per arginare la deriva inarrestabile della perdita di senso. Tentazione che c’è anche nella Chiesa, come lucidamente denunciava Giovanni Paolo I “Il vero dramma della chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”.

    E parimenti avviene nella società. Io ho una fede debolissima, fragilissima. Ma voglio aggrapparmi a chi mi dice che “questa scarpata ripida e dolorosa ti sta portando sempre più prossimo alla gioia”.

    Altrimenti, per non dissolvermi nel nulla, tenterò di programmare ogni cosa della mia vita.
    Inclusa la mia morte.

  7. Barbara says:

    Grazie per questa bella ulteriore apertura. In queste questioni mi sento un po’sopraffare da una certa “durezza” interiore. Sono questioni che sento mi smuovono dentro e mi, ci toccano tutti nel profondo.
    E ancora una volta leggere delle parole morbide e sagge, come quelle che riporti di Marco Guzzi, morbide perché ne trapela un affetto per l’essere umano che trasforma sottilmente l’amarezza in speranza e addolciscono l’anima strapazzata. A me fanno questo effetto.
    E, scrivi Marco “ … dov’è la carne, la carnalità, il corpo?” io patisco una mancanza di quello che chiamo Cuore ma forse parliamo della stessa cosa se parliamo del desiderio di vivere un’umanità che invece di puntare il dito sia un’umanità che comprende, accompagna, abbraccia.
    Ciao, con affetto Barbara

  8. Sì cara Barbara,

    spesso avverto anche io questa “durezza” interiore, a prescindere dalle rispettive posizioni. E mi ferisce profondamente.
    Perciò sono dentro un mio personale percorso di cura, dove cerco di usare parole morbide, e di crearle, se non le trovo, anche in poesia (che è morbida per costituzione, direi) in modo da avvolgere me (e chi vuole) e creare uno strato soffice di protezione, una interfaccia lavorabile, plasmabile, che stemperi ogni impatto duro.

    Sì, ancora: quella carnalità di cui parlo, che patisco come mancanza, si può forse più propriamente (e con sensibilità più femminile, ma autentica) dire Cuore. Credo che parliamo della stessa cosa, come acutamente suggerisci.

    Con ricambiato affetto,
    Marco.

  9. Anonimo says:

    Non so scrivere bene quanto voi ma i vostri commenti mi hanno aiutata molto a capire meglio i miei sentimenti verso questa situazione. Vi ringrazio.Anche per me è comunque chiaro che nessuno,nemmeno la chiesa,si può permettere di giudicare chi sceglie di togliersi la vita. Carmen

  10. Anonimo says:

    Dici bene Marco: il Senso è la base di ogni attimo della nostra vita.
    Io però lo trovo , aldilà di consolatori momenti della ragionevolezza, nella meditazione. Precisamente nel mio corpo, quando ” Tu in me, io in Te”! E’ lì solo che oggi, trovo il Senso e scompare lo smarrimento/angoscia che spesso attanaglia il mio essere. Smarrimento personale per tutti gli interrogativi circa il futuro ( ci sarà qualcuno che si prenderà cura di me, mi aiuterà, mi accompagnerà,……….?) (ho 67 anni) e oggettivo per il continuo degrado del mondo, della vita, dei valori e del generale non senso.
    Alla luce di tutti questi interrogativi/paure/angosce, si affacciano anche pensieri come: ” e se diventassi non autosufficiente e non potessi più meditare, dove la forza per attingere il Senso”?
    La preghiera, le letture sacre, sono un notevole nutrimento, ma ancor più Corpo solo dopo l’incontro in me, con la meditazione, con l’Eterno, la Vita.

    Poi mi dico/vivo: ” ad ogni giorno la sua ansia” e ri-tornano la Fede e l’Affido e percepisco che
    le vie di consolazione/illuminazione del Signore sono veramente infinite.
    Sento che, se lo desideriamo, Dio ci crea la condizione per scoprire insieme a Lui il Senso di quel momento, e quindi della nostra scelta conseguenziale.
    Un abbraccio affettuoso Maria Rosaria

  11. Vorrei guardare questo triste fatto da un altro punto di vista, forse sono “fuori tema” ; ma non vi sembra che tutta questa improvvisa attenzione dei giornali e della politica abbia poco “senso”.
    Perché è l’Italia intera che si sta suicidando, ogni anno lasciano questa nazione duecentomila giovani, e con loro se ne vanno il futuro e la vita.
    Forse la mia è una visone deformata anche da fatti personali: sono padre e nonno di persone che abitano lontano.
    Ma così è.

    Mi ha colpito la frase pronunciata da Carron nell’articolo che hai linkato.
    “I problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo”
    E’ molto vero. Tutto quello che accade e ci disturba, evidenzia qualcosa di non risolto, qualcosa che dobbiamo imparare, qualcosa a cui dare un Senso. Un continuo esercizio a 9punti, un continuo esercizio di consapevolezza.

    Un caro saluto

  12. Claudia Vignati says:

    Si che voglio sempre trovare “un senso” in ogni mio dolore, un insegnamento da non trascurare, altrimenti il dolore diventa ancor più pesante(anche nella morte cerco comunque un senso).
    Però ci sono vari tipi di dolore (pur rimanendo a parlare di quelli strettamente fisici…..che comunque condizionano la psiche!) e certi dolori tanto annichilenti fanno solo desiderare che il dolore stesso finisca, in qualsiasi modo, in quei casi si è catapultati in uno stato alterato di coscienza dove si viene ingoiati dalla sofferenza.
    La morte non si conosce,è solo una “paura mentale”, ma il dolore sì che è concreto e rivisitabile! E se l’unica via per superarlo è la morte non si può ragionare su altro.
    Infine c’è il dolore degli altri che, nei casi in cui si sente nella propria carne, può avere uguale esito di desiderare la morte per chi soffre, in questo caso col “vantaggio” di avere più possibilità di valutare come fare( perché chi il dolore lo prova non mantiene ancor meno la capacità di ponderare).
    La valutazione “scientifica” di cosa possa provare/sentire una persona apparentemente incosciente la reputo comunque arbitraria e parziale.
    Queste mie non sono idee astratte,ma esperienze vissute.
    Sul fatto “di cronaca” non mi esprimo affatto, non ne so molto.

  13. Mariapia says:

    Grazie, Marco, per l’indicazione dell’articolo su una straordinaria storia di coraggio. Consiglio questa lettura a tutti! Mariapia

  14. Giovanna says:

    Semplicemente stupendo!

  15. Maria Carla says:

    Non entro nel merito della discussione ( è un tema che ancora non riesco ad affrontare con una certa lucidità ) ma- a proposito di letture – mi sono ricordata di un libro di qualche anno fa: ACCABADORA (di Michela Murgia) che in dialetto sardo significa “colei che finisce”.
    L’ultima madre.
    Nei risvolti di copertina si legge:
    “La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull’orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca”.
    La lettura di questo libro mi aveva inquietato parecchio, vorrei rileggerlo e magari avere uno scambio d’opinioni con qualcuno di voi che forse lo conosce.
    Grazie, mcarla

  16. Cara Mariapia,

    sono contento tu abbia apprezzato l’articolo. Ne approfitto per spendere altre due parole su questa storia di Francesca, che mi ha colpito moltissimo (anche perché mi pare sia abbastanza in tema con il post). Intanto segnalo che c’è un libro, “Io non ho paura” che racconta con maggiore dettaglio una storia straordinaria di persone normali, e che ti consiglio, se vuoi (http://amzn.to/2lIBgfr). Ma quello che mi ha colpito al di là delle parole, è anche stato un incontro: ho avuto modo di sentire raccontare la storia di Francesca dal marito stesso (era al Meeting di Rimini qualche anno fa). L’ho visto da vicino, l’ho sbirciato seguire le mostre, parlare, muoversi. Ero curioso. Di capire come stava davanti ad una cosa così potenzialmente devastante.

    E gli incontri non barano – così vedere una persona normale, normalissima, passare in un dolore così forte, senza “fuggire nello spirituale” o nella sublimazione, ma attraversarlo, ancora e di nuovo raccontarlo, con i piedi per terra e il viso aperto, che non rinnega nulla, sono cose che ti fanno capire che c’è veramente Qualcosa che se riconosciuta, può “trasformare” un dolore atroce in qualcosa di ancora pesantissimo ma improvvisamente “vivibile”, anzi quasi – lo dico con grande timore e rispetto – fecondo.

    Riuscirei io ad affidarmi, in tali situazioni? Credo sia ozioso domandarselo, sia improprio: un delirio della ragione. Bisogna stare nel momento, e in questo momento, ecco, sapere che ci sono persone che affrontano il dolore così, mi fa stare meglio.

    Un abbraccio,
    Marco

  17. Anch’io penso che stringiamo sul diritto quando manchiamo in umanità: il moralismo del “suicidio è un peccato”, il legalismo della regolamentazione fino all’ultimo respiro, la dottrina del sabato che mangia l’uomo. A me pare che qui abbiamo bisogno, come umanità nascente, di imparare cosa significhi davvero camminare accanto a chi soffre in modo radicale, con la mano tesa. La sofferenza diventa insopportabile nel momento in cui quella condizione diventa coincidente con la vita stessa. Se il mio corpo coincide con il mio corpo sofferente, allora sento che non ho più via di scampo, che non ho più spazio libero per interpretare il senso della mia vita, che la vita non vale più la pena di essere vissuta perché appunto è solo pena. Vedere oltre la propria sofferenza, tenere desta la speranza di una vita che abbia una pienezza che mi sarà garantita, anche se ora non la vedo, non può essere però un affare privato. Deve necessariamente essere questione pubblica, cioè relazionale. Sono le persone che mi sono accanto che possono mostrarmi che la mia vita non coincide con la mia vita sofferta e non solo a livello di giro degli amici, ma anche a livello istituzionale. Abbiamo bisogno di andare oltre la mentalità dell’assistenza, che è già stata una grande conquista. Non basta neanche parlare soltanto di abbattere le barriere architettoniche. C’è bisogno di abbattere le barriere che la paura ci erige dentro, la paura che l’altro che soffre ci infligge. Abbiamo bisogno di una umanità nuova che non si spaventi di fronte al dolore (dell’altro), che non scappi, che regga il colpo, per sollevare insieme quel peso insopportabile da portare da soli. Abbiamo bisogno di sentirci uniti nello stesso Spirito e cioè pronti ad aprire le paratoie per lasciar fluire la vita verso i canali in secca, in una rete intrecciata che raggiunga ogni uomo assetato di vita.
    iside

  18. Maria Carla says:

    Grazie Iside, condivisibile ‘in toto’ ciò che hai scritto, soprattutto là dove affermi :” Abbiamo bisogno di un’umanità nuova che non si spaventi di fronte al dolore (dell’ altro), che non scappi, che regga il colpo per sollevare insieme quel peso insopportabile da portare da soli” . E poter “fare spazio” a un senso della vita che vada oltre un corpo e una psiche sofferenti, perché la vita, appunto, non si riduca a pura “vita sofferta”.
    mcarla

  19. Barbara says:

    “… Abbiamo bisogno di sentirci uniti nello stesso Spirito … una rete intrecciata che raggiunga ogni uomo assetato di vita. “ Così voglio sentirmi ogni giorno, che soffra o meno. Così vorrei sia per ognuno, dai giovani agli anziani e in ogni campo della vita e non solo in malattia. In un mondo così voglio vivere.
    Iside che forza nelle tue parole.
    Delineato in sintesi il punto dal quale partire, dal quale coltivare la Fede.
    Un caro affettuoso saluto, barbara

  20. Giovanni says:

    C’è “…. un senso profondo a tutto.
    Anche — e soprattutto — alla sofferenza…..” ,
    saremmo proprio mal messi se non fosse così.
    Uno (solo) ce lo può dire e dimostrare,
    meglio ed in modo più totale,
    di chiunque altro.

  21. A me pare che dovremmo essere molto cauti nell’uso dell’espressione “il senso del dolore”, in quanto mi pare sia troppo sintetica e rischi il fraintendimento.
    Se interpretiamo il male (almeno il male morale cioè quello nella forma della libertà dell’uomo che sceglie e si decide per il male) come la separazione da Dio inteso come la sorgente creativa della vita, e il dolore che consegue a quel male come effetto di questa separazione, allora il male è l’assurdo per eccellenza e il dolore l’insensato. Non c’è nulla di più assurdo infatti che separarmi da ciò che mi dà la vita. Nonostante questo, facciamo il male che non vogliamo e non il bene che vogliamo. Il riconoscimento della relazione con lo Spirito che dà la vita evidentemente è un lungo processo di apprendimento – fortunatamente possiamo contare sulla pazienza dell’Abbà! Sperimentiamo così il male come un ingiustificato autolesionismo che fa danni tutto intorno a noi. Il dolore in quanto tale, quindi, è insensato, perché è frutto dell’assurdo. La vita invece è piena di senso. Il punto allora diventa come accogliere la vita anche quando è ferita dal male. Gesù ci ha mostrato che nonostante le ristrettezze che la sofferenza produce possiamo ancora trovare un po’ di forza, aggrappandoci alla sua fede nell’Abbà che non delude, per farci affermazione di vita, contraddizione del male, immagine di senso di fronte all’insensato – che non avrà l’ultima parola.
    iside

  22. Anonimo says:

    In dp ho appreso due cose fondamentali

    la prima è che l’uomo è (io sono) l’autocoscienza dell’universo
    e la seconda è che noi umani procreiamo (io procreo) ciò in cui crediamo.

    Ne consegue che SIAMO NOI (sono io) che do senso alle cose.

    Per molti anni ho creduto che: ” la vita ha senso in sè stessa” e non mi sono mai arresa nel ricercare QUESTA SUA VERITA, oggi comprendo che questo modo di affrontare la vita, pur valido, può anche essere fuorviante: per conoscere la vita è necessario procrearla proprio come si genera un figlio.

    E’ quindi molto semplice ed ESTREMAMENTE ARDUA questa lotta contro l’autodistruzione.

    I sentimenti di disperazione e impotenza che talvolta mi abitano hanno una loro attraenza magnetica verso LA FINE.

    E’ NELLA MIA LIBERTA’ “accogliere la sofferenza che mi opprime” chiedendo “al Signore della vita che mi liberi dal male” per trovare il Lui la forza di S’ OFFRIRLA CON AMORE.

    Ciao e buona Quaresima a tutti
    Rosella

  23. luciana says:

    nella storia di Francesca, oltre al lascito di possibilità che porta con sè, mi hanno colpita le parole: abbiamo 3 strade: la disperazione, la distrazione o dire SI’ … a Dio, all’insondabile… aggiungo io. Mi unisco, senza dare opinioni, senza sforzarmi di tradurre in parole un pozzo di vissuti, ma solo con la volontà di dire sì, ci sono anch’io vicino a voi, in questa umana, tenera, terribile ricerca di senso della e nella Vita. Comincio a sentire che, oltre a “l’inferno sono gli altri”, gli altri sono una possibilità, una parte di me, che il mio piccolo Io lo voglia o no.

  24. Maria Carla says:

    Interessantissimi commenti soprattutto là dove si afferma con forza che il senso (la nostra salvezza) del nostro vivere si trova nella relazione con il principio della vita. Una relazione da ‘conquistare’ ogni giorno (soprattutto nelle situazioni più difficili o addirittura disperate)…
    grazie a tutti, mcarla

  25. Anonimo says:

    Un bellissimo e commovente esempio quello di Francesca, leggendo l’articolo si comprende che anche tutti i familiari, gli amici e molti conoscenti siano stati toccati da questo suo esempio, come potrebbe essere altrimenti. Pensando alle mie esperienze con persone care alle quali sono stata vicina nel corso della loro malattia, vicina non solo come assistenza, ma nel soffrire con loro, direi che queste esperienze mi hanno donato davvero molto. Non è una frase fatta e non ho nessuna intenzione di fare un’apologia della sofferenza, che temo come tutti, ma mi pare di aver compreso che il non fuggirla, lo stare con chi soffre, sia un percorso particolarmente “Assistito”. Erano persone di fede che nel dolore, nella malattia grave, non si sono abbandonate alla disperazione, hanno vissuto il loro travaglio affidandolo nella preghiera. Stando vicino a loro sono passata dal dolore e dal rifiuto di infauste diagnosi ad accogliere la loro morte con la ferma convinzione che andavano verso un’altra vita. Perseverando nella fede, nell’affidamento, avevano ottenuto un’ interiore conferma della loro speranza e anch’io con loro. In modi anche un po’ particolari, una di loro, dopo una grave crisi cardiaca, con perfetta lucidità mentale e grande serenità d’animo, mi raccontò di aver avuto un’ esperienza di premorte e concluse dicendomi che prima aveva paura di morire, ma ora che sapeva quanto fosse bello ciò che l’aspettava, non ne aveva più. Nella notte è serenamente spirata. Ciò che crediamo, il considerarci e sentirci o meno in relazione con il principio della vita, come state sottolineando, cambia il nostro modo di considerare e di fare esperienza della sofferenza, della morte e della vita. Stefania

  26. Cara Iside, dici bene “facciamo il male che non vogliamo e non il bene che vogliamo.” Messa in termini di autolesionismo, però, rischia di farci sembrare più masochisti di quello che pur siamo. Credo che – fatti salvi alcuni casi particolari di malvagità accanita e deliberata – facciamo il possibile, tutti quanti, ovvero cerchiamo di colmare la voragine del cuore, quello che dice “voglio vivere, voglio essere felice”. Il punto è che spesso manchiamo il bersaglio, e spesso non ci fidiamo che la felicità sia il rapporto con Dio e non una delle tante immagini che prendono la nostra mente, su come possiamo veramente essere felici. La ferita rimapperà sempre il desiderio di felicità secondo la sua declinazione, che implica comunque un desiderio di possesso (di soldi, cose, persone). E’ un lungo lavoro – e una grazia – vedere in maniera diversa.

    Ma al di là di questo, il punto è come restituire un senso ad una grande sofferenza, che magari vediamo colpire una persona che ci può apparire giusta, o più giusta di noi. O più santa di noi. Allora bisogna prendere coraggio e cercare un senso. Non può bastare il fatto di dire che “ci siamo allontanati da Dio”, non può bastare al cuore. Bisogna tornare a scoprire che Dio è buono, sempre e comunque. Che è lo stesso di dire, la vita ha senso. Sempre e comunque.

  27. Anonimo says:

    Gentilissimo Marco Castellani “… il vento soffia dove vuole …”

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