Il tempo dello sfinimento

Reduce dal seminario di approfondimento con Marco, sono alle prese con la solita tempesta che ne segue. Il tema era ‘La parola’, e non ho scritto a caso la parola reduce; uscire da questi incontri è un po’ come tornare dalla guerra: una battaglia di idee e sentimenti che lottano per trovare la loro strada verso un’armonia compiuta. 

A volte, come è successo in questo seminario, da tutte le cose dette, da tutti i semi elargiti e profusi, emerge qualcosa di essenziale, una quintessenza che apre alla comprensione di questioni che fino ad allora erano rimaste oscure. Parlo di un’intuizione ancora confusa, che scrivere questo post mi aiuterà a chiarire consentendole di venire alla luce man mano, chissà che qualcuno non ci si ritrovi e possa giovarsene.

Il tema del seminario, come detto, era ‘La parola’, la sua centralità nella nostra vita e il suo differente significato a seconda degli stati dell’io che la pronuncia. Il mondo che ci circonda è pieno di parole distorsive, pronunciate da un io egoico collettivo che celebra il proprio decadimento e così facendo ne allontana la morte, auspicabile prologo di un nuovo inizio che sappia usare parole bene-dette. Un tempo di sfinimento infinito che sta al capezzale di se stesso e perpetua la propria agonia.

È un’immagine forte, che mi colpisce, e credo di cogliervi un’analogia sul piano personale, mi ricorda un sogno fatto qualche tempo fa che si è poi ripetuto un paio di volte, con piccole varianti.  “In una camera che non conosco assisto una vecchia donna moribonda, il viso  è severo, vestita di grigio è sdraiata immobile, accanto a lei, su un tavolino, c’è una Bibbia aperta su una pagina che non ricordo. La donna fa molta fatica a respirare e so che potrebbe morire da un momento all’altro, mi avvicino e le chiedo se posso aiutarla, lei mi dice di fare qualcosa che io eseguo e il mio intervento, incredibilmente, le fa riprendere vita. ‘Apparentemente’ il mio è un doveroso atto di pietà premiato da una conclusione felice, dunque si tratterebbe di un’azione virtuosa, ma è così in realtà?

Per contrasto e somiglianza associo a questo un sogno/visione che Carl Gustav Jung, arrivato alla maturità e alla piena affermazione professionale, racconta nel suo ‘Libro rosso’. Non ho sottomano il testo e lo riporto a memoria: “insieme ad un giovane, Jung si apposta in uno stretto sentiero, entrambi guardano verso l’orizzonte e sono armati; poco dopo, su un carro pieno delle ossa dei suoi nemici, arriva, intrepido e superbo, Sigfrido, alto e, biondo; con fredda determinazione Jung prende attentamente la mira e spara uccidendolo istantaneamente.”

Al risveglio è sconvolto dalla crudeltà del sogno, lui, lui stesso ha ucciso l’eroe. Gli sembra quanto di più efferato si potesse fare; ha commesso, sia pur in sogno, un omicidio, e cosa che aggrava il fatto, su una figura così significativa. Solo dopo profonde riflessioni e altri sogni/visioni rivelatori, intuisce che gli viene indicata una precisa azione interiore da compiere, un riorientamento da effettuare come dovere morale nei confronti della sua anima; la figura dell’eroe, archetipo che ha dato forma alla sua vita fino ad allora, ha esaurito il suo ruolo e, per consentire un rinnovamento profondo, bisogna fare spazio ad una nuova forma di archetipo ispiratore, forse un eroe diverso, ma se non muore il vecchio non si permette al nuovo di venire alla luce.

‘I nostri dei invecchiano e vogliono essere vinti, perché hanno bisogno di rinnovarsi’. E in questa chiave la buona azione fatta non mi appare più così virtuosa. Intuisco che la vecchia donna può essere una figurazione del mio attuale essere egoico; magari rappresenta una forma esaurita che stava avviandosi naturalmente alla morte; lasciarglielo fare poteva consentirmi una nuova esperienza dell’essere, finire il tempo dello sfinimento ed entrare finalmente nel tempo messianico.

E perché non l’ho fatto? Nel sogno mi sembra che il mio intervento sia quasi un fatto obbligato, come se si trattasse di un copione già scritto: c’è qualcuno in difficoltà e io, da brava bambina (si fa per dire naturalmente), lo aiuto, anche se non mi è richiesto.  È un atteggiamento che mi riconosco, volto ad ingraziarmi persone e fatti. Il sogno lo mette in rilievo dando al mio intervento una valenza terapeutica eccezionale, come se mi prendesse garbatamente in giro allo scopo di darmi delle indicazioni.

È qualcosa che mi è più facile identificare nelle sue manifestazione esterne che nelle dinamiche interiori, ma a ben guardare trovo una corrispondenza; credo di capire che le buone intenzioni che dimostro in sogno, potrebbero mascherare una connivenza volta all’evitamento di un problema che ci si crede incapaci di risolvere, una situazione data che si è abituati ad accettare per forza.  In questa chiave, consentire e aiutare la sopravvivenza della vecchia donna, accanto alla quale c’è l’Antico Testamento, può significare il consenso e l’aiuto alla sopravvivenza di vecchie concezioni religiose: quelle che ho ereditato da mia madre e dal suo modo (bigotto, si può dire?) di intendere la religiosità: ‘quel culto, quella devozione, quei riti,’ tutte cose che sento lontane ed estranee. Mettiamoci anche le lezioni di catechismo, come si davano negli anni della mia infanzia, (e tutto l’apparato delle revisioni critiche successive mutuate dal marxismo?), un mondo pre-concetto,  che mi ha pre-formata ad una percezione del divino che non ho mai analizzato con lucidità, ma che, poiché non mi piaceva, ho semplicemente rimosso, e che, dall’ombra in cui si trova, mi condiziona.

Ecco che, posto in questi termini, il problema diventa più comprensibile e perciò stesso affrontabile, e se pur in alcuni momenti l’idea di affrontarlo mi sembra superiore alle mie forze, capisco che se voglio entrare nel tempo messianico, è un lavoro da fare urgentemente. Non si può costruire nulla di nuovo su fondamenta corrose; si tratta di togliere dall’ombra contenuti sempre rigettati, accettarli e guardarli, per quanto spiacevoli possano essere, uno ad uno, chiedersi che cosa è tempo che muoia, e lasciarlo morire.

Commenti

  1. Molto bello e autentico, questo post.

    Intrigante l’aggancio con il Libro Rosso di Jung. Non l’ho letto, ma mi sta decisamente tentando (ho letto appena la sua autobiografia e ho trovato sprazzi di luce impressionanti). Non so se riuscirei a decodificarlo sufficientemente, mi pare di capire che sia molto simbolico.

    “…un mondo pre-concetto, che mi ha pre-formata ad una percezione del divino che non ho mai analizzato con lucidità, ma che, poiché non mi piaceva, ho semplicemente rimosso, e che, dall’ombra in cui si trova, mi condiziona.”

    Sì Grazia. L’ho fatto anch’io, perché era un linguaggio che non mi parlava (tranne qualche eccezione). Non lo capivo, e quando lo capivo lo intendevo non come un messaggio di amore incondizionato, ma un insieme di richieste di essere e di comportarsi ad un certo modo, una prestazione da soddisfare per assicurarsi la benevolenza dell’Altissimo. Così inteso non permetteva di respirare e soprattutto certe frasi (perfino certe asserzioni di Gesù, “il mio giogo è dolce…”) che venivano ripetute riguardo la bontà e la misericordia semplicemente suonavano incomprensibili.

    Però con il tempo avrei dovuto scoprire che quello che metti sotto il tappeto, in realtà ti condiziona comunque. Quello su cui eviti frettolosamente di lavorare, ti condiziona sempre di più. Più tenti di nasconderlo dall’orizzonte cosciente, più lo ricacci nella “materia oscura”, più gli effetti si fanno sentire. Prepotentemente.

    Capita ancora adesso, che certe asserzioni “religiose” si mettano in risonanza in maniera assai distruttiva con un senso di colpa molto radicato, che eredito da antiche situazioni familiari, su cui la VERA parola di Cristo viene – ora lo inizio a capire – come una liberazione infinita, un balsamo sanante. Ma richiede anche da parte mia un lungo lavoro per collaborare alla Sua rivelazione, un lavoro insieme culturale, psicologico e spirituale.

    Un lavoro che richiede tutta la pazienza di attraversare, guidati, le mie zone di “inferno” oscure e dolenti.
    Ma che sta già iniziando a dare alcuni dolci frutti, in termini di creatività liberata.

  2. Grazia dice:

    Caro Marco, il Libro Rosso è forse il libro più affascinante di Jung, lì lui scopre sé stesso a profondità vertiginose rivelandosi in modo autentico e appassionante, non credo però sia consigliabile come primo approccio con lui, la sua potenza può stordire, allontanare, mentre non è molto esplicativo per ciò che riguarda la sua visione dell’uomo, della sua psiche, del mondo e del cosmo. Poiché ha scritto un’intera biblioteca non avrai difficoltà, se deciderai di leggerlo, a trovare un titolo che faccia per te, me ne viene in mente uno tra tutti, che tratta il problema della sincronicità, con un fisico Premio Nobel che si chiamava Wolfgang Pauli.
    Grazie di aver trovato in ciò che racconto nel post un parallelo con la tua esperienza e di aver condiviso in parte la tua “materia oscura”, parlarne è una vittoria, significa che sei riuscito a mettere a fuoco condizionamenti difficili da identificare, tanto più in materia di religiosità, perché collegata ad un sentimento che si perde nella memoria, anch’io ci sto lavorando e spero di trovare, come tu dici molto bene, dolci frutti.

  3. Barbara dice:

    Ciao Grazia, in questi giorni nel mio piccolo, sono alle prese con tutto il –vecchio- che c’è in me.
    Quasi un –prendere atto- in modo –distaccato-, dello storico che ho vissuto fino ad oggi.
    Già questo distacco per me è straordinario e miracoloso.
    Osservo le situazioni che hanno prodotto esperienza e poi osservo le situazioni in cui sono stata –incapace- di trarne esperienza e che continuano a produrre dolore e che sento ormai come -massa inerte-: pura zavorra che come nella raccolta differenziata, “nell’umido” si putrefà.
    Mi sto rendendo conto che, nei momenti in cui mi arrovello mentalmente e ricado nel –soffrire- ed attaccandomi in quei momenti al –soffrire- …
    … in questo ri e ricadere … –mescolo- tra loro sia le –esperienze-; cioè anche l’insegnamento che ne ho tratto da situazioni che verificandosi e accogliendole mi hanno portato avanti nel cammino ed insieme a questa consapevolezza “confondo” in qualche modo, ci mescolo cioè anche tutto ciò che invece provoca -dolore infinito- e che, a stare ad osservarlo, sembra un qualcosa che non ha alcun “limite”, sembra senza un fine e senza una fine, e si autoalimenta anche delle mie –impossibilità- anche solo nel provare a comprenderlo e questo accade forse perché “retaggio” di dolori anche ereditati e che io stessa perpetro. Ed è questo probabilmente il lavoro che si fa nello “stanare” i nostri condizionamenti.
    Condizionamenti, schemi e paure che nel tempo hanno preso su me, su noi umani, una forza tale che singolarmente per ognuno sembra ci schiacci in modo insopportabile. Almeno così sento, ho sentito in me.
    Più volte ho provato a guardare “il volto” di questo dolore schiacciante. E’ accaduto in momenti di delirio con febbre altissima, nelle varie influenze stagionali 🙂 e negli anni. Quasi sogni.
    Questo dolore, senza misura, si rivelava come un gigantesco masso che incombeva su di me.
    L’ultima volta, con 40 di febbre e più, ho deciso di arrendermi.
    Ho lasciato che questo masso enorme, man a mano si avvicinava, … ho lasciato che incomba su di me.
    La paura saliva, trasformandosi in terrore e concentrandomi nella fede cieca, richiesta; di essere un corpo non solo di carne, boccheggiando letteralmente perché il masso a causa della vicinanza mi toglieva il respiro, pronta a morire, a quel punto ho iniziato a pregare … e ho concentrato tutta me stessa a “sentirmi masso”, … io nel letto, delirante di febbre: ero il masso e nel contempo ero al suo interno … il masso mi ha così attraversato e in quei momenti la sua massa grigia ed oscurata era quasi evanescente e faceva trapelare la luce di fuori.
    Essendo io in quella cosa e uguale a quella cosa, il suo peso, non mi ha schiacciato ma mi ha attraversato e dopo alcuni istanti ero fuori nella luce.
    Poi, una gran leggerezza.

  4. Ciao Barbara,
    chiarisci molto bene che cosa sia ‘l’arrovellarsi’, il soffrire che ne segue e l’attaccamento al soffrire che sembra, in certi momenti, una via salvifica, è facile confondere l’accettazione, cioè il non aver paura del dolore, con l’idea che il dolore vada cercato, come hai capito, anch’io ne so qualcosa.
    Forte l’esperienza del masso che ti sovrastava e molto liberatoria la svolta che tu hai impresso alla vicenda. Fai quasi sembrare desiderabile un’influenza con febbre alta.

  5. Barbara dice:

    🙂 🙂 🙂 …. influenze probabilmente funzionali e molto impegnative comunque :)
    È stato leggendo il tuo sogno Grazia che mi sono ricordata del mio. E nei due sogni, anche rileggendo mi pare d’intuire alcune similitudini che razionalmente non saprei spiegare.
    Ultimamente a volte mi sembra come se accada che, un passo che da tanto ho atteso mi accorgo all’improvviso che l’ho appena fatto, sono già “oltre” mentre continuo, come per forza d’inerzia a comportarmi al “vecchio modo” e mancava solo un passaggio: accorgermene, prenderne coscienza. E così di cosa in cosa. Di volta in volta.
    Grazie 🙂 un abbraccio e ciao, Barbara

  6. Mi ricordi la storiella di quel tizio che sale sull’autobus aiutandosi con la mano sinistra mentre la destra tiene in mano il biglietto, poi ne scende, fa diverse cose, arriva a casa, e quando deve aprire la porta, si rende conto che la sua mano destra stringe ancora inutilmente il biglietto. Quante volte ci succede questo e con quante energie sprecate!
    Un abbraccio a te.

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