Il cielo dentro di me

Cercherò il cielo dentro di me.

Lo dipingerò di azzurro, quell’azzurro che riempie gli occhi di luce e lascerò vagare in quel cielo qualche nuvola, purché sia bianca, candida come la neve sotto il sole.

Posso immaginare quel cielo perché lo conosco, ho contemplato la sua vastità, mi sono persa tante volte in esso contemplando l’orizzonte. Placata, al sicuro, fuori dal tempo che corrode la quiete e riempie i giorni di frenesia, ma non colma il mio bisogno di felicità.

Sono custode di un tesoro che mi appartiene per diritto di nascita. Il suo nascondiglio è così profondo che non riesco a raggiungerlo, ma so che c’é.

Custodire il buono e il bello perché non vada perso, averne memoria, così come si ha memoria del cielo d’estate quando l’autunno spazza via l’azzurro e la pioggia irriga di tristezza la terra.

Avere memoria, ricordare ciò che è passato, perché la memoria è il perpetuarsi di ciò che da sempre è stato e non può cessare di essere.

Cosa resterà di me quando smetterò di cercare e riposerò nella mia vera dimora?

Cosa porterò con me nel viaggio e cosa lascerò, perché altri lo custodiscano?

Non so quanto tempo mi è dato ancora, ma vorrei che questo fosse il tempo per lasciare le zavorre, seppellire i pensieri ostili, smettere di fuggire, di rifiutare sentendomi rifiutata.

Che sia per me il tempo dell’accoglienza. L’accoglienza di me stessa, della mia anima nata libera, dei miei giorni, quelli belli e quelli brutti, del pianto e del riso e dei profumi sparsi sul cuscino delle mie notti.

L’accoglienza degli altri, di chi mi è compagno di vita, mai veramente accolto, forse tenuto a distanza perché lo volevo troppo vicino, troppo simile a me.

Imparare ad accogliere per me sarà imparare a lasciare la diffidenza, la pretesa di sapere, di essere rassicurata, di trovare quello che mi piace e mi aggrada senza volere anche il resto…

Smettere di puntualizzare o di soffrire per ogni rifiuto o mancanza di ascolto.

Voglio accogliere l’altro, perché non c’è altro modo per essere nella pace.

E la pace è mio dovere ricercarla e costruirla, giorno dopo giorno.

Forse questo resterà alla fine: quel poco di pace che avrò saputo condividere con gli altri o che, sola, avrò assaporato, contemplando il mio cielo che non smetterò di ricordare, azzurro e terso come certe estati al mare.

Commenti

  1. Cara Monica,

    grazie per questo intervento dal sapore delicatamente poetico. Curiosamente mi rimanda a qualcosa emerso, per me, proprio di recente nel mio percorso terapeutico, la necessità – anzi potremmo dire la vantaggiosità – di coltivarsi uno spazio “buono” dove far crescere le cose belle, le cose tra le quali stiamo in pace, stiamo bene. Che “contemplare il mio cielo” sia come una compagnia di viaggio fedele, un orizzonte conchiuso a cui riferirsi, ogni volta che si vuole, quando si avverte l’asprezza del vivere troppo in superficie, un posto magico pulsante, sempre accessibile.

    “L’accoglienza di me stessa, della mia anima nata libera, dei miei giorni, quelli belli e quelli brutti, del pianto e del riso e dei profumi sparsi sul cuscino delle mie notti.” E’ il vero punto di lavoro, di speranza e di pace. Accogliere sé stessi e iniziare ad amarsi davvero. Imparare ad amare, accogliendosi.

    Tra l’altro, annoto di passaggio, è bellissimo che questo post venga cronologicamente dopo quello più “politico-sociale”, a ulteriore testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, che in questo ambito giochiamo sempre con tutti i registri dell’umano, in questo ambito non si fanno rimozioni o finzioni.

    Leggevo proprio stamattina,

    “Guardate, per favore: come si fa a fare unità con la donna, a fare unità con i figli, a fare unità con l’estraneo, a fare unità addirittura col nemico, a fare unità con le cose, a fare unità col cielo e con la terra, a fare unità con la società, a fare unità col tempo e con la storia, a fare unità nel mondo, come si fa a fare unità, se io sono diviso da me, se il soggetto che deve fare questa unità è diviso? E se uno non ama se stesso è diviso” (L. Giussani, “Una strana compagnia”)

    Contemplando il mio cielo, mi accorgo che valgo. Non per una prestazione, ma come essenza creata, valgo ontologicamente. E forse posso iniziare a “smettere di puntualizzare o soffrire”.

    Solo se mi amo: ovvero, se sono amato.

    Grazie

  2. Grazie cara Monica per le parole che condividi.

    Credo che possiamo affrontare la sfida di questo tempo faticoso eppure propizio se innalzando gli occhi al cielo scopriamo il cielo dentro di noi dove, come tu dici, ci sentiamo al sicuro e fuori dal tempo cronometrico dell’Ego.

    Per me significa entrare in uno spazio di silenzio che avvolge ogni atto dove la solitudine è liberata dall’ angoscia della solitudine.

    Un forte abbraccio, giuliana

  3. Caro Marco, grazie per questo ascolto profondo. Ci sono parole, lo sappiamo entrambi, che non sono veramente nostre e che pure ci risuonano, perché vibrano all’unisono. Sono parole che scaturiscono da un altrove, che si propagano nell’etere , creando assonanze. Per questo trovo molto belle le parole di don Giussani che citi nel tuo commento. Se sapremo perseverare nell’ascolto, se ci aiuteremo reciprocamente a non lasciare cadere quelle parole, forse riusciremo a costruire la pace nei nostri cuori e a portarne un pizzico nel mondo …
    A te,Giuliana, un grazie affettuoso per aver compreso e testimoniato che la solitudine può diventare un luogo fecondo, quando, lasciata andare l’angoscia, ci facciamo attenti ,fiduciosi che da quel silenzio sorgerà una Parola…Un abbraccio e grazie a tutti e due: Monica

  4. GianCarlo Salvoldi dice:

    Cara Monica, il ricordo porta con sè attaccamento e rifiuto, può essere benedizione o maledizione.
    Io ho avuto in dono la grazia di dimenticare le cose brutte e i torti, e a volte questo mi danneggia, ma preferisco così.
    Ma ho avuto anche il dono di ri-cordare le infinite cose belle che la vita offre, dalle più piccole a quelle essenziali.
    A proposito delle quali ho il problema dell’attacamento, ma è un attaccamento che mi piace tenermi.
    Cosa resterà di noi? L’io sovrano che è capace di essere figlio, sa che ha ricevuto tutto e tutto dona e trasmette, e vive.
    Non ti credo quando dici “quel poco di pace”, perchè è parola detta male: forse pensi che la quantità di pace che hai e che dai sia diminuita dal limite, dagli errori, dal dolore? Certo che la pace la costruiamo giorno dopo giorno.
    Ma quel cielo, lo stesso che contemplava Etty Hillesum, è pieno di pace alla quale possiamo fare spazio in noi.
    Un abbraccio, GianCarlo

  5. Grazie della bella e saggia provoca zione dei pezzi cielo dentro di noi.
    Se mi lascio trovare
    dal pezzo di cielo
    di cui sono custode
    a volte ignara
    se mi lascio trovare
    dai cieli azzurri
    e da quelli con nuvole spumose
    che abitano il cuore
    forse
    non mi spaventaranno
    i cieli ignoti
    attorno.

  6. Belle immagini di leggerezza e luce, grazie.

Lascia un commento