La via dell’humus

Humus è il sito del Gruppo poetico insurrezionale di Darsi Pace. Il nostro progetto è il frutto di un lavoro giovane, ancora in piena crescita, principiante. Vorremmo perciò mantenere uno spirito molto umile (come suggerisce il nome humus: cioè semplice, fedele alla terra della nostra vita) ma che, proprio per questo, sia anche umilmente grande, pronto a sfide ardue e di radicale impatto sul mondo.

Siamo un gruppo di persone che vengono da storie e vite molto diverse, ma che condividono uno sfondo comune, uno slancio iniziale, innanzitutto un sentimento che coinvolge il ventre stesso delle nostre giornate: l’ansia profonda e la sensazione che tutto questo mondo così come lo vediamo essere e andare avanti non abbia più senso, cioè non abbia più nulla da dire, nessuna direzione, ordine, logica, e in definitiva nemmeno una ragione per continuare ad esistere. È un non-senso strutturale che perseguita tanto le nostre vite personali quanto l’ambiente collettivo, al punto che sembra quasi retorico, addirittura scontato parlarne. Proprio questo è il segno che ormai non è più possibile tacerne.

Ogni giorno assistiamo a fenomeni collettivi di vera e propria patologia, una patologia che da tempo domina come sistema di mercato, di consumo, di politica e di relazioni personali, culminante in un’industria del divertimento che è in verità solo distrazione universale. Pertanto noi intendiamo prendere di nuovo sul serio e con nuova forza il disagio dilagante – prima di tutto nelle nostre anime – e osiamo credere che questa depressione psico-collettiva, ormai manifesta ovunque, possieda un senso, cioè abbia una direzione e un’origine precisa che affonda le radici non solo nella storia occidentale degli ultimi due secoli ma ancor più addirittura in tutta la storia collettiva degli ultimi millenni. In fondo, dicendo ciò, non facciamo altro che essere portavoce di ciò che i più grandi artisti e filosofi della modernità e della contemporaneità hanno già annunciato: la fine di un mondo, di una civiltà, di un modo intero d’essere uomini, vera causa dello spaesamento e disorientamento del nostro vivere comune.

Di conseguenza noi crediamo fermamente, nell’orizzonte di questo nostro lavoro, che la cultura non sia quella catasta di mattoni o di piagnistei (a seconda dei casi) che oggi ci vorrebbero far credere, e che impongono alle scuole senza più alcun senso, senza più vita, senza più il minimo respiro autentico di un “perché?”. Noi pensiamo che questo modo di fare cultura sia ormai totalmente morto, e dunque – nella misura in cui permanga – mortifero, portatore di morte, criminale.

Al contrario, il nostro progetto può dirsi di intento culturale solo in quanto per noi questa parola ha un significato totalmente nuovo, molto più affine all’idea di un coltivare, di un lasciar nascere, e in fondo di un ascoltare e ascoltarci nuovo e vero: quanto più andiamo avanti con questo cimitero che è il nostro mondo, tanto più questa necessità di ascolto urla, ruggisce e urge, e non in qualche luogo istituito o ufficiale, bensì nel nostro stesso stomaco! Paradossalmente ma letteralmente potremmo dire di essere qui per trovare un nuovo fiato, un nuovo respiro, e quindi prima di tutto per non soffocare in questa palude che sentiamo essere il nostro tempo.

È chiaro che non crediamo più in una forma di cultura che sia una verità da apprendere soltanto con la mente, totalmente slegata dall’umore che abbiamo alzandoci la mattina: noi pensiamo che esista un nuovo modo di fare cultura, di creare linguaggio, categorie di pensiero, di comprensione (e quindi una nuova politica, economia, società, antropologia ecc.) basato e totalmente integrato con i problemi fondamentali dell’esistenza umana, e prima di tutto col problema del senso del nostro esistere e del nostro essere qui ora, “progetti gettati” (direbbe Heidegger) in questo mondo assurdo a fare non si sa ancora esattamente cosa.

Lo ripetiamo: queste idee non sbucano dal vuoto cosmico, ma hanno una storia. Ecco, in questo vogliamo mantenerci fedeli al DNA dell’Occidente che oggi è inevitabilmente in crisi, ma che richiede anch’esso un nuovo modo di essere pensato: la storia come tale, nell’odierna e inarrestabile mescolanza delle culture umane, deve e può essere rinnovata, guardandoci sempre dal rischio di riflussi reazionari o di nichilismi distruttivi (come ne abbiamo visti a decine solo nel XX secolo), che in fondo non sanno fare altro che confermare la nostra fine.

Il nostro lavoro sarà quindi certamente interpretativo, ma solo se “interpretazione” non significhi più “discorso astratto sull’oggetto”, bensì cooperazione attiva al formarsi, al venire alla luce presente e costante del senso di ciò che diciamo. Precisamente questo noi chiamiamo “cultura”.

Il nostro sguardo, in virtù di questa ritrovata potenza attiva e creativa della parola pensante, si volge sin da subito ad una certa tradizione poetica, ad un certo modo di sentire l’esperienza artistica e creativa, che a nostro parere ha già sperimentato quello che stiamo dicendo, con vari esiti. Voci come quella di Hölderlin, di Rimbaud, di Campana, di Trakl, fino a Celan e Char nel Novecento, possono – sempre semplicemente e umilmente – dare proprio oggi a noi l’esempio reale e realizzabile di questa nuova proposta culturale. Fiorendo quest’ultima dai meandri più oscuri dei nostri inferni, essa è in grado anche di risanare i nostri saperi specialistici (ormai del tutto sterili), e di trarre nuova linfa per una prospettiva nuovamente universale, più ampia e, osiamo dire, enciclopedica, nel senso cioè di una direzione unitaria e nuova che tutto il sapere umano riscoprirà, con lo scopo preciso di accrescere la nostra vita e il nostro stare nel mondo in modo sano.

La verità di questa cultura, di questa arte, sarà solo la misura in cui la nostra vita e la nostra esistenza ne trarrà beneficio reale e davvero sperimentabile. Siamo ansiosi di scoprire, servendoci di questo blog, come già il nostro pensare sia un praticare, come un’azione veramente generativa e nascente (sino ad oggi relegata nei confini dell’arte, ormai esplosi) sia possibile nel nostro stesso vivere e sentire incarnato, unitariamente personale e sociale. È tempo di dare voce ad una nuova Terra, ad un nuovo humus, ad un uomo che dimostri veramente il suo essere nuovo, di nascere come nuovo tempo e nuovo senso in me ora.

È il tramonto dell’Occidente, ormai irreversibile, che qui vogliamo imparare a vivere umilmente ma veramente come un nuovo Oriente.

Raccogliamoci allora, in questo nostro lavoro di vita, attorno all’annuncio, al nuovo Appello che Paul Celan ci invia dalla sua raccolta “Papavero e memoria”, con la forza di uno sperare già disperato, eterno poiché già passato per la notte della morte:

 

È tempo che il sasso si adatti a fiorire,

Che per l’inquietudine batta un cuore.

È tempo che sia tempo.

È tempo.

 

Vi invitiamo a visitare il nostro blog  www.humuspoetico.it e la nostra omonima pagina facebook

Commenti

  1. Grazie Luca!

    Il lavoro che state facendo è meritorio ed importante, e in AltraScienza lo sentiamo come un complemento necessario ed ineludibile di quanto cerchiamo di articolare nel gruppo – che è appunto impegnato nell’ambito della revisione dell’idea dell’avventura scientifica – secondo gli stessi medesimi canoni che informano il vostro lavoro.

    Difatti, uno stesso travaglio coinvolge l’arte, come la scienza, la filosofia e la religione. E i confini, come giustamente annoti, “esplodono”. Sebbene tracce clamorose di questa deflagrazione del pensiero/universo stazionario, statico, siano consistenti già nel secolo scorso (i diari di Etty, l’opera di Jung…) noi per molti versi continuiamo a vivere come se questo non fosse, non fosse accaduto, non fosse in accadimento ogni minuto. Ma questo ha conseguenze, sempre di più. E urge un ricominciamento.

    Nel nostro blog appena rinnovato (http://www.altrascienza.it) abbiamo voluto inserire un riquadro con i link diretti agli ultimi post di Humus, per dare un segno tangibile del fatto che nella post modernità non vi sono più steccati (anche se il pensiero razionale spesso rimane tragica-mente indietro), o meglio, non vi siano steccati nella edificazione di questa “nuova cultura”, che di nuovo ha sostanzialmente una attenzione rispettosa e costante a quanto accade nel corpo, al miracolo costante che è la “persona”.

  2. Filippo Tocci dice:

    Grazie a te Marco!
    In effetti l’urgenza dei nostri tempi è quella di divulgare, attraverso nuovi linguaggi, il pensiero dell’umanità che preme per nascere in noi. Linguaggi non specialistici, inediti, così come inedito, o quantomeno inusuale, è il collegamento tra ambiti all’apparenza distanti, come quelli “scientifico” e “poetico”.
    Non posso parlare di poesia o filosofia senza includere nel mio pensiero, anche senza menzionarle in modo esplicito, le nuovi visioni che scienza e astronomia, ad esempio, hanno aperto. Abbiamo bisogno di trovare un linguaggio sempre più comprensibile, che rechi memoria dei saperi specialistici ma che sia alleggerito dalla complessità verbale (semplicità di secondo grado).

  3. Ho letto la descrizione del dipinto che avete messo nel vostro articolo: “La nona onda”.
    Rispecchia bene i sentimenti che noi, poveri naufraghi, viviamo in questi tempi: la paura e la speranza.
    La paura per l’onda che sta arrivando, la nona, la più alta, quella che non lascia scampo.
    Ma c’è anche la speranza-certezza che dopo l’onda c’è il sole, c’è il cielo caldo dorato che promette e custodisce salvezza e vita.
    Un caro saluto

  4. Bravi! Mi è piaciuta l’espressione ” Potenza attiva e creativa della parola pensante. ” Mi ha ricordato che quando talvolta, da insegnante, entravo in classe demotivata e stanca, la classe reagiva in modo speculare, c’era distrazione e disinteresse, quando invece chiamavo a raccolta tutte le mie forze intellettuali, affettive, corporee, la situazione cambiava decisamente, c’era attenzione e voglia di imparare. I ragazzi ed io assaporavamo la vita che cresceva, la soddisfazione di trasformarci, di essere presenti a questo processo. Ora sono in pensione, ma lo stesso mi accade quando entro in relazione con qualcuno con tutta me stessa. Sono momenti di grazia!

Lascia un commento