La malattia: alla ricerca di un senso

Commenti

  1. Caro Luigi il tuo post mi tocca profondamente nella carne e nello spirito. È scritto bene e chiarifica molte cose. Convivo con una grave malattia cronica da molti molti anni che mi ha fatto cercare e sperimentare molte cose. Ma tra tutte le risposte che ancora oggi riesco a darmi devo dire che la tua conclusione resta ancora quella che sento più giusta e più valida: la vita e la malattia sono veramente un grande mistero. Insieme impariamo a navigare e ad attraversarlo. Grazie Un abbraccio e un caro saluto da Fabio.

  2. Bella riflessione PIER Luigi, che reso in parole e condividendolo puo essere piu che utile per una considerazione umana prima di giudicare un mal-essere o malatia vero e proprio di tanti. Dunque non solo di chi vive la malatia ma anche di chi puo imparare ad avere una visione amorevole e comprensivo verso chi vive la malatia, piuttosto che farne un motivo di chiacchere in compania escludendo l’affetto.. cosa che sinceramente accade spesso in soceta e non siamo in grado di vedere una possibilità di interagire con questo disagio. Qui si apre un mondo di motivazioni possibbili, ma mi fermo così. Grazie per le tue parole e e la ricerca che condividi.

  3. Giuliana Martina dice

    Sono venuta a contatto con la malattia degli altri – nonno, zii, mamma – fin da piccola, ne ero spaventata. Da giovane si sono aggiunte quelle di papà e di mio fratello e ho cominciato a intuire che la malattia segnalasse anche un disagio più profondo.

    Due anni fa un tumore al seno è arrivato a me come un fulmine a ciel sereno mettendomi a contatto con la mia malattia.

    Grazie al lavoro di questi anni in Darsi pace sono riuscita ad attraversarla come opportunità di conoscenza di me stessa cercando di comprendere cosa veniva a dire di me e a me.

    Ho visto scatenarsi le mie modalità difensive che ho cercato di guardare con occhi benevoli per mantenermi in relazione con familiari, amici, medici curanti sia durante l’attesa della diagnosi che durante il ricovero ospedaliero per l’intervento chirurgico.

    Ma la chemioterapia, prosecuzione della cura definita preventiva, mi ha fatto ripiombare nell’abisso spaventoso in cui cercavo appigli sicuri che non trovavo, mi sentivo fatta a pezzi e con tanta fatica lottavo per tenermi insieme, il mio tentativo di esprimere ai medici questo stato d’animo mi tornava come una grande frustrazione.

    Guardare la mia malattia con la consapevolezza di oggi ha significato e significa per me accogliere la mia precarietà, ascoltare il dolore profondo che viene a galla, lo stesso dolore del passato dal quale fuggivo pensando che fosse solo mio, imparare a gridarlo, a chiedere aiuto e a condividerlo.

    Siamo tutti malati, il nostro cuore è diviso, e riconoscerlo ci aiuta a cercare la cura, a navigare insieme verso la vera guarigione nel mistero che ognuno di noi è.

    Grazie Pier Luigi a te e al gruppo Darsi Salute per il lavoro che state realizzando.

    Un abbraccio, Giuliana

  4. Pier Luigi Masini, thank you for this post. Its very inspiring.

  5. Luca Ricci dice

    Grazie Pier un bellissimo articolo.
    La metafora del deserto fa capire quanto in profondità sia andata la tua anima quando hai deciso di fare il medico.
    Un grande abbraccio

  6. Stefano Sandron dice

    Grazie Pier Luigi, per il tuo articolo nel quale percepisco il tentativo di essere e non di fare il medico, di stare concentrato sulla persona e non solo sul sintomo o solo sulla malattia.
    Perché se ho ben capito, sintomo o malattia, sono espressioni ancora misteriose ed abissali di parti di noi ancora infondo sconosciute.
    La mia personale esperienza di malattia è molto legata alla dimensione psichica, quasi 25 anni fa (il 19 giugno 1994), ancora ragazzo appuntavo su una specie di diario, questo pensiero:

    Sono malato
    malato di questo tempo
    che forse non è il mio,

    c’è l’ho addosso
    non me lo posso togliere (impazzirei)
    ormai è la mia vita.
    Giorno dopo giorno
    mi danno un vestito
    che non mi posso levare.

    Da allora,
    da quando ho percepito nella più totale solitudine (e presunzione di farcela da solo), in un profondo stato di dolore, che “questo mondo” non ci appartiene, che cioè ha il suo padrone (la scissione, la nostra separazione), ma non appartiene allo spirito creatore, da quando cioè ho dovuto abbandonare per paura di impazzire il contatto di parti di me molto profonde, la mia carne ha cominciato a manifestare una serie di sintomi e disturbi fastidiosi, a volte dolorosi, nel corpo (infiammazioni e contratture di ogni tipo) e nella psiche (paure, chiusure e fughe centrifughe da me).
    Riuscire a dare senso, è stato l’inizio della cura, ora dopo tre anni di cammino in Darsi Pace in compagnia di “me stesso”, questi stati dolorosi, li chiamo energie “fuochi, fiamme, in-fiamma-azioni” bloccate, e così alcuni disturbi cominciano ad allentare la loro morsa, perché sono leggermente più libere di fluire, più ascoltate, più contattate, perciò quello che scrivi nella seconda parte del tuo articolo per me è concretissimo.

    In questo momento è di vitale importanza, dare senso a tutto ciò che vivo, lavoro faticosissimo (perché richiede una morte continua) e divertente allo stesso tempo, perché libera spazio nell’anima, ed in Darsi Pace sto per fortuna lentamente imparando che questo groviglio pesante ed intricato di pensieri ed emozioni, non sono io, quando me ne ricordo è un vero sollievo.
    Chi sono ancora non lo so, ma sapere che io non sono tutto questo, è per me davvero liberante.
    A questo mi sta portando la pratica e quell’osservazione di me più complessa (non complicata), che sintetizzi bene nel tuo grafico… a capire cioè che io sono un luogo di eventi, e che io posso decidere a quali aventi partecipare, a quali eventi dare spazio, che quel ragazzo di 19 anni sentiva giusto, ma non conosceva (ed ancora dimentica) la possibilità
    e la libertà della scelta, soffriva (e soffre) perché si identificava (ed identifica) con questo mondo, non con il Sé che lo genera, se mi svuoto da ciò che credo di sapere di me, milligrammi (forse meno) di tensioni si allentano, e per il corpo e per l’anima se pur ancora contratti, è un gran sollievo.

    Grazie Giuliana per la tua condivisione, mi da sempre piacere nello spirito e nel corpo sentire racconti di vita, che mi fanno percepire come lo Spirito effettivamente si incarni, anzi direi che per me la carne (quella vera, quella che ancora non siamo) è Spirito.
    Mi pare che nei racconti di vita, di sofferenza personale (fisica o psichica) quando sono luoghi attraversati, lo spirito si racconti, si celi ed anche si sveli.

    Un grazie ed un caro saluto

    Stefano

  7. Grazie davvero per questi commenti così ricchi di vita vissuta e carichi di ricerca e sofferenza! La vostra risposta mi dice che non sono solo pensieri, teorie, o idee, ma una rappresentazione, seppur limitata, della realtà. Questo è molto importante, perché siamo alla ricerca della Verità, non intendendo una dimostrazione dei fatti, ma nel senso che vogliamo dirigerci ogni momento verso ciò che è più vero, che rispecchia meglio chi siamo e perché siamo qui. E lo facciamo con le parole, nelle relazioni, quindi da esseri pensanti abbiamo bisogno di pensieri, teorie e idee che ci dicano che siamo sulla strada giusta.
    La malattia cronica, come nel caso di Fabio, ci mette di fronte a limiti che gli altri non hanno, che di solito aumentano il loro peso col tempo che passa. Serve davvero tanta fiducia/fede per poter accettare, momento per momento, che non si è più quello di prima, per non lasciarsi andare ad un senso di scivolamento verso il baratro.
    Come suggerisce Giuliana, la malattia può svelare qualcosa di noi, perché ci mette alla prova e lo fa senza chiedere permesso. La ricerca interiore ci porta a confrontarci con le più dolorose ferite, attuali e del passato, e talvolta sono proprio le malattie a rappresentarle o a riaprirle. Se nel caso di Fabio si tratta di un lento sgretolamento, per Giuliana può trattarsi di una valanga improvvisa. In questo percorso, citando Giuliana, ci accorgiamo che “Siamo tutti malati, il nostro cuore è diviso, e riconoscerlo ci aiuta a cercare la cura, a navigare insieme verso la vera guarigione nel mistero che ognuno di noi è”. Quindi non c’è più medico né malato, possiamo venirci tutti incontro, comprenderci, sostenerci, e camminare a fianco gli uni degli altri.
    Stefano ha vissuto molto consapevolmente un momento di scissione: di fronte all’inaffrontabile abbiamo bisogno di scollegare la parte più dolente per sopravvivere. Ma questo non è indifferente, e non è nemmeno una soluzione definitiva: il corpo (ma anche la mente!) ce lo ricorderanno sinché non riusciremo a ricontattare quelle ferite per curarle, riportando gradualmente maggior unità al nostro essere, riportando la Vita dove era venuta meno.

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