Corrispondenze

“La Natura è un tempio ove pilastri viventi

lasciano sfuggire a tratti confuse parole;

l’uomo l’attraversa tra foreste di simboli,

che l’osservano con sguardi familiari…”

(Baudelaire, Correspondances)

 

Condivido un piccolo video che rappresenta il frutto di una parte della mia ricerca artistica. Invito a guardare le immagini e ascoltarne la musica, prima di continuare a leggere, possibilmente a schermo intero, perché è importante che ogni riflessione parta da un’impressione e non viceversa.
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La trasformazione di un dispiacere in opportunità di comprensione più profonda.

Un mio amico, lo scorso anno, pensando di essermi di aiuto, ha pensato di pubblicizzare un mio concerto, scrivendo una mail ai suoi amici, impegnandosi, nella speranza di attirarli, in una lunga descrizione, in senso musicologico, degli autori e dei brani che avrei eseguito. Tutto, senza fare accenno a me, come “interprete”, ma solo come “amico”.

Alla fine, nessuno dei suoi amici è venuto al concerto e, ironia della sorte, neanche lui.

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Esperienza di armonia e di senso

 

Fin da piccolo, quando ho ricevuto in eredità il pianoforte di mia nonna sono rimasto affascinato dalle possibilità espressive di quello strumento.
Ma, era lo strumento ad avere quelle qualità espressive o, più sottilmente, ero io che avevo finalmente la possibilità di ritrovare me, o meglio, la parte più intima di me, quella più preziosa, più intensa, abissale o astrale, siderale, nell’intreccio di quei suoni meravigliosi?


Col tempo mi si è sempre più chiarito il senso di questo rapporto con i suoni. Ho capito che il suono non è ancora musica, ma entro determinate condizioni può essere un veicolo ad essa.
Ho imparato a riconoscere che la musica è intimamente legata alla mia essenza, come lo può essere per chiunque, ascoltatore o esecutore, quando l’ascolta nel pieno esercizio delle sue funzioni di essere umano.
La musica non è una “cosa”, qualcosa di esterno a me, che influisce su di me, ma sono io stesso, nel momento in cui riesco a mettere in connessione i suoni fra loro e quando avverto ciò che si muove in me in questa dinamica di rapporti, il tutto all’interno di un progetto che diventa sempre più chiaro mano a mano che mi avvicino alla fine del percorso.
La musica è possibile, così, solo in presenza di Spirito, perché è lo Spirito ad essere sullo sfondo di questo evento.
Non tutti ne siamo consapevoli, ma è ciò che avviene sempre quando ascoltiamo o facciamo musica.
Suonare più o meno bene significa riconoscere questa verità e produrre sullo strumento un gesto spontaneo, anche se frutto di un lungo e faticoso percorso, che incarni la giusta direzione.
Non tutti riescono ad accorgersi di questo, perché il sentire comune tende ad identificare i suoni con la musica, a scambiare l’influenza che i suoni hanno su di noi e la relativa attività psichica con l’esercizio della coscienza libera.
In questo contesto di pensiero radicale, l’esperienza musicale può diventare una via di liberazione interiore, vicina al percorso proposto a noi da Marco Guzzi.
Nei gruppi di Marco stiamo facendo, nella parte dedicata all’indagine psicologica, un lavoro di riconsiderazione di tutte le dinamiche relazionali della nostra vita, riconoscendo come in ognuna di esse siano da distinguere gli elementi oggettivi dalle proiezioni nevrotiche della nostra psiche.
Queste proiezioni, identificazioni, o veri fraintendimenti della realtà (male-dizioni come le chiama Marco) impediscono il libero esercizio della nostra coscienza generando disarmonie in noi stessi e nei nostri rapporti interpersonali.
Tornando all’esempio musicale, quando studio un brano musicale, ho di fronte a me due realtà: un progetto ideale, trascritto nello spartito, e i suoni per realizzarlo (l’equivalente di queste due realtà, in ambito edilizio, sono rappresentate dal progetto di un edificio, disegnato da un architetto, e i vari materiali per realizzarlo).
La musica nasce dalla coscienza libera di un musicista capace di trarre da queste due realtà oggettive un vissuto unico e irripetibile.
Dal modo in cui sono disposti i suoni sulla carta, intuisco le linee guida del progetto, mentre dall’ascolto reale percepisco le qualità intrinseche di ogni singolo suono.
Se non riconosco, non so dar giusto peso alle singole necessità dei suoni che accosto fra loro, rischio di perdere la trasparenza del tessuto sonoro, nello stesso tempo, se non avverto il gioco delle tensioni interne alla struttura musicale, e quindi la direzione delle frasi, rischio di creare qualcosa di sterile e statico.
L’atteggiamento di fiducia che riponiamo in questo lavoro è fondamentale per la sua stessa riuscita e può nascere solo da un condizione di coscienza pacificata e in ascolto.
Anche nel lavoro proposto da Marco, con pazienza e determinazione, cerchiamo di intravedere, attraverso la purificazione del nostro vissuto, il progetto trascendente che, giorno per giorno, andiamo a incarnare nella nostra vita, per trattarla come una vera opera musicale, risonante e armoniosa.
L’armonia, infatti, in musica è sempre il risultato dell’equilibrio e dell’integrazione di tutte le tensioni che noi possiamo percepire.
Non quindi un’esperienza di stasi, ma il vissuto dinamico di elementi in opposizione reciproca che, nell’arco evolutivo di un tragitto, accrescono il livello della tensione, oppure la pareggiano, giustificandosi a vicenda, fino a integrarla totalmente al termine del percorso.
Penso che il desiderio più profondo di molti di noi sia: riuscire a rendere la propria vita armoniosa, consapevolmente vissuta, un’esperienza nella quale ogni evento trovi la sua giustificazione come in un mirabile progetto pregno di significato, proprio come la composizione ed esecuzione consapevole di un brano musicale.

 

Un puntino azzurro

Si può essere presenti, contemporaneamente, a più livelli di coscienza?
Giustamente l’autore delle riflessioni che accompagnano le belle immagini sul rapporto incommensurabile fra la piccolezza della terra e l’universo che la circonda, ci fa notare come le questioni spicciole della nostra quotidianità perdano di significato se osservate da un altro punto di vista.


Tuttavia, proprio per il fatto di essere, la nostra Terra, l’unico posto ospitale e vivibile, ci viene ricordato come sia importante preservarlo responsabilmente.
Mentre mi accingevo a scrivere queste righe cercavo un raffronto tra queste considerazioni e l’arte del suonare.
In effetti, chi suona deve aver risolto ogni difficoltà riguardo l’esecuzione di ogni nota, inserendola nel giusto contesto di rapporti, dai più vicini (con le note immediatamente più vicine) ai più lontani (illuminando di significato tutte le sezioni del brano).
Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache spesso ci diceva “io sono lì, perché non sono lì”, volendo proprio esprimere la realtà dell’essere pienamente nel presente di ogni nota, solo quando questa nota rimane, nel nostro vissuto di coscienza, in relazione con l’inizio del brano, e questo per ogni nota fino alla fine.
Possiamo, così, anche noi essere qui, su questa terra, dando senso alle nostre relazioni più o meno vicine, rimanendo sempre in rapporto col Principio?
Io credo che questo sia il nostro impegno, anche se spesso sembra che le vicende quotidiane, le “note” appena suonate siano stonate, non in armonia.
Occorre purificare il nostro de-siderare, entrando in sintonia con le forze che muovono l’universo, attraverso un più attento uso del pensiero, un giusto con-siderare, essere appunto al livello delle stelle, per osservare e vivere i fatti della quotidianità nella loro giusta dimensione, che è, in ultima analisi, sempre spirituale.

La gioia di suonare

 

Recentemente, facendo lezione, mi si è presentata nuovamente l’occasione di approfondire il discorso sull’atteggiamento di chi suona.

Quasi tutti gli esecutori hanno paura, in una forma o l’altra, di suonare in pubblico.
La paura più forte è quella di “perdersi”, cioè di non essere più presenti a ciò che si sta suonando, fino ad arrivare al blocco totale.


Tutti gli accorgimenti che adottiamo in fase di studio tendono a fortificare la memoria attraverso l’aumento della consapevolezza nei vari parametri musicali, il ritmo, la melodia, l’armonia, la strutturazione delle tensioni, ecc..
Tutto ciò è necessario, ma non è sempre garanzia di successo, né per ciò che riguarda la regolarità dell’esecuzione, né per il fatto che l’esecuzione stessa possa rappresentare, nella sua unicità e autenticità, un reale momento di arte.
Ho già parlato, in altri scritti, al riguardo, ma ora volevo affrontare il tema da un’altra angolatura, quella della gioia di suonare.

Quando preparo un brano da suonare in pubblico, ho bisogno di molto tempo. Questo perché non posso pensare di aver terminato lo studio finché non provo una particolare gioia, che è quella prodotta dalla percezione che ogni nota abbia un senso, che trovi la sua giusta collocazione, il giusto grado d’intensità.
Per arrivare a questo non basta conoscere “a mente” ogni suono, ma occorre trasformare il proprio corpo, ogni cellula, perché sia in sintonia con il significato che le relazioni fra le note comunicano.
A quel punto, ogni suono, libera tutta la sua potenzialità di armonici interni (il timbro, il colore di ogni suono si arricchisce), facilitando il legame con le famiglie di armonici dei suoni affini, creando ulteriori possibilità di nuove relazioni.

Non sempre si riesce, perché il cammino nella conoscenza e armonizzazione di sé è arduo, anche se costellato di momenti che hanno del miracoloso.
Durante le esecuzioni, può succedere di ricadere nell’assenza di Spirito, nella perdita di sé, fondamentalmente per l’emersione di parti di noi ancora rigide, i nostri blocchi animici, le nostre false credenze, che producono vari tipi di reazioni legate alla paura.
In questi casi è utile fare appello alla conoscenza strutturale del brano, alla tecnica, all’esperienza.

Tuttavia un buon modo di anticipare un nostro cedimento di fronte all’emersione della paura è l’attenzione verso la gioia che si sta provando, se scompare è segno che prima o poi ci perderemo.
È anche opportuno non scambiare la gioia con l’euforia, che è un’altra forma di perdita di sé.
Invece l’intima gioia che si prova nello scioglimento di ogni tensione egoica è la cartina di tornasole della nostra capacità di dare senso a ciò che facciamo.

 

L’essenziale e il superfluo


Sono dieci anni che seguo un particolare corso di arti figurative, pittura e scultura, condotto da Elisabetta Di Carlo, psicoterapeuta e pittrice. Ogni lavoro viene introdotto da un preciso tema, simbolico o mitologico, che individua un percorso o un contesto biografico e psicologico, a cui i partecipanti si possono liberamente ispirare, entrando, al contempo, in stretto rapporto col materiale da usare.

Due anni fa il corso era ispirato alle carte dei Tarocchi, e ci è stato chiesto di portare un contributo di riflessione ai nostri lavori, rispondendo a delle domande specifiche. Una di queste domande chiedeva: “nelle teorie che utilizziamo per comprendere la realtà, quanto distinguiamo ciò che è essenziale da ciò che è superfluo?”

Nel rispondere, non ho potuto fare a meno di esprimere l’esperienza maturata, negli ultimi nove anni, durante i gruppi di approfondimento culturale, psicologico e spirituale, condotti da Marco Guzzi.

Spesso, quando osserviamo la realtà o ci confrontiamo con essa, ci troviamo in una posizione ego-centrata, ci identifichiamo, cioè, con quel complesso di esperienze, relazioni, idee, percezioni e immagini, che chiamiamo io, ma che in realtà “Io” non è.

Forse potremmo dire che tutte le teorie che utilizziamo per comprendere la realtà sono dei, più o meno, rozzi tentativi di afferrare ciò che per sua natura è inafferrabile dalla mente egoica.

Penso che, in questo senso, la carta della “Papessa” con la sua imperturbabilità, ma anche con i suoi segni contraddittori (vedi i colori del soprabito, il fatto di chiamarsi Papa al femminile, la mancanza di simmetrie) indichi il bisogno di silenzio, il silenzio da cui, solo, può sgorgare una parola di verità.

Penso che le teorie siano un contributo (a patto che siano avvertite come tali) allo sviluppo, all’affinamento della nostra capacità di descrizione della realtà, e della relazione che intercorre fra me e l’oggetto che osservo.

Questo è l’unico metodo che mi sento di seguire nel tentativo di comprendere ciò che vedo, sento, provo.

Infatti nel momento in cui, preso dal bisogno di fissare l’esperienza, do carattere universale a ciò che ho vissuto in ambito immaginativo, corro il rischio di forzatura del reale, di perdere qualcosa di importante, soprattutto il calore dell’empatia, oppure ciò che non metto chiaramente a fuoco, ma che, mancando, svilirebbe in un semplice dato l’oggetto della mia attenzione.

Già il fatto che io tragga, dalla miriade di sensazioni che colpiscono i miei sensi, un qualcosa che ritengo degno di senso, è frutto di una discriminazione, dovuta anche all’eredità genetica, all’ambiente in cui sono cresciuto o continuo a trovarmi, oppure semplicemente al particolare momento evolutivo in cui mi ritrovo. Questo rende ancora più difficile discernere fra ciò che vi è di essenziale, o di transitorio, nella scelta già solo di ciò che è degno di attenzione.

È solo nella meditazione profonda, ma ripetuta con disciplina e costanza, che posso vagliare le mie esperienze e riconoscere ciò che vi è di autentico o di indotto.

Steiner, nel suo libro “La Filosofia della Libertà” aveva indicato e descritto con accuratezza come noi entriamo in contatto con il mondo, però a volte si è spinto oltre le mie attuali possibilità di comprensione, per cui adotto il criterio di una sospensione del giudizio.

Non smetto di pormi domande sul senso delle cose e della vita, ma riconosco per vero solo ciò che vivo in prima persona, nel cuore e nel pensiero.

A questo proposito, la citazione che Elisabetta ha tratto dalle memorie di Cézanne; “…quando dipingo, respiro la verginità del mondo”, mi ha colpito molto, per la sua bellezza, capacità evocativa e per l’utilizzazione di parole appartenenti a realtà diverse.

Dipingere è un atto volontario di espressione e di descrizione del rapporto fra un io e il mondo che lo circonda.

Respirare è un atto involontario che è in relazione con la vita. È un’espressione del rapporto tra l’io e il mondo, ma più fisica, vitale, diretta. Ma è anche un’immagine dell‘ispirazione artistica (accogliere qualcosa, quasi respirando, dai mondi spirituali).

Queste due parole, così apparentemente distanti, si incontrano nell’indicare un rapporto fra soggetto e oggetto, e Cézanne descrive così il suo rapporto, come un rapporto ispirativo, aeriforme, olfattivo.

Ma cosa respira, lui, del mondo?

 

La sua verginità!

Il mondo che osserva Cézanne è vergine, quindi puro, intatto, non corrotto.

Ma, penso, nell’osservarlo, dipingerlo e respirarlo, lo feconda, gli dà una nuova vita, una vita che sorge dal passaggio attraverso il suo occhio, il suo mondo di pensieri e sentimenti… e la sua mano, tutto il suo corpo.

Sulla base di quanto detto in precedenza, nella risposta al quesito di E., si può parlare di un mondo vergine, nell’osservazione di un artista?

L’ego di un artista è, spesso, ipertrofico, gonfio; come può, così, vedere un mondo puro?

Forse Cézanne ci vuole indicare che quando dipinge, quando è ispirato, non è in uno stato di coscienza “normale”, ma è in reale meditazione.

Solo così può parlare di verginità, perché chi osserva, in quel momento, non è un io ego-centrato, ma l’Io superiore, il Sé spirituale e, per esso, il mondo è sempre vergine, originario, nuovo anche se eterno.

Anche a me, quando suono sotto ispirazione, può accadere, ma, nel mio rapporto con il mondo, scorgo più la presenza dell’elemento acqueo.

Allora, più che respirare, sento di immergermi in un mare di immagini di sentimento incontaminato, prezioso (perché quei momenti sono rari), che ha il potere di liquefarmi, di sciogliermi anche senza perdermi.

Mi sembra di seguire un percorso a metà tra il conosciuto e lo sconosciuto, una storia, un’avventura che l’anima vive e descrive allo stesso momento.


Beethoven Sonata op. 111

 

Primo Movimento

Fabrizio, nel suo commento al mio secondo post, parlava di serendipity, lo scoprire, cioè, una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Anche se Fabrizio si è servito di questo termine, commentando la coincidenza dello slittamento della data del mio concerto, apparentemente casuale, con l’anniversario della morte del mio maestro Zadra, vorrei estendere il significato della parola “serendipity” per raccontare il lavoro che ogni artista dovrebbe compiere, per creare le condizioni perché questo evento possa accadere.

 

Quando sto per affrontare l’esecuzione pubblica di un brano al pianoforte, la forma di quell’opera ancora non esiste. Può nascere ogni volta di nuovo, ma non è detto che sia così, perché la forma del brano non coincide con la semplice esecuzione, anche corretta, di tutti i suoi suoni.

Arietta (1/2)

Se, infatti, io comincio a suonare con l’ansia di colui che vuole realizzare una precisa idea, uno schema mentale, l’idea che mi sono fatto del brano, studiandolo a casa, allora inizio solo una battaglia. Un conflitto in cui l’unico sicuro perdente è la musica.

Per quanto importante sia l’immagine che mi posso costruire del brano musicale, non deve diventare un simulacro da sostituire alla vera esperienza musicale.

Il pianoforte in sala è molto diverso da quello che ho a casa, ma, anche se portassi il mio strumento, questo lo percepirei completamente diverso da come suona in casa. Cambiando l’acustica, infatti, non solo cambierebbe il suo suono, ma anche la percezione di corrispondenza tra il suono e l’affondo dei tasti.

Che fare allora? Accettare la sfida, combattendo e piegando lo strumento e l’acustica alle proprie certezze, o allentare le proprie difese e rimanere in “ascolto”. Ma in ascolto di che, se abbiamo già detto che il brano ancora non esiste e che l’idea che ne abbiamo, non è una garanzia di soluzione al problema.

Da Sergiu Celibidache, un grande direttore d’orchestra con cui ho studiato, ho imparato che quello che conta in musica non sono i suoni, di per sé, ma le relazioni che tra questi si instaurano, volta per volta.

E queste relazioni devono tener conto, non solo delle altezze, e delle durate (per intenderci di tutto ciò che è scritto sullo spartito), ma anche del particolare suono che lo strumento produce in quel contesto, quindi dell’acustica della sala, che varia col variare dell’ampiezza, della sua forma e del numero degli spettatori che la riempiono.

Essere in ascolto, dunque, significa ritrovare quella condizione di silenzio interiore, la Coscienza pura, come la chiamava Celibidache, che è l’unico presupposto, la condizione originaria attraverso la quale siamo in grado di mettere in relazione i suoni fra loro, trovando e lasciando emergere, nell’adesso, i necessari rapporti di priorità.

È così che troviamo ciò di cui non conoscevamo l’esistenza, perché ogni esecuzione, se autentica, ci regala un’esperienza unica e irripetibile, un nuovo caso di serendipity.

Non è così anche nella vita e nei rapporti interpersonali?

Arietta (2/2)


 

Esperienza della “Forza”

 

La forza

La forza potrebbe intendersi come manifestazione di pienezza di vita, ma io intendo anche la perfezione estrinsecazione di pienezza di vita, e così la gioia, la beatitudine, la libertà… Sono tutte forme, distinte, che a mio parere possono esprimere l’energia vitale pienamente manifesta. Nella forza, tutto ciò si esprime forse più nell’elemento della volontà, quindi meno cosciente, nella libido, o nell’energia che mi riesce di esprimere in un passaggio vibrante e appassionato di un’esecuzione al pianoforte.


Ed è infatti a questi ricordi che si orienta, ora, la mia mente nel riferirsi ad un episodio in cui ho sperimentato in me la forza.
Vivere la forza, allora, implica un abbandono alle forze vitali.
Per un carattere simile al mio, un tempo, da bambino, il ricorso alla forza nascondeva il sentimento di una debolezza psichica e intellettuale nei rapporti coi miei simili e, di conseguenza, mi affidavo ai muscoli, all’intelligenza muscolare, al senso dell’equilibrio fisico, all’astuzia, alla prontezza dei riflessi, nell’imitazione dell’immagine che mi ero costruito di mio padre.
È così che riuscivo a competere con i miei pari e molte volte ho gioito nelle dimostrazioni della mia forza fisica, del rispetto che la mia potenza suscitava nei coetanei.
Crescendo ho vissuto la disillusione, scoprendo che la forza, nella competizione, è sempre relativa ad un avversario, e che c’è sempre qualcuno più forte di te.
È stato un percorso lungo e doloroso fino al riconoscimento che la vera forza, in quanto abbandono alla potenza creatrice della vita, non risiede nel conflitto, nella competizione, ma nella fedeltà al divino, nella costanza della mia fede alla forza creatrice, e da questo, nella disponibilità ad una apertura a tutto ciò che mi viene incontro, al nuovo.
Il coraggio di non indietreggiare di fronte alla possibilità di un allentamento delle mie strutture difensive.
Il coraggio di scendere là dove si annidano i miei attaccamenti a una identità costruita, le mie identificazioni nevrotiche.
In quei momenti, quando sono riuscito a spezzare le catene delle mie maschere e ho accettato di confrontarmi umilmente con le mie ombre, avverto un calore caratteristico, un’energia capace di liquefare le corazze interiori… letteralmente, calore misto ad acqua, che sprizza dai pori sotto forma di sudore e dagli occhi come lacrime.
Al termine di queste esperienze non sono più quello che ero prima, come se una piccola parte di me si fosse trasformata, purificata, determinando la liberazione di nuove energie.
Ecco, per me l’esperienza della forza si caratterizza sempre più come capacità di diventare canale di vita.

 

La torre

Torre-p. anterioreTorre-p.posteriore

La “Torre” può rappresentare l’immagine della propria egoità, della propria struttura difensiva. Il lavoro in argilla che doveva essere ispirato alla corrispondente carta dei Tarocchi è stato, per me, un’esperienza ricchissima di significati, soprattutto perché è legato al lavoro psicologico che svolgiamo nei gruppi “Darsi Pace”.


 

Mentre modellavo la creta, avevo la nettissima impressione di compiere dei gesti simbolici, quasi rituali.

Già nella scelta del blocco d’argilla sentivo di essere guidato da qualcosa di più grande di me, sapevo che avrei dovuto usare quella quantità di creta, né più né meno.

Era infatti il bagaglio di talenti, eredità più o meno gradite, che mi era stato concesso di utilizzare nella mia vita e che dovevo far fruttare al meglio.

Così, dopo aver formato il “cubo”, forma di partenza, dalla quale, ognuno di noi partecipanti al corso poteva scegliere il tragitto personale, ho cominciato a rimuovere il “superfluo”, a togliere, cioè, dai lati tutto quel materiale che ritenevo zavorra, che impediva all’immagine vera della mia persona di configurarsi, di venir fuori.

Da ragazzo avevo visto, in Umbria, una torre in rovina a pianta pentagonale, che mi aveva lasciato una forte impressione, così avevo in mente proprio quella forma da prendere a modello, intuendo che il pentagono potesse avere un forte connotato simbolico.

Immagine

Al pentalfa (stella a cinque punte con pentagono centrale) si attribuiva il potere magico di annientare le forze malvagie e mantenere l’uomo in buona salute. Pitagora lo considerava simbolo dell’armonia e della fratellanza e vedeva nel pentagono centrale il fulcro dell’armonia universale


Così alle geometrie corrispondenti ai segni di fuoco, terra, aria e acqua (rispettivamente il triangolo, quadrato, cerchio e pentagono).

Ero anche consapevole che, solo eliminando il materiale superfluo dai lati, la torre sarebbe apparsa troppo piccola, così avvertivo la necessità di utilizzare proprio lo scarto per formare la base, la roccia e i piani inferiori, sui quali si sarebbe potuta erigere la mia torre.

Era esattamente quello che avevo sperimentato nella mia vita, per cui tutto ciò che ritenevo superato, non veniva del tutto abbandonato, ma diventava il punto d’appoggio su cui poteva crescere la mia persona.

Particolarmente commovente è stato, per me, una volta raggiunta la giusta altezza della torre, la formazione della merlatura, il coronamento della struttura.

Anche i merli, infatti, li ho realizzati utilizzando materiale di scarto, inoltre ho cominciato a servirmi della fede, l’anello che, inizialmente, per lavorare meglio, avevo sfilato dal dito.

Era come se, con il matrimonio, avessi cominciato ad abbellire quella “costruzione” impenetrabile, severa, distaccata e fondamentalmente ostile.

Con la fede, infatti, ho sagomato le finestre/feritoie, primi tentativi di comunicazione vera col mondo.

Nel tentativo di difendermi dal mondo, visto come avverso, destabilizzante, mi ero realmente costruito una barriera animica dove poteva accedere solo ciò che mi era simile, o che ritenevo simile, omogeneo.

Non ero pronto alle contaminazioni.

Mentre continuavo il lavoro sulla torre sapevo già che avrei, però, dovuto occuparmi del portone, situato sul lato posteriore della struttura (rispetto alla pianta pentagonale, sulla base).

Inizialmente avevo pensato ad un ponte levatoio, poi, scartando l’idea, ho cominciato a scavare l’argilla, sempre con la fede. Mentre scavavo ho sentito l’esigenza di allargare quell’apertura più che potevo, per creare anche uno spazio interno alla torre, una grande sala vuota, ed ho immaginato la sala dei cavalieri della tavola rotonda o del santo Graal.

Per far ciò ho anche smesso di usare l’anello, per continuare solo con le dita, con le mie forze.

Al termine questa apertura ha assunto la forma di una grande vagina che si apriva nello spazio posteriore della torre e che si contrapponeva totalmente alla fisionomia ostile e chiusa della parte anteriore.

La torre, così, assumeva una doppia natura, la parte corrispondente al vertice del pentagono, rappresentava la difesa, la diffidenza, arroccata sulle rocce di un possibile promontorio o bastione scogliero, mentre la parte posteriore, collegata senza soluzione di continuità ad un’ampia strada, invitava all’accoglienza, alla comunicazione, allo scambio.

Perfino le pareti esterne della torre che, anteriormente erano ben dritte, rigide, avvicinandosi al lato posteriore, venivano incurvate e addolcite dall’enorme cavità dell’entrata.

“O tutto o niente!”, è stato il commento di Elisabetta Di Carlo alla visione dell’opera terminata, ed in effetti, è l’immagine della mia interiorità, che mi ha caratterizzato fino ad ora, e con cui dovrò sempre confrontarmi per crescere ancora.