Author Archives: Giovanna Di Vita - Page 2

Grido il Vangelo con la mia sola vita. Ricordo di Annalena Tonelli

Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama.Io impazzisco per i brandelli di umanità ferita, più son feriti, maltrattati, più di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. Questo non è un merito, è un’ esigenza della mia natura.

 


Annalena Tonelli, missionaria laica uccisa il 5 ottobre del 2003 in Somalia, è una dei testimoni più significativi del nostro tempo. Nel video alcuni momenti di un evento tenutosi a Forlì pochi mesi prima della sua morte. Di seguito stralci della testimonianza resa in Vaticano ad un convegno sul volontariato nel dicembre 2001.

 

Scelsi di essere per gli altri, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina, e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai.

Impegnata fin da giovane nell’assistenza ai diseredati nella sua città natale, Forlì, Annalena nel 1969 sceglie di lasciare tutto e di partire.

Lasciai l’Italia a gennaio del 1969. Da allora vivo a servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatre anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da sempre per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura, e della fede.

Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama.

Luigi Pintor, un cosiddetto ateo, scrisse un giorno che non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.

Così è per me. E’ nell’inginocchiarmi perché stringendomi il collo loro possano rialzarsi e riprendere il cammino o addirittura camminare dove mai avevano camminato che io trovo pace, carica fortissima, certezza che TUTTO è GRAZIA.

Annalena giunge a Wajir nel deserto a nord-est del Kenya, vicino al confine con la Somalia, come insegnante. Vede la gente morire di fame a causa di una terribile carestia: «esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede». Si adopera a favore dei profughi della Somalia e di una tribù di nomadi del deserto minacciata di genocidio.

Al tempo del massacro, fui arrestata e portata davanti alla corte marziale. Le autorità, tutti non Somali, tutti cristiani, mi dissero che mi avevano fatto due imboscate a cui ero provvidenzialmente sfuggita, ma che non sarei sfuggita una terza volta, poi uno di loro, un cristiano praticante, mi chiese che cosa mi spingeva ad agire così. Gli risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici.

Per la sua opera a favore dei rifugiati e perseguitati viene deportata e quindi espulsa dal Kenia.

Nel 1984 il governo del Kenya tentò di commettere un genocidio a danno di una tribù di nomadi del deserto. Avrebbero dovuto sterminare cinquantamila persone. Ne uccisero mille.

Io riuscii a impedire che il massacro venisse portato avanti e a conclusione. Per questo un anno dopo fui deportata. Tacqui nel nome dei piccoli che avevo lasciato a casa e che sarebbero stati puniti se io avessi parlato. Parlarono invece i Somali con una voce e lottarono perché si facesse luce e verità sul genocidio.

La lotta porta il governo keniano ad ammettere pubblicamente, dopo 16 anni, le sue responsabilità.

E oggi molti dei Somali che avevano remore contro di me mi hanno accettato e sono diventati miei amici. Oggi sanno che ero pronta a dare la vita per loro, che ho rischiato la vita per loro.

Ora io ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza che non c’è male che non venga portato alla luce, non c’è verità che non venga svelata. L’importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà. A DIO chiediamo la forza di saper attendere, perché può trattarsi di lunga attesa anche fino a dopo la nostra morte. Io vivo nell’attesa di DIO e capisco che mi pesa meno che ad altri, l’attesa delle cose degli uomini.

Annalena si trasferisce in Somalia: è a Mogadiscio agli inizi del 1991, nei momenti più drammatici della caduta di Siad Barre. Dopo Mogadiscio si stabilisce a Merka ad occuparsi di tubercolotici.

Il mio primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto.

Subito cominciai a studiare, ad osservare, ero ogni giorno con loro, stavo accanto a loro quando si aggravavano e non avevano nessuno che si occupasse di loro, che li guardasse negli occhi, che infondesse loro forza. Dopo qualche anno, nella T.B. Manyatta (villaggio) ogni malato consapevole di essere alla fine, voleva solo me accanto per morire sentendosi amato.

Rimane a Merka finché diventa impossibile rimanere senza pagare una tangente o subire il ricatto di qualche gruppo armato. Decide di andarsene, torna in Italia per un anno “sabbatico” che trascorre in un eremo.

Nel 1996 è di nuovo in Somalia, a Boroma, al confine con l’Etiopia: crea un centro anti-tubercolare d’avanguardia e promuove molteplici iniziative collaterali (la scuola per sordomuti, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, un progetto di sensibilizzazione sul problema dell’Aids, assistenza ai malati mentali…).

Annalena si batte per combattere le malattie ma anche i pregiudizi e l’ignoranza che le accompagnano.

La tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l’esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall’ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce.

Nel centro T.B. abbiamo aperto scuole per gli ammalati e i loro amici: una scuola di Corano, una scuola di alfabetizzazione, una scuola di lingua Inglese. Gli ammalati arrivano a noi come esseri mortificati, sofferenti, impauriti, calpestati, infelici.Nella ‘scuola’ acquistano fiducia, non hanno più paura.

Prima non sapevano né leggere né scrivere, non sapevano quasi nulla della loro religione, ora sanno, la conoscono in traduzione, imparano a capire e ad apprezzare i valori universali del bene, della verità, della pace, dell’abbandono in DIO: “Allah ha dato, Allah ha tolto, sia benedetto il nome di Allah”, imparano ad affrontare la sofferenza fisica e la morte, a non temerle, non rifiutarle, ad accettarle: ALLAH c’è! ALLAH sa, conosce, guida.

La scuola per bambini sordi è l’inizio di un’esperienza entusiasmante: una scuola aperta a tutti in cui le diverse provenienze e capacità sono risorse.

Ma veniamo alla scuola dei bambini sordi.Nessuno qui lo credeva possibile. Oggi tutti sanno che non c’è nulla che un bambino sordo non possa fare eccetto che udire.

Nel frattempo, i primi bambini tbc guariti e dimessi volevano continuare ad imparare ma molti di loro non avevano il danaro per pagare le tasse scolastiche. E fu così che decidemmo di accoglierli in classe assieme ai bambini handicappati….

Da due anni abbiamo accolto trenta bambini appartenenti ad un clan disprezzato dei Somali….

Poi anche alcuni intellettuali ealcuni ricchi sono venuti a chiederci di accogliere i loro figli nella nostra scuola perché è una scuola seria, i maestri sono impegnati, amano i bambini, amano l’insegnamento, e noi abbiamo deciso di accettarli…..


Oggi la scuola è una bellissima mescolanza di bambini di ogni provenienza, di ogni storia, di ogni capacità, ed è questa una delle esperienze più consolanti, più incoraggianti, più capaci di donare speranza in un mondo in cui gli uomini vorranno essere e saranno una cosa sola.

 

Questo dell’UT UNUM SINT è stata ed è l’agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola.

 

Una scuola di pace.

Ogni giorno al TB Centre noi ci adoperiamo per la pace, per la comprensione reciproca, per imparare insieme a perdonare. Ogni giorno noi lottiamo per comprendere e far comprendere che la colpa non è mai da una sola parte ma da ambedue le parti, noi ci guardiamo in faccia, negli occhi, perché vogliamo che si faccia la verità.

Questo instancabile lavoro le attira l’odio dei settori più tradizionalisti della società e degli estremisti islamici. Annalena riceve minacce ma non se ne cura.

Non ho paura, e anche questa è una cosa che non mi sono data. Sono stata in pericolo di vita, mi hanno sparato, picchiata, sono stata imprigionata, ma non ho mai avuto paura.

Pur in un clima di diffidenza e aperta ostilità, Annalena non cade vittima di generalizzazioni, resta sempre capace di distinguere: la popolazione, gente semplice che pratica un islam moderato, dai gruppi di fanatici estremisti, spesso finanziati e indottrinati dall’esterno. E conserva un cuore veramente povero, un cuore sempre aperto ad accogliere l’altro e a ricevere dall’altro.

Ma il dono più straordinario, il dono per cui io ringrazierò DIO e loro in eterno e per sempre, è il dono dei miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio, nel nome di DIO Onnipotente e Mi-sericordioso.

La consuetudine del nome di DIO ripetuto incessantemente che già aveva sconvolto e affascinato la mia vita con i racconti del pellegrino russo prima della mia partenza, ha trasformato la mia vita permanentemente. Rendo GRAZIE ai miei nomadi del deserto che me l’hanno insegnato.

Da quando sono con loro, sono trent’anni che io mi struggo perché anche nel nostro mondo noi fermiamo i lavori, ci alziamo se dormiamo, interrompiamo qualsiasi discorso per fare silenzio e ricordarci di DIO, meglio se assieme ad altri, per riconoscere che da LUI veniamo, in LUI viviamo, a LUI ritorniamo.

Annalena ci testimonia che le religioni non sono un terreno di scontro se a prevalere è l’amore e il rispetto per l’uomo.

Quella della T.B. Manyatta fu una grande avventura d’amore, un dono di DIO. Fu grazie alla T.B. Manyatta che la gente cominciò a dire che forse anche noi saremmo andate in Paradiso.

Per cinque anni ci avevano sbattuto in faccia che noi non saremmo mai andate in Paradiso perché non dicevamo: “Non c’è DIO all’infuori di DIO e Muhamad è il suo profeta”. Poi successe un episodio grave che mise a rischio la nostra vita e allora la gente cominciò a dire che sicuramente anche noi saremmo andate in Paradiso. Poi cominciammo a essere portate come esempio. Il primo fu un vecchio capo che ci voleva molto bene … “Noi Mussulmani abbiamo la fede -ci disse un giorno- e voi avete l’amore”.

Fu come il tempo del grande disgelo. La gente diceva sempre più frequentemente che loro avrebbero dovuto fare come facevamo noi, che loro avrebbero dovuto imparare da noi a CARE per gli altri, in particolare per quelli più malati, più abbandonati.

Diciassette anni dopo, subito dopo il massacro di Wagalla, un vecchio arabo mi fermò al centro di una delle strade principali del povero villaggio, profondamente commosso perché in mezzo ai morti c’erano suoi amici, perché mi aveva visto quando mi avevano picchiato, sorpresa a seppellire i morti, mentre lui aveva avuto paura e non aveva fatto nulla per salvare i suoi, invece io avevo tutto osato per salvare la vita dei loro che erano diventati miei, e gridò perché voleva essere sentito da tutti: “Nel nome di Allah, io ti dico che, se noi seguiremo le tue orme, noi andremo in Paradiso”.

A Borama, dove vivo oggi, la gente prega intensamente perché io mi converta al mussulmanesimo. Me ne parlano spesso ma con delicatezza, aggiungono sempre che comunque DIO sa ed io andrò in Paradiso anche se rimarrò cristiana. Non vogliono che io mi senta ferita. E poi cercano di farmi sentire ‘assimilata’ a loro, vicinissima. Mi raccontano ogni hadith in cui il profeta Muhamad sulle orme di Issa, Gesù, mangiava con i lebbrosi nello stesso piatto, aveva compassione dei poveri, mostrava amore per i piccoli.

In senso molto più lato, il dialogo con le altre religioni è questo. E’ condivisione. Non c’è bisogno quasi di parole. Il dialogo è vita vissuta, meglio se, almeno io lo vivo così, senza parole.

Testimoniare il vangelo è farsi pane sulla mensa degli uomini.

La vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie, né pellegrinaggi…, che quell’Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude un messaggio rivoluzionario: “Questo è il mio corpo fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, mangi la tua condanna!”. L’Eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra...

Vorrei aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di Dio, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre… I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Inventiamo… e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita!

La scienza apre a dimensioni mistiche?

 

 

« E’ impossibile conoscere la realtà per la stessa ragione per cui è impossibile cantare le patate; esse possono essere coltivate, estirpate o mangiate, ma non cantate. La realtà deve essere ‘stata’…..Il punto in discussione è come passare  dal ‘conoscere’ fenomeni a ‘essere’ ciò che è reale». (Bion)

«Dovremmo sempre essere aperti alla possibilità che ci sia un qualche stato di coscienza ‘superiore’ del quale tutti gli altri stati di coscienza possono essere considerati sottosistemi pienamente comprensibili: forse questo è ciò che illuminazione significa in qualche ultimo senso» (Tart)

Molti gli interrogativi suscitati dal post Miracoli e dogmi di fede? Ce li spiegherà la scienza.


Innanzitutto, quale scienza, o meglio quale scienziato sarà in grado di spiegarli?

E ancora: All’interno di quale stato di coscienza ciò potrà avvenire?  Quale dovrà essere l’atteggiamento dello scienziato?

Il paradigma positivista, imperante in ambito scientifico, che nel secolo scorso aveva coltivato l’ambizione di arrivare a definire una visione scientifica del mondo, quasi un’ironia della sorte, fu messo in crisi proprio dalle scoperte della scienza: il senso di sicurezza circa la possibilità della scienza di conoscere il reale venne meno e da una conoscenza certa si passò ad una conoscenza di tipo probabilistica.

Il concetto di campo mise in crisi il concetto di cose ed eventi separati, ogni cosa esiste in un campo  all’interno del quale si definisce.

Il principio di indeterminazione, evidenziando il fatto che l’osservazione di un sistema fisico  esercita un’influenza sul comportamento futuro dello stesso sistema fisico, mise in  crisi lo schema fondamentale di ogni ricerca scientifica sperimentale e sollevò una discussione, tutt’ora aperta, sui fondamenti e la possibilità stessa della conoscenza della natura.

La teoria della relatività mise in discussione l’indipendenza reciproca dello spazio e del tempo  abbattendo così  l’idea di uno spazio e di un tempo assoluti.

La scoperta dei quanti, descrivendo il moto come una serie di balzi scissi che gli elettroni compiono in modo casuale e spontaneo, portò una profonda modificazione nel modo di considerare come le cose si mettono in relazione.

Sostenendo che la materia,  a livello sub-atomico, non esiste con certezza in luoghi definiti e gli eventi non accadono con certezza in tempi definiti, che la realtà presenta un ineliminabile dualismo al suo fondo (onda e particela sono ciascuna un modo nel quale la materia può manifestarsi ed entrambe costituiscono ciò che la materia ‘è’), la fisica moderna sembra colmare il divario tra scienza e fede ed aprire ad una visione della realtà che assume sfumature mistiche.

Fu Einstein a dimostrare per primo che le equazioni quantistiche preannunciavano la necessità della istantanea non-località. Egli riteneva impossibile ciò perché, secondo la teoria della relatività, nessuna causa (o segnale) può viaggiare da un punto della realtà e toccarne un altro ad una velocità superiore a quella della luce.

Ma esperimenti di correlazione con fotoni (particelle di luce), effettuati negli anni ’70 e ripetuti più volte in seguito, sembrano provare il contrario: i fotoni si mostrano così misteriosamente legati attraverso ogni separazione spaziale, sia di pochi centimetri come dell’intera distanza dell’universo, che pare non esservi spazio tra essi. La stessa misteriosa correlazione si attua attraverso il tempo.

 «Di fatto,  –dice  Zohar, ricercatrice inglese- i fotoni riescono ad estendersi attraverso il tempo in una danza sincrona che sfida ogni immaginazione vincolata al senso comune. (…). La misura in cui esistono effetti correlati non-locali tra corpi o eventi apparentemente separati dipende dallo stato in cui un sistema si trova: in stato di ‘particella’ o di ‘onda’. Le particelle si comportano più come individui separati e sono meno correlate; le onde mostrano un comportamento più simile a quello di un gruppo correlato».  

Il comportamento sincrono -che sta alla base di ogni relazione della meccanica quantistica- potrebbe forse costituire il fondamento scientifico di quei fenomeni di ‘sincronicità‘ di cui parla Jung, fenomeni di ‘coincidenza significativa’ tra avvenimenti psichici e avvenimenti fisici che si producono quando vengono mobilitati gli strati più profondi della psiche?

 

Le scoperte della fisica pongono affascinanti interrogativi e richiedono un cambiamento ‘catastrofico’ nell’atteggiamento conoscitivo: un coinvolgimento del soggetto, un suo ‘mettersi all’unisono’ con la realtà.

Bion, psicoanalista inglese del secolo scorso, ritiene che solo adottando un ‘vertice mistico’, considerando l’esistenza come originaria, inscindibile unità di soggetto ed oggetto, è possibile arrivare a conoscere la realtà.  

Trattasi di una  ‘conoscenza divenuta’ cui è possibile accedere solo con ‘atti di fede: la Realtà Ultima, l’inconoscibile (che Bi
on indica con il simbolo O) resta infatti inaccessibile alle funzioni logico-razionali della mente (K) e si rivela solo attraverso la Fede (F).

La Fede è per Bion l’unico vertice/contenitore che consente di dilatarsi all’infinito, l’unico che consente, nel cammino della conoscenza, di affrontare la ‘catastrofe’ del cambiamento e passare dal piano del ‘conoscere i fenomeni’ ad ‘essere i fenomeni’, a ‘divenire’ ciò che è reale.

Questa evoluzione del pensiero (evoluzione in O) viene presentata da Bion come un ‘cambiamento catastrofico’, che suscita terrori di morte.

Solo con F in O è possibile affrontare i terrori che l’evoluzione in O comporta. La conoscenza che si realizza in questo stato di coscienza -alterato rispetto a quello razionale ordinario- è possibile descriverla solo attraverso il linguaggio dell’arte e della poesia.  

Lo scienziato, come l’uomo comune,  per accedere alla Verità deve quindi affrontare un ‘cambiamento catastrofico’ e le turbolenze emotive che lo accompagnano. Deve sviluppare un atteggiamento  simile a quello di un mistico: astensione dalla memoria, dal desiderio, dalla comprensione; consapevolezza dell’«inevitabilità del pensiero» e della «non importanza dell’individuo che lo alberga»; consapevolezza che si albergano dei pensieri ma non si è quei pensieri; che «dopo aver espresso una verità, il pensatore è di troppo».

Se il pensatore (scienziato o persona comune) si ritiene essenziale al pensiero espresso (stato ego-centrato) entra in conflitto con altri pensatori che si sentono essi stessi essenziali al pensiero; il bisogno di affermare il proprio contributo al pensiero come unico ed essenziale determina un clima intossicato da  invidia, gelosia, possessività, sentimenti che contribuiscono a creare una cultura che si allontana sempre più dalla verità e si sviluppa dalla bugia.

Bion postula il sorgere di una «scienza dell’essere all’unisono» per conoscere la realtà,  una scienza che utilizzi la fede (che noi identifichiamo con lo stato dell’io in relazione) per mettersi all’unisono con la Realtà Ultima (O), una scienza che sappia farsi guidare dalle intuizioni e far ricorso al «germe della fantasia» .  

La conoscenza ‘divenuta’ di O viene poi manifestata attraverso le funzioni logico-razionali della mente (K). Le funzioni di K possono quindi favorire uno sviluppo della conoscenza solo se subordinate alle verità intuite tramite “atti di fede”.

Evitare la memoria e il desiderio -sostiene Bion- aumenta la capacità di esercitare “atti di fede”, capacità essenziale al procedere scientifico: l’atteggiamento di fede infatti, anziché attenuarla, aumenta la precisione nella percezione dell’esperienza e sviluppa una sensibilità capace di apprezzare  anche quanto rimane fuori dal campo della nostra coscienza.

 

Nel regno della paura

 

abbiamo dimenticato in fretta……..

E’ diventato legge il ddl Sicurezza che introduce il reato di clandestinità, legalizza le ronde e allunga a sei mesi il periodo di permanenza coatta nei Centri di identificazione.

Una notizia di cronaca tra tante.   Roma. 7 maggio 2009  Tunisina morta impiccata al CIE


Nella notte del 7 maggio nel CIE di Ponte Galeria è morta una detenuta tunisina.
Si chiamava Nabruka Mimuni e aveva 44 anni.  Era in Italia da più di 20 anni.
Era stata catturata due settimane prima dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.
La sera precedente le avevano comunicato che sarebbe stata espulsa e la mattina le sue compagne di cella l’hanno trovata impiccata in bagno. Nabruka ha lasciato un marito e un figlio.

…….come eravamo

 “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…

…Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

(dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano
sugli immigrati italiani negli Stati Uniti,  ottobre 1912)

vedi anche:

 

Quando l’anima piange

 


La mia anima piange.

Perché piangi anima mia?

Racconta

un distacco

un’antica ferita

nuove ferite

la fredda oscurità che tiene legati.


 

Come consolarti anima mia?

Rimani in silenzio

Ascolta

 

Mi conduce al silenzio, di tutto.

Luce  d’amore.

I nodi dissolti.

Conosco chi sono

e la parola fluisce

e canto la gioia

danzo la pace.

 

Il pianto dell’anima è un dolore indicibile, senza fine, che diventa più forte e accorato se non viene ascoltato, come il pianto di un bambino.

Non solo la mia anima piange. L’umanità intera piange accorata lacrime asciutte, senza parole, e non trova consol-azione ma solo rumore, evasione, disper-azione.

La sofferenza si manifesta nel corpo e nella mente, ma è l’anima che piange e chiede risposta ai suoi bisogni.  La sofferenza, dice Jung, è un richiamo dell’anima.

Ma………. chi ascolta oggi il pianto dell’anima? Chi ne  comprende i bisogni? chi la consola?  Chi l’aiuta a realizzare  la sua insostituibile missione?

L’anima si nutre di silenzio, luce, verità, amorosa intimità, e piange disperata-mente perché muore di fame.  Restare sordi al pianto dell’anima conduce alla morte e una cultura di morte oggi regna sovrana.

Gli atti di ‘ordinaria follia’ che la cronaca ogni giorno registra sono il grido disperato dell’anima che muore di fame. L’aumento di questi atti ci fa comprendere che lo stato di alien-azione in cui viviamo non è più compatibile con il grado di sviluppo richiesto all’anima umana. Vivere in maniera scissa, paranoide, inconsapevole di sé, provoca ora un dolore intollerabile, rende folli, e le personalità più fragili ‘agiscono’ una follia che in realtà appartiene a tutti.

Riconoscere  l’ombra, l’abisso di male che ci abita dentro, ritirare le proiezioni che ne abbiamo fatto sugli altri, integrare le parti scisse, è un processo terribilmente doloroso che si esprime in sintomi depressivi.  La depressione,  male oscuro della nostra epoca, esprime un livello di maggiore integrazione e consapevolezza di sé: è il momento in cui, cadute le illusioni e le maschere,  si incontra la verità di se stessi.

Questo passaggio da una fase che potremmo chiamare schizoparanoide ad una fase depressiva è quello  richiesto oggi all’umanità, sia a livello personale che a livello collettivo:  passaggio da uno stato di dis-integrazione e scissione ad uno stato di integrazione e unità. La grande depressione economica che stiamo vivendo rappresenta un momento di dolorosa consapevolezza delle  false costruzioni della finanza.  Tutte le impalcature fondate sul nulla  stanno rovinosamente crollando fuori e dentro di noi.

Tuttavia il tunnel buio della depressione non è fine a se stesso, ma può diventare, se ci lasciamo portare, una via di luce che ci riporta a ‘casa’, al luogo di amore e di pace dove finalmente conosciamo chi siamo. La depressione, come fase di rientro in sé,  corrisponde al bisogno di verità dell’anima umana. L’esperienza di essere  amati nella verità di ciò che si è restituisce all’anima la sua originaria integrità e la gioia e la pace.

Resistere a questo processo evolutivo, cercare di sopprimere il sintomo depressivo senza ascoltare il pianto dell’anima,  i suoi bisogni di luce, amore, verità, aggrava il mal-essere dell’anima umana e il pianto  si fa più accorato.

L’umanità non è lasciata sola in questo difficile passaggio.

“Dopo questo,

io effonderò il mio spirito

sopra ogni uomo

e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

i vostri anziani faranno sogni,

i vostri giovani  avranno visioni.

Anche sopra gli schiavi e sulle schiave,

in quei giorni,

effonderò il mio spirito.” (Gioele 3,1-3)

Questo è il tempo! Una enorme corrente di energia creativa preme per esprimersi e chiede di essere riconosciuta, accolta, incanalata.

Se ignorata, soffocata, sviata, provoca all’anima una sofferenza indicibile e genera contro-figuazioni sataniche terribilmente distruttive perché le energie che devono esplodere e creare nuova vita implodono seminando distruzione e morte.

Occorrono oggi guide esperte che abbiano attraversato la ‘grande depressione’ e ascoltato il pianto dell’anima; guide che facciano da levatrici, che accolgano le energie del nascente e ne  incoraggino lo sviluppo perché la ‘parola’ che è venuto a portare fiorisca pienamente e produca i suoi frutti.

Occorrono cliniche dell’anima dotate di sala parto e di reparti di cura, ed anche di Pronto Soccorso per gli interventi di urgenza.

I gruppi Darsi Pace sono una piccola, umile risposta al pianto dell’anima.

Nel gruppo acquisto consapevolezza di ciò che ancora mi tiene in catene e imparo e sciogliere i nodi; acquisto consapevolezza della ‘parola’ che mi è stata affidata e imparo ad esprimerla in ambiente protetto;  faccio esperienza di ri-nascere ogni volta  assistita in un luogo sicuro.

Un grazie di cuore a Marco e a tutti gli amici dei gruppi, a tutti gli operatori della clinica dell’anima.

 

La Quaresima del mondo

 

immagine di una donna che passa davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento
Crisi, recessione, perdita di lavoro, impoverimento, rinunce, digiuni forzati. Non c’è più separazione, i tempi liturgici sembrano diventati i tempi del mondo, i misteri della fede i fatti del mondo. Il viola quaresimale fa moda. Che significa?


L’umanità sta vivendo la sua Quaresima, il suo tempo di passione, celebra la morte.  Nei film, nei programmi televisivi, nell’arte,  ovunque la cultura di morte fa scuola.

La meditazione sulla morte, in passato  esperienza iniziatica  degli ordini religiosi,  sembra ora divenire esperienza comune.  L’umanità si trova a meditare continuamente sulla morte ma  senza conoscere i misteri che sta celebrando, senza sapere nulla della resurrezione; vive dolori di parto, ma non sa che sta partorendo, prova angosce di morte ma non sa che si prepara a risorgere.

Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. (….) tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,18-24)

Una sapiente pedagogia sta portando l’umanità verso la sua trans-figurazione, e questo processo evolutivo prevede l’attraversamento dell’esperienza di morte.  Solo morendo all’uomo vecchio e a tutte le strutture di menzogna che ha creato l’umanità può risorgere come Nuova Umanità, umanità redenta, nuova creazione.

Il crollo del sistema economico-finanziario è  la punta di un iceberg, tutto ciò che è falso sta crollando e questa è davvero una buona notizia ma il mondo non lo sa, vede solo le contro-figurazioni sataniche del processo in corso: la  quotidiana cronaca di distruzione e morte.

Contemplare solo la morte senza  speranza nella resurrezione è un inganno, una tentazione diabolica. Il diavolo è colui che separa le cose,  che focalizza l’attenzione sulla cronaca, su ciò che viene distrutto, che  muore,  impedisce di vedere la storia,  l’intero processo, la meta finale.

Quando vedo al mio interno crollare le torri, le maschere costruite con cura, le strategie difensive elaborate nel tempo, il terrore mi assale, un’angoscia di morte mi serra la gola, ma so che lasciandomi andare  nel profondo posso già sentire la voce che canta Alleluia! e danza di gioia.

 

Nel fitto del bosco

immagine raffigurante un sentiero nel bosco in autunno

Ci sono nella vita momenti bui che la ragione non riesce ad illuminare, momenti in cui tutto sembra crollare e perdere senso. Sono momenti di grandissima sofferenza ma anche di grazia, occasioni favorevoli per accedere ad una nuova dimensione della conoscenza che fa riferimento soprattutto al fidarsi e all’affidarsi.

Una lettera arrivata in Redazione, attraverso la metafora del bosco, ci racconta un po’ questo percorso.


Eventi dolorosi della mia vita hanno determinato (favorito) in me la perdita di tutti punti di riferimento ed il crollo di tutte le sicurezze: ho dovuto lasciare tutto ciò che ‘avevo’ ed ‘ero’ e intraprendere un cammino che  mi ha pian piano condotta verso una zona oscura, misteriosa, come quei sentieri di montagna che, via via meno definiti ed intralciati da rami e da rovi, improvvisamente si interrompono nel fitto del bosco.

Smarrimento, paura, tentazione di ritornare sui miei passi, di ripercorrere una strada sicura con una destinazione già nota, sono i sentimenti che mi hanno assalita quando mi sono trovata ad addentrarmi nel fitto del bosco: non avevo più riferimenti certi riguardo alla direzione del cammino, non c’era più alcun sentiero più o meno tracciato che io potessi seguire ed in cui fosse indicata la destinazione finale.

Camminare nel fitto del bosco era come camminare nella notte buia: la vista, che mi aveva guidata fino a quel momento, non mi era più di alcun aiuto,  per avanzare dovevo principalmente sviluppare l’udito, una capacità di ascolto, di percepire ogni minimo suono o rumore che potesse guidarmi nel buio della notte; dovevo imparare a ‘fidarmi’ di ciò che ‘sentivo’,  ma anche del bosco e degli ‘amici del bosco’.

Questo atteggiamento di ‘ascolto’, di fiducia, l’ho appreso dopo aver vagato a lungo alla ricerca di un sentiero sicuro, fidandomi delle mie ‘conoscenze’ del bosco e della mia capacità di ‘vedere’. 

Quando stanca del mio lungo girovagare, ferita, smarrita, ho alzato le mie mani vuote per invocare aiuto, ho fatto l’esperienza di un bosco amico che si è mobilitato per proteggermi e guidarmi.

Ho compreso così che il sentiero che sembrava improvvisamente interrompersi senza portare da nessuna parte aveva proprio lo scopo di condurmi proprio là dove mi trovavo, nel fitto del bosco, in una zona intricata e oscura nella quale fare esperienza del mio limite, abbandonare il mio bisogno di controllo e imparare a fidarmi e lasciarmi guidare  dal sentiero stesso e dagli “amici” del bosco.

Ho capito allora che la meta di questi lunghi, intricati ed oscuri sentieri era già presente nei sentieri stessi: la meta era il cambiamento ‘catastrofico’ cui costringeva il cammino lungo un sentiero oscuro, la nuova dimensione della conoscenza che scaturiva da un patire che era come morire; la meta era l’esperienza dell’abbandono del controllo, del potersi fidare, del ritornare piccoli, del lasciarsi portare.

I passi incerti che sto iniziando a muovere in questo nuovo sentiero mi fanno intuire che la conoscenza non può essere conquistata  ma è un dono; che l’unica cosa che si può fare è desiderare ardentemente di riceverla e aprirsi, fino a divenire pura ricettività; è sviluppare una mente umile e docile, capace di ascolto, di restare in paziente attesa, di tollerare lo stato di incertezza e di dubbio, una mente capace di resistere alla tentazione del controllo che porta a facili e immediate attribuzioni di senso non donate ma create esclusivamente dall’ansia che suscita qualcosa che sfugge al controllo e  si avverte come mistero.

Vogliamo condividere altre esperienze di questo percorso?

 

Vergogna tossica


Ero presente al tuo concepimento
Nell’adrenalina della vergogna di tua madre
Mi sentivi nel fluido del ventre di tua madre
Venni a te prima che tu potessi parlare
Prima che tu potessi capire
Prima che tu potessi sapere

Venni a te quando stavi imparando a camminare
Quando eri senza protezione ed esposto
Quando eri vulnerabile e bisognoso
Prima che tu possedessi qualsiasi protezione

Il mio nome è vergogna tossica
.

Venni a te quando eri magico
Prima che tu potessi conoscere la mia esistenza
Ho danneggiato la tua anima
Sono penetrata nel tuo cuore
Ho evocato in te la sensazione di essere pieno di difetti
Ho fatto sorgere in te sensazioni di sfiducia, bruttezza, stupidità,  inferiorità, indegnità, inutilità
Ti ho fatto sentire diverso
Ti ho detto che in te c’era qualcosa di sbagliato
Ho sporcato la tua somiglianza a Dio
Il mio nome è vergogna tossica
.
Esistevo prima della coscienza
Prima della colpa
Prima della moralità
Sono l’emozione principale
Sono la voce interiore che bisbiglia parole di condanna
Sono il brivido interno che ti attraversa senza alcuna preparazione mentale

Il mio nome è vergogna tossica
.
Vivo nella segretezza
Dell’oscurità, della depressione e della disperazione
Riesco sempre a strisciare furtivamente su di te, a coglierti di sorpresa, a entrare dalla porta di servizio
Non invitata, non desiderata
La prima ad arrivare
Ero presente all’inizio del tempo
Con Padre Adamo, Madre Eva
Con fratello Caino
Ero presente alla torre di Babele, alla Strage degli Innocenti

Il mio nome è vergogna tossica
.
Vengo da tutori «senza vergogna», dall’abbandono, dalle beffe, dall’abuso, dalle negligenze, dai sistemi perfezionisti
Sono rafforzata dall’intensità scioccante dell’ira di un genitore
Dalle osservazioni crudeli dei fratelli
Dall’umiliazione degli altri bambini
Dal brutto riflesso negli specchi
Dalle carezze sgradevoli e spaventose
Dallo schiaffo, dal pizzicotto e dallo strattone che distruggono la fiducia.
Sono intensificata da
Una cultura razzista e sessista
Dall’ipocrita condanna dei bigotti religiosi
Dalla paura delle pressioni dell’educazione
Dall’ipocrisia dei politici
Dalla vergogna multigenerazionale di sistemi famigliari malati e corrotti

Il mio nome è vergogna tossica
.
Posso trasformare una donna, un ebreo, un nero, un omosessuale, un orientale, un bambino prezioso in
Una puttana, uno sporco ebreo, un negro, un finocchio, un muso giallo e un piccolo bastardo egoista
Posso provocare un dolore cronico
Un dolore che non passa
Sono il cacciatore che ti segue giorno e notte
Ogni giorno ovunque
Non ho limiti
Cerchi di nasconderti da me
Ma non puoi perché vivo dentro di te
Ti faccio sentire senza speranza
Come se non avessi via d’uscita

Il mio nome è vergogna tossica
.
Il mio dolore è così insopportabile che devi passarmi ad altri attraverso il controllo, il perfezionismo, il disprezzo, la critica, le beffe, l’invidia, il giudizio, il potere e l’ira
Il mio dolore è così intenso
Che devi coprirmi con dipendenze, regole rigide, ripetizioni di esperienze vissute e difese inconsce
Il mio dolore è così intenso
Che devi lasciarti stordire per non sentirmi più.
Ti ho convinto che me ne sono andata, che non esisto, hai sperimentato la mia assenza e il mio vuoto

Il mio nome è vergogna tossica
.
Sono l’anima della co-dipendenza
Sono la bancarotta spirituale
La logica dell’assurdo
La coazione a ripetere
Sono il crimine, la violenza, l’incesto e lo stupro
Sono il vuoto vorace che alimenta tutte le dipendenze
Sono l’insaziabilità e la lussuria
Sono Ahaverus l’Ebreo errante, l’Olandese Volante di Wagner, l’Uomo del sottosuolo di Dostoevskij, il seduttore di Kierkegaard, il Faust di Goethe
Trasformo l’«essere» nel fare e nell’avere
Uccido la tua anima e tu mi trasmetti per generazioni

Il mio nome è vergogna tossica.

(J.Bradshaw,  Come ritrovarsi, 1990)

 

Questo brano di Bradshaw  rende visibile un’emozione della quale raramente si parla.

Se ne conoscono le manifestazioni, principalmente la paura, ma l’emozione stessa resta nascosta.

La vergogna infatti porta a nascondersi e a nascondere.

Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen. 3,10)

Adamo mostra consapevolezza della sua paura, ma non della sua vergogna.

Nascondere la propria nudità diventa, dopo il peccato di origine, un fatto costitutivo dell’essere umano.    La vergogna viene negata, resta il più delle volte inconsapevole, mentre si manifestano in forma amplificata le emozioni che genera: soprattutto paura, rabbia, depressione.

Gran parte della nostra esperienza interpersonale ruota intorno all’asse della vergogna.

Esistono sistemi familiari, sociali, politici, fondati sulla vergogna.

La paura generalizzata che viviamo nel nostro tempo, le improvvise e apparentemente immotivate esplosioni di violenza, la depressione che contagia tutti, sono forse spie di questa emozione nascosta?

Dove vuole condurci questa emozione?

Possiamo farcela amica e farci svelare qualcosa?

La vergogna mi riporta all’origine, allo strappo, alla scissione  iniziale che ci ha abbandonati a noi stessi, esposti allo sguardo accusatore del maligno.

Allora si aprirono i loro occhi e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Gen.3,7)

Il bisogno di nascondere la sua ‘nudità’ si insinua nell’uomo dopo la dis-obbedienza, dopo aver ascoltato un’altra voce che gli suggerisce di fissare lo sguardo su di sé anziché su Dio, di entrare in competizione con Dio.

Fuori dello sguardo amorevole di Dio l’uomo non ode più le parole di bene-dizione che costituiscono il suo essere: “Tu sei il figlio mio, l’amato, il prediletto”.

Esposto all’occhio accusatore del maligno l’uomo ascolta parole male-dette che gli ricordano la sua intrinseca inconsistenza; egli si ‘vede’, vede la sua  fragilità, ma non può accoglierla, deve anzi negarla, nasconderla anche a se stesso, perché insegue il sogno orgoglioso dell’ autosufficienza, di un Sé grandioso e onnipotente.

Il maligno giudica e accusa, gli pone continuamente davanti l’immagine di autosufficienza, di grandiosità onnipotente che non riesce a realizzare, lo convince che può essere amato solo a condizione di non essere ciò che realmente è.

Allora l’uomo bisognoso di amore diventa schiavo del giudizio e dell’approvazione del mondo.

Allora  deve nascondere a sé e agli altri la verità di sé stesso, la propria intrinseca fragilità.

Allora deve costruire sistemi difensivi sempre pi&u
grave; potenti e sofisticati.

E’ la storia dell’Io ferito dal peccato, la storia di tutti i mascheramenti, le strategie e i sistemi di difesa personali e planetari che ha generato.

Solo con l’aiuto della grazia si possono visitare le stanze della vergogna.

Solo ascoltando le parole che mi ripetono: “Tu sei mio figlio, l’amato, il prediletto”,  posso prendere contatto con la mia miseria senza restarne annichilita.

Solo facendo esperienza di un amore che mi ama follemente così come sono posso accogliermi ed amarmi anch’io così come sono e far cadere tutti i mascheramenti e le difese.

Allora anche gli altri potranno far cadere le loro maschere.

Allora finalmente ci riconosceremo tutti fratelli.


 

La favola di Flatlandia

 


La Favola di Flatlandia, scritta dal reverendo inglese Edwin Abbott nel 1882, è il racconto fantastico di un mondo a due dimensioni, una metafora del modo in cui le assunzioni implicite di una determinata cultura pervadono e uniformano a sé l’intera capacità di percezione e di pensiero degli individui.

 ”Flatlandia è un paese a due dimensioni, altezza e larghezza: è come un foglio di carta, dove non c’è alcun rilievo. Gli abitanti non possono vedersi, come avverrebbe in un mondo tridimensionale, perché sono essi stessi “appiattiti” sulla superficie del foglio. Essi usano il tatto come principale sistema di riconoscimento.

Una nebbia avvolge la pianura di Flatlandia. Questo è un fattore favorevole, infatti permette un uso sia pur rudimentale della vista e quindi di farsi un’idea delle distanze: ciò che è più vicino è più nitido, ciò che è più distante è anche più sfumato.

Grazie alla nebbia, gli abitanti di Flatlandia possono anche dedurre le forme degli oggetti che si presentano davanti a loro e quindi farsi un’idea dei loro perimetri e del numero di lati di cui sono costituiti.

Gli spigolosi Triangoli sono operai; i Quadrati, professionisti, i Pentagoni e gli Esagoni rappresentano la nobiltà; i Circoli sono sacerdoti.

Un giorno una Sfera -cioè un solido, elemento tridimensionale- scende su Flatlandia, e parla con quel Quadrato che è anche il narratore. La Sfera annuncia l’esistenza di una terza dimensione (la profondità) e vuole farne partecipe il “bidimensionale”; ma costui reagisce con aggressivo terrore: non è disposto ad accettare una realtà che non può controllare coi sensi. Della Sfera egli percepisce infatti soltanto la circonferenza, la sezione circolare con la quale essa seca il suo piano.

La Sfera -non potendo dimostrare razionalmente la sua terza dimensione – rapisce il Quadrato e lo porta in alto. Ritornato in patria, il Quadrato, che tenta di dar testimonianza di quel che ha visto, viene trattato da sedizioso.

Rinchiuso per lungo tempo nel carcere di Flatlandia, il Quadrato racconta di oscure e misteriose visioni; e inizia a dubitare che vi sia un’altra, più comprensiva realtà: la Quarta Dimensione…..”

Questa favola ha profeticamente anticipato la scoperta delle geometrie non euclidee che hanno sconvolto i parametri fondamentali della conoscenza.

L’uomo da secoli è abituato a considerare l’esperienza inquadrandola in uno spazio a tre dimensioni: larghezza, lunghezza e profondità, cioè linee, superfici e volumi; adesso appare legittimo ammetterne altre sino a parlare di uno spazio a n dimensioni.

Ci è impossibile immaginare uno spazio che comprenda anche altre dimensioni.  Noi, infatti, percepiamo la realtà secondo i parametri della nostra cultura la quale seleziona e sviluppa alcune potenzialità umane, ne respinge altre e ne ignora molte.

La cultura è una forma di sapere inconscio,  un filtro attraverso il quale facciamo esperienza del mondo. Non è facile diventare consapevoli delle assunzioni implicite della cultura in cui viviamo, perché la assumiamo insieme all’aria che respiriamo.

Il paradigma positivista-scientista  -tutt’ora dominante nella nostra cultura – considera l’uomo solo nelle due dimensioni di mente e corpo; ci porta a vedere una realtà piatta, bidimensionale, la superficie dei fenomeni, ignora la profondità dell’esperienza, la dimensione dell’invisibile. La realtà spirituale è ridotta a contenuti mentali, a cose di cui parlare, avulse da una autentica esperienza.

E’ espressione di un io autoreferenziale che vive nell’illusione della sua autosufficienza onnipotente, di un io orientato a prevedere/controllare un ambiente potenzialmente pericoloso, di un io difensivo che reagisce con ‘aggressivo terrore’ verso ciò che esce fuori della sua sfera di dominio-controllo.

Il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo si è costruito così, difensivo, bellico, secondo la cultura dominante. Siamo considerate persone ben ‘adattate’, ‘normali’, se ci comportiamo secondo questi parametri.

Per aprirci ad altre dimensioni dobbiamo affrontare un lungo lavoro di de-strutturazione della mente ed affrontare  i terrori che questo comporta.

Bion (psicoanalista inglese) ritiene che solo adottando un ‘vertice’ mistico è possibile affrontare i terrori che l’ampliamento della conoscenza comporta; solo adottando un atteggiamento simile a quello del mistico (sospendendo memoria, desiderio e comprensione) è possibile conoscere la ‘realtà invisibile’.

Si tratta di una forma di conoscenza ‘divenuta’, concessa ad una mente umile, docile,  che si rende vuota per accogliere e lasciarsi fecondare dal mistero.

La meditazione è il luogo del silenzio dove posso coltivare l’esperienza della profondità.

E’ il luogo in cui imparo a svuotare la mia mente irrequieta e ribelle.

E’ il luogo in cui entro in relazione con l’Altro che mi ri-genera ad ogni istante.

E’ il luogo dove il mio io ferito impara a mollare le sue difese, ad abbandonarsi con fiducia.

E’ il luogo dove vivo la gioia del ritorno a ‘casa’, dell’abbraccio di un Padre/Madre sempre in attesa  che fa festa per me.

Il ritorno al quotidiano è un po’ sempre come la discesa dal monte Tabor: c’è la fatica di continuare a credere all’esperienza fatta in un mondo che la considera vana illusione, la fatica di coltivare la speranza che il mondo tutto potrà essere trasfigurato, la fatica di rendere testimonianza del processo di trasfigurazione in corso nella propria vita.

Quando trascuro di ritornare al luogo del silenzio mi ritrovo immediatamente appiattita, risucchiata dalla mentalità del mondo, incapace di vedere la ‘profondità’, di comprendere il senso delle cose.  La mia mente ridiventa iper-attiva, piena di verità illusorie, autoprodotte,  tutta protesa a controllare una realtà sempre più imprevedibile nella sua molteplicità slegata e priva di senso.

E il mio io alienato nella sua illusione di autosufficienza onnipotente vive tutta la paura e l’angoscia della sua  impotente limitatezza.

 


 

VEDO/NON VEDO reale quel che vedo?

 

immagine raffigurante due visi composti da persone

Una parabola della cultura Sufi narra la percezione che dei ciechi hanno della forma di un elefante: chi aveva toccato un orecchio riferiva che l’elefante aveva una forma grande, grossa, ruvida e larga come un tappeto; chi aveva toccato la proboscide riferiva che aveva la forma di un tubo vuoto in mezzo; chi aveva toccato le gambe riferiva che aveva la forma di una colonna tornita.


Quante volte, nella mia esperienza quotidiana, scambio ciò che vedo con i miei occhi miopi, il piccolo frammento di mondo che mi sta sotto il naso, per la ‘realtà’ della cosa.
Quante volte, incapace di attesa, di ascolto paziente, investo il ‘reale’  del cumulo di mostri che mi abitano dentro!

Una delle tante notizie di cronaca: “Ucciso per aver fatto pipì. L’aggressore si giustifica: Ho avuto paura e ho sparato”. Quanto di ciò che vediamo è ‘costruzione’, frutto di una percezione falsa, parziale e distorta del reale?

Una metafora della spiritualità indiana esemplifica così le distorsioni del nostro modo comune di vedere: “Un uomo entra in una stanza in penombra. Scorge in terra un serpente ed è colto da paura. Avvicinandosi, si accorge che non si tratta di un serpente bensì di una corda e la paura si dissolve istantaneamente”.

E’ esperienza quotidiana: nella penombra della mia coscienza poco illuminata ciò che vedo è più proiezione dei miei stati interni che conoscenza di ciò che è.
Nell’ambigua visione della penombra attribuisco spesso al reale il rimosso di emozioni e pensieri, i fantasmi che mi abitano dentro. Così, avvolta in una fitta nebbia di percezioni distorte, finisco per vivere di fatto come in una specie di sogno.

Gli studi sulla percezione sociale ci dicono che  vediamo più facilmente ciò che vogliamo vedere, tendiamo a non vedere ciò che non vogliamo vedere, e/o a distorcere ciò che percepiamo in ciò che vorremmo percepire.

Difese emotive possono addirittura rendere invisibili alcune realtà, situazioni di sofferenza che non riusciamo a contenere. Ad esempio, vedo più facilmente e sono disposto a venire incontro al bisogno materiale dell’altro ma chiudo spesso gli occhi davanti alla sofferenza psicologica, spirituale. La paura di entrare nelle stanze buie della mia casa mi tiene a distanza.

Il rientro a casa e l’incontro con il ‘reale’ è un lungo lavoro di ‘darsi pace’, di riconoscimento e scioglimento di tutti i risentimenti, odi, rancori, paure che ci annebbiano la vista e ci rendono ‘ciechi’.

Il gruppo Darsi Pace è una palestra in cui mi alleno a rientrare in casa,  a riprendere possesso delle stanze chiuse da sempre, in cui imparo ad aprire porte e finestre per far entrare la Luce, aria e sole nelle stanze buie dei miei risentimenti e delle mie paure.

Quando, attraverso la pratica meditativa, prendo contatto con il mio respiro, con il mio corpo che respira, quando mi alleno ad accogliere con un sorriso ciò che appare all’orizzonte della mia coscienza e a non identificarmi, a lasciarlo andare, quando mi alleno ad abbandonarmi ad un contenitore più grande di quello che considero il mio io, la mia ansia si placa, le tensioni difensive si allentano, e mi apro alla fiducia, ad accogliere ciò che ‘è’ così com’è, senza forzature, senza aspettative, senza giudizio.
Allora, diradata  la nebbia fitta delle mie percezioni distorte, accade come  un miracolo: ciò che all’esterno percepivo come pericoloso, persecutorio, senza senso, si rivela mio amico e mi guida oltre e vedo i nessi tra le cose e rendo grazie per tutto.

Ogni giorno, nella fatica del vivere quotidiano, preda dell’ansia, della paura, del bisogno di controllo, ricado nelle paranoiche percezioni, nel sonno illusorio, e ogni giorno, nella fedeltà alla pratica meditativa, ricomincio a coltivare il risveglio, in una continua alternanza di frammentate, distorte visioni e di acquisizioni di senso.

 

Tsunami umano: catastrofe o liberazione?

immigrati2

La situazione

I dati statistici sulla situazione della popolazione mondiale oggi e le proiezioni per i prossimi decenni ci presentano un quadro allarmante che giustifica lo stato di paura generalizzato. Attualmente la popolazione mondiale ammonta a circa 6,7 miliardi, con una crescita annua di circa 80 milioni di persone. Di questi quasi 5,5 miliardi, vivono nei Paesi in Via di Sviluppo.


Un miliardo e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà (meno di un dollaro al giorno); un miliardo vive in baraccopoli. La sperequazione del reddito è spaventosa: il 2% della popolazione mondiale possiede la metà della ricchezza mondiale.
Le proiezioni al 2050 prevedono una popolazione mondiale di 9,2 miliardi di cui 8 miliardi nei Paesi in Via di Sviluppo. I Paesi a Sviluppo Avanzato rappresenteranno solo il 13% della popolazione mondiale. In Europa si prevede un calo demografico di circa 70 milioni (con 66 milioni di lavoratori in meno) e un aumento di migranti di circa 103 milioni, di cui 6-7 milioni in Italia.

Leggere i segni

Un vero e proprio tsunami umano sta per riversarsi sul nostro Paese: già da tempo si registrano onde anomale alle quali si risponde con rimedi estemporanei di difesa. Ma per arginare l’onda umana gigantesca che sta per arrivare basterà militarizzare le strade delle nostre città e i mari del nostro paese? Miliardi di disperati che cercano un’occasione di vita potranno essere fermati da soluzioni dettate dalla paura?
C’è un senso più profondo in quello che sta accadendo? Occorre allargare lo sguardo ad orizzonti più ampi e chiedersi: L’umanità a che punto è della sua evoluzione? I sintomi che manifesta sono travaglio di crescita o processo di decomposizione? Dobbiamo preparare una bara, una culla, o entrambe? Cosa sta morendo? Cosa dobbiamo lasciare morire? Cosa cerca di nascere? Cosa dobbiamo aiutare a nascere?
E ancora: Cosa significano gli esodi di massa, le migrazioni di interi popoli? Ciò che appare una catastrofe è forse l’alba della nostra liberazione?

Ci troviamo ad un punto di svolta.

Ogni epoca storica ha un compito evolutivo da realizzare. Quale compito l’umanità è chiamata a realizzare in quest’epoca storica? L’ontogenesi riproduce la filogenesi: osservando il cammino evolutivo del bambino possiamo comprendere il cammino evolutivo dell’intera umanità.
L’umanità sembra affrontare oggi il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta e vive tutto il travaglio, le paure, le angosce tipiche di questo passaggio.
Per difendersi dal dolore del cambiamento -come un adolescente che rifiuta di crescere- sta attivando ogni difesa possibile, ma il passaggio è inevitabile, è come iscritto nel suo DNA.
O l’umanità imparerà la lezione necessaria al suo passaggio evolutivo, imparerà cioè ad uscire dal suo egoismo, dallo stato ego-centrato, illusorio, bellico, oppure si autodistruggerà.

Vivere è condividere: sembra questa la lezione da apprendere nel nostro tempo per superare l’esame di maturità. I compromessi, le mezze misure, le alternative egoiche, tutto ciò che in epoche precedenti era ancora possibile oggi non è più ammesso. La recente crisi del sistema finanziario ne è la conferma. In un mondo sempre più globalizzato non è più consentito vivere per sé, perseguire unicamente i propri interessi ignorando le necessità degli altri, dell’altro a me ‘prossimo’. Globalizzare la solidarietà sembra l’unica strategia di sopravvivenza concessa all’umanità.

Ciò che prima realizzavano solo i ‘santi’ oggi è richiesto inevitabilmente ad ogni donna e ogni uomo del nostro tempo. L’umanità sembra posta davanti ad una scelta finale: scegliere di amare e conservare così la vita o perseverare nell’egoismo e votarsi all’autodistruzione.

Tsunami umano: esame di maturità.

Forse allora il fenomeno migratorio di massa è allo stesso tempo lezione del giorno e indicazione del compito da svolgere. Questo esodo planetario che porta milioni di persone a mettersi in cammino nella speranza di una liberazione dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni, vincendo la paura dell’ignoto, affrontando rischi spesso mortali, è come una lezione a cielo aperto, come una rappresentazione su uno schermo planetario di un cammino cui l’umanità (=ogni donna e ogni uomo del nostro tempo) viene chiamata per entrare nella maturità e realizzare la sua vera identità.
I milioni di immigrati in fuga dalle varie forme di schiavitù che li opprimono nei loro paesi sono per noi invito alla liberazione: ci dicono che il tempo è compiuto, che l’alba della liberazione è vicina, che bisogna essere disposti a lasciare tutto, a rischiare anche la propria vita per conquistare l’autentica libertà. Sono un invito a metterci anche noi in cammino, a liberarci di tutti i fardelli che rendono pesante e triste il nostro passo.

Sono l’occasione che ci viene offerta per fare tirocinio sulla lezione del giorno, per crescere nella capacità di amare, per fare delle nostre comunità grandi reti di accoglienza. Essi stessi diventano per noi strumento di liberazione da tutte quelle catene che ci tengono in cattività e ci rendono quindi cattivi, carichi di paura esplosiva. Sono il nostro esame di maturità.

Divenire umanità adulta, imparare a ‘lasciare’, a non rimanere ‘attaccati’ a ciò su cui abbiamo fondato le nostre sicurezze e la nostra stessa identità, imparare ad accogliere e dialogare con il ‘diverso’ da noi, imparare a con-dividere, richiede un personale, lungo, paziente lavoro di con-versione, lavoro facilitato all’interno di piccoli gruppi di trasformazione/liberazione.

La nuova umanità autenticamente libera, capace di amare e condividere, preme per nascere in ognuno di noi. Il gruppo Darsi Pace è come una piccola sala parto di questa nuova umanità. E’ una palestra in cui imparo con dolcezza ad accogliere e a lasciar andare, a non attaccarmi; in cui imparo a non aver paura della mia paura ma ad accogliere anch’essa con un sorriso, a farla mia amica, a farmi condurre verso il ‘mio’ tesoro, il tesoro cui ho ‘attaccato’ e legato il mio cuore.

Darsi Pace è un piccolo laboratorio in cui imparo l’arte del dialogo con un tu diverso da me; in cui imparo a fare esperienza di accoglienza verso me stessa (le parti rimosse di me che tendo a proiettare all’esterno) e verso gli altri; in cui imparo ad allentare le mie corazze, ad aprire feritoie nella mia torretta di orgogliosa autosufficienza, e ad accettare/accogliere la mia fragilità come la mia unica autentica forza., perché –come mi ricorda S. Paolo- “quando sono debole è allora che sono forte”.