Mi trovo spesso a ripartire dal fondo di un cuore scisso e disintegrato, da una negatività e da una disperazione senza vie d’uscita.
Attendo un soffio, un orientamento: io posso offrire solo il mio divario, una divaricata inconcludenza.
Vorrei dedicare questo testo alle numerose suore, ai sacerdoti e ai religiosi che partecipano ai nostri gruppi o che, comunque, sono vicini al lavoro di “Darsi Pace”.
La poesia è brevissima e parla di parole ruotanti, come sufi dervishi, come suore danzanti, fresche e ridenti.
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Quadri di A. Guzzi – Poesia di M. Guzzi
Lo sguardo incantato è quello dell’anima aperta all’ascolto, capace di reale abbandono al mistero abissale che la abita.
Questo mistero si sgrana nei quadri di Alessandro, che narrano le fasi del cammino iniziatico, alla ricerca di quell’integrità che nasce dall’intimità progressiva con parti di noi che languivano dimenticate nelle profondità dell’inconscio. Read more »
“Ogni anima porta in sé il Cristo come in un grembo materno”
( Giovanni Crisostomo)
Può sembrare strano che queste tre brevi poesie abbiano a che fare con Maria, la Madre di Cristo.
Parlano di “una clandestina nella stiva”, di una “mondina che pianta nel fango il riso”.
Si rivolgono ad una donna “piena d’animali”, chiamata anche “cappella dei pazzi”, “sepolcro vuoto”.
Immagini che evocano situazioni criptiche, incomprensibili per la nostra mente ordinaria.
Bisogna attivare facoltà intuitive sottili, e non cedere subito alla richiesta di spiegazioni ‘razionali’. Bisogna ruminare le parole e avere fede nel loro potere rivelativo.
Provo a sintonizzarmi perciò su un registro più interiore, a sentire questa clandestina come la mia anima, straniera in questo mondo, che vive nascosta in dimensioni profonde, dove non sempre ho il coraggio di guardare. Read more »
Per tornare a casa, nel luogo della mia più intima verità, faccio tacere la mente e mi pongo in ascolto: pronuncio le parole che avevo dimenticato, ravvivo le immagini che si erano spente.
Dai centri più profondi salgono armonie segrete che mi rivelano una nuova parola, oltre quello che pensavo di sapere, una parola di abbandono e di affidamento che segna la mia resa definitiva: vieni a salvarmi, tienimi, nel cuore che si arrende!
Allora anche il peccato, l’abiezione più nera, portata fino al fondo del proprio capovolgimento, diventa sorgente, fonte di rigenerazione.
Irrompono le acque, irrompe una nuova sorprendente visione: terra, mare mediterraneo, crocevia di popoli e di civiltà, la storia dell’uomo riassunta in quest’attimo di fulminea consapevolezza.
Nel lampo che racchiude tutto il tempo si realizza la mia liberazione: io sono più della storia della mia vita, più della vita del pianeta!
Gerusalemme è il simbolo di questo spazio cosmico di eternità: la “città spirituale”, luogo di Dio, visione di quella pace “che è più sublime di ogni comprensione e che protegge i nostri cuori” (Evagrio Pontico).
Gerusalemme libera davvero, al di là delle guerre interne ed esterne, delle crociate combattute nel suo nome.
La poesia scelta per questo post è quella che ha dato il nome alla rubrica ‘Stando in ascolto’, una serie di testi poetici letti dall’autore, che vi invito a riascoltare se avrete tempo e voglia (basta cliccare in home page alla sezione ‘Video’ e poi il link ‘Stando in ascolto’: fino ad ora sono stati pubblicati undici post).
E’ un modo molto efficace e bello per sintonizzarsi su frequenze emotive sottili, più aderenti alla verità della vita.
In particolare la ripetizione di certi versi ha un potere terapeutico straordinario nei seguenti casi:
per rimettere in circolazione energie inconsce bloccate quando capita di trovarsi in uno stato di apatia, di accidia, di noia per la vita;
per ammorbidire la sostanza dell’anima, quando il cuore è duro, di pietra, insensibile;
per riequilibrare il mondo interiore nei casi di tempeste emotive e di energie in eccesso;
per sperimentare concretamente i passaggi dai vari stati dell’io – così come li studiamo nei gruppi “Darsi Pace”: dall’io egoico all’io in conversione, dall’io in relazione fino all’io vero;
per pregare: le parole ispirate scendono nella carne, rianimando i linguaggi della fede; imprimono nuovi slanci, ravvivano il desiderio che venga il Regno di Dio in noi e nel mondo.
Chiaramente si tratta ogni volta di trovare le poesie giuste, ma procedendo nella lettura, se ne trova sempre qualcuna che fa al caso nostro: un’illuminazione!
Buon Natale a tutti!
Tornando ho pronunciato tutti i nomi,
negli occhi ho ravvivato i quadri spenti
stando in ascolto:
salivano gli accordi dalle sfere
più interne dei loro colori
e una parola
nuova mi sovvenne: tienimi
nel cuore che si arrende.
(Così ogni scandalo
scavò una sorgente).
Vieni, dicevo apertamente,
e il faro
aprì la mia montagna
d’acqua, la mia ruota,
e vidi:
Terra! gridai,
d’amore!
Mediterraneo eterno e salutare!
Gerusalemme, Gerusalemme,
Gerusalemme, in fine liberata!
Marco Guzzi, Il Giorno, 1988
Foto: A.Maiocco, G.Monti, Flickr.com.
Canto di Giona
Quante volte mi hai raccolto
Ai margini di me
Dove disperavo?
Sempre. Eppure
Ancora tentenno
Nella prova. Ancora dispero.
E basta un pelo
Nell’uovo, e di traverso
Mi si mette, e non lo mando giù
Il mondo, questo groppo
In gola.
” Sorvola.
La tua disperazione è il mio rigoglio
A volte.
Chi mi frequenta
Dal vero
Non riserva per sé altre speranze
Umane.
Cerca la gioia
Anche nel suo lutto.
Cerca.
E mi trova. “
Pèschici sul Gargano
30.7.95
Marco Guzzi, Nella mia storia Dio, 2005
E’ il canto del disertore, che fugge dal destino, dall’appello personale.
E’ il canto della perdizione in un universo senza cuore, nel ventre oscuro della balena.
E’ il lamento di chi si è posto ai margini, alla periferia di sé e può solo recriminare, maledire l’esistenza.
Perché dovresti occuparti di me, più che del bambino che sta morendo ora, dei diseredati della terra, delle vittime di tutti i tempi? Qual è la logica di questo quotidiano massacro? Come potrei mai essere felice, se tutto è così precario e il più minimo sollievo improvvisamente può svanire? Dov’è la tenerezza divina, la bontà di tutta questa creazione?
Sfogo la mia amarezza, la sfiducia che ci sia un senso del tutto, confesso la mia infedeltà, nonostante i segni che tante volte mi hanno fatto percepire di essere guidata verso una dimensione più integra, unificata.
Qualcosa mi raggiunge nell’estrema lontananza, nel fondo della disperazione……e il canto si apre a nuove profondità, a una risposta che sgorga paziente dalle fibre del cuore.
Mi chiedi di sorvolare, di far tacere le mie continue pretese di dare ragione delle cose, di evadere dalle gabbie di un cosmo di rigida e spietata necessità, lasciato al caso.
Mi inviti per un attimo ad abbandonare tutto il dolore del mondo, a scioglierlo, e a scaricare giù dalla schiena, dalle spalle, il groppo in gola.
Dici che dalla mia disperazione può fiorire la vita, e che talvolta la salvezza è tutta passiva, quando accolgo l’impotenza senza bloccare le tenebre al loro nome.
Desideri che io ti frequenti ‘dal vero’ per farmi vedere le cose da un altro punto di vista, dove tutto apparirà più chiaro.
Affidarmi a questo respiro profondo, rimanere nel grembo accogliente che guarisce tutte le ferite, infonde in me uno spirito di luce e di segreta gioia.
Foto: Sara Deledda, Paola Balestreri, Flickr.com
Mi trovo spesso a ripartire dal fondo di un cuore scisso e disintegrato, da una negatività e da una disperazione senza vie d’uscita.
Attendo un soffio, un orientamento: io posso offrire solo il mio divario, una divaricata inconcludenza.
Questa esposizione sincera di ciò che c’è, questa offerta dolente, nasconde un anelito di integrità e trova ascolto.
Tu mi accogli e trasformi tutto il mio nero in luce.
Il pozzo nero
Col nero rimboccato fino agli occhi
Attendo lo zefiro, lo zelo
Tuo, perché da me
Da darti ho solo il mio divario:
La mia divaricata inconcludenza.
“Mi voglio confinare nel tuo nero
Pozzo, e farne combustibile
Per l’illuminazione”.
Marco Guzzi, Figure dell’ira e dell’indulgenza, 1997, p. 131
Foto Sara Deledda
Hai mai sentito piangere l’auriga?
È un canto. Il giovane
rinasce ad ogni istante
in me, e mi richiede
quello che ho perduto.
Le briglie mi tolgono il respiro
d’animale, il morso
insanguina le bave
del galoppo.
Se non son io, è lui
l’eterno me.
Marco Guzzi, Teatro Cattolico, 1991
C’è un giovane dentro di me, un principio originario di vita, un principe.
Il suo richiamo è un pianto perché non è ascoltato.
E’ un canto quando riesco a sentirlo, a riconoscerne la voce di sorgente.
Allora appare la sua figura e, richiedendomi la dignità perduta, me la ridona, fa sì che me ne possa riappropriare.
E’ desiderio puro, forza allo stato germinale: una guida potente e regale capace di governare le energie furibonde e incontenibili che mi attraversano.
Se diserto, lui mantiene la postazione; se mi nascondo e fuggo, lui continua ad esporsi; se dimentico chi sono, lui resta fedele all’immagine perfetta che eternamente mi rigenera.
Gaetano Previati, Il carro del sole, 1907
La sacra rappresentazione
Ciò che non nasce non m’interessa più.
Cade. Sa sacrificarsi.
Il sacrificio dell’asino e del bue
Scalda il presepe.
Io asino, io bue, io stalla
Di letame. Io donna
Ridente, io vecchio Giuseppe, io Mago
Che offro l’Oriente
Ai piedi dell’io bambino.
“Questo presepe è un proiettile, è un film: la sacra
Rappresentazione è la tua vita
Girata in un istante
Tra l’ora delle stelle e il tuo diluvio
Di pianto”.
Sento che vieni in me.
Sento il passo del tuo piede colossale
Varcare la figura planetaria:
Espormi.
E questo pino, davanti alla finestra,
Mi dice che sei tu
Che nutri i suoi aghi come questi
Sogni sempreverdi,
Sempre più nascenti
E veri.
Marco Guzzi, Preparativi alla vita terrena 2002
Se Gesù non nasce nel mio cuore, per me è venuto invano.
Tutte le figure del presepe si animano e mi rivivono dentro, sanno sacrificarsi per l’io bambino, per edificare l’uomo colossale: un corpo più grande di questa terra e delle sue limitazioni.
Questo presepe personalizzato è un proiettile: uccide tutto ciò che è morto e mi proietta, in una sintesi istantanea, alle estremità dell’universo.
Sento che nasce in me: varcando la figura planetaria, mi espone a dimensioni cosmiche.
La vita nuova irrompe nei sogni sempreverdi, donandomi la stupefacente grazia dell’attimo presente.
Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, 1609
Quando raggiunsi il cuore dei misteri
era d’inverno, odioso vanto
delle tribù più vili; e lampeggiava
a tratti la dorsale
spina, nelle sinuose baie
del suo porto.
Mi minacciava
ovunque; ma fiorivo.
Come il cerbiatto
fugge sulla rupe
azzurro e cieco,
così
il moto delle fughe
mi centrò, e un fuoco
mi rifece l’occhio vuoto
per l’abbondanza delle tue cadute.
Marco Guzzi, Teatro Cattolico, 1991
Viviamo in un tempo di grande confusione e oscurità, nonostante le luci artificiali e i falsi movimenti che illudono chi resta in superficie.
Scarsi sono i richiami, gli appelli ad una crescita dell’umano: tutto sembra cospirare per renderci distratti, confusi, lontani da noi stessi.
Ci accomuna spesso uno ‘stare insieme’ tribale, fatto di riti collettivi mediatici e di sacrifici a idoli.
Poco di cui vantarsi, poca vitalità e energia “nell’oscuro distretto degli uomini” (Trakl).
Eppure basta un momento per raggiungere il cuore dei misteri.
È un’avventura che accade nella viltà, nell’umiliazione, nel gelo di quest’inverno della civiltà.
Accade nel corpo, lungo la spina dorsale, a lampi.
Con la minaccia di forze avverse e a rischio di spaventose aperture.
Un flusso di energia spirituale inonda la mia vita con una dinamica folle e precisa, un fuoco accende la nuova visione nell’occhio purificato dalle acque del cielo.
Questa visione mi dice emotivamente dove mi trovo, offrendomi delle tracce per proseguire il cammino.
Mi assicura che, nonostante tutto, inesorabilmente, fiorisce il seme della crescita.
Dove il mio io sa vedere solo la penuria, il finire, la morte, questa parola rivela abbondanza di vita, ricchezza di doni e di futuro.
Immagine: Alessandro Guzzi, Il luogo della cerva, 1991
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