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La sacra rappresentazione


 

La sacra rappresentazione

Ciò che non nasce non m’interessa più.

Cade. Sa sacrificarsi.

Il sacrificio dell’asino e del bue

Scalda il presepe.

Io asino, io bue, io stalla

Di letame. Io donna

Ridente, io vecchio Giuseppe, io Mago

Che offro l’Oriente

Ai piedi dell’io bambino.

“Questo presepe è un proiettile, è un film: la sacra

Rappresentazione è la tua vita

Girata in un istante

Tra l’ora delle stelle e il tuo diluvio

Di pianto”.

Sento che vieni in me.

Sento il passo del tuo piede colossale

Varcare la figura planetaria:

Espormi.

E questo pino, davanti alla finestra,

Mi dice che sei tu

Che nutri i suoi aghi come questi

Sogni sempreverdi,

Sempre più nascenti

E veri.

 

 

 

Marco Guzzi, Preparativi alla vita terrena 2002

 

 

Se Gesù non nasce nel mio cuore, per me è venuto invano.

Tutte le figure del presepe si animano e mi rivivono dentro, sanno sacrificarsi per l’io bambino, per edificare l’uomo colossale: un corpo più grande di questa terra e delle sue limitazioni.

Questo presepe personalizzato è un proiettile: uccide tutto ciò che è morto e mi proietta, in una sintesi istantanea, alle estremità dell’universo.

Sento che nasce in me: varcando la figura planetaria, mi espone a dimensioni cosmiche.

La vita nuova irrompe nei sogni sempreverdi, donandomi la stupefacente grazia dell’attimo presente.

 

 

Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, 1609






Il cuore dei misteri


Quando raggiunsi il cuore dei misteri
era d’inverno, odioso vanto
delle tribù più vili; e lampeggiava
a tratti la dorsale
spina, nelle sinuose baie
del suo porto.

Mi minacciava
ovunque; ma fiorivo.

Come il cerbiatto
fugge sulla rupe
azzurro e cieco,
così
il moto delle fughe
mi centrò, e un fuoco
mi rifece l’occhio vuoto
per l’abbondanza delle tue cadute.

Marco Guzzi, Teatro Cattolico, 1991

Viviamo in un tempo di grande confusione e oscurità, nonostante le luci artificiali e i falsi movimenti che illudono chi resta in superficie. 
Scarsi sono i richiami, gli appelli ad una crescita dell’umano: tutto sembra cospirare per renderci distratti, confusi, lontani da noi stessi.
Ci accomuna spesso uno ‘stare insieme’ tribale, fatto di riti collettivi mediatici e di sacrifici a idoli.
Poco di cui vantarsi, poca vitalità e energia “nell’oscuro distretto degli uomini” (Trakl).

Eppure basta un  momento per raggiungere il cuore dei misteri.
È un’avventura che accade nella viltà, nell’umiliazione, nel gelo di quest’inverno della civiltà.
Accade nel corpo, lungo la spina dorsale, a lampi.
Con la minaccia di forze avverse e a rischio di spaventose aperture.
Un flusso di energia spirituale inonda la mia vita con una dinamica folle e precisa, un fuoco accende la nuova visione nell’occhio purificato dalle acque del cielo.
Questa visione mi dice emotivamente dove mi trovo, offrendomi delle tracce per proseguire il cammino.
Mi assicura che, nonostante tutto, inesorabilmente, fiorisce il seme della crescita.
Dove il mio io sa vedere solo la penuria, il finire, la morte, questa parola rivela abbondanza di vita, ricchezza di doni e di futuro.

Immagine: Alessandro Guzzi, Il luogo della cerva, 1991






L’esegeta


“Dite agli smarriti di cuore: coraggio!”
(Isaia 35, 4)

Interpreto gli eventi quotidiani, per capire quello che sta succedendo.





E’ uno sforzo salutare per cercare un senso, per distillare un grammo di speranza da offrire agli altri e a quella parte smarrita che sento forte dentro di me. Quello che sta accadendo adesso sfugge al mio sguardo ordinario: è un lavoro da esegeta, che avviene nei crocicchi, negli anfratti più sottili e misteriosi dell’anima.
Abbandono la presa, rinuncio al controllo, e si dilata l’orecchio interiore.
Qualcosa, da fuori, mi raggiunge e mi sorprende, ridestando l’ascolto profondo, in quell’attimo che precede ogni piccola morte, in cui sembra che tutto venga ricapitolato e compreso.

 

L’esegeta

E’ un’esegesi
Fatta nei crocicchi, nei tombini
Dell’anima.
E’ una paresi
Come nell’ascolto
Che il daino ridesta mentre beve
E sente tra i cespugli il cacciatore
Mentre gli spara.

 

Marco Guzzi, Figure dell’ira e dell’indulgenza, 1997

 


La sede della sapienza


Quando la mattina offro la mia realtà sconnessa e sconclusionata all’esperimento del silenzio interiore, inizio a ricordarmi che esiste la sapienza, uno “spirito che ama gli uomini”.
E’ la devozione del giardiniere alla cura del suo roseto.





E’ un lavoro quotidiano di liquidazione della mente, di sbucciatura degli strati di parole e pensieri maledetti, disperati e castranti che mi governano. Che mi danno l’amaro in bocca.
La sapienza è un sapore, un gusto, una sostanza dolce, che mi apre al sorriso.
La liberazione accade come un’irruzione dall’alto: scroscia la luce, adolescente, e la cappa che mi opprime si scioglie: anche la morte, l’ultima nemica, prima o poi sarà dissolta, come un calcolo renale.
Veramente la tua luce scroscia, adolescente, rinnovandomi e aprendomi all’infinito.
Nel vuoto della mente si apre uno spazio, appare il campo, un luogo di pace: è un’ombreggiatura cava, una schiarita, la tua Ridente.
L’anima che dimora in Dio sorride.
La mia anima immacolata sottratta al potere degli uomini e della parte più negativa di me stessa.
In questo stato di tranquillità e di immobilità vedo in trasparenza la perfezione di tutte le cose.
Da questa sede non vorrei mai muovermi, sento la mia integrità, il mio corpo franco, liberato.
Sento il divino in me, nella mia povera esistenza e questa è la fede che per oggi mi basta.

LA SEDE DELLA SAPIENZA

“la nostra bocca si aprì al sorriso”
(Salmo 125,2)


Ogni giorno mi liquidi la mente
Che un castrato
Verbo fece inviperire.

Scroscia la tua luce adolescente
E mi dissolvi anche l’antica calcolosi
Detta morte.
Poi resta il campo :
La tua ridente,
Dentro i miei vuoti pensieri.

E’ questa la mia sede :
Un corpo franco.
Questa è la fede: essere un uomo
E Dio
Unita-
Mente.

Marco Guzzi, Nella mia storia Dio, 2005

Alessandro Guzzi, The devout gardener, 2005, olio su tela di lino, cm 60×60.


Il fuoco della vita


L’invito è a scegliere la vera visione, ad acquistare la memoria. Per farlo, devo sciogliere la rete (il web?) di pensieri e di parole alienate che mi opprimono, e non guardare. Se approfondisco un certo tipo di ascolto, nutrito di silenzio interiore, uscirò dallo stato di dimenticanza in cui normalmente sono rinchiusa e comincerò a ricordare, a vedere le cose da un nuovo punto di vista.





C’è un fuoco che divora tutto, fa piazza pulita di molte cose, di tutte le voci distorte che vogliono occupare il mio cuore….
E’ il fuoco della vita, che mi trascina via dall’ansa melmosa del fiume dove ristagnavo.
Lo squillo di salvezza chiama tutti a raccolta, ma come essere certa che, al di là degli smottamenti che invadono l’anima, questo spirito vuole donarmi consolazione e gioia?
Solo se sperimento la mancanza, e non mi accontento delle paternità che mi trattengono qui sulla terra….
Soltanto l’orfana esulta dagli scogli ed è capace di reale abbandono: la mano non trattiene, la bocca aperta al soffio della parola è il suo atto di fede e la sua beatitudine.

 

 

Scegli la vista e non guardare.
Sciogli la rete e acquista la memoria.

Fuoco!
Un fuoco che divora.

Consolerai la gloria dei viventi?
Il rullo dei fondali
è un cupo avvio.

Diluvia sul nero dei porti,
fa buche sull’arena, e il meridiano
squillo di salvezza
ci raduna.

Ma solo l’orfana esulta dagli scogli
soltanto l’orfana va incontro al padre
e la sua mano affonda
e la sua bocca affida.

 

Marco Guzzi, Il Giorno, 1988

Foto di Giulio Balestreri


La pazienza della crescita


A volte è difficile vedere un’evoluzione nella mia storia personale, una fioritura inscritta nel mio destino.
Anche nella storia dell’uomo sulla terra non sempre è evidente un processo di crescita, o, per lo meno, questo movimento evolutivo è molto lento e misterioso.





C’è la catena del sangue delle generazioni che grava e opprime, c’è tutto l’odio e la violenza del mondo. Di fronte alla realtà penosa e snervante dei miei fallimenti, e anche delle catastrofi storiche e collettive, di fronte alla fatica di mantenere viva la speranza che tutto alla fine andrà per il meglio, imparo a riscoprire il mio essere creatura, a vivere nel raggio di un’alleanza che mi salva.
Rinuncio all’io autonomo e alienato per affidarmi ad uno spirito materno, di consolazione, che accolga la mia fragilità e risani la ferita originaria che mi ha sfigurato, tessendo le fibre carnali di una nuova identità.

 

La fioritura è lenta, e molti mesi
scava la grandine sui tralci
i nervi consumati dal veleno.

Tu non guardare le mille cadute,
la piena del sangue dei padri
rimosso dalle fonti e dalle chiuse
e straripato a valle; tu non guardare
il toro che s’immola, e la platea
d’odio sugli spalti, guarda l’accenno
del primo volo, guarda la faccia
immersa nel lago, o Madre!
rimargina la piaga che m’ha inciso
il petto e putrefatto
il tempio, sanami il lembo
e dalla fibra tua
tessimi un velo
d’acque, a carnagione.

Marco Guzzi, Il Giorno, 1988

Foto di Sara Deledda