Contributo di Suor Mirella
« Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti » (Paolo VI)
Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di don Primo Mazzolari, prete carismatico e profetico, protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento.
Le sue idee, attualissime anche oggi, anticiparono alcune delle grandi svolte dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II, in particolare relativamente alla “Chiesa dei poveri”, alla libertà religiosa, al pluralismo, al “dialogo coi lontani”, alla distinzione tra errore ed erranti.
Egli tendeva a superare l’idea della Chiesa come ‘società perfetta’ e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa; ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani’, a coloro cioè che rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e della Chiesa.
Riteneva che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza.
L’impegno per l’evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini del suo impegno dal 1945 in poi. Era convinto che il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore dell’idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana’: i cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti.
Per i suoi numerosi scritti provocatori si guadagnò la fama di prete scomodo e di frontiera e fu sottoposto a numerose limitazioni da parte delle autorità ecclesiastiche. Lui rimase coerente al suo proposito di ‘ubbidire in piedi’, sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando la propria dignità e la coerenza del proprio sentire.
Con il suo stile ed esempio di vita don Primo ci indica un cammino di educazione alla solidarietà e alla nonviolenza. Riscoprire la sua eredità spirituale, promuovere la riflessione sull’attualità del suo pensiero, può contribuire a dare nuova vitalità sia alla comunità ecclesiale che alla comunità civile.
Riportiamo di seguito uno scritto inviatoci da Suor Mirella che sul don Mazzolari narratore ha fatto la sua tesi di laurea.
Quando ho messo mano al mio lavoro su Don Primo Mazzolari ritengo di aver avuto una particolare fortuna, quella di aver avuto accesso a tanti importanti documenti allora inediti in particolare al Diario della giovinezza che ha accompagnato il periodo della sua formazione seminaristica fino al sacerdozio.
Sette quadernetti, redatti con nitida lucidità , dai quali già emerge e si staglia quella eccezionale personalità che troverà espressione nella sua figura di uomo e di sacerdote.
“ Da mamma ho preso l’amore, la sensibilità, la timidezza, la dolcezza…dal padre la fierezza, la lealtà l’orgoglio istintivo di una razza forte…”
E ancora” Ho un cuore che sogna e che sa amare, che conosce gli ardimenti generosi e nobili…un’intelligenza che sa i voli rapidi e forti…”
Ciò che Mazzolari, ancora giovanissimo, riscontra in sé, con notevole chiaroveggenza, avrà puntuale riscontro nella sua complessa e singolare esistenza di uomo e, possiamo ben affermarlo, di “profeta”, se, come di fatto avvenne, le sue intuizioni passarono all’attenzione del Vaticano II iniziato, appunto, poco dopo la sua morte.
Quel cuore che “ sa amare” lo porterà talvolta ad eccessi verbali e a dure prese di posizione, incalzati del resto da una urgenza interiore sincera ed appassionata.
Affermerà nel suo Testamento redatto durante una pausa punitiva :” Lo stesso amore mi ha reso straripante e violento…”
L’intelligenza critica, acuta e chiaroveggente di Don Primo, dovrà sempre fare i conti anche con una particolare tendenza onirica che lo porterà anche ad addentrarsi nella produzione letteraria, ma la sua incontenibile carica d’amore, la sua passione umana e sacerdotale, si riverserà sulla Chiesa degli umili, dei poveri, dei lontani senza misura.
Contestatore intelligente ed acuto accetterà con il medesimo stile incomprensioni, rifiuti, censure ecclesiastiche e angherie governative, senza tuttavia scendere a compromessi o deflettere dal suo pensiero, e a un Vescovo che lo ammonisce dicendogli se non si è mai chiesto perché l’autorità ecclesiastica è sempre in allarme per lui, risponderà:
” E Lei non si è mai chiesto, come nonostante tante prove e punizioni e umiliazioni io ho continuato la mia strada?”
Circolano tante definizioni sulla personalità di Mazzolari…profeta obbediente…contestatore per tutte le stagioni…testimone che ha pagato per tutti…naturalmente tutte riduttive a causa della dimensione e qualità di questa eccezionale personalità umana e sacerdotale.
L’invito quindi è, a conoscere Primo Mazzolari da vicino… a mettersi alla sua scuola che resta comunque per tutti una scuola d’amore.

Vorrei condividere con voi questo passaggio del libro di Enzo Bianchi “Il pane di ieri”, perché mi sembra una metafora molto bella della vita interiore, e della “pratica” quotidiana e concreta di cui la nostra interiorità ha bisogno per non avvizzire.
[…] Ho imparato molto presto a scoprire autentici tesori di umanità in poveri uomini cenciosi che tuttavia conoscevano bene la vita perché l’attraversavano nella fatica, nell’estraneità, nell’ascoltare molto e nel parlare poco.
Uno di questi grandi maestri anonimi […] è stato per me un vicino di casa, Pinot: non sposato, viveva con una nipote ed era sovente preso in giro per una malformazione al cuoio capelluto […]. Aveva un bellissimo orto in un terreno che in seguito dovette cedere per fare spazio alla costruzione della cantina sociale del paese: Pinot ogni mattina scendeva nell’orto a lavorare per poi tornare a casa verso le undici con ortaggi e verdure che servivano per il pranzo e la cena.
Bambino di una famiglia che non possedeva appezzamenti di terra perché il padre non era contadino, io ero molto incuriosito dal lavoro agricolo e sovente, fin da piccolo, mi accodavo a Pinot e scendevo con lui nell’orto.
Quell’uomo semplice e buono mi ripeteva sempre: “Ricordati che per fare un orto ci vuole acqua, letame, ma soprattutto ciuènda!”.
Sì, per l’orto non basta che ci siano gli elementi che fanno crescere una pianta, ci vuole anche la ciuènda, la recinzione fatta di canne – più tardi sostituite dalla rete metallica – e di pali che protegge l’appezzamento di terra dagli animali che minacciano di devastarlo: cani, conigli, a volte il cinghiale, più raramente anche altre persone attratte dall’idea di poter raccogliere senza aver seminato.
Così, alla fine dell’inverno e anche ogni volta che si apriva qualche varco, aiutavo Pinot a riparare la ciuènda e più che i segreti della coltivazione degli ortaggi imparavo una lezione di vita perché l’orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo.
Mi sono quindi appassionato molto presto all’orto, […] Così, a quattordici anni chiesi in dono a mio padre di affittare per me un fazzoletto di terra dove potessi avere il “mio” orto. Venni esaudito e da allora non sono mai riuscito a vivere senza accudirne uno […]
Ripenso sovente con gratitudine a Pinot, che mi insegnò tramite l’orto ad avere un sano rapporto con le “cose”: non mi spiegava solo a piantare, seminare, far crescere, ma mi aiutava anche a capire perché occorre seminare in se stessi, coltivare se stessi, far crescere se stessi e attendere i frutti.
(Enzo Bianchi, “Il Pane di ieri”, Einaudi 2008)
Queste parole di Enzo Bianchi mi hanno spinto anche ad un’altra riflessione: la pratica concreta delle cose ci insegna molto di più delle nozioni imparate solo con la testa.
Certi concetti non si possono apprendere solo con la mente: possiamo capire razionalmente che è importante curare la nostra anima, ma finché questa comprensione non passa attraverso il nostro corpo, le nostre mani, la nostra fatica, rimane una conoscenza solo parziale, che non ci coinvolge nel profondo e che quindi difficilmente porterà dei cambiamenti concreti nella nostra vita.
Forse anche per questo i nostri genitori e nonni, che passavano molto più tempo a fare che a leggere e a studiare, erano in tante cose molto più saggi ed equilibrati di noi.
Antonietta

Si è concluso domenica 29 marzo il Seminario LA-RIGENERAZIONE tenuto da Marco Guzzi.
Il Seminario ha segnato per molti una tappa fondamentale della vita. Le riflessioni e le meditazioni di Marco, il lavoro personale e le condivisioni, hanno aiutato ad acquistare consapevolezza delle tante immagini distorte di Dio che bloccano la piena manifestazione della nostra Umanità.
Questa lettera, arrivata appena concluso il seminario, testimonia il superamento di paure infantili legate all’immagine del ‘crocifisso’ e l’inizio della ‘fioritura’, la Nuova Umanità liberata.
Caro Marco,
L’intensivo si è rivelato un’esperienza fantastica; credo di poter dire, già sin d’ora, che rimarrà una tappa fondamentale nella mia vita.
E’ incredibile che si sia presentata questa opportunità nel momento in cui sono continuamente alla ricerca di determinate risposte. Ma si è presentata, e l’ho colta (un caso oppure no? Non ho certezze, per ora).
Per la prima volta ho cominciato a percepire verso la figura di Gesù una viva simpatia, laddove prima sentivo paura e disagio.
Sin da bambino, Gesù inchiodato a quella croce (ma non soltanto) m’ha spaventato; adesso mi sembra un amico; e provo gratitudine e affetto nei Suoi confronti.
Naturalmente l’ego si è subito incaricato di rendermi ridicolo ai miei stessi occhi, ma d’ora in poi a me Gesù starà simpatico: un fatto nuovo e incontrovertibile, che cambia la direzione della mia vita, ego o non ego.
Appena tornato a casa, a testimonianza della stranezza e contraddittorietà e novità delle mie emozioni, ho scritto un terribile racconto breve di enorme disperazione e solitudine, e una raggiante poesia dal titolo RIVELAZIONE; a dire il vero fino in fondo, il racconto ce l’avevo pronto in testa e la poesia invece no, l’ho scritta quasi per risarcirmi della disperazione del racconto; ma è venuta fuori una lirica stupendamente speranzosa, la prima di una raccolta che intitolerò provvisoriamente FIORITURE, e che si sforzerà di cercare attraverso una luce più chiara e limpida.
Le poesie che ho scritto sin qui, a testimoniare il demone del dubbio, erano radunate sotto il titolo SOGLIE; ma ora mi pare che almeno alcune soglie siano state oltrepassate, e che sia tempo di fiorire. Curiosa comunque questa dicotomia fra prosa/disperazione e poesia/speranza, no? Ennesima conferma, comunque, che pendoliamo (altro concetto fondamentale da introiettare).
Ancora: ho capito meglio cosa significa incarnare il lavoro intellettuale, e ho capito meglio l’importanza della condivisione del lavoro. Confrontandosi con gli altri, si ha davvero la percezione di quanto certe male-dizioni dimorino nella carne, nelle cellule; questo però non mi sembra vada a favore di coloro che sostengono che siamo soltanto muscoli, ossa e chimica; al contrario.
E’ la testimonianza, ho l’intuizione, che siamo questo ed altro. E “altro” è un vocabolo che, come ci ha insegnato Rimbaud (e come oggi insegna Lost), dovrebbe risuonare costantemente nelle nostre coscienze. Senza l’altro non si dà l’io, e viceversa. Per citare ancora Rimbaud: “Se l’ottone si sveglia tromba, non è colpa sua”. Ma intanto capiamo in cosa ci siamo svegliati, giusto?
Ancora: ho apprezzato le tue poesie più che in occasione delle mie prime letture; sono pozzi cui più si attinge, più danno acqua; e sono visioni e promesse, ma promesse presenti, in cui il futuro ci raggiunge e ci permea; sono cartoline celesti.
In esse mi pare si condensi magicamente quel triplice lavoro cui tu ti dedichi inesausto da anni e anni; in esse la tua alterità sgorga libera.
Ho vieppiù apprezzato la tua capacità di accogliere, e a tal proposito faccio un esempio: trovo assai significativo che il ‘contestatore’ che t’aveva “aggredito” seccamente la prima sera, alla fine del corso abbia proposto l’applauso di tutti per te. Una perfetta chiusura del cerchio.
Questa è la dimostrazione che l’onestà intellettuale funziona, al di là della forza “bellica” delle idee precostituite (purtroppo, dinanzi a un pensiero come il tuo, avere idee precostituite sembra quasi inevitabile; io stesso le ho a lungo nutrite prima di liberarmene, il che non significa che non ti contesterò se lo riterrò opportuno).
In fondo ci si potrebbe azzardare ad affermare che la nuova umanità vincerà sulla vecchia, alla fin fine. Il ‘contestatore’ della prima sera lo vedo fortemente simbolico di uno scricchiolio foriero di tante belle cose, simile a una crosta di ghiaccio che si spezza.
In conclusione, mi sembra di poter affermare che questo intensivo sia stato straordinario; e sia ben chiaro che chi scrive resta un relativista, uno scettico, un uomo in cerca, affatto pacificato; e però rinnovato.
Un caro saluto. Enrico

Preferisco utilizzare “qui” perché parlare di “fede” mi sembra esagerato .
Risuona sempre in me il detto che ne basta tanta quanto un seme di senape per spostare le montagne e questo è grande così ( . ) quindi io proprio non potrei parlarne.
Nasco 50 anni fa da genitori con il timbro di “cattolici”, Lei ripete ciò che gli hanno insegnato, bisogna fare senza farsi domande, la preghiera è orazione, la messa dovere, i sacramenti boh !!! Lui non frequenta ne si fa domande .
Tutto procede secondo tradizione come per tanti-tanti altri.
Arriva l’età della rivolta sento il bisogno di aria e la voglio scegliere io, preferisco.
Iniziano così tutta una serie di esperienze, incontri e scontri tra i quali manca proprio la parrocchia .
La chiesa vorrebbe tarparmi le ali ed io invece desidero volare libero vivendo le mie esperienze fino in fondo, scegliendole senza limitazioni nel vasto e accattivante assortimento che mi si presenta. Il criterio di scelta è semplice, soddisfare i desideri del momento in compagnia, la più numerosa possibile, per essere supportati nei momenti tristi. In fondo il vero desiderio è proprio quello che ancora anima le mie scelte, giungere finalmente a vivere una realtà che riesce a tacitare in modo efficace la mia fame di senso.
Il volo è lungo e vario e non finisce, per pura fortuna ( o chissà? ), con una caduta bensì per esaurimento della spinta interiore; questa viene assorbita sempre più dal dover contrastare un malessere che puntualmente vanifica tutte le potenziali positività che inizialmente vedevo nei diversi approdi.
Eccomi giunto sfinito e deluso alla ricerca di un ristoro; le ali sono sempre più pesanti al punto che a volte penso “non ne vale la pena”.
Sommessamente mi si ripresenta, in modo sempre originale una figura, un Uomo con grandi capacità il quale dice cose strane ma che devono essere vere perché entrando dalla mente arrivano nella carne fino al cuore. Parole illuminanti che rischiarano l’orizzonte mostrando i particolari di un paesaggio che altrimenti appare ben diverso. A questo proposito però devo riconoscere che la potenzialità illuminante di queste Parole mi si è manifestata chiaramente quando sono stato aiutato a fare più attenzione ed ho potuto attingere alla traduzione di chi prima di me si è incamminato su questo sentiero.
Scaturiscono forti emozioni ma resta difficile trovare la disponibilità per rivedere le mie scelte, posizioni acquisite da tempo che hanno radici profonde ……………… chissà forse avvicinandomi un po’ di più posso verificare meglio quanto siano sbagliate certe scelte di vita.
E’ vero, ne ho trovate molte sbagliate.
In alcuni momenti si sta cosi’ bene da non invidiare ne desiderare minimamente tutti i voli ( liberi ) che mi lambiscono .
Eccomi al traguardo della tappa, io ci sono arrivato cosi e te ????????????????

Ci sono nella vita momenti bui che la ragione non riesce ad illuminare, momenti in cui tutto sembra crollare e perdere senso. Sono momenti di grandissima sofferenza ma anche di grazia, occasioni favorevoli per accedere ad una nuova dimensione della conoscenza che fa riferimento soprattutto al fidarsi e all’affidarsi.
Una lettera arrivata in Redazione, attraverso la metafora del bosco, ci racconta un po’ questo percorso.
Eventi dolorosi della mia vita hanno determinato (favorito) in me la perdita di tutti punti di riferimento ed il crollo di tutte le sicurezze: ho dovuto lasciare tutto ciò che ‘avevo’ ed ‘ero’ e intraprendere un cammino che mi ha pian piano condotta verso una zona oscura, misteriosa, come quei sentieri di montagna che, via via meno definiti ed intralciati da rami e da rovi, improvvisamente si interrompono nel fitto del bosco.
Smarrimento, paura, tentazione di ritornare sui miei passi, di ripercorrere una strada sicura con una destinazione già nota, sono i sentimenti che mi hanno assalita quando mi sono trovata ad addentrarmi nel fitto del bosco: non avevo più riferimenti certi riguardo alla direzione del cammino, non c’era più alcun sentiero più o meno tracciato che io potessi seguire ed in cui fosse indicata la destinazione finale.
Camminare nel fitto del bosco era come camminare nella notte buia: la vista, che mi aveva guidata fino a quel momento, non mi era più di alcun aiuto, per avanzare dovevo principalmente sviluppare l’udito, una capacità di ascolto, di percepire ogni minimo suono o rumore che potesse guidarmi nel buio della notte; dovevo imparare a ‘fidarmi’ di ciò che ‘sentivo’, ma anche del bosco e degli ‘amici del bosco’.
Questo atteggiamento di ‘ascolto’, di fiducia, l’ho appreso dopo aver vagato a lungo alla ricerca di un sentiero sicuro, fidandomi delle mie ‘conoscenze’ del bosco e della mia capacità di ‘vedere’.
Quando stanca del mio lungo girovagare, ferita, smarrita, ho alzato le mie mani vuote per invocare aiuto, ho fatto l’esperienza di un bosco amico che si è mobilitato per proteggermi e guidarmi.
Ho compreso così che il sentiero che sembrava improvvisamente interrompersi senza portare da nessuna parte aveva proprio lo scopo di condurmi proprio là dove mi trovavo, nel fitto del bosco, in una zona intricata e oscura nella quale fare esperienza del mio limite, abbandonare il mio bisogno di controllo e imparare a fidarmi e lasciarmi guidare dal sentiero stesso e dagli “amici” del bosco.
Ho capito allora che la meta di questi lunghi, intricati ed oscuri sentieri era già presente nei sentieri stessi: la meta era il cambiamento ‘catastrofico’ cui costringeva il cammino lungo un sentiero oscuro, la nuova dimensione della conoscenza che scaturiva da un patire che era come morire; la meta era l’esperienza dell’abbandono del controllo, del potersi fidare, del ritornare piccoli, del lasciarsi portare.
I passi incerti che sto iniziando a muovere in questo nuovo sentiero mi fanno intuire che la conoscenza non può essere conquistata ma è un dono; che l’unica cosa che si può fare è desiderare ardentemente di riceverla e aprirsi, fino a divenire pura ricettività; è sviluppare una mente umile e docile, capace di ascolto, di restare in paziente attesa, di tollerare lo stato di incertezza e di dubbio, una mente capace di resistere alla tentazione del controllo che porta a facili e immediate attribuzioni di senso non donate ma create esclusivamente dall’ansia che suscita qualcosa che sfugge al controllo e si avverte come mistero.
Vogliamo condividere altre esperienze di questo percorso?

La dimensione sonora e vocale del parlare mi ha sempre attratto e affascinato e spesso nell’ascoltare unicamente la voce di persone di cui non era visibile il corpo (alla radio o al telefono), mi accorgevo di fantasticare sul loro aspetto fisico, sul loro modo di sentire e di essere.
Calvino diceva, con grande sensibilità, che “la voce manifesta la persona a chi sa ascoltare, a chi sa cogliere quello che ella rivela, quello che la persona ha di più nascosto e di più vero”.
Ora con la maturità, ho scelto di intraprendere un percorso di conoscenza e di relazione d’aiuto proprio attraverso la mediazione della voce.
Ho capito, che nell’ascoltare chi parla (così come nell’ascoltare la voce di Marco Guzzi alla radio) stando in una condizione interna centrata e ricettiva, si aprono paesaggi e dimensioni dell’essere che vanno oltre il solo contenuto semantico delle parole stesse.
La ricerca di un contatto sempre più intenso e autentico con se stessi porta anche ad una liberazione della propria voce, che diventa così un canale di energia e di nutrimento sia per la persona che parla che per chi le sta intorno.
Ritrovo questa dimensione così privilegiata ogni volta che alla radio tornano trasmissioni che parlano dell’uomo e degli strati più profondi del suo essere (così come la trasmissione Percorsi condotta da Marco Guzzi) tenendo sempre conto che una voce purificata e liberata può, nel suo comunicare la verità e la sapienza, operare delle grandi trasformazioni interiori.
Ricordo con grande piacere e anche commozione quelle serate, senza televisione, in cui con mio marito (allora non ancora sposati) aspettavamo con curiosità le nove, per ascoltare la trasmissione Dentro la Sera condotta da Marco Guzzi.
La sua voce calda e accogliente ci faceva entrare in quella ‘casa’ silenziosa e tranquilla dove, oltre ai commenti musicali così intensi, si parlava di cose profonde e immense: dell’essere umano e della sua complessità, dei suoi dolori e di quelle sconfinate domande sugli enigmi dell’universo e della sua esistenza sulla terra.
Mio marito ed io attingevamo spunti di riflessione incredibile e trovavamo tante affinità con ‘quella’ persona, che non vedevamo, ma ci accorgevamo come stesse lentamente riempiendo il nostro cuore e i nostri pensieri e dilatando ancora di più la nostra visione delle cose terrene.
A quel tempo (e tuttora, ma in modo più consapevole e mirato) eravamo molto appassionati e impegnati nell’ambito della conoscenza dell’antroposofia di Rudolf Steiner e nell’ascoltare le parole di Marco risuonavano non pochi riferimenti e corrispondenze con il nostro percorso interiore.
E dunque quella voce, divenuta così familiare e necessaria, che ci parlava dalla radio, testimoniava, anche dall’esterno (in questo caso dalla radio) ciò in cui credevamo e sperimentavamo con così grande intensità.
Sempre più si manifestava il desiderio di dare anche un ‘corpo’ a quella voce notturna, di condividere in modo più diretto sentimenti e pensieri comuni, in somma di conoscere personalmente o comunque avere un contatto con Marco Guzzi.
Così mio marito Alessandro decise di scrivergli una lettera affettuosa e di stima, e la cosa per noi ‘sorprendente’ (non molti personaggi della radio o tv rispondono in modo personale agli ascoltatori) fu che rispose con la stessa stima e calorosità confermando la corrispondenza tra il ruolo di conduttore radiofonico pubblico e quello della persona in privato.
Era tutto vero: una persona profondamente spirituale, attenta, coltivata nell’anima e nella mente, ci parlava in modo diretto e amichevole da un’emittente nazionale! Che fortuna!
Da lì è cominciato il contatto, poi la conoscenza, lo scambio e finalmente la partecipazione assidua ai gruppi di crescita personale e al lavoro di scavo e di conoscenza dei meccanismi di difesa inevitabili, ma limitanti, delle modalità ricorrenti di conformarsi a ruoli e situazioni, che mettono in luce paure e automatismi emotivi.
È stato ed è tuttora un mettersi continuamente a nudo, cercando lentamente di intaccare la scorza dura dell’ego.
Ogni passaggio seppur doloroso e lucido, se non avesse avuto il supporto di un conforto spirituale cristiano, portato dalla lettura e commento delle Scritture, sarebbe stato devastante e scoraggiante, e ciò mi ha ulteriormente confermato la necessaria integrazione tra lavoro psicologico e lavoro spirituale, senza cui ogni lavoro di scavo interiore, anche il più accurato, rimane fine a se stesso.
Ormai sono passati nove anni da quando ho cominciato con i gruppi di trasformazione interiore (oggi divenuti Associazione Darsi Pace) e molti cambiamenti sono avvenuti in me e anche nel mio modo di scegliere e di valutare persone ed eventi della vita.
Guardandomi indietro credo di aver sfoltito molte ‘erbacce’ e, malgrado continui ad essere spesso confusa e insicura, so che posso contare su strumenti di consapevolezza che solo un lavoro meticoloso e accurato, svolto in tanti anni, mi ha saputo dare e continuerà a darmi.

La lettera di una suora, arrivata in Redazione, descrive il disagio che si vive in tante comunità religiose; pone l’accento su una crisi che attraversa un po’ tutte le comunità e investe le motivazioni di fondo di una scelta e la qualità delle relazioni. La lettera sembra fotografare anche la vita di tante comunità parrocchiali impegnate in mille attività in cui conta sempre più il ‘fare’ rispetto all”essere’, in cui non c’è più tempo per vivere l’accoglienza reciproca; sembra anche fotografare la vita di tante famiglie in cui non c’è più spazio per l’ascolto, in cui la comunicazione è ridotta spesso a semplice comunicazione di servizio trasmessa via telematica da pc collegati in rete.
A mio parere il problema più grave delle comunità religiose oggi riguarda la qualità della vita comunitaria. Sembrano perse o si danno per scontate le motivazioni che hanno portato delle persone a vivere insieme senza legami di sangue.
Spesso la vita comunitaria si riduce ad una vita di azienda, la comunità diventa un luogo di incontri frettolosi e insignificanti, dettati dalla necessità.
La crisi è anche di carattere relazionale…non si intravede nemmeno quella attenzione alla persona che accordiamo fuori casa a gente che nemmeno conosciamo: facilmente si giudica e si etichetta, spesso liquidando i problemi con atteggiamenti da cultori di un tenace moralismo.
Non si affrontano i problemi di fondo, non si suppongono neanche, non si vogliono conoscere perchè questo richiederebbe tempo e ribaltamento di criteri.
Più sbrigativo è mettere un cerotto sulla piaga.
Mi dico spesso: Quanto sarebbe più efficace se cordialmente chiedessimo a chi è in disagio: “Che cosa ti fa soffrire?”
Mi sembra che domini in tutti soprattutto la paura……..paura di condividere, paura di cambiare, paura di perdere, di non essere considerati, paura di perdere prestigio, di diventare nessuno, paura di soffrire alla fine. Il nuovo soprattutto fa paura ……
Tutto questo richiederebbe una profonda riflessione e una revisione personale e comunitaria… invece si viene risucchiati dalle cose da fare o ci si compensa con cariche o surrogati.
Mi sembra che il problema delle Comunità sia oggi prioritario: siamo un po’ al si salvi chi può.
Gli ambienti risultano poco significativi anche alle stesse persone che li abitano…tuttavia continuiamo a proporli agli altri nella nostra attività apostolica.
I giovani oggi cercano luoghi alternativi di pace, di dialogo, di fraternità… luoghi dove, di fatto, si sperimenti la Carità, la libertà, il senso di appartenenza, la disponibilità al perdono …luoghi abitati da una Presenza, quella di Cristo, che sempre promuove e da vita.
S. Teresa diceva che le Comunità dovevano essere uno scampolo di mondo dove Cristo si sentiva a casa sua.
E’ arrivato il tempo di cambiare e forse già, sotto l’incalzare degli avvenimenti, qualcosa sta cambiando, ma troppo lentamente rispetto all’urgenza e al bisogno.
Etty Hillesum afferma che se fosse sopravvissuta avrebbe creato un mondo diverso, prima conquistato in se se stessa.
Per quanto mi riguarda penso di continuare il lavoro su me stessa nella linea difficile ma richiesta: l’abbandono! Ai piccoli sono rivelati i misteri del Regno.
A questo si aggiunge che migliorando le relazioni, non con astute alchimie ma con la preghiera, si può sperare che qualcosa intorno a noi cambi.
Grazie per avermi ascoltata. suor Vesna

Pubblichiamo questa lettera pervenuta alla Redazione: esprime uno spirito di ricerca, contiene riflessioni e pone interrogativi che possono interessare molti.
Sono psicologa, sto frequentando il 3° anno della scuola di psicoterapia ipnotica e sto imparando pian piano a conoscere gli Stati Modificati di Coscienza. Nonostante io sia cristiana mi sono anche avvicinata alla meditazione Vipassana. Notandone i benefici sia a livello professionale che personale, ho cercato percorsi simili in ambito cristiano.
Gli Stati Modificati di Coscienza (e l’autoipnosi) mi appaiono un mezzo privilegiato per accedere a quello che in un percorso di meditazione cristiana si chiama il Centro.
Mi domando: come mai non esistono percorsi di meditazione simili in ambito cristiano? come mai parlare di queste cose nell’ambito di corsi di meditazione vipassana è abbastanza normale mentre in ambito cristiano sono dolori?
Io penso che gli stati modificati di coscienza ci siano stati donati da Gesù per utilizzarli, e per me il problema fondamentale sta nel farne buon uso in una cornice ?cristiana’.
Ho letto testi bellissimi di S.Teresa d’Avila, S.Giovanni della Croce, S.Ignazio, Edith Stein, etc….e in tutti trovo delle somiglianze con alcuni processi di autoipnosi (solo che non sono nominati come tali) che mettono in contatto con una parte più profonda di sé stessi.
Desidererei trovare un padre spirituale che conosca questi percorsi di crescita personale, transpersonale e spirituale e che possa aiutarmi.
Uno dei miei problemi è: come fare a discernere l’affettività che deriva dal superconscio, da questo “castello interiore”, dall’inconscio in cui albergano le nostre paure, i nostri condizionamenti, i nostri desideri?
Mi ritrovo a “fare da sola”, cercando di mescolare meditazione vipassana, valori cristiani, discernimento tra il mio ego e il maestro interiore, cercando di ascoltare Gesu e non riuscendo a cogliere la sua voce.
Ma non posso pensare che Gesu non ci abbia lasciato modi “esperenziali e concreti ” per sentirlo nella vita di tutti i giorni.
Ringrazio per l’attenzione e la disponibilità.
Cordiali saluti. Silvia

Accolgo con piacere l’invito a condividere l’esperienza fatta al Seminario Per-Donarsi tenuto a Roma l’aprile scorso. Sento ancora il senso di quiete-silenzio e di entusiasmo-energia che mi avete trasmesso. Non c’è contraddizione in questi stati d’animo, anzi: li sento molto in equilibrio.
In 30 anni di “ricerca” a volte ho vissuto esperienze esaltanti e coinvolgenti che, però, si dissolvevano presto; a volte, al contrario, me ne venivo via sentendomi “estranea”, non appartenente a quella linea di pensiero in modo fideistico come vedevo fare ai partecipanti. Questa volta è stato un po’ di tutto, difficile da definire.
Faccio una necessaria premessa che spiega un po’ il mio vissuto di questi giorni.
Finchè “dovetti” frequentare la chiesa cattolica (i miei erano e sono praticanti) la sentivo stretta, fatta di rituali vuoti e senza un senso chiaro per me. Esperienze molto negative con elementi del clero mi hanno non solo fatto allontanare, ma anche provare ostilità verso quel mondo e, come spesso accade, sotto l’ostilità c’era la paura.
Poi iniziai a seguire percorsi di meditazione, conoscendo, praticando e vivendo esperienze di comunità legate a maestri indiani. Sempre alla ricerca, ritrovandomi a pezzetti un po’ qua un po’ là. Tutto mi ha arricchito, nutrito (anche le scelte sbagliate), ma ancora una sorta di diffidenza mi prende ogniqualvolta si affacciamo termini cristiani, odori cattolici.
Ma re-incontrare Marco ed il suo linguaggio (che esprime un essere al mondo reale, nuovo, fresco), leggendolo su internet, mi ha fatto “correre il rischio” di riavvicinarmi a quel mondo dell’infanzia e adolescenza fatto di suore cattive all’asilo e di preti ipocriti e violenti poi.
E’ stato come fidarmi di chi, già 15 anni fa, mi aveva parlato ogni sera direttamente al cuore con semplicità e profonda conoscenza.
Ho veramente sentito che questa prospettiva da cui Marco ed il suo gruppo guardano al mondo non è nuova per me, in fondo è sempre stata lì, come aspirazione dell’anima, ma… senza riuscire a trovare le parole per dirlo.
Quello che mi catturava nell’ascoltare Marco era questo passaggio diretto, senza filtri mentali, che arrivava proprio là dove già c’era qualcosa di pronto per accogliere questo messaggio, questo invito ad “esserci”. Esserci con quello che sono oggi, semplicemente, senza chiedere di cambiare per uniformarmi ad una ideologia, ad una linea già tracciata. Dolcemente posso far scivolare questi input dentro il fiume della mia vita, lasciando che le diverse acque si mescolino.
Ancora devo vincere alcune resistenze, ma vorrò lasciarmi aiutare a mollare il mio orgoglio che, da vecchio protettore, dice “mi avete fatto male? Allora non avete nulla da insegnarmi, vado altrove a cercare la Verità”.
E devo dire che già la spontanea simpatia e sintonia reciproche (non so in nome di che cosa!) con alcune suore del gruppo mi ha presa in contropiede! La maschera continua a dire “stai alla larga”, ma il cuore è andato là, senza permessi né divieti, come un bimbo fiducioso… e questa volta è stato accolto! Sono commossa e ancora incredula.
Grazie a te Marco e alle persone con le quali ho condiviso una camminata dopo pranzo, un problema o anche solo l’essere lì, tutti con lo stesso anelito di pace, di perdono.
Per me è stato importante incontrarvi. Siamo in molti i cani sciolti, desiderosi di confronto, di punti di riferimento liberi (che non imbriglino in religioni, sette, ideologie), desiderosi di dialogo schietto e di confronto.
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