Meditazione profonda e preghiera cristiana: la tecnica e la grazia

Noi vorremmo darci pace, trovare e custodire una pace interiore più salda, più stabile. E chi non lo vorrebbe? Oggi moltissime persone non ne possono più della tensione lacerante, della sofferenza interiore, dello stress, come si dice, che accumuliamo giorno dopo giorno, di quella conflittualità continua che cresce in tutte le relazioni, in famiglia, nei posti di lavoro, nelle parrocchie e nelle stesse comunità religiose. Per molti anni ho condotto trasmissioni di dialogo col pubblico su Radio-Due, tra le quali il famoso 3131, e parlavamo frequentemente di questo bisogno di un profondo rinnovamento interiore. Ho ascoltato migliaia di persone di ogni ceto sociale e livello culturale che stavano cercando qualcosa, un cammino, un’esperienza, una via di uscita da condizioni psicologico-spirituali divenute insostenibili e opprimenti. E in queste conversazioni accorate si arrivava spesso alla conclusione che non ci sono ancora offerte sufficienti a rispondere alla domanda di spiritualità sanante che sale dalle anime sofferenti del nostro tempo. E questa è davvero una provocazione fortissima per la Chiesa, che si autointerpreta proprio come la sola autentica e globale cura dell’anima, mentre fioriscono fuori dei suoi recinti molteplici offerte di psico-terapia o di tecniche di rilassamento e di meditazione, che ottengono ovviamente molta attenzione.

Qui sorge un’ardua domanda: per trovare la nostra pace abbiamo forse bisogno di tecniche particolari? Dobbiamo forse integrare la nostra vita cristiana tradizionale con tecniche di concentrazione o altro? Che rapporto c’è, più in generale, tra lo sforzo umano, la tecnica appunto, e l’azione della grazia?
Certamente nessuna tecnica può garantirci un contatto autentico con Dio, e quindi il dono della sua pace. Ognuno di noi può cioè incontrare Dio più intensamente nel suo letto di malattia che cantando le Lodi mattutine, oppure pregarlo col cuore in modo più sincero durante una fila nel traffico delle 7, mezzo asfissiato dai gas di scarico di Roma o di Torino, piuttosto che in un corso di meditazione profonda. Nel documento della Congregazione per la Dottrina della fede Orationis Formas si dice in modo perentorio: “Il modo cristiano di avvicinarsi a Dio non si fonda su alcuna tecnica nel senso stretto della parola. Ciò contraddirebbe lo spirito d’infanzia richiesto dal Vangelo. La mistica cristiana autentica non ha niente a che vedere con la tecnica: è sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente indegno” (n.23). La Chiesa vuole in tal modo differenziare nettamente la preghiera cristiana dai vari tecnicismi di tipo new age, che presumano di organizzare una sorta di autosalvezza. E infatti nel recente documento dedicato proprio al New Age, Gesù Cristo portatore dell’acqua viva, redatto dai Pontifici Consigli della Cultura e per il Dialogo Interreligioso leggiamo: “Tutte le tecniche di meditazione vanno depurate dalla vanità e dalla presunzione”(3.4).

L’azione di Dio, in altri termini, non può essere forzata da alcuna tecnica. E questo è fondamentale. Eppure la Chiesa nella sua storia ha sempre prodotto delle forme di preghiera, dei linguaggi verbali, rituali, e corporei, e quindi in definitiva proprio delle tecniche, in cui incarnare/inculturare e trasmettere l’esperienza spirituale dei credenti. Se ogni tecnica non è altro che un certo modo di pregare, una determinata strutturazione di parole e gesti, che viene ripetuta con precisione per ottenere determinati effetti, perfino la liturgia può considerarsi, nei linguaggi storico-culturali (soggetti quindi a variazioni) in cui si esprime, una tecnica predisposta a favorire l’azione gratuita di Dio, e così la lectio divina è certamente una tecnica di preghiera, e così il Rosario o anche gli Esercizi di Sant’Ignazio e tutte le forme che i santi hanno sperimentato e proposto ai cristiani nei secoli. Leggiamo infatti nello stesso Documento sul New Age: “I grandi ordini religiosi possiedono forti tradizioni di meditazione e di spiritualità che potrebbero essere messe a disposizione mediante corsi da seguire o periodi da trascorrere nelle loro case. In parte questo è già stato fatto, ma occorre fare di più. Aiutare le persone nella loro ricerca spirituale offrendo loro tecniche collaudate ed esperienze di preghiera autentica potrebbe avviare un dialogo che rivelerebbe le ricchezze della tradizione cristiana e forse chiarirebbe molto del New Age”(6.2). Dunque le tecniche sono sempre e comunque necessarie, anche se insufficienti a metterci in contatto con Dio. Sant’Ignazio direbbe: fai come se tutto dipendesse da te, sapendo che tutto dipende da Dio. E Baudelaire aggiungerebbe: l’ispirazione consiste nello stare ogni giorno quattro ore a tavolino. Come a dire: lo sforzo umano e l’azione della grazia sono poi in realtà difficilmente distinguibili.

Il problema dunque non è se propendere per la tecnica o per l’azione gratuita di Dio, ma nello sperimentare modalità concrete di meditazione, di autoosservazione, e di preghiera, che efficacemente ci predispongano alla ricezione dello Spirito. Siamo cioè chiamati certamente a riscoprire e a ravvivare le “tecniche collaudate” della nostra tradizione, ma anche a sperimentare in piena libertà altre tecniche che provengano da altre tradizioni, che la Provvidenza del Signore della storia (e non il caso) ci mette proprio oggi a disposizione, e infine a creare anche nuove tecniche che siano adatte alle persone concrete del nostro tempo. La stessa creazione di tecniche, e cioè in definitiva di linguaggi storico-culturali in cui esprimere e sperimentare la nostra fede, è infatti essa stessa opera dello Spirito di Dio che continuamente ci sollecita a penetrare più a fondo nel suo mistero, e a incarnarlo in forme culturali sempre più autentiche. Proprio in quanto nessuna tecnica, e cioè nessuna configurazione linguistico-rituale, può essere assolutizzata, noi siamo chiamati a crearne sempre di nuove con la libertà dei figli di Dio, per i quali perfino il Sabato è stato fatto. Questo significa creare veri e propri “laboratori della fede”, come chiedeva Giovanni Paolo II, luoghi cioè in cui appunto si facciano esperimenti, in cui lo Spirito di Dio possa guidarci e suggerirci come rinnovare gli itinerari iniziatici cristiani attraverso i quali offrire alle sorelle e ai fratelli del nostro tempo l’esperienza viva e calda della pace che viene dal Signore Risorto.