Il contenitore dell’affetto

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Siamo abituati a nutrire il corpo, che si appesantisce e si deforma, la mente, che ci stressa e ci dà ansia. Ma il cuore, quand’è che nutriamo il cuore? L’UNICO che ci restituisce piacere fino all’amore! BENE! Sono entrata in questa casa e ho trovato il modo per nutrire il cuore.


Lui ha bisogno della leggerezza dell’affetto, della pienezza del senso e della semplicità
nella verità. Tutto questo non ha mai il carattere dell’emergenza e dell’ansia, tipica del mondo
che viviamo, ma della tranquillità di un mondo che qui ho iniziato a vedere.

Il mio cuore era stritolato e denutrito, costretto a mangiare cibo avariato ma ora è sazio
e inizia a vedere e a sentire. Sposta il corpo e la mente nella giusta direzione. Senza più
dubbi, fretta e tradimenti ma solo in un calmo e caldo piacere.

Chiunque può nutrire il cuore ma deve imparare a capire cosa lui vuole,
nel desiderio profondo e nel silenzio delle sue parole.
Imparate a parlare con lui e avrete risposte perfette.

 

Tsunami umano: catastrofe o liberazione?

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La situazione

I dati statistici sulla situazione della popolazione mondiale oggi e le proiezioni per i prossimi decenni ci presentano un quadro allarmante che giustifica lo stato di paura generalizzato. Attualmente la popolazione mondiale ammonta a circa 6,7 miliardi, con una crescita annua di circa 80 milioni di persone. Di questi quasi 5,5 miliardi, vivono nei Paesi in Via di Sviluppo.


Un miliardo e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà (meno di un dollaro al giorno); un miliardo vive in baraccopoli. La sperequazione del reddito è spaventosa: il 2% della popolazione mondiale possiede la metà della ricchezza mondiale.
Le proiezioni al 2050 prevedono una popolazione mondiale di 9,2 miliardi di cui 8 miliardi nei Paesi in Via di Sviluppo. I Paesi a Sviluppo Avanzato rappresenteranno solo il 13% della popolazione mondiale. In Europa si prevede un calo demografico di circa 70 milioni (con 66 milioni di lavoratori in meno) e un aumento di migranti di circa 103 milioni, di cui 6-7 milioni in Italia.

Leggere i segni

Un vero e proprio tsunami umano sta per riversarsi sul nostro Paese: già da tempo si registrano onde anomale alle quali si risponde con rimedi estemporanei di difesa. Ma per arginare l’onda umana gigantesca che sta per arrivare basterà militarizzare le strade delle nostre città e i mari del nostro paese? Miliardi di disperati che cercano un’occasione di vita potranno essere fermati da soluzioni dettate dalla paura?
C’è un senso più profondo in quello che sta accadendo? Occorre allargare lo sguardo ad orizzonti più ampi e chiedersi: L’umanità a che punto è della sua evoluzione? I sintomi che manifesta sono travaglio di crescita o processo di decomposizione? Dobbiamo preparare una bara, una culla, o entrambe? Cosa sta morendo? Cosa dobbiamo lasciare morire? Cosa cerca di nascere? Cosa dobbiamo aiutare a nascere?
E ancora: Cosa significano gli esodi di massa, le migrazioni di interi popoli? Ciò che appare una catastrofe è forse l’alba della nostra liberazione?

Ci troviamo ad un punto di svolta.

Ogni epoca storica ha un compito evolutivo da realizzare. Quale compito l’umanità è chiamata a realizzare in quest’epoca storica? L’ontogenesi riproduce la filogenesi: osservando il cammino evolutivo del bambino possiamo comprendere il cammino evolutivo dell’intera umanità.
L’umanità sembra affrontare oggi il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta e vive tutto il travaglio, le paure, le angosce tipiche di questo passaggio.
Per difendersi dal dolore del cambiamento -come un adolescente che rifiuta di crescere- sta attivando ogni difesa possibile, ma il passaggio è inevitabile, è come iscritto nel suo DNA.
O l’umanità imparerà la lezione necessaria al suo passaggio evolutivo, imparerà cioè ad uscire dal suo egoismo, dallo stato ego-centrato, illusorio, bellico, oppure si autodistruggerà.

Vivere è condividere: sembra questa la lezione da apprendere nel nostro tempo per superare l’esame di maturità. I compromessi, le mezze misure, le alternative egoiche, tutto ciò che in epoche precedenti era ancora possibile oggi non è più ammesso. La recente crisi del sistema finanziario ne è la conferma. In un mondo sempre più globalizzato non è più consentito vivere per sé, perseguire unicamente i propri interessi ignorando le necessità degli altri, dell’altro a me ‘prossimo’. Globalizzare la solidarietà sembra l’unica strategia di sopravvivenza concessa all’umanità.

Ciò che prima realizzavano solo i ‘santi’ oggi è richiesto inevitabilmente ad ogni donna e ogni uomo del nostro tempo. L’umanità sembra posta davanti ad una scelta finale: scegliere di amare e conservare così la vita o perseverare nell’egoismo e votarsi all’autodistruzione.

Tsunami umano: esame di maturità.

Forse allora il fenomeno migratorio di massa è allo stesso tempo lezione del giorno e indicazione del compito da svolgere. Questo esodo planetario che porta milioni di persone a mettersi in cammino nella speranza di una liberazione dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni, vincendo la paura dell’ignoto, affrontando rischi spesso mortali, è come una lezione a cielo aperto, come una rappresentazione su uno schermo planetario di un cammino cui l’umanità (=ogni donna e ogni uomo del nostro tempo) viene chiamata per entrare nella maturità e realizzare la sua vera identità.
I milioni di immigrati in fuga dalle varie forme di schiavitù che li opprimono nei loro paesi sono per noi invito alla liberazione: ci dicono che il tempo è compiuto, che l’alba della liberazione è vicina, che bisogna essere disposti a lasciare tutto, a rischiare anche la propria vita per conquistare l’autentica libertà. Sono un invito a metterci anche noi in cammino, a liberarci di tutti i fardelli che rendono pesante e triste il nostro passo.

Sono l’occasione che ci viene offerta per fare tirocinio sulla lezione del giorno, per crescere nella capacità di amare, per fare delle nostre comunità grandi reti di accoglienza. Essi stessi diventano per noi strumento di liberazione da tutte quelle catene che ci tengono in cattività e ci rendono quindi cattivi, carichi di paura esplosiva. Sono il nostro esame di maturità.

Divenire umanità adulta, imparare a ‘lasciare’, a non rimanere ‘attaccati’ a ciò su cui abbiamo fondato le nostre sicurezze e la nostra stessa identità, imparare ad accogliere e dialogare con il ‘diverso’ da noi, imparare a con-dividere, richiede un personale, lungo, paziente lavoro di con-versione, lavoro facilitato all’interno di piccoli gruppi di trasformazione/liberazione.

La nuova umanità autenticamente libera, capace di amare e condividere, preme per nascere in ognuno di noi. Il gruppo Darsi Pace è come una piccola sala parto di questa nuova umanità. E’ una palestra in cui imparo con dolcezza ad accogliere e a lasciar andare, a non attaccarmi; in cui imparo a non aver paura della mia paura ma ad accogliere anch’essa con un sorriso, a farla mia amica, a farmi condurre verso il ‘mio’ tesoro, il tesoro cui ho ‘attaccato’ e legato il mio cuore.

Darsi Pace è un piccolo laboratorio in cui imparo l’arte del dialogo con un tu diverso da me; in cui imparo a fare esperienza di accoglienza verso me stessa (le parti rimosse di me che tendo a proiettare all’esterno) e verso gli altri; in cui imparo ad allentare le mie corazze, ad aprire feritoie nella mia torretta di orgogliosa autosufficienza, e ad accettare/accogliere la mia fragilità come la mia unica autentica forza., perché –come mi ricorda S. Paolo- “quando sono debole è allora che sono forte”.

 

Un paio di parole

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“A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho in un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. E’ proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, pietra su pietra.E così ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole”


Etty Hillesum

Capita anche a voi di aggrapparvi ad un paio di parole che sostengono e illuminano la giornata?
In questi giorni mi appoggio a queste parole:
Priorità (ho bisogno infatti di aggiornare di continuo la mappa mentale, l’orientamento, in questi tempi ‘liquidi’ e terremotati, in cui molte certezze sembrano vacillare)
E poi ancora: Consacrazione della mente (alla verita? al bene? sì, certamente, e ad altro ancora)
Infine: Rinunciare al controllo (compresa l’ansia di trovare le parole per dire quest’altro, le fondamenta del rifugio, della casa costruita sulla roccia)
non poco coraggio è necessario in questa danza……….

Thich Nhat Hanh – Movimenti consapevoli

Per noi occidentali può risultare strano che alcuni movimenti corporei possano essere utilizzati come strumenti di meditazione. Eppure il teologo Romano Guardini, già negli anni ’30, inseriva spesso nei suoi esercizi spirituali movimenti fisici, e la tradizione cristiana più antica ha sempre praticato forme di preghiera legate al respiro, e cioè ad una dinamica corporea essenziale.


Nel lavoro dei nostri gruppi “Darsi pace” facciamo precedere le nostre meditazioni da fasi di consapevolezza corporea e anche, a volte, da semplici movimenti di allungamento, stiramento, torsione, e piegamento, derivati dalla tradizione yogica. E gli effetti pacificanti sono consistenti.
Tornare spesso alla consapevolezza di ciò che il nostro corpo sente, imparare a gustare, a godere dei suoi movimenti è una delle vie più semplici e dirette verso la pacificazione interiore.

 

Tiziano Terzani – Un indovino mi disse

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«La meditazione: avevo passato mezza vita in Asia e non me n’ero mai occupato[…] In Cina, in Giappone, in Tibet, in Corea, in Thailandia, in Indocina avevo visitato decine di templi, passato giornate e giornate nei monasteri buddisti, ma il problema della meditazione non me l’ero mai posto. A che serve? Come la si fa? Qual è il suo senso?»


 «L’idea di imparare a meditare da un americano, ex agente della CIA, mi pareva strana, ma è vero, come diceva Leopold, che spesso ci vuole un mediatore occidentale per arrivare a capire certe cose dell’Oriente. Il ritiro era a Pongyang, nel Nord della Thailandia.»
«I primi giorni furono durissimi. Appena seduto, la posizione del loto mi pareva comodissima, ma dopo un quarto d’ora diventava insopportabile; dopo mezz’ora era una vera tortura: le ginocchia sembravano riempirsi di spilli, la schiena era tutta un crampo e il desiderio di muoversi diventava fortissimo. Mai, neppure per un secondo, riuscivo a «meditare». Invece d’essere là dove il respiro toccava la pelle, la mia mente era «una scimmia che saltava da un ramo a un altro», come John ci aveva avvertiti, e non ero capace, neppure per un attimo, di farne «un bufalo solido e forte, mettergli una corda al collo e legarlo a un palo». […]
«Tenevo i piedi sotto le ginocchia, gli occhi chiusi, le mani ferme, ma la testa, quando non si fissava sul dolore nelle gambe o sulla voglia di alzarmi e di urlare, mi andava in tutte le direzioni: scappava e non riuscivo a richiamarla. Non la dominavo; non era mia. Inutile. Il dolore diventava insopportabile e ancor prima che John annunciasse la fine dell’ora col suo amen che era: «Possano tutti i nostri meriti essere condivisi da tutte le creature», io cedevo, mi muovevo, cambiavo posizione, aprivo gli occhi… ed ero frustrato a vedere come certi altri invece continuavano serenamente. Varie volte fui sul punto di andarmene.» […]
«Allora maestro […]gli dissi nell’unico momento in cui, chiamato nel suo bungalow per riferire sui progressi che facevo nella meditazione, ero autorizzato a rompere il Nobile Silenzio […] non ti offenderai se ti dico che in tutti questi giorni non ho meditato un solo minuto; che, invece di concentrarmi sul naso, la mia mente ha fatto di tutto, dal ridipingere la casa in campagna a un progetto per allargare la biblioteca; invece che pensare al respiro, ho pensato alle cose da scrivere e a quanto è assurdo essere qui; quando tu dici di pensare alla ‘gola’, penso a stringere la tua che mi forzi a questa tortura; quando dici ‘gambe’ penso a quelle sotto le gonne di tutte le tailandesi che mi stanno accanto, anche alle gambe di quella vecchia e brutta in ultima fila! »
John rise divertito. «Non disperarti», disse. «Anche tutto quello che dici è passeggero. Finirà. Magari sono secoli che la tua mente non è stata messa sotto controllo. E ora, tutt’a un tratto, pretendi di domarla? In pochi giorni? Aspetta. Tieni duro. Continua a conoscere aniiccia. »  
[…] «Mi pareva che il gruppo come tale sprigionasse una grande energia e che lo sforzo comune elevasse lo sforzo di ciascuno. La mattina dell’ottavo giorno elevò anche il mio. Le gambe mi facevano malissimo, stavo di nuovo per cedere, ma d’un tratto la sofferenza s’acquietò, il dolore non mi fece più paura, cominciò a sciogliersi e sparì. Ce l’avevo fatta. La mente non era più una scimmia che saltava di ramo in ramo. Era lì. Era mia. Fu un grande piacere. Poi sentii le parole di John: «Lascia andare… Lascia andare… Non attaccarti a niente… Non desiderare niente». Anche quel piacere d’aver domato la mente, d’aver domato il dolore, era passeggero, era aniiccia e lasciai che se ne andasse. Tornai al punto dove il respiro toccava la pelle e mi parve di vedermi separato: la mente fuori di me, che guardava il corpo ridotto a uno scheletro insensibile, attraverso il quale sentivo, vedevo soffiare la brezza dell’alba. Una sensazione che non avevo mai provato prima. Sentii la voce di John dire il suo amen, sentii il gong annunciare la colazione, ma rimasi ancora immobile, come avessi perso un po’ della mia pesante materialità. Le ore successive non furono così belle, ma il tempo passava, senza che aspettassi più con impazienza la fine. Meditare non era più una prova di resistenza contro l’orologio, come stare sott’acqua finchè i polmoni non scoppiano. Meditare era diventato quello che doveva essere: un esercizio di concentrazione. Ebbi l’impressione di aver «imparato» qualcosa, come a nuotare, a leggere. Ora toccava a me. »
(Tiziano Terzani / Un indovino mi disse, 27. Il meditatore della CIA)

Ecco, come umile, ma ostinato principiante immagino anch’io di arrivare all’alba di un ottavo giorno in cui tutto finalmente diventerà più facile ….. nel frattempo tengo duro! Ma quanti di questi pensieri del grande Tiziano ho fatto identicamente nelle nostre sedute….. Come dice Marco meditare, in fondo, è una questione di allenamento, dunque non possiamo mollare e se anche a volte appare assurdo, insensato, impossibile… inutile, non rimane che continuare ad allenarci. Bello pensare ancora a Terzani che conclude questo capitolo così: «M’ero ricordato […] che se uno muore meditando e in quell’ultimo istante la mente è quieta, la reincarnazione avviene in un posto di grande pace e tranquillità.»  Da solo non riesco come vorrei, ma nelle meditazioni guidate da Marco, dolori vari e pensieri terribili a parte, ho spesso raggiunto profondi stati di abbandono e tranquillità interiore senza fine, una forte sensazione di fluttuazione … al fondo di un caldo mare calmo, assorto nella contemplazione dell’increspato luccichìo delle onde viste dal di sotto… e … ho saputo pregare.

Il travaglio della nostra trasformazione

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Sono passati tre giorni dal rientro dopo il seminario “Per donarsi”, ma mi è rimasto nel cuore lo stesso sentimento di pace, di profonda quiete che avevo in quei giorni. Ho vissuto pace, armonia, rispetto, accoglienza incondizionata.


Ho ascoltato con molto interesse le riflessioni di Marco, stupita dal modo in cui passava con molta dimestichezza dalla descrizione del macrocosmo, con accenni alla storia presente ma anche a quella dei secoli passati, a osservazioni sul microcosmo, su come funzionano, cioè, la mente e il cuore umano. Come è reale la relazione profonda esistente fra questi due universi!

 

Mi ha fatto bene l’approccio globale e integrato usato in questo seminario formativo, un approccio che chiamerei circolare perché iniziava con la preghiera o meditazione, si inoltrava in una seria riflessione su ciò che è avvenuto o sta avvenendo attorno a noi, sulla parola di Dio e su testi poetici, conduceva ad un lavoro di introspezione e si concludeva con una preghiera profonda. Fin dall’inizio ero invitata ad essere presente a Dio che mi accoglieva in tutta la mia realtà, a sorridere con benevolenza a ciò che emergeva in me e ad abbandonarmi, infine, a Lui per essere risanata.

Mi ha fatto bene sentirmi costantemente principiante (o ricominciante, come dice Marco), ad ogni nuovo incontro, ad ogni nuova esperienza di preghiera o di autoconoscimento. A volte noi, persone consacrate, possiamo illuderci di essere già avanti nella vita spirituale, di conoscere già tutto (o quasi!) in questa sfera. Ma che senso di libertà sentirmi piccola e potermi dire in qualche modo: “Sto cominciando da zero, ma con Dio che è cento”!

È stato bello trovarmi con persone di diversa estrazione sociale che hanno preso sul serio la loro crescita spirituale. Nell’ascolto reciproco ci siamo sostenuti in un breve viaggio/cammino di autoconoscimento, fatto all’insegna della fiducia e dell’abbandono. È stato per me motivo di conforto, di incoraggiamento e di forza constatare che stiamo tutti vivendo con fatica il travaglio della nostra trasformazione, che abbiamo tutti delle ferite antiche da presentare al Signore con umiltà e fiducia per essere da Lui guariti, liberati, perdonati e trasformati in creature nuove.

Ci ha aiutato guardare in faccia le nostre paure, abbandonarci per un momento in esse per scoprire – molto più radicati di quelle stesse paure – dei desideri profondi che, messi insieme, tracciavano in qualche modo le qualità dell’Uomo perfetto, Cristo. È in Lui che volevo rispecchiarmi nel rendere operativi quei desideri appassionati.

Mi aveva colpito da subito l’invito ad imparare il gusto dell’essenziale. Vorrei che questo mi accompagnasse nel compito/lavoro che sono chiamata a ricominciare ogni giorno, con umiltà, pazienza e costanza, e anche con umorismo, per cooperare all’opera del Signore, al suo lento plasmarmi nella creatura unica che Lui sogna, ad immagine del suo Figlio, perché possa anch’io – a mia volta – favorire quest’opera di trasformazione in altre sorelle e fratelli e in tutta la società.

“Questo è il tempo del perdono!” ripeteva Marco. Sì, è il tempo dello scioglimento di quella parte di me che è ancora irretita, presa in una rete, bloccata, paralizzata. Il perdono è un dono dall’Alto che adesso, in ogni momento, posso ricevere per essere una donna nuova, aperta a ciò che lo Spirito desidera fare di me. Ma in questo processo di scioglimento siamo chiamati a sorreggerci reciprocamente, nell’amore autentico, partendo dall’umile realtà in cui viviamo, dall’ascolto delle cose, degli eventi, della profondità del nostro essere.

Nonostante i molti anni di professione religiosa, sono consapevole che a volte sono intrappolata nel mio io ego-centrato, chiuso in gabbia, lontano dal mio vero “sé”. Mi fa bene, dunque, ritornare continuamente al mio io in conversione, riprendere l’arduo cammino in salita per aprirmi, nell’io in relazione, a Colui che può pronunciare su di me la benedizione che dà vita e liberare così le energie creative bloccate in me.

Sento che, curando la parte più debole di me, senza fretta e senza violenza ma con grande rispetto e delicatezza, potrò accogliere il perdono liberante. Abbandonandomi fiduciosamente a Lui, appoggiandomi sulla sua benedizione e nutrendomi di essa, potrò gustare la dolcezza senza fine della Sua presenza. E allora potrò essere davvero una testimone di speranza e una gioiosa annunciatrice della “buona notizia”: “Questo è il tempo del perdono per tutti”.

 

Barbara, un medico che ha scoperto il farmaco dello spirito

“Il lavoro dei nostri Gruppi è una sperimentazione, e quindi ha bisogno di continue verifiche. Le testimonianze di chi partecipa a questa avventura diventano perciò un elemento indispensabile per il confronto interno e per il dialogo con chi percorra cammini simili di liberazione.”


 

Cosa tra le cose

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Ci capita a volte di sentirci come una cosa tra le cose. Succede a tutti. Ci capita di pensare che sono gli “altri” a decidere di noi e della nostra storia. Questi “altri”, visti di volta in volta come nemici, avversari, persecutori, competitori, appartengono al grande “altro” che è il mondo fatto di eventi esterni, di elementi “oggettivi” in cui ci perdiamo, dimenticando chi realmente siamo: esseri viventi “nel cui modo d’essere ne va dell’essere del mondo”, come scriveva Heidegger in Essere e Tempo.


 

Ora se c’è una cosa che unifica le diverse forme del costume, l’alta e bassa cultura, la rappresentazione stessa che la nostra società dà di sé è la “lagna”. Il nostro è un mondo lagnoso. Tutti si lagnano, chi del proprio lavoro, chi delle proprie relazioni, chi dei propri affetti. In politica come in fabbrica, negli affari come nella vita privata, la lagna regna sovrana. E alimenta il fantasma di un mondo totale, tra le cui maglie strette non c’è spazio per la responsabilità individuale. In questo mondo noi alternativamente ci nascondiamo, ci immedesimiamo, ci travestiamo, ci smarriamo. Quanto più poi il nostro io si irrigidisce, barricandosi in difesa, tanto più anche il mondo si consolida, divenendo quell’ “essenza irrigidita” di cui parlava Hegel.

 

Quando svolgo corsi di formazione per operatori sociali, o sanitari, penso che il mio compito sia anzitutto aiutare le persone a rientrare in contatto con se stesse, recuperando una realistica percezione di sé e della propria autonomia. A questa auto-nomia do appunto spesso il nome di “Responsabilità”. Noi siamo responsabili del mondo, anzi…io sono responsabile, di me e del mondo, io e nessun altro al posto mio. Non è un proclama opprimente, è un grido liberatorio! È il grido esultante di un Io che si riscopre libero, non più sottoposto “ai dominatori di questo mondo”. E che dunque risponde in prima persona alla domanda: “Dove sei?”…

 

RITORNO A SE STESSI

Rabbi Shneur Zalman, il Rav della Russia, era stato calunniato presso le autorità da uno dei capi dei mitnagghedim, che condannavano la sua dottrina e la sua condotta, ed era stato incarcerato a Pietroburgo. Un giorno, mentre attendeva di comparire davanti al tribunale, il comandante delle guardie entrò nella sua cella. Di fronte al volto fiero e immobile del Rav che, assorto, non lo aveva notato subito, quest’uomo si fece pensieroso e intuì la qualità umana del prigioniero. Si mise a conversare con lui e non esitò ad affrontare le questioni più varie che si era sempre posto leggendo la Scrittura. Alla fine chiese: "Come bisogna interpretare che Dio Onnisciente dica ad Adamo: «Dove sei?». "Credete voi – rispose il Rav – che la Scrittura è eterna e che abbraccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli individui?". "Sì, lo credo", disse. "Ebbene – riprese lo zaddik – in ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’. Dio dice per esempio: ‘Ecco, sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti trovi?’".

All’udire il numero esatto dei suoi anni, il comandante si controllò a stento, posò la mano sulla spalla del Rav ed esclamò: "Bravo!"; ma il cuore gli tremava.

Qual è il senso di questa storia?

A prima vista ci ricorda quei racconti talmudici in cui un romano o un altro pagano consulta un saggio ebreo a proposito di un passo della Bibbia per mettere in luce una pretesa contraddizione nell’insegnamento di Israele, e riceve una risposta che dimostra l’assenza di contraddizione o che confuta la critica in altro modo, con l’aggiunta a volte di un ammonimento a carattere personale.

Ma non tardiamo a notare una differenza significativa tra i racconti del Talmud e questo chassidico, anche se questa differenza appare all’inizio più importante di quanto sia in realtà. La risposta infatti viene data su un piano diverso da quello in cui è stata formulata la domanda.

Il comandante cerca di smascherare una pretesa contraddizione nelle credenze ebraiche: nel Dio in cui credono, gli ebrei vedono l’Essere onnisciente, ma la Bibbia gli attribuisce domande analoghe a quelle che farebbe chiunque ignori una cosa e voglia apprenderla. Dio cerca Adamo che si è nascosto, fa risuonare la sua voce nel giardino e chiede dov’è; ciò significa che non lo sa, che è possibile nascondersi da lui: dunque Dio non è l’onnisciente.

Ma, invece di spiegare il passo biblico e risolvere l’apparente contraddizione, il Rabbi se ne serve solo come punto di partenza, utilizzandone il contenuto per rivolgere al comandante un rimprovero per la vita da lui condotta fino a quel momento, per la sua mancanza di serietà, la sua superficialità e l’assenza di senso di responsabilità nella sua anima. La domanda oggettiva – che, in fondo, per quanto qui sia posta senza secondi fini, non è però una domanda autentica bensì una semplice forma di controversia – riceve una risposta personale; anzi, invece di una risposta, ne risulta un ammonimento a carattere personale. Di queste repliche talmudiche non è rimasto apparentemente altro che l’ammonimento che a volte le accompagnava.

Ciò nonostante, esaminiamo il racconto più da vicino. Il comandante chiede chiarimenti sul brano del racconto biblico che riguarda il peccato di Adamo. La risposta del Rabbi mira a questo, a dirgli: "Adamo sei tu. E a te che Dio si rivolge chiedendoti: ‘Dove sei?’". Apparentemente non gli ha fornito nessun chiarimento sul significato del brano biblico in quanto tale. Ma in realtà la risposta illumina sia la situazione di Adamo nel momento in cui Dio lo interpella, sia la situazione di ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Infatti, non appena si renderà conto che la domanda biblica è indirizzata a lui personalmente, il comandante prenderà necessariamente coscienza della portata dell’interrogativo posto da Dio: "Dove sei?", sia esso rivolto ad Adamo o a chiunque altro. Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile per l’appunto solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo da essa si lasci colpire al cuore.

Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento. Proprio nascondendosi così e persistendo sempre in questo nascondimento "davanti al volto di Dio", l’uomo scivola sempre, e sempre più profondamente, nella falsità. Si crea in tal modo una nuova situazione che, di giorno in giorno e di nascondimento in nascondimento, diventa sempre più problematica. E una situazione caratterizzabile con estrema precisione: l’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio ma, cercando di nascondersi a lui, si nasconde a se stesso. Anche d
entro di sé conserva certo qualcosa che lo cerca, ma a questo qualcosa rende sempre più, difficile il trovarlo. Ed è proprio in questa situazione che lo coglie la domanda di Dio: vuole turbare l’uomo, distruggere il suo congegno di nascondimento, fargli vedere dove lo ha condotto una strada sbagliata, far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori.

A questo punto tutto dipende dal fatto che l’uomo si ponga o no la domanda. Indubbiamente, quando questa domanda giungerà all’orecchio, a chiunque "il cuore tremerà", proprio come al comandante del racconto. Ma il congegno gli permette ugualmente di restare padrone anche di questa emozione del cuore. La voce infatti non giunge durante una tempesta che mette in pericolo la vita dell’uomo; è "la voce di un silenzio simile a un soffio", ed è facile soffocarla. Finché questo avviene, la vita dell’uomo non può diventare cammino. Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finché egli non affronta la voce. Adamo affronta la voce, riconosce di essere in trappola e confessa: "Mi sono nascosto". Qui inizia il cammino dell’uomo.

(Martin Buber, Il Cammino dell’Uomo, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose)

La torre

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La “Torre” può rappresentare l’immagine della propria egoità, della propria struttura difensiva. Il lavoro in argilla che doveva essere ispirato alla corrispondente carta dei Tarocchi è stato, per me, un’esperienza ricchissima di significati, soprattutto perché è legato al lavoro psicologico che svolgiamo nei gruppi “Darsi Pace”.


 

Mentre modellavo la creta, avevo la nettissima impressione di compiere dei gesti simbolici, quasi rituali.

Già nella scelta del blocco d’argilla sentivo di essere guidato da qualcosa di più grande di me, sapevo che avrei dovuto usare quella quantità di creta, né più né meno.

Era infatti il bagaglio di talenti, eredità più o meno gradite, che mi era stato concesso di utilizzare nella mia vita e che dovevo far fruttare al meglio.

Così, dopo aver formato il “cubo”, forma di partenza, dalla quale, ognuno di noi partecipanti al corso poteva scegliere il tragitto personale, ho cominciato a rimuovere il “superfluo”, a togliere, cioè, dai lati tutto quel materiale che ritenevo zavorra, che impediva all’immagine vera della mia persona di configurarsi, di venir fuori.

Da ragazzo avevo visto, in Umbria, una torre in rovina a pianta pentagonale, che mi aveva lasciato una forte impressione, così avevo in mente proprio quella forma da prendere a modello, intuendo che il pentagono potesse avere un forte connotato simbolico.

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Al pentalfa (stella a cinque punte con pentagono centrale) si attribuiva il potere magico di annientare le forze malvagie e mantenere l’uomo in buona salute. Pitagora lo considerava simbolo dell’armonia e della fratellanza e vedeva nel pentagono centrale il fulcro dell’armonia universale


Così alle geometrie corrispondenti ai segni di fuoco, terra, aria e acqua (rispettivamente il triangolo, quadrato, cerchio e pentagono).

Ero anche consapevole che, solo eliminando il materiale superfluo dai lati, la torre sarebbe apparsa troppo piccola, così avvertivo la necessità di utilizzare proprio lo scarto per formare la base, la roccia e i piani inferiori, sui quali si sarebbe potuta erigere la mia torre.

Era esattamente quello che avevo sperimentato nella mia vita, per cui tutto ciò che ritenevo superato, non veniva del tutto abbandonato, ma diventava il punto d’appoggio su cui poteva crescere la mia persona.

Particolarmente commovente è stato, per me, una volta raggiunta la giusta altezza della torre, la formazione della merlatura, il coronamento della struttura.

Anche i merli, infatti, li ho realizzati utilizzando materiale di scarto, inoltre ho cominciato a servirmi della fede, l’anello che, inizialmente, per lavorare meglio, avevo sfilato dal dito.

Era come se, con il matrimonio, avessi cominciato ad abbellire quella “costruzione” impenetrabile, severa, distaccata e fondamentalmente ostile.

Con la fede, infatti, ho sagomato le finestre/feritoie, primi tentativi di comunicazione vera col mondo.

Nel tentativo di difendermi dal mondo, visto come avverso, destabilizzante, mi ero realmente costruito una barriera animica dove poteva accedere solo ciò che mi era simile, o che ritenevo simile, omogeneo.

Non ero pronto alle contaminazioni.

Mentre continuavo il lavoro sulla torre sapevo già che avrei, però, dovuto occuparmi del portone, situato sul lato posteriore della struttura (rispetto alla pianta pentagonale, sulla base).

Inizialmente avevo pensato ad un ponte levatoio, poi, scartando l’idea, ho cominciato a scavare l’argilla, sempre con la fede. Mentre scavavo ho sentito l’esigenza di allargare quell’apertura più che potevo, per creare anche uno spazio interno alla torre, una grande sala vuota, ed ho immaginato la sala dei cavalieri della tavola rotonda o del santo Graal.

Per far ciò ho anche smesso di usare l’anello, per continuare solo con le dita, con le mie forze.

Al termine questa apertura ha assunto la forma di una grande vagina che si apriva nello spazio posteriore della torre e che si contrapponeva totalmente alla fisionomia ostile e chiusa della parte anteriore.

La torre, così, assumeva una doppia natura, la parte corrispondente al vertice del pentagono, rappresentava la difesa, la diffidenza, arroccata sulle rocce di un possibile promontorio o bastione scogliero, mentre la parte posteriore, collegata senza soluzione di continuità ad un’ampia strada, invitava all’accoglienza, alla comunicazione, allo scambio.

Perfino le pareti esterne della torre che, anteriormente erano ben dritte, rigide, avvicinandosi al lato posteriore, venivano incurvate e addolcite dall’enorme cavità dell’entrata.

“O tutto o niente!”, è stato il commento di Elisabetta Di Carlo alla visione dell’opera terminata, ed in effetti, è l’immagine della mia interiorità, che mi ha caratterizzato fino ad ora, e con cui dovrò sempre confrontarmi per crescere ancora.

Jung: la rivolta contro il non senso

 

E’ bello vedere la faccia sorridente del vecchio Jung che ci ripete che l’essere umano non può sopportare una vita senza significato.
E’ bello che ci parli di una reazione necessaria e possibile, di una nuova forma di rivolta.
Darsi pace infatti non significa affatto mettersi in letargo, lasciando che i predoni saccheggino il villaggio e uccidano l’anima dei nostri bambini.
Darsi pace implica una lotta senza quartiere contro la marea di non-senso che ci vorrebbe travolgere. Una lotta tanto interiore quanto storica e culturale.


Ed è bello farci accompagnare in questa fatica da chi ci ha preceduto, ricreare una catena di trasmissione della sapienza.
Invito perciò tutti gli amici e le amiche a indicarci citazioni e video di quei maestri che tuttora ci possono aiutare a contrastare l’impero della menzogna e della dissociazione mentale.