Il vero sacrificio di Isacco, Dio non manda croci a nessuno.

La lettura moderna di un brano malinteso: liberi da sacrifici e da legami familiari nevrotici

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo! ”. Rispose: “Eccomi! ”. Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Gn 22

Una pagina misteriosa, quella della “legatura di Isacco”, in cui Dio appare come un sanguinario che ordina di uccidere il figlio della promessa ma che, letto con profondità, può svelare ancora una volta il vero volto del Dio di Abramo.

Anzitutto questo brano ci dice che il Dio di Israele non vuole sacrifici umani, come era invece consuetudine nei popoli vicini a Israele. Questo racconto esemplare vieta al popolo di Israele di scivolare in una visione sanguinaria della fede. Di più: la Bibbia mette in discussione una visione “sacrificale” e dolorista della fede, ancora troppo diffusa nel cristianesimo. Il sacrificio non è in sé positivo, Dio non ama il dolore e lo evita, se può. A volte il sacrificio è necessario a manifestare l’amore, come l’amato che muore per l’amata, come la madre che veglia insonne la malattia del figlio.

Occorre rivedere alcune visioni sempliciste della croce: Dio non invia la croce, la vita, gli altri, il nostro carattere possono essere crocifiggenti. Nella prova, però, emerge la parte più autentica di noi: esiste un “sacrificio” positivo, è il “sacrum facere” dell’amore, quello di Gesù che sceglie il dono totale di sé.

Questo brano dice, inoltre, che il Dio di Israele rompe il legame ancestrale tra padri e figli: Freud avrebbe molto da dire su questo! Esistono nel nostro inconscio degli ingombranti paradigmi etici e sociali (padre/autorità/divinità/potere/legge) che vengono clamorosamente smentiti dalla Bibbia. Come nel racconto del rapporto di Abramo con suo padre Terach, anche qui la riflessione è pungente: nel legame padre-filgio non c’è possesso, ma libertà, consapevolezza, scelta: Isacco appartiene a Dio, non a suo padre Abramo.

Infine Abramo capisce che il Dio di Israele è misterioso: egli viene sconvolto dalla richiesta di Dio, non possiede il pensiero di Dio, Dio è, anche se alleato e palese, misterioso e imprevedibile. Tutto ciò che ha donato può riprenderlo, la distanza fra noi e lui è immensa, l’uomo non deve fare un idolo della sua fede e della sua conoscenza. Da qui nasce il timore di Dio, che non è paura, ma consapevolezza del “mysterium tremendum” (R.Otto) a fianco del “mysterium fascinans”; sono due poli da tenere in continua tensione. Sarà Gesù ad assumere in sé questo doppio aspetto: non siamo più servi ma amici.

Abramo da parte sua, pensava di avere finito il suo percorso e deve ripartire da capo. La nostra vita evolve fino all’ultimo respiro, l’esperienza che portiamo nel cuore ci riempie la vita ma non ci mette mai al riparo da cambiamenti e svolte. Abramo, inoltre, fa esperienza dell’obbedienza assoluta: esiste un momento in cui la fede viene messa a durissima prova, tutto sembra essere sbagliato e fasullo, la nostra fede diventa nuda, la notte dei sensi e dello spirito prevale; in quei momenti impariamo a credere. Infine Abramo vive l’alterità di Dio: nel cammino dell’uomo, percepiamo, proprio avvicinandoci a Dio, della sua radicale alterità. Amare non significa possedere ma essere posseduti: per la Scrittura timore (di perdere l’amore) e amore convivono.

Commenti

  1. Caro Paolo,
    ti ringrazio molto per questi tuoi approfondimenti, che soccorrono un poco la mia ignoranza.
    Son contenta perchè rivisitando i brani proposti meditativamente, il mio cuore si apre al sorriso, nel senso che sono lieta di condividere le tue riflessioni.

    A me piace molto questo brano poichè mi pare l’icona del rapporto “armonico” Padre/figlio.
    Tutta la gamma di sentimenti che abitano (agitano?) il cuore del Padre, così come la docilità del figlio nell'”obbedienza” (ma checos’è l’obbedienza?) sembrano incorporee.
    Sprofondano veramente nel silenzio o affondano le radici nel proprio centro?

    Ritengo che la voce di Dio che interpella Abramo incarni IL DESIDERIO di evoluzione DI ACCRESCIMENTO di realizzarsi compiutamente nella propria stessa paternità; introducendo iniziaticamente NELL’ESPERIENZA dell’ “essere fatto” IN ALTRO DA SE’ il suo proprio stesso “diletto figlio”. Innestandolo quindi saldamente e rettamente in sintonia con la sua STESSA VITA.
    Si può dire ricomponendo CONTEMPORANEAMENTE compiutamente sia la separazione che l’unificazione NEL TUTTO
    Una responsabilità che lo induce a sellare un trasporto REGALE, a rimboccarsi le maniche nel sudore della propria fronte, spaccando legna DA ARDERE sul monte (gradita al cielo? come fu per Abele) ed alla presenza di servi COMUNITARIAMENTE testimoni?

    Sai io non sono mai troppo ortodossa, però sono molto lieta di godermi il gioco.
    Buona vita
    Rosella.

  2. Gabriella dice:

    Essere consapevoli che Dio non vuole i nostri sacrifici, ma solo la nostra felicità il cui raggiungimento può anche comprendere sacrificarsi per chi si ama ma liberamente; essere consapevoli che il “timore di Dio” non è ciò che per secoli ci si è fatto credere e cioè il terrore puro di punizioni divine, ma non altro che rispetto e dedizione verso Colui che ci ama e vuole la nostra salvezza; essere consapevoli di tutto questo richiede un continuo nutrimento.

    Tutto ciò lo ha ripetuto Marco G. all’infinito durante i nostri incontri, ma risentirlo, almeno per me che per anni ho vissuto con angoscia questa figura di Dio giudicante, angoscia che poi si ritrova in tutte le relazioni che vivo con le autorità, è pane di vita.

    Ho imparato che letture come quella di Abramo e Isacco, che prima mi risultavano davvero incomprensibili, nascondono ben altri significati.

    Ti ringrazio Paolo per il tuo modo chiaro e illuminante (che ho sempre apprezzato) con cui ci commenti le Sacre Scritture.

    Gabriella

  3. luciana poleggi dice:

    grazia Paolo, per questa tua riflessione, che anche ha me ha suscitato non poche perplessità. Prima di tutto, parliamo della Bibbia, che è stata scritta prima del Vangelo e della venuta di Gesù. Dio è amore e secondo me, con quel sacrificio voleva intendere, tutti i sacrifici che noi facciamo per gli altri, compreso i nostri figli per primi, l’omicidio non può essere voluto da Dio. Sono tutti quei no che noi diciamo a Lui che ci mettono alla prova. Un saluto.

  4. Fabrizio F. dice:

    Grazie Paolo per questo bellissimo post.

    Credo che non solo Freud avrebbe avuto molto da scrivere, ma anche Jung che, anzi, ne ha scritto in ‘Aion’.
    Dio è un Padre. Così Cristo Gesù lo chiama, costantemente, e così credo, lo dovremmo chiamare e pensare anche noi, che come Cristo siamo stati e siamo umani.

    Come ogni Padre, quindi, anche Dio Padre pretende da noi un sacrificio ‘buono’. Il bambino piccolo non sa – molto spesso – perché il padre chiede, vuole, pretende, una certa qual cosa, un certo indigesto sacrificio, piccolo o grande da fa.
    Il bambino non lo sa, ma il Padre sì, ed egli – se è un vero Padre – si rimette ad un interesse superiore, che è quello del benessere del bambino, di ciò che è il bene del bambino.
    E’ così, io credo, che avviene anche, su scala divina. Molto spesso ci interroghiamo angosciati su cosa voglia la vita da noi. Spesso, prima di rispondere, dovremmo fare silenzio, metterci ad ascoltare e ad aspettare. Se non sbattiamo troppo i piedi in terra, forse capiremo che non tutto quello che ci appare un male, lo è veramente.

    Grazie ancora
    f

  5. Filomena Bernocco dice:

    Certamente il brano biblico proposto è assai problematico: com’è possibile che Dio, proprio lui, chieda un sacrificio tanto estremo, totale, assurdo?

    Accanto all’illuminata lettura del post, vorrei proporre l’interpretazione riportata in “Il monaco e la psicanalista”, di Marie Balmary, nella collana Crocevia, diretta da Marco Guzzi, ed.Paoline.

    La questione del sacrificio di Isacco è diluita nel libro, si snoda nei vari dialoghi che vogliono portarci ad ‘una autentica libertà interiore.’
    Ne riporto alcuni brani (liberamente tratti), le conclusioni significative e convincenti a cui i protagonisti giungono insieme, dopo aver individuato due possibili letture dell’obbedienza di Abramo a Dio.

    “La prima è quella più nota, perlomeno consapevolmente: Dio richiede l’obbedienza assoluta, Abramo obbedisce in modo assoluto. Per questo è ammirato o comunque è degno di ammirazione. Nela seconda lettura, Abramo obbedisce due volte, ai due diversi nomi di Dio, cosa di cui le prediche istruttive sembrano non tener conto.[…] La prima volta Abramo obbedisce, ma non a Elohim, poichè quest’ultimo non gli ha chiesto di uccidere, ma a un dio che, si potrebbe dire, divora l’uomo; si sottomette al dio della morte nel volergli sacrificare Isacco. In seguito obbedisce al dio vivente, che è il primo e l’unico tra gli dei dell’epoca a proibire il sacrificio, fermando l’azione omicida di Abramo. Il senso del racconto si capovolge: non è più l’elogio del sacrificio, ma l’uscita dall’idolatria. Malattia mortale contro la quale ogni uomo, a ogni generazione, dovrà lottare” […]
    “Se l’idolatria è una malattia dell’anima, allora il sacrificio idolatra richiesto ad Abramo è un vaccino, un vaccino spirituale […] D’ora in poi resisterà all’arbitrarietà, all’obbedienza alienata, all’ordine di uccidere un uomo in nome di Dio.” […] ” Il microbo del sacrificio è iniettato con un’assurdità che ne annienterà per un po’ la forza.”

    “Le Scritture descrivono un luogo interiore dell’uomo in cui infierisce l’orco, il più temibile degli dei. Si riprende i doni dati a chi lo riconosce come dio e, essendo una divinità che divora, rende anche il credente pronto a divorare. Questo racconto è uno dei testi attraverso i quali sono stati trasmessi gli avvertimenti sulla presenza dell’orco e sul modo per sfuggirgli grazie a un altro dio, il quale si fa passare per orco, ma solo il tempo necessario per far guarire l’uomo dalla sua credenza arcaica. Il tempo di una vaccinazione spirituale e trascendentale. La seconda fede di Abramo, quindi, sarebbe quella che lo fa uscire dalla sottomissione” […] ” Ma la Genesi racconta che si può arrivare al vero Dio credendo in quello falso, e che un po’ alla volta si può diventare pronti per l’altro incontro. Si può passare dal sacrificio assurdo all’alleanza di vita. Passare da Moloch che fa scomparire alla presenza misteriosa che rende presenti” […] “E l’orco, ovviamente, può essere qualunque persona, qualunque valore assoluto: tutto ciò per il quale si è pronti a sacrificare la vita”.

    Chiedo scusa per la lunghezza dell’intervento 😳

    cari saluti
    Filomena

  6. Grazie, Filomena. Pensavo proprio a queste pagine….e tu hai pensato bene di postarle….
    Ciao. Marco

  7. Ieri nelle parole di Guzzi su Heidegger (ascoltate nel video di Misano) finalmente HO SENTITO /compreso checosa potesse mai essere L’OBBEDIENZA.
    Secondo me questo è un concetto che andrebbe molto ribadito, perchè credo che anche per altri sia difficile “concepire l’obbedienza”, il seguire docilmente un Altro/altro da sè, come: l’ATTRAENZA dell’amore.
    Si obbedisce perchè si è coinvolti in un “innamoramento corrisposto”. Corrisposto nel senso che entrambi siamo attratti ed attraenti e questo dona ” senso” . Il senso sensibile DELLA GIOIA che ti consente di procedere, permanendo nel SI, che non è il “si dice”.
    Forse, il distacco del “cuore”, dalla liturgia celebrata, è dovuto proprio alla mancanza di ESPERIENZA INIZIATICA ai misteri che essa va celebrando.
    “obbediente fino alla morte ed alla morte di Croce”
    Qanti di noi OGGI, sentiamo veramente nel nostro intimo “Amore corrisposto” ? GIOIA PIENA all’udire queste parole?
    Grazie Paola e Marco per il lavoro che vi siete assunti DA PORTARE AVANTI, come un compito.
    Che lo Spirito vi guidi sempre. (… molto, molto: disineteressata!!!)
    Sarà anche un’umile risposta ad una domanda troppo ampia per corrispondervi in una sola generazione (… i tempi??? …), ma è proprio un inizio ALLA GRANDE.
    ciao e buona giornata a tutti
    Rosella

    p.s. per me la pagina riportata da Filomena è stata sempre piuttosto nebulosa.
    Proverò a rileggerla meditativamente.
    E’ bello sapere che ciascuno ha un modo proprio di procedere nell’appartenenza all’Essere e che tutti i moti risultino CONVERGENTI… .

  8. uola

  9. imperio ciro dice:

    Sono profondamente colpito dal pensiero dell’autore, pensiero che cerco di interpretare nel suo significato e che mi induce … in meditazione.
    C’è comunque un punto che non mi è chiaro: il rapporto tra Abramo ed il padre Terach. In genesi non ho trovato nulla di particolare, salvo che, rispondendo alla chiamata di Elohim, Abramo ha abbandonato la casa paterna nella quale si adoravano gli idoli. Non mi sembra però che tra padre e figlio ci siano stati contrasti ed ostilità. In fondo Abramo era una “arameo nomade”, era ovvio che se ne andasse in cerca di pascoli per le sua greggi.
    Grazie per l’attenzione e cordialità.
    Elci Imperio Gallina

  10. Caro Imperio,
    benvenuto nel nostro sito.
    Forse è vero che Abramo era un arameo nomade in cerca di pascoli, ma è anche vero che tutte le tradizioni abramitiche hanno sempre sottolineato la particolarità del suo atto: lasciare la terra di suo padre per andare in un altro paese che Elohim gli avrebbe mostrato. Questo carattere di pellegrino, di viandante credo che sia il segno di un cammino iniziatico del tutto personale e individuale che la psicoanalisi moderna ha rimesso al centro.
    Grazie e buona serata
    Paola

  11. Gerryrod dice:

    Scusate se intervengo così dopo tanto tempo. Ho visto le recinzioni che riguardano la relazione di Abramo con Terach, suo padre. Vorrei attirare la vostra attenzione su una nota della Bibbia di Gerusalemme al versetto 32, capitolo 11 della Genesi, dove si dice, che probabilmente Abramo lasciò la casa di suo padre solo dopo la morte di quest’ultimo, in effetti, in Atti 7,4, si dice che Abramo partì per la terra promessa solo dopo la morte del padre Terach. Credevo necessario fare questa precisazione. Inoltre vorrei ringraziarvi per i vostri commenti, mi sono stati di grande aiuto. Grazie e scusate l’intromissione.
    Don Gerardo.

  12. ABRAMO accetta di sacrificare il suo unico figlio per amore,non esita come alcuni uomini paurosi che rifiutano il sacrificio per paura di perdere le comodità di ogni giorno,peggio per loro.In lotta con DIO per amore,un sacrificio che vale la pena di fare.

  13. Alessandro dice:

    Siete dei ridicoli creduloni, andate a Giudici cap 11 e studiate!! Dio (umano) è e sarà sempre un sanguinario… la figlia di Iefte viene sacrificata senza che nessun angelo accorra a salvarla! Questo dio patriarcale ed agricoltore inventato lo lascio a Voi!!

  14. ashatarius dice:

    Cercate di inventare spiegazioni, per dare una ragione della richiesta del vostro Dio onniscente… Scapperebbe una risata.. La verità è come scritta. Dio mette alla prova Abraham e attende nel vedere i suoi gesti.. Dove sta la sua onniscenza???

  15. ashatarius dice:

    …e la Bibbia è piena di riferimenti alla brutalità di Adonay.. Le guerre di adonay… Ma non fu l’unico “Dio” al tempo… Ve ne erano molti altri.. Aprite la mente, cercate la verità dove veramente è, non cercando spiegazioni senza fondamento… Ma il brutto è che ci credete.. Molto brutto..

  16. ciao Ashatarius,
    in effetti aprire la nostra mente è proprio ciò a cui tendiamo, ma: “come fare, se non partendo da una rinnovata gioia nel cuore?”
    Che verità vado cercando se non mi riscalda il cuore?

    Auguro anche a te “buona vita” nella tua ricerca, in questo inizio d’anno.

    Rosella

  17. Daniele Bastari dice:

    Abramo viene chiamato l’amico di Dio. Fra due amici veri si fa a gara, “ci si mette alla prova” per testare l’autenticità della propria amicizia. Fino al punto del sacrificio di Isacco, Dio ad Abrahamo aveva fatto solo promesse e le aveva mantenute senza nulla chiedere in cambio se non la fede. I patti erano chiari e non Dio aveva bisogno di verificare la fede di Abrahamo, ma Abrahamo stesso che aveva ricevuto tutto da Dio senza dare nulla in cambio se non la fede, qualcosa che apparentemente avesse un valore “trascurabile” dinanzi alle performance di tanti religiosi …anche contemporanei. Forse era questo il dubbio lancinante di Abrahamo paragonando la sua nuova e molto originale fede a quella dei popoli vicini caratterizzata addirittura da sacrifici umani. E’ possibile che Abrahamo si sia sentito non abbastanza disposto a sacrificarsi per Dio? Fra due amici si fanno scommesse, si scherza, ci si sfida. Così fa Dio con Abrahamo dicendogli più o meno. ” Tu mi dici sempre che vorresti contraccambiare la mia generosità e non sai come fare…è così? O.K.! Mille volte ti ho detto che per me è sufficiente la fede, ma tu insisti per volermi dare prova della tua devozione…allora O.K.! Guarda Abrahamo che sto parlando seriamente! Dunque tu mi dicevi che sei disposto a qualsiasi sacrificio per mostrarmi la serietà della tua fede…fin quì non t’ho mai chiesto niente, ma ora ti chiedo sacrificami tuo figlio e mi basta! Domani sul monte Moria offrimelo in olocausto”Abramo viene chiamato l’amico di Dio. Fra due amici veri si fa a gara, “ci si mette alla prova” per testare l’autenticità della propria amicizia. Fino al punto del sacrificio di Isacco, Dio ad Abrahamo aveva fatto solo promesse e le aveva mantenute senza nulla chiedere in cambio se non la fede. I patti erano chiari e non Dio aveva bisogno di verificare la fede di Abrahamo, ma Abrahamo stesso che aveva ricevuto tutto da Dio senza dare nulla in cambio se non la fede, qualcosa che apparentemente avesse un valore “trascurabile” dinanzi alle performance di tanti religiosi …anche contemporanei. Forse era questo il dubbio lancinante di Abrahamo paragonando la sua nuova e molto originale fede a quella dei popoli vicini caratterizzata addirittura da sacrifici umani. E’ possibile che Abrahamo si sia sentito non abbastanza disposto a sacrificarsi per Dio? Fra due amici si fanno scommesse, si scherza, ci si sfida. Così fa Dio con Abrahamo dicendogli più o meno. ” Tu mi dici sempre che vorresti contraccambiare la mia generosità e non sai come fare…è così? O.K.! Mille volte ti ho detto che per me è sufficiente la fede, ma tu insisti per volermi dare prova della tua devozione…allora O.K.! Guarda Abrahamo che sto parlando seriamente! Dunque tu mi dicevi che sei disposto a qualsiasi sacrificio per mostrarmi la serietà della tua fede…fin quì non t’ho mai chiesto niente, ma ora ti chiedo sacrificami tuo figlio e mi basta! Domani sul monte Moria offrimelo in olocausto. Salmo 119:96 “Ho visto che ogni cosa perfetta ha un limite, ma il tuo comandamento è senza limiti.” Dietro un ordine di Dio ci sono insegnamenti illimitati e profondi per cui è meglio non metterlo in discussione, ma da esso farci rimettere in discussione. Un Dio che non ama sacrifici (Salmi 51:16 Tu infatti non desideri sacrifici,altrimenti li offrirei,né gradisci olocausto.) chiede non “un” ma “il sacrificio” più terribile per padre amorevole. La pedagogia di Dio è costretta a passare attraverso le tortuose circonvoluzioni del cervello di Abrahamo e nostre. Taglio qua, troppo lungo!

  18. mancano alcune cose

  19. « Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. », così inizia l’Ecclesiaste, uno dei brevi libri della Bibbia, sul conto del « tempo », e conclude « Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui? ». Ma arriva anche il “tempo” di una certa risposta imprevedibile, ma occorre “tempo” appunto.
    Si tratta della risposta sulla questione del sacrificio di Isacco che sembra creare incomprensioni serie. La mia “meridiana” mi suggerisce di dire quanto segue:
    Dunque secondo me la questione può essere meno ingarbugliata se si espande l’orizzonte di veduta, estendendola anche alla visione delle scritture sacre degli islamici, poiché anche loro discendono dallo stesso padre Abramo.
    Così facendo si evidenzia una decisiva differenza nel mettere a confronto il suddetto episodio del sacrifico di Isacco dei testi ebraici e cristiani, tramite il Genesi, con i testi islamici del Corano. Da un lato, si riscontra che pur accomunandoli col fatto sostanziale che ad Abrano viene concesso da Dio di avere, dietro sua richiesta, un figlio obbediente con Isacco, da un altro lato, li divide perché solo nel testo islamico è citato Isacco consenziente ad essere sacrificato.
    Ecco i versetti della sûra XXXVII degli angeli schierantisi del Corano che vi riguardano:
    102. Poi, quando raggiunse l’età per accompagnare [suo padre questi] gli disse: “Figlio mio, mi sono visto in sogno, in procinto di immolarti. Dimmi cosa ne pensi”. Rispose: “Padre mio, fai quel che ti è stato ordinato: se Allah vuole, sarò rassegnato”.
    Centrale per capire questi versetti è il concetto di sogno: Il racconto coranico, a differenza di quello biblico non dice che Dio ordina direttamente ad Abramo di sacrificare il figlio… Neanche nel sogno ne riceve l’ordine, Abramo vede nel sonno un’immagine (non delle parole che esprimono chiaramente un ordine) : se stesso che immola il figlio… Il sogno secondo la tradizione islamica può essere un modo di comunicare di Dio, specie ai Profeti, ma si serve di simboli, ha bisogno di interpretazione… Nel Corano infatti vediamo come l’interpretare i sogni sia considerato un dono particolare, di cui godeva ad esempio il profeta Giuseppe, pace su di lui… Nella sûra “il Bottino” (VIII) poi troviamo dei versetti molto interessanti che così recitano a proposito di un sogno fatto dal Profeta:
    “In sogno Allah te li aveva mostrati poco numerosi, ché se te li avesse mostrati in gran numero, avreste certamente perso il coraggio e vi sareste scontrati tra voi in proposito. Ma Allah vi salvò. Egli conosce quello che c’è nei petti.. era necessario che Allah realizzasse un ordine che doveva essere eseguito. Tutte le cose sono ricondotte ad Allah.” (43-44)
    Questo versetto è molto importante per capire come il sogno possa essere mandato da Dio ad un profeta e nello stesso tempo avere un contenuto che dà luogo ad un’interpretazione sbagliata ma collegata comunque alla realizzazione della volontà di Dio, perché “Era necessario che Allah realizzasse un ordine che doveva essere eseguito. Tutte le cose sono ricondotte ad Allah.”
    Il sogno di Abramo è di questo tipo, Dio non voleva fargli compiere un sacrificio umano, ma attraverso quel sogno, quell’immagine che emerge in Abramo (che come abbiamo era presente in quell’epoca) e che egli interpreta letteralmente, dà prova della sua disponibilità a dare tutto ciò che gli era più caro al mondo e che costituiva il pegno della benevolenza divina su di lui…
    Lo scopo del sogno è quindi di provocare una certa reazione non nella realizzazione dell’immagine stessa (per il Profeta Muhammad affrontare la battaglia, per il profeta Ibrahim dare prova della sua fede).
    Abramo appare non certo del significato dell’immagine che ha visto nel sogno… “Dimmi cosa ne pensi”, chiede consiglio al proprio figlio…. il quale si rimette alla sua interpretazione e si dichiara pronto, con l’aiuto di Dio, di accettare il suo destino…
    Da notare anche l’atteggiamento di umiltà di Abramo, grandissimo profeta, pace su di lui, che chiede consiglio al figlio ancora giovanissimo (la tradizione situa questo avvenimento quando egli aveva circa 13 anni) e la tenerezza paterna che traspare in questa domanda…
    103. Quando poi entrambi si sottomisero, e lo ebbe disteso con la fronte a terra,
    Versetto che ci mostra come Abramo si appresti ad obbedire insieme al figlio, e la parola di Dio sottolinea che la sottomissione fu di entrambi, Ismaele, pace su di lui, accettò il suo destino, non lo subì passivamente e dimostrò anche lui la sua fede e ciò era indispensabile perché Abramo andasse avanti… L’obbedienza a Dio nella nostra storia ci porta a volte a giocare dei ruoli attivi, altre volte passivi, “dobbiamo lasciarci condurre da altri”, entrambe le situazioni necessitano di un’assunzione personale che le trasforma in offerta a Lui…
    104. Noi lo chiamammo: “O Abramo,
    105. hai realizzato il sogno. Così Noi ricompensiamo quelli che fanno il bene.
    106. Questa è davvero una prova evidente”.
    Proprio vicinissimo all’atto di immolazione, il Signore lo ferma… Dio lascia che Abramo realizzi il sogno fino a che la sua intenzione di dare il figlio amato e di questi di darsi in sacrificio sia espressa fino in fondo, in gesti precisi non bastano le intenzioni, anche se sono queste che danno il valore alle azioni, le azioni sono indispensabili perché la fede non rimanga vaga, sentimentale… Di’: “Ognuno agisce secondo la sua disposizione e il vostro Signore ben conosce chi segue la via migliore”. (LXX,84)
    Il Signore questa volta parla chiaramente ad Abramo, lo chiama, svelando così la vera interpretazione di quel sogno e in essa il senso del sacrificio. Il sogno era una prova per la sua fede, l’offerta sacrificale viene riscattata da Dio col dono di un montone “generoso”, il significato profondo del sacrificio dunque non risiede nell’oggetto offerto e neanche nel dolore o nella privazione anche se queste sono componenti essenziali perché vi sia sacrificio, ma nella fede che è sottesa in esso…[1]
    A questo punto, commentando in relazione alla versione del Genesi (ebraico-cristiano), ammettiamo pure che l’assenza dell’adesione di Isacco al suo sacrificio, sostanzialmente, è superflua poiché il ragazzo è davvero obbediente al padre fino al sacrificio supremo, tuttavia mi chiedo se gli fu data la possibilità di chiedere a Dio, che era il “padre dei cieli di Abramo”, di allontanare il calice della morte come fu per il figlio di Dio, Gesù che sudava sangue nel giardino del Getsemani, mentre i suoi apostoli dormivano. Il paradosso fra i due, poi, è tale da non potervi essere paragoni, poiché Gesù era adulto e saturo di spiritualità e l’altro un fragile tredicenne. Egli sapeva della sua missione fra gli uomini per salvarli dalla morte dell’anima, ma il giovanissimo Isacco era preparato per una simile prova? Indubbiamente poteva esserlo ma occorreva scrivere nel Genesi tutto questo, però non è stato fatto.
    Il Corano degli islamici, almeno per il caso del sacrificio di Isacco in discussione, sembra che non faccia sorgere la questione testé rilevata. Leggendolo ci si rende conto che ad Isacco è dato di sapere sul progetto sacrificale ed egli, partecipando alla prova di fede, accetta di offrirsi in olocausto a Dio.
    A questo punto, volendo tirare delle conclusioni, prima d’altro si dissipano i dubbi sulla buona fede sul testo del Genesi ebraico-cristiano grazie ai chiarimenti molto accurati che emergono dalla consultazione del testo islamico a riguardo del sacrificio di Isacco. Si potrebbe dire che il Corano faccia da testimonianza alla Bibbia.
    In secondo luogo si evince che la stesura dei testi sacri in questione dimostrano una fonte di livelli diversi in cui quello cristiano si dimostra più elevato spiritualmente. Questo porta a capire che, se da un lato lo scopo del testo cristiano mostra in sé la preparazione nel tempo dell’avvento del Cristo che dovrà salvare il mondo dal male e permettere all’uomo di risorgere dai morti alla fine dei tempi, dall’altro lato, questo sarà possibile a patto di una smisurata tenuta della fede in Dio e nel Figlio che si sacrifica per tale scopo. È comprensibile allora che sia sottinteso l’atto di obbedienza di Isacco disposto al sacrificio, e perciò non c’è bisogno che sia scritto nel Genesi. Diversa è la posizione dell’Isacco degli islamici in base al quale vi deriva poi un Gesù ridotto a rango di profeta e non di Figlio di Dio. Di qui la preparazione più adatta per la discendenza di Isacco islamico più comprensibile per formare coscienze di servizio devozionale rispetto a quelle derivanti dal credo di Gesù Cristo, di sevizio sacerdotale. Con questo non sto riferendomi a gruppi razziali o etnie, ma un popolo in sé delle mescolanze.
    [1] http://www.arab.it/islam/la_festa_del_sacrificio.html

  20. Ottima riflessione.. Il Signore attraverso questo passo ci chiede anche a noi di ” offrire il nostro Isacco che portiamo nel cuore”.. Ognuno di noi per seguire Cristo deve offrire qualcosa di importante .. Però come Abramo dobbiamo avere la consapevolezza e una forte fede nel credere che quello che offriamo al Signore non andrà mai perduto… Sostanzialmente ogni giorno per seguire il Signore offriamo qualcosa.. Ad esempio io dovrò entrare se Dio vuole in seminario , è quindi dovrò sacrificare il mio “Isacco”.che è la mia famiglia , i miei amici ed altro, però come Abramo devo avere fede perché lui sapeva che se avesse ucciso il proprio figlio il Signore glielo avrebbe restituito ( nella Bibbia leggiamo molte volte che Gesù risuscitava i morti) è questo vale anche per me per te che leggi e per tutti… I miei affetti che momentaneamente dovrò sacrificare un giorno il Signore me li restituirà …

  21. Ciao a voi dovrei fare una piccola catechesi di 5 minuti su abramo chi mi potrebbe aitare?
    grazie

  22. Caro Sandro, in questo post e nei suoi commenti mi pare ci sia materiale sufficiente, in aggiunta ti segnalo questo post su fb: https://www.facebook.com/darsipace/posts/1530401333889633.
    un abbraccio e buona catechesi. giovanna

  23. Salvatore dice:

    Una marea di spiegazioni che colgono solo superficialmente la reale Valenza e significato dell’episodio narrato . Esso và inteso in chiave esoterica trattandosi di un “dato di fatto” che si apparsa nel corso dello sviluppo spirituale.

  24. DAnte Floris dice:

    Guerre, morti, stragi e devastazioni, città rase al suolo…..Dt 20:16-17; Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace……13Quando il Signore, tuo Dio, l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi, 14ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda…….16Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun vivente, 17ma li voterai allo sterminio: cioè gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato di fare. Oppure…..1Sam 15:3 1Samuele disse a Saul: ascolta la voce del Signore…………..3Va’, dunque, e colpisci Amalèk, e vota allo sterminio quanto gli appartiene; non risparmiarlo, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini…. Sono alcuni passi, presi dal V.T. ambito nel quale si muove il Popolo di Dio, il Popolo eletto, quello che deve abbedire perchè eletto, che deve soggiacere alle paturnie di una figura speitata e inflessibile, feroce e vendicativa e/o come dice lui stesso “un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano”Deut.6:9. Abramo aveva fede ma anche timore di un Dio che camminava tra gli uomini, che cenava nelle loro tende, che causava malattie e carestie tendendo il bastone; forse avrei fatto anche io la stessa cosa, forse Abramo ha voluto assumersi la responsabilità di sacrificare il proprio figlio perchè non fosse ucciso da altri, forse dopo 100 anni passati ad ascoltare ogni genere di promesse e minacce può aver pensato….e sia tanto non c’è niente da fare, è questo il miglior mondo possibile. La parte drammatica è rappresentata dalla pretesa, dalla prova richiesta ad un uomo che aveva lasciato la sua terra per seguire una promessa e un patto più volte rotto e che abbia chiesto ad un padre il sacrificio del proprio figlio, che lo abbia indotto a viaggiare per tre giorni per raggiungere il luogo del sacrificio e che lo abbia fermato poco prima dell’omicidio sono la rappresentazione plastica della ferocia del Dio vetero testamentario che in altre accasioni ha sfogato sui figli (anzi sui bambini) il suo disappunto per la disobbedienza dei padri (esemplare “Il Signore colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide ed esso si ammalò gravemente….e morì il settimo giorno). Della nostra religione si salva la figura tragica e affascinante del figlio anche lui immolato sull’altare del progetto del Padre che detto per inciso ci ha creati sua sponte, puniti per aver peccato, sterminati con il Diluvio, salvati dal peccato sacrificando il figlio e lasciati ancora mortali “dopo” la morte del figlio. E basta, deserto è il cielo.

  25. Leggo “casualmente” questo post, in un tempo in cui, di figli sacrificati dai padri si parla nel modo più drammatico. Nei fatti di cronaca che sintetizziamo col termine terrorismo, sappiamo radicarsi un profondo orrore (non errore) nell’interpretare il rapporto fra uomo e Dio. Padri e madri, integralisti della religione musulmana, che sognano e pregano affinché i propri figli muoiano, martiri, per esaltare il nome di Dio e combattere chi essi ritengono essere nell’errore. Ho sempre sentito interpretare questo brano come una messa alla prova del rapporto fra Abramo e suo Padre. Ma ultimamente un’idea mi solletica la mente. Da un paio di anni mi chiedo se ci possa essere un legame fra questo brano biblico e questi episodi drammatici dell’attualità. O meglio, mi chiedo se non ci sia, alla base del gesto di Abramo, un errore, un eccesso nell’interpretare la volontà di Dio e la richiesta specifica personale a lui rivolta. Mi chiedo se alla base degli attentati suicidi, perpetrati da bambini e adolescenti quasi sempre inconsapevoli, non ci sia lo stesso errore nell’interpretare la volontà di Dio, da parte dei loro padri, pronti a sacrificarli sull’altare del martirio. Il Dio cristiano e il Dio musulmano non vogliono essere onorati attraverso il sangue che i padri possono versare a spese dei propri figli, sicuramente sacrificando a Dio ciò che hanno di più caro e prezioso. Ma Dio non chiede mai questo. Perché l’uomo invece interpreta, anche nella bibbia, in questo modo drammatico la volontà di Dio?

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