Ritornare dopo la delocalizzazione

Commenti

  1. Maria Antonietta Serino dice

    Iside condivido in pieno quanto dici.Tutto nasce da messaggi di paura al servizio di potere ed economia malsani

  2. Riflessione salutare e pragmatica…..
    Grazie

  3. Incontrarsi in questo nostro angolino e’ importante perché ci dà pace
    È un dialogo con noi stessi che rimuove e nostre paure e ci rende liberi e ci dona salute
    Certo non è semplice ma iniziamo

  4. Scendo nelle morbidezze dello spirito, dove la vita si impregna di un sapore più intenso. Qui vivere assume una nuova conformazione e a partire da uno stato più unificato cambia la prospettiva.
    Che significato do alla (mia) vita?
    Che cosa vale la pena di prevenire? È sufficiente una TAC a colmare il senso di insicurezza che mi abita?

    Per l’io in relazione il vuoto è la sorgente a cui si attinge tramite l’abbandono reso nella fiducia. Allora non c’è più la mancanza come fonte di incertezza, ma il vuoto è riconosciuto come fonte della vita sorgente di creatività, che richiede affidamento.
    Per sprigionare il suo senso di compiutezza. In questo il check-up annuale viene riposizionato e ricollocato a lato, perché il centro è altrove.”
    Dov’è il nostro centro?

  5. Pasqualino Casaburi dice

    L’eccessiva dipendenza dal giudizio (medico in questo caso) degli altri ci pone in uno stato di immotivata debolezza. Si apre un percorso di protocollo che esclude l’unicità della persona anche come capacità di autoguarigione in presenza di una diagnosi presunta.
    È molto vero quello che dici, Iside, e ciò mi apre al ricordo di un’esperienza personale.
    “In questo meccanismo ben oliato di sicuro ci saranno persone che hanno visto individuare una piccola massa sospetta”

    A me è capitato quanto sopra e al momento della biopsia….(al polmone) ho detto FERMI !! interrompendo la catena di rimandi (da medico a medico) del paradigma terapeutico ospedaliero. E ho cercato di capire l’Altra Via. Una scelta che voleva evitare conseguenze (collasso) dalle quali si sarebbero scatenati altre complicazioni. Ed è stato un consulto multidisciplinare quello che ha scongiurato tale pericolo e “smascherato” la falsa diagnosi.
    Questo tempo di attesa e di scioglimento del dubbio visivo dello strumento diagnostico, tempo pensate di precisi 40 giorni, si è inserito e calato proprio nel tempo pasquale rivelando quello che noi credenti chiamiamo incarnazione.
    Quel vuoto di cui parli e che io ho sentito dentro in quei giorni si è colmato di significati solo grazie alla meditazione, alla preghiera, alla contemplazione, all’ascolto più attento del proprio corpo. Mi ha fatto comprendere il senso profondo della “benattia” (cosi la chiamo) e a scongiurare la paura ad essa collegata. È vero…L’io in relazione relativizza l’idea di prevenzione sublimandone il significato e sganciandolo dalle subdole funzioni strumentalizzate di un sistema
    Grazie

  6. Buongiorno dottoressa,
    Mi aggiungo anche io in questo essere d’accordo con la riflessione che propone, così attinente e liberante. Voglio fare un piccolo passo (teniamoci ‘piccoli’ altrimenti poi c’è il rischio di ‘sentirci grandi’) di sincerità. Non amo la medicina tradizionale, pur riconoscendone progressi e tutto ciò che lei sa meglio di me… diciamo che ne sono quasi atterrita! Ho affermato spesso una cosa molto forte: l’odio verso la maggior parte degli operatori sanitari. E nella mia parentela più stretta ve ne sono! So che è una ‘critica senza senso critico’ , vuota, data soltanto da una rabbia personale e magari ‘più in là’ anche collettiva. So che proprio quei dottori che mi spaventano talvolta sono coloro che aiutano e che salvano delle vite e via discorrendo. Che non sono onnipotenti e che le aspettative spesso se lo prefigurano. So che io stessa potrei averne bisogno, per quanto ammetto di evitare controlli come più mi è possibile (sono forse alla parte opposta degli assidui), servendosi soltanto di una certa ricetta che di cui ho necessità. Inutile raccontare in questa sede le mie esperienze pregresse, chissà quante persone ne hanno in tutta la storia del mondo: ” niente di nuovo sotto al cielo”, dunque. È questo probabilmente il mio personale ‘ contro ego’, quella parte pur sempre egoica che si schiera versus l’organismo che lei tanto bene descrive… due facce di una stessa medaglia, in pratica, se ho capito bene. Ciò cui voglio giungere è il sollievo che mi da leggerla e sapere che nel mondo vi sono medici veramente tali, che alla ‘occhiata clinica’ aggiungono quella del cuore… quale accogliente cura migliore per chi non sta bene, ove lo spirito che tale unione chiama si espande come un vento che può anche, talvolta, risanare completamente. Mi scuso se aggiungo alla sua sofferenza questa mia piccola ‘ confessione’ , al contempo veramente grazie per aver chiarito tante cose che aleggiavano nei miei dubbi, di questa sentita apertura tanto confortante ed illuminante. Mi ha aiutata a comprendere una cosa ovvia e naturale per molti, e cioè che posso re-imparare a dare fiducia se ho bisogno di aiuto… speriamo di no! Ma siamo caduci si sa; eppure con tutta la paura che rimane a stuzzicarmi, cerco di com-prendere nel mio cuore, ancora prima che nella mente, questa verità, questa necessità’ di dose in dose’.
    Grazie!
    Un caro saluto,
    Giorgia

  7. Che belle riflessioni Iside, che condivido pienamente. Come si può pensare che la “prevenzione” si riduca al cercare più precocemente la malattia.. Su questo inganno si inducono le persone terrorizzare a sottoporsi ad ogni tipo di screening, malate potenziali che devono dimostrare di non esserlo! Una vera perversione, che evito accuratamente, preferendo vivere pienamente in parole di vita, non di morte. Penso alle diagnosi brutalmente comunicate e percepite come “sentenze di morte”, o a tutti i “falsi positivi” che gettando il paziente in terribili stati di angoscia genereranno nuovi conflitti. Ma si può ancora credere in una medicina, almeno in ambito oncologico, che da una settantina d’anni non ha trovato altri rimedi che “tagliare, bruciare o avvelenare”? E tutto ciò che prova a immaginare un approccio diverso viene stroncato sul nascere, demonizzato e ostacolato. Forse è lecito pensare che il “cancro” rende troppo, per essere sconfitto. Fortunatamente, ancora esistono medici che operano in scienza e coscienza, con mani e cuore caldi, che vedono nel paziente che hanno di fronte non un aggregato casuale di cellule, ma una persona in difficoltà, da accompagnare nel suo percorso di guarigione.

  8. Innanzitutto desidero precisare che io non sono un medico. Ho una formazione scientifica (sono laureata in scienze biologiche), ma il punto di forza del mio curriculum è che ho una multidecennale esperienza da paziente, cosa che segna e guida tutta la mia riflessione.
    Uno dei tanti inghippi legati agli screening di massa è che li si considera a costo zero, quindi con solo beneficio da ricavare. Ogni atto terapeutico, però, porta con sé dei rischi e degli effetti collaterali che vanno valutati con cura. Un numero elevato di persone che si sottopone ad analisi di screening o assume farmaci per prevenire ad esempio un evento cardiovascolare non avrebbe comunque mai quell’evento che cerca di scongiurare. Inoltre, ci sono i falsi positivi che, sul numero molto alto delle persone sottoposte a questi trattamenti, sono in ogni caso rilevanti. Questo porta ovviamente ad un’altra serie di analisi inutili.
    Anche io come Pasqualino ho esperienza di un falso positivo, per me su una mammografia ; per mia madre era invece stato un sospetto sull’intestino. La differenza è che io mi sono rifiutata di sottopormi alla biopsia che sarebbe stata più invasiiva del solito per la localizzazione del nodulo (sospetto già in modo incerto in sede di esaminazione). Mia madre invece ha voluto procedere, sottoponendosi ad una colonscopia con dolori così intensi che non poté essere portata a termine. Cosa che ha indotto a prescrivere una TAC virtuale. Alla fine tutto negativo. In entrambi i casi è passato abbastanza tempo da poter dire che effettivamente erano entrambi falsi positivi.
    Sappiamo che gli aneddoti non contano, ma forse sarebbe il caso di valorizzare molto più attentamente l’esperienza soggettiva, il contesto sintomatico, la storia clinica, i fattori di rischio comportamentali ed ambientali ecc. In teoria è ciò che si dovrebbe già fare, in pratica temo che la lusinga dell’esame facile (e del profitto, come fa notare Tea) sia molto più forte.
    Questo certo non aiuta a sostenere la fiducia di cui avremmo enormemente bisogno, come testimonia il commento di Giorgia, dato che come esseri umani siamo originariamente esseri relazionali radicati nell’affidamento.
    Grazie per questo dialogo, come dice Franca; grazie anche a Salvatore e Silvia. Un caro saluto a Maria Antonietta, con cui siamo state per un tratto compagne di viaggio in DarsiSalute e che ricordo con particolare affetto.
    iside

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