Nihil ad excludendum – di Fabrizio Falconi

Mi sembra che un atteggiamento mentale molto diffuso oggi, che riscontro tra amici anche colti o intelligenti,   quando si affrontano i cosiddetti ultimi, cioè le questioni fondamentali – sempre le stesse della nostra vita – chi siamo da dove veniamo e dove andiamo –   sia quello di asserire con certezza, a prescindere da una qualsiasi fede, ma di asserire con certezza soltanto in negativo , cioè escludendo a priori

I fantasmi ? Bah. La vita dopo la morte ? No, non ci siamo.  Le percezioni extrasensoriali, le visioni, la metempsicosi ? Buonanotte !


Eppure io credo invece che, proprio alla luce delle attuali conoscenze della fisica, e di quello di incredibile che stiamo scoprendo, occorrerebbe da parte di noi umani nelle nostre valutazioni di giudizio, una dose infinita di umiltà. E basterebbe dedicare un po’ di tempo alla lettura di uno qualsiasi dei grandi libri di fisica divulgativa disponibili sul mercato, per concludere che l’unica verità che potremmo affermare, sostenibile senza timore di smentita è questa: ” Nihil ad excludendum”.

Non possiamo escludere nulla, dovremmo mantenere la mente molto molto aperta, se possibile.

Ecco quel che scrive ad esempio Martin Rees, uno dei maggiori astronomi moderni, Research Professor della Royal Society all’Università di Cambridge e Astronomo Reale d’Inghilterra in un libro capitale, Il nostro ambiente cosmico ( edizioni Adelphi, pag.183).

“Svariati scenari conducono a universi multipli.

Andrej Linde, Alex Vilenkin, e altri hanno simulato al calcolatore un’inflazione “eterna”, nella quale più universi emergono da big bang distinti in regioni disgiunte dello spaziotempo. Alan Guth e Lee Smolin hanno immaginato, partendo da ipotesi diverse, che all’interno di un buco nero possa germogliare un nuovo universo che espandendosi formerà un dominio spaziotemporale a sè stante, a noi inaccessibile.

Lisa Randall e Raman Sundrum suppongono invece che possano esistere altri universi separati dal nostro grazie a una dimensione spaziale in più. Questi universi disgiunti potrebbero tanto interagire gravitazionalmente quanto non avere nessun effetto uno sull’altro.

Gli altri universi sarebbero domini spaziotemporali separati; non potremmo neanche dire sensatamente se sono esistiti prima del nostro o esistono insieme o esisteranno dopo, perchè questi concetti hanno senso solo finchè possiamo usare una misura del tempo unica, comune a tutti gli universi.

Alan Guth e Edward Harrison hanno addirittura ipotizzato che si possano fabbricare universi in laboratorio facendo implodere un certa quantità di materia fino a trasformarla in buco nero. Per caso il nostro universo è il risultato di qualche esperimento eseguito in un altro ? Secondo Smolin, l’universo-figlio potrebbe essere governato da leggi che recano l’impronta di quelle che prevalgono nell’universo-genitore; ma in tal caso potremmo resuscitare, sotto nuova veste, l’argomento teologico del progetto, rendendo ancora più incerto il confine tra fenomeni naturali e soprannaturali.”

Alla luce di queste semplici conclusioni alle quali sta giungendo la fisica moderna, la scienza – non qualche stregone – come è possibile per noi escludere qualcosa ?  Come è possibile escludere l’esistenza o la realtà di fenomeni che non comprendiamo ? Quale diritto, quale libertà arbitraria può indurci a dire: “le cose stanno così” ?

Fabrizio Falconi

in testa, una foto della Nebulosa dell’Aquila (Eagle), distante 5.700 ANNI LUCE dalla Terra e soprannominata I pilastri dell’Universo.

Commenti

  1. Rose’,
    dove so’ gli altri ? Siamo rimasti in due ?
    Sto scherzando….
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  2. detto tra noi, dopo i 50 interventi, mi par normale, defilarsi un poco… la verità è che loro sono già "oltre" noi; tu ed io.

    Pino
    te lo butto solo lì, ci sarà modo ancora di riparlarne in altri post.
    il mio "scegliere di non scegliere" consiste in questo (e ne ho "empirica" esperienza):
    Milano – Roma – possiamo percorrere tutta la strada scegliendo tra lo svoltare adestra o/ed a sinistra ( tra il bene ed il male) oppure: seguire "semplicemente" il cartello indicatore; che indica " Roma"
    ciao
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  3. … ho dimenticato questo "ciò che conta è amare".
    letta

  4. Sai Fabrizio, mi accorgo con stupore di una cosa: le domande fondamentali dell’uomo: "chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo", non mi appartengono, più di tanto .
    E’ con un po’ di sgomento e stupore che constato : questa cosa.
    E’ come se io mi trovassi ancora ai "preliminari" prima di accedere ad esse.
    Sto ancora in anticamera.
    Questa l’ho scritta molti, ma molti anni fa, ed in fondo riconosce e narra la mia storia, anche contemporanea.

    IL FATTO E’
    che io non ho chiesto niente Signore!
    Mia madre e mio padre
    mi hanno desiderata.
    Io, io non ho chiesto niente Signore!

    Non sapevo che nascere
    consistesse nell’ "essere fatti"
    per condividere una sorte.

    Non sapevo che la Vita
    agisse una promessa
    generata nel Tuo cuore.

    Non sapevo che un uomo cresciuto
    quasi, senza padre ne madre
    potesse essere un Angelo

    Non sapevo che una donna, abbracciasse
    quasi, la vita nella morte
    per Grazia: per-dono.

    Non sapevo che un Sì, sfuggito
    quasi, per caso, fosse
    "per sempre".

    Non sapevo che "l’esistenza"
    agisse la contemporaneità
    di tutti questi fatti!

    Ora lo so! So praticamente tutto:
    "nella Vita essenziale è esserci"
    essere fatti. Ma, vedi Signore,
    quel che ancor non so è
    COME STARCI .
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  5. Sai Fabrizio, dopo tanto pensare, è bastato il fatto che Michele stesse male, per riportarmi all’unica domanda fondamentale, che è proprio "come starci" a questo mondo.
    L”unica cosa che desidera un neonato è stare al caldo tra le braccia di sua madre, allattato teneramente al seno, sotto gli occhi del padre.
    Così un uomo che soffre desidera "stare bene".
    Ed io ricordo momenti in cui la mia anima gridava "non mi importa nulla, non mi importa il come, desidero solo stare bene:. Fammi stare bene, ti prego".

    Non sarà che le altre domande "fondamentali" : chi sono da dove vengo e dove vado, mettono in secondo piano la questione centrale? la posticipano, la mettono un po’ più in là poichè ci sentiamo alquanto impotenti a risolvera?

    Scusa, son certa di essere andata fuori tema, ma non importa.
    ciao
    Rosella

    letta

  6. Fabrizio Falconi dice:

    Rosella, la poesia è bella, e mi tocca da vicino.

    Capisco la tua prospettiva, e la sento oggi, anzi, come dominante. Abbiamo messo quasi tutti da parte le questioni ‘ultime’ (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo), presumendo, ritenendole, come tu dici, ir-risolvibili. Le abbiamo semplicemente rimosse, e ci siamo concentrati tutti sul ‘come starci’.

    Il problema però è che come sempre quello che rimuoviamo non sparisce semplicemente, come d’incanto. Questo ‘rimosso’ vive comunque, si agita sempre, in noi, anche quando non lo sappiamo, anche quando non ce ne accorgiamo. Questo rimosso, anzi ( la paura dell’ignoto, lo sconcerto di fronte al senso generale del nostro ‘essere qui’) pilota e governa le nostre reazioni istintive, le nostre chiusure, i nostri egoismi, le nostre ansie, incertezze, angosce.

    Anche a me interessa molto il ‘come starci’ ed è il compito imperativo della nostra vita. Ma è anche evidente che il ‘come starci’ dipende essenzialmente, primariamente dal senso che diamo e che ci diamo a quelle tre domande ultime, anche quando ci sembra di avere archiviato il problema.

    F.
    letta

  7. Fabrizio ti ringrazio, mi hai riorientato.
    Però proprio quello che mi è accaduto ieri, mi pare collochi in relazione "tutte le cose".
    Forse la domanda che nasce nell’infanzia del cuore (la fiducia di stare tra le braccia di…) pone la condizione .

    Nel "come starci" le possibili risposte "adeguate" al: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo…

    Scherzosamente " al prossimo post".
    Non dubito che tu possa essere all’altezza nel proporre un seguito di riflessioni.
    Grazie e ciao
    Con affetto
    letta

  8. Fabrizio Falconi dice:

    Grazie della fiducia, Rosella, spero di esserne all’altezza.
    letta

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