Diritto di vivere o desiderio di Vita?

Senza titolo 4
I diritti umani, i diritti delle donne, degli omosessuali, dei cacciatori, dei lavoratori… sembra che ognuno, segnalando un’appartenenza, possa anche di conseguenza vantare un corrispondente set di diritti.
L’orizzonte però pare più ampio.
Ognuno di noi è fin dall’origine un’apertura adagiata sull’inesauribilità della vita, come se potessimo vivere soltanto a condizione che una Sorgente d’amore zampillante ci riempia di energia buona, diventando per noi il sostegno alla nostra esistenza.
Nulla di magico, però, tutto con i piedi ben piantati nella storia. La Sorgente d’amore si deve fare carne, la carne dell’altro, per incontrare la mia apertura, il mio desiderio d’amore. Il gesto della cura allora diventa il doversi di un amore che risponde al mio grido per il mio bisogno di essere amato. E la relazione è speculare: io sono la cura d’amore per l’altro che è apertura in attesa e che mi si approssima.
Il colpo di scena tuttavia è già pronto all’inizio del primo atto, perché quell’apertura è fin da subito ferita. infatti il desiderio insaziabile di vita, che ci connota come esseri umani e ci fa esistere, si sfigura bramando egoicamente dietro la rivendicazione del diritto. Dunque quando protestiamo “È un mio diritto!” – “tu me lo devi” diciamo qualcosa di vero, pur nella prospettiva egocentrata del desiderio ferito e frustrato.
Tendenzialmente infatti sostiamo in una dimensione egoica, quella della pretesa forzata, del reclamo per sé a danno dell’altro, come se dovessimo strappare all’altro il nostro diritto alla vita, come se il diritto mio e dell’altro fossero in competizione perché abbiamo l’atroce sospetto che la vita sia data in quantità limitata. Analizzando però attentamente le emozioni che ci abitano (come nel lavoro autoconoscitivo nei gruppi dP), respirandole a fondo, man mano impariamo a sentire il dolore che sta sotto queste emozioni: le nostre paure più remote, l’angoscia di morte che ci attanaglia. E espiriamo lasciando andare. Il ritmo del respiro, su cui ondeggia il nostro spirito durante la meditazione, ci porta nel movimento più rilassato dell’accoglienza e dell’abbandono. Allora ci riconosciamo e ci rispettiamo così come siamo, anche brutti e cattivi, agiti dall’ombra di noi animata dalle nostre paure. E poi lasciamo andare i pensieri, li respiriamo via insieme alle contratture che i mascheramenti producono.
È un lavoro di fine cesello, che si affida alla pazienza del restauratore, un lavoro che richiede di tornare ancora e sempre su ciò che percepiamo come violazione del nostro diritto ad essere amati e che, per questo, ci fa reagire nei mascheramenti difensivi illudendoci di trovare così riparo e consolazione. Guardandoci con onestà e coraggio, vediamo storture e fraintendimenti e, in un apprendimento perenne, poco alla volta, diamo forma alla nostra esistenza, assecondando il desiderio profondo che si rivolge alla Sorgente costruttrice di Vita.
Allora non abbiamo più bisogno di rivendicare diritti, di estorcere frammenti di noi stessi, perché sappiamo/sperimentiamo che la Vita è data in abbondanza a chiunque la chieda.

Comments

  1. Bellissimo Oside! Sto pee andare al lavoro e non ho tempo per scrovere altro, ho gustato le tue parole come se scaturissero da me nella percezione di una grande unione!
    Ti abbraccio
    Daniela

    percezione di una grande unione! !

  2. Scusa Iside scrivo col telefono
    Daniela

  3. Carissima Iside,
    ad Albino mi sei mancata e trovarti questa mattina nel blog mi fa comprendere ancora di più che lontananza e impossibilità di partecipazione fisica possono condizionare, ma non impedire di camminare in cordata nella ricerca di verità, anzi mi pare rilancino la determinazione del cammino.

    Nella lotta dell’ Occidente per l’acquisizione dei diritti umani c’è una profonda radice messianica e il travaglio di oggi è opportunità per un cambiamento di rotta, per compiere un ulteriore passo nel processo di umanizzazione.

    Il cammino iniziatico ci apre ad una comprensione che si fa nella nostra carne e che richiede un incessante lavoro di cesello per tornare alla Sorgente d’amore zampillante dove non c’è più bisogno di rivendicare i diritti perché la Vita ci viene data in abbondanza.

    Diventa ancora più importante comprendere quale fede ci conduce alla Sorgente perché è proprio ciò che noi crediamo a fare la differenza.

    La nostra sperimentazione è un umile contributo alla nuova evangelizzazione.
    Mi piace pensare a ciò che dice Marco: la pratica di auto conoscimento intrecciata alla meditazione, alla preghiera e alla contemplazione, tra cento o duecento anni diventerà un comportamento acquisito di purificazione, che gli uomini agiranno per stare bene e vivere in armonia, impareranno a farla come noi abbiamo imparato a lavare regolarmente i denti per prevenire la carie.

    Grazie di essere tra noi. Ti abbraccio.
    Giuliana

  4. Molto bello Iside, condivido praticamente tutto.

    Abbiamo “concepito il diritto” di vivere (cosa buona e giusta se considerata storicamente), in quanto incapaci a compiere il desiderio d’infinito che ci abita da sempre.

    Solo sperimentare, almeno a tratti e in noi stessi, la meraviglia di una “comune unione” tra cielo e terra, può donarci l’ampiezza di respiro necessaria a vivificare anche il più flebile nostro desiderio di vita, che normalmente vaga come un disperato sulla linea del tempo.

    Sono felice di condividere con te, e con tutti noi, queste “sottili vibrazioni” del pensiero che ci pensa, colmando così distanze o assenze in questa “virtuale” ma tangibile “presenza”.

    Ti abbraccio con affetto e saluto tutti

    Rosella

  5. Antonietta says:

    Il tema dei diritti umani è molto delicato, perché è il fondamento di giustizia ed equità su cui nascono le società democratiche. Viviamo in uno stato di diritto, grazie al cielo, in cui si cercano di tutelare, almeno negli intenti dei legislatori e costituenti, le minoranze e le parti più deboli limitando le possibili prevaricazioni di quelle più forti.
    Dal punto di vista sociale quindi, meno male che esiste la tutela dei diritti individuali e collettivi, ma è anche vero che le continue rivendicazioni delle varie aggregazioni si fanno sempre più aggressive. Tutti pretendiamo tutto, dallo Stato, dagli altri, salvo poi ritrovarci, nel concreto, magari a usare prevaricazioni simili proprio contro chi ci vive accanto.
    Quindi condivido con Iside la constatazione che tanti diritti, spesso legittimi, vengono urlati da parti egoiche di noi.

    Ora poi che la globalizzazione e le varie crisi ci portano in casa nuovi problemi, nuovi poveri, nuovi bisogni, tutto diventa più complicato.
    Sul piano economico, l’unico da cui si guardano di solito questi problemi, la scarsità di risorse è un dato di fatto come pure l’impossibilità di garantire a tutti la qualità di vita che noi consideriamo adeguata.
    La proposta di DarsiPace è uno scardinamento dal di dentro di noi stessi e delle nostre pretese.
    Che la vita sia data in abbondanza a tutti non è la nostra percezione quotidiana, ma la meditazione/preghiera ci fa sperimentare che questa abbondanza esiste davvero, è disponibile per me e per tutti, ora. In quel momento di spegnimento dell’ego noi lo sentiamo e lo sappiamo: la Sorgente scroscia Vita in continuazione.
    Il corto circuito tra questa liberatoria esperienza individuale e la frustrante esperienza dei nostri o altrui diritti negati è ora consegnata nelle nostre mani.
    Io la sento come una responsabilità che deve in qualche modo incarnarsi nel quotidiano, riflettendo di più sulle nostre pretese, gustando di più le cose che abbiamo, cercando di inventare modi nuovi per stare bene insieme.
    Ma la contraddizione mi sembra che rimanga, insanabile, come una croce che ci spezza a metà.
    Come ci ricorda Giuliana, è proprio grazie a questa tensione che la società occidentale è progredita nei secoli. Nello stesso modo mi auguro che questo scarto ci spinga a rinnovare ogni giorno la dedizione e la cura verso le nostre ferite e quelle di chi ci sta accanto.
    Ciao
    Antonietta

  6. Questo post offre spunto a tante importanti riflessioni. Io mi soffermo sul titolo. Per me il diritto alla vita in tutti suoi aspetti , a cui fanno riferimento anche gli articoli 2 e 3 della Costituzione della Repubblica italiana non è in opposizione al desiderio di Vita , direi che il primo ne sia la base, il secondo il completamento, il vertice. Per il primo vale l’impegno politico e civile di tutti, il secondo è annunciato e sostenuto dalla vita del cristiano, o di altro credente che si allarga a relazioni di pace con i fratelli e con tutti gli uomini di buona volontà. Solo con relazioni paritarie, costruttive e creative fino alla tenerezza, portiamo avanti nella storia il cammino del Regno, annunciato da Cristo. E il lavoro di DP. direi che ci aiuti proprio in questo compito! Mariapia

  7. Cara Iside, cara anche se non ti conosco, ma leggo le tue riflessioni.
    Sei sempre acuta nell’intelligenza profonda ( proprio intus-legere) della persona e dellla realtà.
    Tu hai una particolare capacità di captare lo Spirito che arriva dalla “Fonte di amore zampillante”: sei antenna potente.
    E poi sai spiegare quello che hai non sentito ma ascoltato: “siamo apertura adagiata sull’inesauribilità della vita”.
    Ho dovuto leggere molte volte ma alla fine ce l’ho fatta a capire che “il gesto della cura allora diventa il doversi di un amore che risponde al mio grido per il mio bisogno di essere amato”.
    Dal punto di vista politico culturale hai aperto un tema vasto riguardante il riconoscimento dei diritti civili individuali nel quadro di una Costituzione animata da una logica comunitaria, volta più al bene comune che individuale.
    Poi si ha l’assurdo quando la rivendicazione egoica di cento diritti individuali li pone in totale contraddizione tra loro.
    In attesa di interessanti e fecondi approfondimenti, spero che questo bell’intervento, alto e profondo, resti a lungo in evidenza per chi arriva su “Darsi pace”, insieme al lavoro di presentazione di “Darsi pace” curato dalla Balestreri.
    E non posso fare a meno di ringraziare Andrea che ha trovato una foto artistica e molto espressiva, come sempre.
    Un saluto pieno di gratitudine, GianCarlo

  8. Grazie a tutti per i vostri contributi che hanno ampliato la riflessione sull’argomento.
    La questione dei diritti è certamente di cruciale importanza nella storia dell’Occidente. A me pare sia interessante lo spostamento di sguardo che il percorso in dP ci esercita ad effettuare e a sostenere con perseveranza.
    Spesse volte, poi, nelle riflessioni su questo tema, ci dimentichiamo del corrispondente aspetto dei doveri; sì, c’è il binomio idiomatico “diritti e doveri di X” ma rimane più che altro un modo di dire, dove la dimensione dei doveri viene perduta. In effetti, su questa faccenda, specialmente quelli di noi che sono cresciuti con uno stile educativo vecchio stampo hanno qualche conto aperto. Mi pare che, analogamente all’accostamento diritto-desiderio, il cosiddetto senso del dovere, inteso come un ingabbiamento dello spirito proveniente dall’esterno, abbia la sua vitale controparte nel senso di responsabilità che liberamente scegliamo verso di noi e verso gli altri che ci sono accanto. Allora dal tira-e-molla tra il mio diritto e il tuo dovere (perché in genere ci piace declinarli così!) sfumiamo nella dinamica di un desiderio responsabile, cioè che sa gustare la Vita sapendo sempre dov’è suo fratello perché se ne sente guardiano (Gn 4,9).
    iside

  9. maria carla says:

    Grazie Giancarlo (e naturalmente a tutti gli altri per la lucidità delle loro riflessioni! Antonietta sei un laser!) che hai sollecitato la permanenza di questo post sul sitoDP perché il tema è davvero importantissimo (io ne so qualcosa visto che, a causa della disabilità motoria di mia figlia, conosco un po’ il mondo dell’handicap)…a volte mi sembra di essere nel bel mezzo di una “guerra tra poveri” dove chi prima arriva si arraffa qualcosa o, come spesso succede, chi fa la voce grossa alla fine ottiene di più! Il mio osservatorio privilegiato è da alcuni anni la scuola e…davvero mi viene da dire “non c’è più religione”! Tutto sta diventando solo ‘contabilità’ : di più o meno ore di sostegno, di soldi che ci sono/ non ci sono per l’ ass.educatore, di compresenze, di attività proposte perché la tale agenzia si propone “a prezzi più competitivi” di un’altra, di “percorsi A o B” spesso solo in funzione dell’insegnante di classe che ha problemi con la ‘diversità’ (ma il/la ragazzo/a può fare un lavoro individualizzato con il “suo” insegnante di sostegno “fuori dalla classe” !!!) e via discorrendo…
    A volte mi chiedo: ma i ragazzi fatti oggetto di così ‘tante attenzioni’ sono davvero ‘visti’ nella loro ‘normale’ realtà di persone? o devono solo essere ‘intrattenuti’, ‘monitorati’, ‘accuditi’ senza mai essere presi seriamente in considerazione come soggetti dotati di desiderio, pensiero, volontà autonomi ? (anche sul ‘volontariato’ ci sarebbero tante cose da dire…) Diritti/doveri: un binomio su cui c’è da riflettere, e molto…da parte mia sono d’accordo con chi vede nel lavoro sulla responsabilità individuale( e quindi sulla propria meta-noia) un possibile strumento di cambiamento, ciao a tutti, mcarla

  10. Quello che tu Maria Carla descrivi nella tua esperienza di mamma, mi pare sia un efficace esempio di quella sorta di riduzionismo efficientista che fa collassare il desiderio nel diritto. Seppure diritti e desideri non siano disgiungibili, come ci ha ricordato Mariapia, mi pare che nel nostro mondo stiamo premendo molto sul versante dei diritti a discapito del desiderio. Tendiamo cioè ad accontentarci di dettagli insignificanti, ci smarriamo dentro l’inutile perdendo di vista l’essenziale, ciò che fa veramente crescere la libertà umana. Occorre, a mio avviso, una sterzata di segno opposto che ci faccia riguadagnare il gusto delle passioni che sostengono la vita, riandando dritti al cuore di ciò che veramente ci rende felici (pur nella contraddizione della nostra esperienza terrena). Mi viene in mente un dibattito sulla felicità che avevo ascoltato e in cui, a fronte delle proposte del Direttore di “Action for Happiness” di trovare motivazioni più profondamente umane della felicità, un’ospite ribatteva che per lei felicità era semplicemente fumare una sigaretta e bere un bicchiere di vino. Mi aveva colpito che l’esempio scelto cadesse nell’ambito delle dipendenze da sostanze – nicotina ed alcool. Ciò ovviamente non significa che fumare una sigaretta o bere un bicchiere di vino implichi immediatamente essere tossicodipendenti. Tuttavia, l’esempio mi ha fatto pensare a quanto fraintendimento spesso ci sia tra desiderio realmente costruttivo e semplice godimento di un impulso che si dissipa nell’istante.
    iside

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