L’esperienza mistica: una risposta alla crisi

«Nel mondo moderno – scrive Raimon Panikkar – solo i mistici sopravviveranno. Gli altri saranno soffocati dal sistema, se vi si ribellano; o affogheranno nel sistema, se vi si rifugiano» (Vita e parola. La mia Opera, Jaca Book, 2010, p. 38). Una affermazione molto forte e paradossale, che mi ha spinto a riflettere… Che significa che solo il mistico sopravviverà? Chi è il mistico e cosa è la mistica?

Non possiamo infatti nasconderci i tanti fraintendimenti ed equivoci a cui questa parola ha condotto e tuttora conduce. Troppo spesso la mistica è stata descritta come una sorta di esperienza elitaria, indifferente alle sofferenze umane, lontana dalle situazioni concrete in cui vivono la maggior parte degli uomini, nostri fratelli, e i mistici come una élite al riparo nelle sfere celesti.

Ma non è questa la mistica che intende Panikkar. Dal suo punto di vista la mistica non è null’altro che l‘esperienza integrale della vita e il mistico è colui che è aperto alla vita nella sua totalità.

Il mistico autentico “non si lancia nell’attivismo né si dispera, ma non si tura nemmeno le orecchie né lascia inerti le mani; sa che l’acqua si apre il cammino dove non v’è alveo e che esistono fiumi sotterranei che dissetano e fertilizzano la terra […]

La mistica del nostro tempo, come visione piena della realtà, è profondamente sensibile al dolore del mondo, specialmente alla sofferenza data per mano dell’uomo e alle ingiustizie umane. Ciò non fa del mistico un «attivista politico» nel senso corrente della parola. Egli […] non perde la pace né l’equanimità: sa però sporcarsi le mani se è necessario […] La fame e la sete di giustizia sono caratteristiche dello spirito mistico” (Mistica, pienezza di Vita, Opera Omnia, vol. 1, tomo 1, pp. 262-263, Jaca Book).

Il mistico è dunque colui che ha guadagnato quell’atteggiamento che non gli permette di cadere nella disperazione e gli consente di mantenere un sorriso sincero, anche se in un mondo lacerato dalle sofferenze. “Il vero mistico non si lascia condizionare da circostanza alcuna, non è schiavo del mondo esterno, non butta in tragedia alcuna calamità, non ontologizza alcuna legge e quindi agisce e vive in piena libertà […] Il mistico si coinvolge in tutti i problemi umani senza ontologizzarli e mostra così un’indipendenza sovrana nei confronti di tutti gli eventi umani e di tutti gli ordinamenti giuridici; non si sente vincolato a nulla, è libero” (p. 266).

Una posizione ambi-valente: coinvolto e incarnato, ma non soffocato e disperato. Un uomo genuinamente libero, ma di una libertà che non è fuga dal mondo o superbo e altezzoso disprezzo per la vita nella sua crudezza e fatica. Una libertà che, evidentemente, può essere alquanto pericolosa, anzitutto per se stessi, nella misura in cui può degenerare in insensibilità e libertinaggio.

Corruptio optimi pessima” – la corruzione del migliore è la peggiore, scriveva Gerolamo, facendo eco a San Paolo: chi si vanta di stare saldo in alto, stia attento a non precipitare! Una libertà che viene percepita come insidia e pericolo anche dalla società e dalle sue istituzioni, perché un tale individuo non sarà mai facilmente governabile: “il mistico soffre per l’ingiustizia e cerca di porvi riparo, ma non si dispera, dato che non la ontologizza; si coinvolge nelle faccende umane con serietà ma con serenità, quasi giocando […] Il mistico non perde la pace, non spera in un’altra vita, ma spera in essa; vive, cioè, la Vita” (p. 266). Viene alla mente la figura del fanciullo, icona dell’Űbermensch, così come venne raffigurata da Nietzsche…

Possiamo dunque intendere per mistica come la capacità di vivere una esperienza integrale della vita. In questo modo riusciamo a comprendere in che senso allora solo il mistico può sopravvivere alla crisi dei nostri tempi. Solo il mistico, infatti, è capace di cogliere il vero problema della modernità: l’interdipendenza necessaria tra macro e microcosmo, tra culture e religioni, tra politica, economia, ambiente, etica, una interdipendenza anche materiale, e di pensarla altrimenti, di risimbolizzarla in modo nuovo, per tutti noi. Il mistico, uomo planetario, simbolo di una nuova umanità, vibra di speranza. Perché è una cosa buona stare al mondo!

Ma di quale speranza parliamo? Ed ecco un’altra emblematica affermazione di Panikkar: «La speranza non appartiene al futuro; appartiene all’Invisibile» (Vita e parola. La mia Opera, p. 39). Una straordinaria intuizione: sperare non significa proiettarsi in un futuro ipotetico, ma saper cogliere l’Invisibile nel presente visibile. È scoprire un’altra dimensione dentro e oltre la concreta realtà del (triste) presente. Una apertura a quell’altra dimensione che non viene colta né dalla nostra sensibilità né dalla nostra intelligenza, ma che esige il ricorso a quel terzo occhio che solo è in grado di coglierla, e che corrisponde ad una vera e propria resurrezione.

Solo aprendoci all’invisibile è possibile una esperienza della vita umana che non elimina o nega la sofferenza, ma che neppure si lascia andare alla disperazione di una vita fallita o vissuta invano.

La mistica vera è dunque strettamente inserita nella quotidianità, nel secolare. Il mistico è incarnato in questo mondo, è talmente radicato in questa vita che non separa la propria esistenza in questa “valle di lacrime” da quello che è “l’altro mondo” a cui anela.

Vengono alla mente le altrettanto forti parole di Jung: “Mi sembra che faccia la volontà di Dio soltanto colui che cerca di realizzare la sua natura umana e non colui che fugge davanti a questo fatto scandaloso che è l’«uomo», ritornando al Padre anzitempo, o addirittura non lasciando mai la casa del Padre. Mi sembra che l’Incarnazione sia questo desiderio in noi […] Finché rimango vicino al Padre, gli rifiuto l’uomo nel quale egli potrebbe integrarsi; e in quale miglior maniera posso aiutarlo se non integrando me stesso? […] E’ palese che Dio ha predestinato come suoi figli non coloro che hanno continuato a dipendere da Lui in quanto Padre, ma coloro che hanno trovato il coraggio di reggersi in piedi da soli […] Quanto mi abbia ferito la conoscenza di Dio, e quanto avrei preferito rimanere, come un bambino, sotto la protezione paterna, evitando la problematica degli opposti […] Ogni sviluppo e mutamento verso il bene è doloroso” (C.G. Jung, vol. XI, Opere, pp. 454-455).

Il mistico, dunque, come l’uomo totalmente incarnato, ma assolutamente non toccato da quella disperazione che si esplica sia nella rassegnazione, sia in un attivismo esasperato.

La mistica, come esperienza integrale della vita, presuppone e spinge verso una com-posizione degli opposti, dove i contrari (spirito e materia, corpo e anima, mente e cuore, logos e mythos, sentimento e ragione, maschile e femminile, conoscenza e amore…) sono riconosciuti e tenuti insieme, in armonia. Gli opposti non sono né forzatamente negati, né forzatamente ricondotti ad unità; gli opposti sono mantenuti tali, ma armonizzati: ecco il mysterium coniunctionis.

Una tale conoscenza/esperienza di tutta la realtà, ma a partire da una prospettiva concreta e limitata, quella della nostra unica e irripetibile contingenza, non può che essere conoscenza partecipativa, cioè amore. Un amore che è il compagno naturale della conoscenza.

Il divorzio mortale che è alla base della crisi del nostro tempo, scrive ancora Panikkar, è il divorzio tra conoscenza e amore. Quando la mistica parla di conoscenza si riferisce a una conoscenza amorosa, e quando canta l’amore rimanda a un amore conoscente. “Si tratta di quella esperienza che conosce amando e che amando conosce. E questo non è il circolo vizioso della logica, ma il circolo vitale della realtà” (Mistica, pienezza di vita, p. 209).

Ricomporre questi opposti richiede ed esige una purificazione del cuore, il guadagno di una nuova innocenza, l’apertura del terzo occhio. In una parola: richiede ascesi. Ma attenzione, se una qualsiasi pratica ascetica non è volta ad infiammare l’amore e a consentire il guadagno di una più vera libertà, è doppiamente controproducente perché inaridisce il cuore e insuperbisce la mente.

“L’uomo è abitato, attraversato preferirei dire, da una duplice forza: da un dinamismo centrifugo che lo proietta verso l’esterno attratto dalla Bellezza che brilla dal di fuori, e da un dinamismo centripeto che lo spinge verso l’interno, aspirato dalla Verità che deve scoprire in se stesso. Lasciarsi trasportare solamente dal primo impulso è frivolezza, se non addirittura concupiscenza, e solamente dal secondo è egoismo se non addirittura superbia.

La saggezza è l’armonia tra l’attrazione della Bellezza e l’aspirazione alla Verità” (p. 213). Meglio ancora, si dovrebbe parlare di un unico dinamismo – il dinamismo dell’amore – che ha un duplice movimento, centripeto e centrifugo.

“C’è una certa saggezza […] nella parola onnicomprensiva «amore», come sintesi della tendenza costitutiva dell’essere umano e, ancor più, di tutta la realtà: il dinamismo centrifugo che spinge ogni essere verso l’altro, la trascendenza, il differente, l’esterno, lo sconosciuto – l’alter come altera pars che ci completa.

Tutta la realtà è attraversata da questo dinamismo verso la Pienezza” (p. 214). Ancora un equilibrio, una armonia, tra introversione ed estroversione, tra intimismo e attivismo, tra la parte Marta e la parte Maria che ci costituiscono.

In questa prospettiva, il cammino della mistica è tutto racchiuso nel consiglio della Sibilla: “gnōthi sauton” – conosci te stesso!, dove però conoscere se stessi è anche abbracciare tutta la realtà («Chi conosce se stesso conosce il suo Signore» – dice un hadīth del Profeta; «Chi conosce se stesso conosce tutte le cose» – ripete Meister Eckhart); una conoscenza (gnōsis) che è sempre anche piena di eros, di sentimento, e che abbraccia l’intero macrocosmo.

E la risposta della mistica al “gnōthi sauton” – conosci te stesso! è altrettanto semplice: “autos isthi” – sii te stesso!, un consiglio semplice ma alquanto difficile da mettere in pratica. Si tratta, in una parola, di “vivere la Vita”, in una prospettiva di apertura tanto al mondo interiore quanto a quello esteriore, “alla coltivazione della politica come a quella dello spirito, alla preoccupazione per gli altri tanto quanto per se stessi” (p. 261).

Questo è anche il senso ultimo della religione: “Una religione senza mistica si riduce a una ideologia più o meno convincente o a una istituzione più o meno utile, abdicando al suo ruolo che è quello di ispirare un cammino personale di liberazione […]

La religione è ciò che ci unisce (religat) alla realtà nei suoi molteplici aspetti […] La religione unisce il mio spirito con la mia anima e la mia anima con il mio corpo; mi unisce anche ai miei simili e con il mondo intero; mi unisce anche con lo Spirito, il Mistero, lo si chiami divino o con qualunque altro equivalente omeomorfico” (pp. 269-270).

E’ la vitale consapevolezza di questa interconnessione, ciò che ci rende veramente liberi: «la verità vi farà liberi». La coscienza della nostra re-ligazione, della nostra appartenenza al tutto, infatti, non ci lega, non ci vincola, ma anzi ci dis-lega, ci libera. Per vivere, servire, amare.

Ecco la sfida che la mistica, rettamente intesa, costituisce per il nostro tempo di crisi.

Massimo Diana

Commenti

  1. Non credo che al giorno d oggi si possa parlare di misticismo,perchè se ci si tiene all etimologia il misticismo riporta al mondo iniziatico perchè il “mìste”(da cui il misticismo)era l adepto degli antichi misteri.Nel mistico la conoscenza era soprattutto dei simboli,miti,segni(la lingua del silenzio)si presentavano come vie,per questa conoscenza viene spesso usato il termine di “realizzazione”,con riferimento al superamento dello stato duale,oggetto-soggetto.Queste erano le conclusioni di seri studiosi dei fenomeni mistici come Zolla e Guenon.

  2. Grazie a Massimo Diana per questo post approfondito sul tema della esperienza mistica, che ho ripreso qui:

    http://alessandroiapino.blogspot.com/2010/06/solo-i-mistici.html

    Un mio amico ha avuto la bontà di segnalarmi questo pensiero di Rahner, che voglio condividere:

    A molti sembra di darsi un’aria d’élite, a parlare di mistica. Intanto, se ci fosse solo un indottrinamento su Dio fatto dall’esterno, così come mi si racconta che esiste l’Australia, io, in fin dei conti, oggi non potrei essere cristiano. Debbo avere a che fare con Dio, dal di dentro, dal centro della mia esistenza, e debbo far sì che questa interiorità pervada sempre di più la mia vita. In altre parole – che corrono il rischio di risuonare troppo pateti­che – si potrebbe dire: “Oggi, se non si è mistici, non si può essere nemmeno cristiani”. (K. Rahner, Confessare la fede nel tempo dell’attesa. Interviste, 95ss).

    Finisco con un pensiero sulla speranza che “appartiene all’Invisibile”. E’ un verso della poetessa Elena Bono, che potrebbe suonare come una splendida introduzione alla meditazione:

    “Così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare”

    Un caro saluto a tutti

  3. Antonio dice:

    Garzie di questa sintesi del pensiero di Pannikar, i cui contenuti ho desiderio di approfondire, perché mi sembrano straordinariamente validi e attuali. Mi sembra che rinforzino la convinzione di chiunque faccia pratica spirituale, e cioè che oggi essere dei mistici sia la sola chanche che il nostro io ha di essere realista!

  4. Antonio dice:

    Da qualche altra parte Karl Rahner (altro acuto del pensiero teologico cattolico del secolo passato, che vive oggi una misteriosa damnatio memoriae) ha scritto una cosa ancora più sfidante: “Il cristiano del XXI secolo o sarà mistico o non sarà affatto cristiano”.
    Ciao!

  5. Carissimo Massimo, benvenuto nel nostro sito.
    Spero che questo sia solo il primo di tanti altri interventi.
    Sai quanto apprezzi il tuo lavoro e conosci la sintonia che ci guida per sentieri molto prossimi, nello sforzo di integrare la migliore riflessione filosofica, l’approfondimento psicologico, e le vie della spiritualità più profonda e sperimentata.

    Quando andai ad incontrare Panikkar era il 1988.
    Andai a Tavertet, un paesino sperduto tra le montagne sopra Barcellona.
    Si era ritirato lì, dopo una vita passata tra Bombay e la Università di S. Barbara, in California.
    Voleva continuare il suo lavoro dedicandosi a perfezionare se stesso nel silenzio, in base alla dottrina hindù delle 4 età, per la quale, dopo i 70/75 anni, e passate le fasi dell’apprendimento, della socialià/famiglia, e dell’insegnamento, ci si deve ritirare verso livelli più accentuati di interiorità e di comunicazione con Dio.

    Apprezzò molto e condivise l’idea di una fase decisiva della storia, di una sorta di fine della storia (delle guerre), e, come precisi nel tuo articolo, l’idea di diventare “mistici-tecnici”, persone in grado di rinnovare gli ambiti del lavoro attraverso una costante relazione con il principio spirituale della vita e del pensiero.

    Molto c’è ancora da fare, e in fondo i nostri Gruppi Darsipace sono proprio laboratori, anzi forse sale parto per nuovi mistici-tecnici.

    Un abbraccio.
    Marco Guzzi

  6. Chiara De Dominicis dice:

    Grazie Massimo, per questo post bellissimo che mi richiama con forza ad un tema che sono obbligata ad affrontare quotidianamente e che solo una risposta ” mistica ” puo’ integrare.
    Come medico il rapporto con la sofferenza è quotidiano ,la necessità di essere sempre all’altezza della situazione e di riuscire a dare il meglio è imperante,l’errore quanto mai angosciante .Mi rendo conto che l’armonia fra attivismo e intimismo ,e il costante lavoro interiore è l’unica risposta che posso dare per servire attraverso la professione e che un medico e una sanità malata ,nel suo cuore,non puo’ portare guarigione e salute .Il probelma non è solo economico ,costi ..gestione etc…. il problema è la mancanza d’integrazione fra cura dell’altro e cura di se’ a tutti i livelli .
    Gli ospedali sono popolati da personale spesso scoppiato!! Come possiamo guarire nessuno se siamo cosi’ malati .E non lo dico solo per le branche piu’ psicologiche della medicina.Se non siamo mistici non possiamo neanche leggere una radiografia o un esame di laboratorio !!!!
    Il cammino è pero’ spesse volte per me difficile ,ma sempre piu’ necessario .L’accelerazione dei tempi ci impone un ascesi cioe’ un pratica costante altrimenti finisco morta e schiacciata e in piu’ combino tanti guai .
    Grazie questo post e il sito sono un luogo di pace e rigenerazione necessari per me come l’acqua in una torrida gionata estiva .

  7. michele dice:

    L esperienza mistica è andare oltre il proprio Io,superare le proprie identificazioni egocentriche,il mistico è colui che sa che ciò che è dentro di lui è più forte di ciò che è fuori di lui nel mondo,Meister Eckart diceva:”l uomo è un Dio che non sa di esserlo”,quindi il mistico deve percorrere quella via unitiva con l assoluto,ed eliminare quello che di umano troppo umano cè in lui,deve lasciare cadere il proprio corpo e la propria mente,è la via della disidentificazione che molti psicologi ritengono utile come via di guarigione per le proprie tensioni interiori,io mi sento molto debole e relativo per percorrere una via così impegnativa e assoluta, nella mia miseria confido nella misericordia divina.Credo che la fase finale dell esperienza mistica sia quella di cui parla anche Sant Agostino”Ama e fai ciò che vuoi”,ho provato a scalare tali vette( per chi ci riesce deve essere bellissimo raggiungere la cima) ma mi sono sempre arreso e sceso a valle,ci vuole coraggio per intraprendere la strada dell infinito,e io mi sento un uomo finito,per dirla alla Papini in cui nella sua autobiografia(Un uomo finito),percorre tutte le vie possibili alla ricerca di un senso(è lui che fa conoscere in Italia gli scritti di Mesteir Eckhart), ma poi lo trova nell arrendersi a Cristo.

  8. Mariapia dice:

    Questo post mi piace molto; la definizione del misticismo e la specificazione di tutti i suoi aspetti data da Pannikar è per me convincente. Condivido soprattutto la valorizzazione del quotidiano sul quale possiamo aprire il nostro terzo occhio. Bella è anche la considerazione che Conoscere sè stessi significa anche Fare sè stessi, in relazione con gli altri e con il Trascendente. Grazie, Mariapia

  9. rosella dice:

    Ringrazio molto Massimo Diana per questo post che da un certo punto di vista mi confonde, ma che da un altro punto di vista m’ infonde una grande serenità.
    Questa è una via possibile. Possibile a tutti.
    Anche il percorso proposto da Guzzi di fatto è un’iniziazione ad un’ esperienza di questo tipo.
    Desidero solo sottolineare che è proprio nell’impotenza assoluta, nella resa incondizionata all’altro, nel dono della nostra fiducia, in quel riconoscere io sono TU che mi fai, che in modo abbastanza drammatico si dissolvono le incrostazioni nel nostro cuore, conducendoci ad una nuova amalgama più umana.
    E’ sempre la solita storia che racconto (non ne conosco un’altra) ma le cosiddette virtù teologali Fede Speranza ed Amore, (la linea diretta per conoscere Dio), sono le stesse da porre in essere nel nostro quotidiano. Quando si agisce l’ “io mi fido di te” poniamo contemporaneamente una sintesi di umile fiducia, agendo PER AMORE la gratutità di affidarmi a te di cui conosco bene anche il limite (in questo forse consiste il per-dono nel ri-donare all’altro l’opportunità di essere sè stesso?) nella speranza che LA NOSTRA vita si compia nella sua pienezza creativa.
    Così come il riconoscere “io sono tu che mi fai” è l’ineluttabile abdicare della nostra pretesa, nel volerci fare da soli, nel volerci salvare da soli.
    Io credo che non sia tanto il problema di “credere” in senso spirituale alla Fede, alla Speranza ed alla Carità riposti nella trascendenza , ma la verifica della loro efficacia nell’esperienza quotidiana, con il marito i figli il collega ed anche nel blog.
    Non comprendo nulla di cultura, però penso che questo possa essere il lavoro di una novità; quello in cui si sperimenta e riconosce UNA PAROLA UNICA (e non semplicemente unificante gli opposti).

    Noi siamo incarnati ed è possibile quindi sentirci CONTEMPORANEAMENTE.
    .
    Anche questa è un’immagine che rimanda ad ALTRO a quell’interno /esterno che ci abita ed in cui abitiamo “l’Eterno in cui siamo”.

    Un abbraccio a tutti
    ed un grazie a Michele

    Rosella

  10. Grazie Massimo per questo post che spero sia il primo di molti altri. Quella di Panikkar è una sfida decisiva alla modernità. Che muove nelle due direzioni: la prima, difficilissima, di rendere una pratica meditativa compatibile con il ritmo troppo veloce della vita, portarla a opera armonica e naturale, al pari dei pasti o delle ore di sonno, e sottraendola da quel senso di marginalità, di eccezionalità che purtroppo ancora caratterizza la mistica persino per molti di noi; la seconda, ancora più difficile, forse, è quella di abbassare la mistica al livello delle scarpe, liberarla da quella fama di deserto e silenzio, che pure la distingue, e calarla nelle chiassose ore della giornata.
    Sapere che grandi pensatori dei nostri tempi danno testimonianza nelle parole e nei gesti è di grande conforto, specie quando nella fatica e nell’incoerenza personale ci si sente un po’ soli e inutili. Grazie davvero.

  11. Grazie Massimo D. per questo bellissimo e profondo saggio, denso di sapienza. La fatica dell’incarnazione consiste proprio nel filtrare tutta questa conoscenza nella prospettiva concreta e limitata della nostra esistenza, “unica e irripetibile contingenza”.
    A Massimo C. e a tutti i lettori vorrei regalare questi versi, che, pur nell’apparente crudezza, parlano di una mano paterna che ci “riprende” sempre, di un amore tenero che non ci abbandona neppure nei momenti più oscuri della vita.
    Un caro saluto. Paola

    Eremo in metropolitana

    Sull’inginocchiatoio dei miei giorni
    Piegato,
    In mezzo al traffico o nei bar,
    Mentre un lampo mi guarda dallo specchio
    Degli occhi del fratello che non vede
    Eppure sbianca, come me, appeso a tutti i ganci
    Del perdono,
    Sfreccia sull’acqua delle vetrine
    Nel vento viscerale dell’underground
    L’immagine di me che mi perdo
    Intruppato con gli altri, e giudicato.

    Così, col sangue alla bocca, inginocchiato,
    Mentre rido o mangio o faccio finta
    Di niente,
    Bacio la mano del padre
    Che mi riprende.

    M.Guzzi, Figure dell’ira e dell’indulgenza, Jaca Book

  12. GABRIELLA dice:

    Vorrei esprimere il mio ringraziamento a Massimo Diana per il post bellissimo che mi trova in perfetta sintonia.
    Leggendo il testo, dentro di me, dicevo: “Questo è il mio obiettivo, ciò che anelo”.
    Sento molto ultimamente il senso di giustizia, è quasi un’ossessione e mi ha colpito in particolare la frase “… sporcarsi le mani se necessario..” E’ molto difficile fare questo in modo non egoico, devi agire nell’integrità. Ma come fai a sentire quando sei integra?
    Già seguendo i corsi di Marco Guzzi, da diversi anni, sono stata continuamente stimolata alla ricerca della mia integrità senza fuggire, naturalmente, dalla realtà, ma tuffandomi in essa ed anche senza disperazione, sentimento che spesso ha il sopravvento.
    Riuscirò ad entrare nella “dimensione” di cui parla Paniklar… aprendo il “terzo occhio”; credere in tale concetto è fondamentale, perché ciò significa che la salvezza è già tra noi bisogna solo afferrarla .
    Non ribellione del sistema quindi, non rifugio, ma accoglienza con…. ascolto, amore, generosità, pace interiore e, appunto, con vero senso mistico.
    Spero di raggiungere l’obiettivo!
    Gabriella

  13. rosella dice:

    spero di raggiungere l’obiettivo

    Cara Gabriella
    desidero raccontarti questo aneddoto (certamente analogo ad altri da te conosciuti):
    molti anni fa una mia collega per anni ed anni cercò invano di concepire un figlio.
    Dopo “una vita” di sforzi e tentativi, lavorando tra i bambini, si ammalò di parotite ed a quel punto, dentro sè stessa, lasciò ogni speranza di poter realizzare il suo desiderio: lasciò la presa, lasciò… e nacque una bellissima bambina.

    oggi nel sito di Taizè:

    lettura -Alla nascita di Giovanni Battista, Zaccaria, suo padre, disse: Benedetto il Signore, che ci ha concesso di servirlo SENZA TIMORE.

    meditazione – Oggi il secolo del determinismo diventa umile quando scienziati fra i più competenti colgono nelle loro ricerche una parte di imprevedibilità. La storia dell’umanità è davvero solo una semplice successione di cause e di effetti, che non LASCIA SPAZIO alcuno ALL’INATTESO di Dio? E questo non è forse vero anche in ciascuno di noi?

  14. GABRIELLA dice:

    Grazie Rosella delle belle parole, è vero a volte “lasciando la presa” si realizzano i desideri; ho letto tanto su Frere Roger di Taizè, ma non conosco il sito, lo sperimenterò. Un abbraccio Gabry

  15. … grazie Gabriella,
    talvolta ho paura ad agire gli impulsi che sento, in modo così diretto, mi pare quasi di prevaricare l’ altro/Altro.
    Poi “rischio l’errore”, e TEMO il dolore che potrei procurare.
    Essere rassicurata, circa il fatto che “non ho arrecato danno” mi aiuta a continuare ad agire anche in assenza di certezze.
    Di una cosa però sono sicura: nella mia esperienza (ma anche nei Vangeli è abbondantemente testimoniato: vedi la Maddalena che cercava, come una pazza tra le sue lacrime, un corpo morto da accudire) è solo quando L’INATTESO: la follia di Dio, ci chiama per nome che il nostro cuore vive la pienezza della fiducia nella Sua gioia.
    Non possiamo farcela/darcela da soli, ma possiamo, anzi è proprio necessario che la chiediamo, già con il volto sorridente, come nella meditazione, lasciando l’angoscia al Suo abbraccio nella FIDUCIA; ed anche al nostro di abbraccio, a quello che io ti porgo nella mia imperfezione che dubita, ed a quello che tu sai donare a me ed ai tuoi cari, ai tuoi colleghi, senza sapere se sei totalmente integra.
    ciao
    buona giornata.
    Rosella

  16. a Massimo Diana (se ancora leggi il blog)
    facendo seguito a questo post, finalmente, mi sono decisa ad acquistare la saggezza delle fiabe.
    Ed ho proprio fatto bene.
    Per ora ho letto solo la prima fiaba ed il commento ed ho trovato un sacco di assonanze con il mio mondo interiore: checosa significa accettare su di sè la lacerazione degli opposti? (pag 31)
    io non intendo dire checosa significa, lo hai gia fatto tu, ma come accade:
    non è uno sforzo: la corcifissione è UNA PASSIONE nel modo più integrale del termine.
    Come marcisce il seme per fiorire? fa forse qualche sforzo, si sacrifica? no si lascia alla terra, cadendo in terra fertile, bagnato dall’acqua e riscaldato dal sole, in questo tepore anelante vita, trasfigura e fiorisce.
    In fondo la vita ha in sè stessa tutto ciò di cui necessita: la vita si fa da sè! Per passione transigura in una PERFETTA PURA COINCIDENZA.
    L’altro punto che mi ha colpito è LA SOLITUDINE estrema dalla quale nasce la consapevolezza dell’irriducibile alterità del nostro prossimo.
    In effetti questo è proprio il luogo del sacro. Io spesso mi son chiesta che significhi verginità (fuori dai luoghi comuni) e mi son data questa risposta: verginità è il luogo del sacro. Vergini sono coloro che (testimoniano) rimandano a Dio.
    Preferisco utilizzare ri-mandano a Dio (che testimoniano) poichè la verginità mia, di madre è rimandare a Dio i miei figli.
    Nella coniugazione con mio marito incarno lo Spirito di vita dandogli un nuovo corpo: i figli (fuori da qualsiasi metafora di creatività) e, separandomi/ci da loro (ex tabù dell’incesto- nel suo esplicito valore di verginità) li radico alla loro sorgente.

    Sempre rispetto all’irriducibile alterità dell’altro, che ne pensi di un possibile dialogo con lo sconosciuto dell’altro? a me pare qualcosa di differente dall’empatia… .
    Ci continuo a dormire sopra, mi sembra un’ opportunità concreta per addivenire ad una integrazione anche nella realtà esterna, per lasciare fiorire il seme che per passione trasfigura…. Una certa esperienza ancora embrionale la vivo in famiglia. Vedremo.
    ciao e grazie di tutto
    Rosella

  17. vedi se riesci a digerire la mistica quando hai fame o quando hai sete, quando finisci per strada senza nessuno , quando ti peseguitano senza lasciarti tregua, oppure quando tendi la mano e nessuno ti vede. Caro il mio scrittore vendi pure i tuoi sogni e mangia alla faccia di chi ci crede! Questo si chiama parassitismo altro che misticismo!! Non bisogna fare attivismo e lasciarci convincere di morire senza reagire? Per arrivare al nirvana con i miraggi delle stupidaggini che vedremmo quando impazziremo? Per favore lasci perdere di trascinare la gente nella sua follia, si perda da solo!

  18. Ciao Mayo,

    io non ho esperienza diretta e personale delle situazioni da te descritte e che forse conosci nella tua carne. Ciò nonostante conosco “la disperazione” che appare ancora più acuta poichè ritenuta comunemente immotivata: “di chè ti lamenti che hai tutto?” (apparentemente).

    Il lavoro proposto in questi gruppi, di cui il blog è un piccolo particolare, mi aiuta molto: forse può apparire disincarnato mentre nella realtà trasforma i tuoi sentimenti da dolorosi a gioiosi, almeno a tratti, attraverso un duro lavoro su te stesso.

    Oggi la mia vita di relazione con gli altri e con i miei familiari è migliore e forse se t’incontrassi potrei persino sorriderti anche senza conoscerti.

    Ti auguro di riscoprire in te la forza di vivere la vita che desideri.

    ciao
    Rosella

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