Lev Tolstoj – Una pagina poco conosciuta su cui meditare: “E voi, amatevi di più !”

Nella sterminata produzione tolstojana c’è sempre qualche piccola gemma da scoprire o riscoprire. Questo testo, quasi del tutto sconosciuto in Italia, è una sorta di breve testamento spirituale, lasciato dal grande scrittore tre anni prima di morire. E’ un testo straordinario, che meriterebbe di essere scolpito nel cuore di ognuno, e di essere condiviso il più possibile e meditato.

Prima di dirvi addio (e alla mia età ogni incontro è un addio) vorrei dirvi in breve come, secondo me, gli uomini dovrebbero organizzare la loro esistenza, affinché essa cessi di essere miserabile e sventurata, come è oggi per i più, e divenga invece quale dovrebbe essere, quale Dio la desidera e tutti noi la desideriamo e cioè buona e lieta.

Tutto dipende da come uno concepisce la propria esistenza. Se uno pensa: tutta la vita è nel mio corpo, cioè il corpo di Ivan, Pietro, Maria e lo scopo della vita consiste nel procurare la maggior quantità di piaceri e soddisfazioni a questo mio io, cioè a Ivan, Pietro, Maria, allora la vita sarà sempre e per tutti infelice e amara.

Essa sarà infelice e amara, perché tutto quello che ciascuno vuole per sé, lo vogliono anche tutti gli altri per loro. Se ciascuno vuole ogni genere di beni materiali per sé e nella maggior quantità possibile, siccome questi beni sono limitati, essi non saranno mai sufficienti per tutti. E perciò quando gli uomini vivono, pensando ciascuno solo a se stesso, non possono fare a meno di portarsi via l’un l’altro questi beni, di lottare ed essere nemici tra loro: per questo la loro vita diviene infelice. La vita ci è stata data perché sia per noi un bene e noi questo ci attendiamo da lei. Ma perché sia così, dobbiamo capire che la vera vita non è nel corpo, ma in quello spirito che abita dentro il nostro corpo, dobbiamo capire che il nostro bene non consiste nei piaceri del corpo e nel fare ciò che chiede il corpo, ma nel fare ciò che esige quell’unico spirito, che abita in tutti noi.

Questo spirito vuole il suo proprio bene, cioè il bene dello spirito, e poiché questo spirito è il medesimo in tutti, esso vuole il bene di tutti gli uomini. Desiderare il bene degli altri, significa amarli. E nulla può impedirci di amare e più si ama, più la vita diviene libera e felice.

Di conseguenza gli uomini, per quanto facciano, non sono mai in grado di soddisfare i loro desideri materiali, perché ciò che serve al corpo non sempre è possibile procurarselo e per procurarselo bisogna lottare contro gli altri; al contrario, l’anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente: per amare non dobbiamo lottare contro nessuno, anzi più amiamo, più andiamo d’accordo con gli altri.

Nulla poi ostacola l’amore e più uno ama, più diventa felice e allegro, non solo, ma rende felici e allegri anche gli altri. Ecco, cari fratelli, quello che volevo dirvi, prima di lasciare questa terra.

Al giorno d’oggi si sente dire da ogni parte che la nostra vita è amara e infelice perché mal organizzata, dobbiamo trasformare le strutture sociali e la nostra vita diverrà felice. Non credete assolutamente a ciò, cari fratelli !

Non illudetevi che l’una o l’altra struttura sociale migliorerà la nostra vita. Intanto, tutte queste persone, che si stanno impegnando per migliorare l’organizzazione della società, non sono d’accordo fra loro. Gli uni propongono un progetto come il più adatto, gli altri affermano che quello è pessimo e che solo il loro va bene, i terzi bocciano anche questo e ne propongono uno ancora migliore.

Poi, anche ammettendo che si trovasse l’organizzazione sociale ideale, come farla accettare da tutti, e come realizzarla, se la gente è piena di vizi ?

Per costruire una vita migliore, devono divenire migliori i singoli individui.

Lev Tolstoj – ‘Amatevi gli uni gli altri’ – scritto nel 1907, tre anni prima della morte.

Fabrizio Falconi

Commenti

  1. rosella dice:

    Caro Fabrizio,
    sono un po’ perplessa leggendo questo testo di Tolstoj.
    Sono passati cento anni da quando è stato scritto?
    Sono passati più di cento anni eppure apparentemente è ancora attualissimo, soprattutto in quel che non è immediatamente evidente.
    Tolstoj stesso proprio poco prima di morire SI E’ ARRESO alla propria “incapacità a coniugarsi”sia in coppia che nella società.Si è arreso ALL’INCOMPRENSIONE.
    Il mio non intende essere un giudizio su di lui, ma una riflessione sui nostri atteggiamenti verso il bene sociale.
    Affermiamo quello che “è giusto”, quello che TUTTI dovremmo fare, ma, che solo I SANTI di qualsiasi chiesa FANNO e non predicano…

    “Per costruire una vita migliore DEVONO divenire migliori i singoli individui. ”

    Questo “devono” contraddice la possibilità di amare, di coniugarsi che è un’offerta di sè “s’offerta” . Ma che nasce dall’esperienza di SENTIRSI AMATI personalmente, dall’interno dalla sorgente che sola può farti affermare:

    ” Nulla poi ostacola l’amore e più uno ama, più diventa felice e allegro, non solo, ma rende felici e allegri anche gli altri. Ecco, cari fratelli, quello che volevo dirvi, prima di lasciare questa terra.”

    Sapremo noi andare oltre la soglia stretta? della coniugazione reale?
    Sapremo decidere “personalmente”di salire a Gerusalemme? o meglio, lasciare che “tutte le Gerusalemmi ” della terra vendano a noi?Senza demagogia ne difesa personale?
    Sapremo aprire tutte le Chiese chiuse per “mancanza di personale” e farne case? Togliere gli allarmi posti a difesa dei loro/nostri tesori restando inermi?Personalmente, noi stressi,senza coprirci la faccia con la tenda del “devono”?

    Io so per certo che non ne sono capace. Confido e spero nelle parole di Gesù: “ciò che non è possibile all’uomo è possibile a Dio”.
    E prego meditando con Taizè:
    ” Salvatore di ogni essere umano, tu apri i nostri occhi allo stupore della tua compassione. Essa guarisce il nostro cuore. E accogliamo la tua chiamata, tu che dici a ciascuno: vieni e seguimi, in me troverai il riposo, vieni”.

    Che Lo Spirito d’Amore ci aiuti a lasciare personalmente le nostre difese, una ad una abbandonando la nostra vita… TRA LE SUE BRACCIA.
    In fondo chiedere questo è come chiedere la santità, ci vuole una bella faccia tosta a chiederla personalmente, ma chiederla per gli altri, prescindendo dalla nostra è alquanto… come dire? non saprei…!!!
    ciao
    Rosella

  2. Sono daccordo con Rosella che sottolinea come il processo di trasformazione sia qualcosa di sconvolgente e personalissimo, che non si attua con la buona volontà, né come ‘dovere’, né perché ‘razionalmente’ si capisce che è l’unica via per essere felici.
    Traggo però comunque qualche speranza dalla frase di Leone, come leggendo un bel libro di economia (il ‘Manifesto per la felicità’ di Stefano Bartolini) o ascoltando l’intervista a Rifkin, o anche pensando a quanto dice Marco sui ‘mistici tecnici’ che in ogni ambito (anche in quello economico) potranno suggerire soluzioni collettive evolutive per il nostro mondo.
    La speranza è che un lento mutamento di coscienza sia in atto sul pianeta e ci porterà a comprendere e a lavorare per un’economia delle relazioni umane. So che è un processo quasi impercettibile, ma, come si dice, “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. E per capire che la nostra anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente, può essere utile una cultura che ce lo spieghi, anche se certamente l’esperienza personale di essere amati per primi resta fondamentale.
    Un abbraccio il più possibile planetario a tutti Paola

  3. rosella dice:

    Cara Paola,
    quello che metto in discussione principalmente è questa parte del discorso:

    “Questo spirito vuole il suo proprio bene, cioè il bene dello spirito, e poiché questo spirito è il medesimo in tutti, esso vuole il bene di tutti gli uomini. Desiderare il bene degli altri, significa amarli. E nulla può impedirci di amare e più si ama, più la vita diviene libera e felice.

    Di conseguenza gli uomini, per quanto facciano, non sono mai in grado di soddisfare i loro desideri materiali, perché ciò che serve al corpo non sempre è possibile procurarselo e per procurarselo bisogna lottare contro gli altri; al contrario, l’anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente: per amare non dobbiamo lottare contro nessuno, anzi più amiamo, più andiamo d’accordo con gli altri.”

    che anche cento anni dopo (pochissimi o troppi???) mi sembra contenga “una trappola ancora attuale” : l’assenza d’incarnazione.
    Una tentazione di vivere nello spirituale disincarnato.
    La vera difficoltà è la coniugazione, l’incarnazione dello Spirito d’amore NEL CORPO DELLA NOSTRA STORIA personale e sociale.
    Credimi, farei proprio a meno di questa consapevolezza … .

    Un abbraccio
    Rosella

  4. Cara Rosella,
    la consapevolezza di cui parli è oggi più che mai fondamentale, perché effettivamente uno spiritualismo disincarnato è quasi peggiore di un bieco materialismo.

    Capisco quando scrivi: “in fondo chiedere questo è come chiedere la santità, ci vuole una bella faccia tosta a chiederla personalmente, ma chiederla per gli altri, prescindendo dalla nostra è alquanto…” assurdo, illusorio, ingenuo, insomma non costa nulla e non implica che ti sporchi le mani.
    Sulla nostra conversione personale, confido anche io che “ciò che non è possibile all’uomo è possibile a Dio”. Un bacio.

  5. Fabrizio Falconi dice:

    Cara Rosella,

    scrivi: “Questo “devono” contraddice la possibilità di amare, di coniugarsi che è un’offerta di sè “s’offerta” .”

    Non sono proprio d’accordo, e secondo me fraintendi completamente quello che afferma Tolstoj. Questo “devono” (“Per costruire una vita migliore DEVONO divenire migliori i singoli individui”) non ha infatti assolutamente nulla di coercitivo. E’ un ‘devono’ che significa semplicemente “condizione necessaria” senza la quale nessuna vita migliore è possibile. Ciascuno é libero di vivere come vuole, ma Tolstoj dice semplicemente che se esiste una sola possibilità di vivere una vita (collettiva) migliore, questa risiede nella possibilità che i SINGOLI scelgano liberamente di diventare migliori.

    Che è semplicemente quello che affermano le menti illuminate (anche Marco G. fra l’altro mi sembra operi la sua teoria/pratica solo alla luce di questa possibilità), constatando come ogni cambiamento (collettivo) IMPOSTO dall’alto, e anche con le migliori intenzioni/ideali è stato condannato – dalla storia – ad un misero e orrendo fallimento.

    In quanto alla tua seconda obiezione, quella cioè che lo scritto di Tolstoj contenga la trappola della ‘assenza di incarnazione’, anche su questa mi trovi in totale e radicale disaccordo.

    Se c’è un uomo che ha pagato personalmente – con la parabola intera della sua vita – la fatica della spiritualità incarnata, questo è Tolstoj. Il quale non si è limitato a restarsene chiuso nel suo beato eremo, come fecero e fanno tanti starets russi che predicavano le stesse cose; ma si è calato pienamente nella vita, con tutte le scarpe: affrontando la fatica di un lunghissimo rapporto matrimoniale (con tutte le sue difficoltà, dubbi, contrasti, lacerazioni), lottando per tutta la vita con la passionalità erotica (cercando cioè di non diventare schiavo di essa, ma accettandola e dandole un ‘ordine’), mettendo al mondo UNDICI figli, costruendo una comunità di persone vive che vivevano intorno a Iasnaia Poliana, allestendo scuole basate su sistemi rivoluzionari di educazione, trattando con politici e sovrani per ottenere appello alle sue cause, confrontandosi con il pubblico che aspettava i suoi romanzi per amarli o odiarli…

    Se non è spiritualità incarnata questa.

    Tutto il testo, fra l’altro, secondo me esprime questo, cioè il contrario di una fuga spirituale del mondo.

    Debbo anche aggiungere come piccola chiosa finale che francamente lo spiritualismo disincarnato oggi mi appare un rischio talmente latente e raro, nel sistema di civiltà in cui siamo calati, da essere quasi del tutto irrilevante. Quanti sono gli ‘spirituali disincarnati’ che conosciamo ?? Sono una percentuale pressoché nulla, in confronto ai ‘carnali de-spiritualizzati’ che sono l’immensa maggioranza in Occidente, e le cui schiere ingrossano di giorno in giorno, beatamente, entusiasticamente e del tutto a-criticamente dediti al perseguimento di ogni forma di esaudimento di desiderio edonistico personale, dai più effimeri ai più inconfessabili.

    f.

  6. Caro Fabrizio
    concordo molto con la tua riflessione. Rosella mi perdoni, ma per parlare di spiritualità disincarnata e di spiritualità doveristica, Tolstoj è l’esempio meno indicato. Mi colpisce inoltre la parte finale: vero che la spiritualità disincarnata, per molti che fanno un cammino, è un rischio reale (da cui chi segue i gruppi è costantemente messo in allerta), ma ad avercene di spiritualisti disincarnati, sarebbe comunque meglio di niente in questo deserto di materialismo insensato.
    A proposito di senso, anche se so che tu lo hai già letto, allego per tutti l’interessante riflessione che fa oggi Baricco su Repubblica: il senso, dice, non si trova più nella profondità, nicchia ristretta in cui gli uomini l’hanno sempre collocata, ma – forse – nella superficialità, ossia nel trovare collegamenti e intuizioni all’interno del mondo veloce e fluido che viviamo. Con tutti i pericoli e le contraddizioni del caso. E’ una provocazione molto interessante su cui varebbe la pena di riflettere.

    2026, la vittoria dei barbariLa lode alla superficialità
    di Alessandro Baricco 26 AGOSTO 2010 |
    Nel 2006 Alessandro Baricco ha scritto per Repubblica un saggio a puntate intitolato I barbari. Saggio sulla mutazione (poi pubblicato da Feltrinelli) in cui rifletteva sui cambiamenti che stanno avvenendo sia nella società sia nei comportamenti individuali anche a causa di internet e delle nuove tecnologie. Per Wired, lo scrittore ha pubblicato una specie di postilla, in cui si immagina tra sedici anni a riflettere sulla mutazione avvenuta.

    Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni. Diciamo che mi son portato un po’ avanti col lavoro. Prendetela così.
    Ecco l’articolo.
    Alle volte si scrivono libri che sono come duelli: finita la sparatoria guardi chi è rimasto in piedi, e se non sei tu, hai perso. Quando ho scritto I barbari, venti anni fa, poi mi son guardato attorno ed erano ancora tutti lì, belli in piedi. Aveva tutta l’aria di una disfatta, ma la cosa non mi quadrava. Allora mi son seduto e ho aspettato. Il gioco è stato vederli cadere uno ad uno, tardivi ma stecchiti. Ci vuole solo pazienza. Alle volte agonizzano molto elegantemente. Alcuni franano a terra tutto d’un colpo. Non la prenderei come una vittoria, probabile che cadano per consunzione loro, non per i miei proiettili: ma certo non avevo mirato male, mi viene da dire, a parziale consolazione.
    L’ultimo che ho visto crollare, dopo aver vacillato a lungo con grande lentezza e dignità, mi ha emozionato, perché lo conoscevo bene. Credo di avere in passato anche lavorato per lui (con pistole caricate a parole, come sempre). Più che uno, è una: la profondità. Il concetto di profondità, la pratica della profondità, la passione per la profondità. Forse qualcuno se li ricorda, erano animali ancora in forma, ai tempi dei Barbari. Li alimentava l’ostinata convinzione che il senso delle cose fosse collocato in una cella segreta, al riparo dalle più facili evidenze, conservato nel freezer di una oscurità remota, accessibile solo alla pazienza, alla fatica, all’indagine ostinata. Le cose erano alberi – se ne sondavano le radici. Si risaliva nel tempo, si scavava nei significati, si lasciavano sedimentare gli indizi. Perfino nei sentimenti si aspirava a quelli profondi, e la bellezza stessa la si voleva profonda, come i libri, i gesti, i traumi, i ricordi, e alle volte gli sguardi. Era un viaggio, e la sua meta si chiamava profondità.
    La ricompensa era il senso, che si chiamava anche senso ultimo, e ci concedeva la rotondità di una frase a cui, anni fa, credo di aver sacrificato una marea di tempo e luce: il senso ultimo e profondo delle cose.
    Non so quando, esattamente, ma a un certo punto questo modo di vedere le cose ha iniziato a sembrarci inadatto. Non falso: inadatto. Il fatto è che il senso consegnatoci dalla profondità si rivelava troppo spesso inutile, e talvolta perfino dannoso. Così, come in una sorta di timido preludio, ci è accaduto di mettere in dubbio che esistesse poi davvero un “senso ultimo e profondo delle cose”. Provvisoriamente ci si orientò per definizioni più soft che sembravano rispecchiare meglio la realtà dei fatti. Che il senso fosse un divenire mai fissabile in una definizione ci sembrò, ad esempio, un buon compromesso. Ma oggi credo si possa dire che semplicemente non osavamo abbastanza, e che l’errore non era tanto credere in un senso ultimo quanto il relegarlo in profondità. Quel che cercavamo esisteva, ma non era dove pensavamo.
    Non era lì per una ragione sconcertante che la mutazione avvenuta negli ultimi trent’anni ci ha buttato in faccia, emanando uno dei suoi verdetti più affascinanti e dolorosi: la profondità non esiste, è un’illusione ottica. È l’infantile traduzione in termini spaziali e morali di un desiderio legittimo: collocare ciò che abbiamo di più prezioso (il senso) in un luogo stabile, al riparo dalle contingenze, accessibile solo a sguardi selezionati, attingibile solo attraverso un cammino selettivo. Così si nascondono i tesori. Ma nel nasconderlo avevamo creato un Eldorado dello spirito, la profondità, che in realtà non sembra mai essere esistito, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati. Piuttosto scioccante, non c’è santo.
    fatti uno dei traumi cui la mutazione ci ha sottoposto è proprio il trovarsi a vivere in un mondo privo di una dimensione a cui eravamo abituati, quella della profondità. Ricordo che in un primo momento le menti più avvedute avevano interpretato questa curiosa condizione come un sintomo di decadenza: registravano, non a torto, la sparizione improvvisa di una buona metà del mondo che conoscevano: oltretutto, quella che veramente contava, che conteneva il tesoro. Da qui l’istintiva inclinazione a interpretare gli eventi in termini apocalittici: l’invasione di un’orda barbarica che non disponendo del concetto di profondità stava ridisponendo il mondo nell’unica residua dimensione di cui era capace, la superficialità. Con conseguente dispersione disastrosa di senso, di bellezza, di significati – di vita. Non era un modo idiota di leggere le cose, ma ora sappiamo con una certa esattezza che era un modo miope: scambiava l’abolizione della profondità con l’abolizione del senso. Ma in realtà quello che stava accadendo, tra mille difficoltà e incertezze, era che, abolita la profondità, il senso si stava spostando ad abitare la superficie delle evidenze e delle cose. Non spariva, si spostava. La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d’artigianato spirituale che passerà alla storia.Sulla carta, i rischi erano enormi, ma va ricordato che la superficie è il luogo della stupidità solo per chi crede nella profondità come luogo del senso. Dopo che i barbari (cioè noi) hanno smascherato questa credenza, collegare automaticamente superficie e insignificanza è diventato un riflesso meccanico che tradisce un certo rincoglionimento. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. Non suona poi tanto male. Soprattutto sembra più adatto alle nostre abilità e ai nostri desideri. Per gente incapace di stare ferma e di concentrarsi, ma in compenso velocissima nello spostarsi e nel collegare frammenti, il campo aperto della superficie sembra la sede ideale dove giocarsi la partita della vita: perché mai dovremmo giocarcela, e perderla, in quei cunicoli nel sottosuolo che si ostinavano a insegnarci a scuola?

    Così non sembriamo aver rinunciato a un senso, nobile e alto, delle cose: ma abbiamo iniziato a inseguirlo con una tecnica diversa, cioè muovendoci sulla superficie del mondo con una velocità e un talento che gli umani non hanno mai conosciuto. Ci siamo orientati a formare figure di senso mettendo in costellazione punti del reale attraverso cui passiamo con inedita agilità e leggerezza. L’immagine del mondo che i media restituiscono, la geografia di ideali che la politica ci propone, l’idea di sapere che il mondo digitale ci mette a disposizione non hanno ombra di profondità: sono collezioni di evidenze sottili, perfino fragili, che organizziamo in figure di una certa potenza. Le usiamo per capire il mondo. Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell’approfondimento: l’incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. Nei libri, nella musica, in ciò che chiamiamo bello guardandolo o ascoltandolo, riconosciamo sempre più spesso l’abilità a pronunciare l’emozione del mondo semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce: è l’estetica che ci piace coltivare, quella per cui qualsiasi confine tra arte alta e arte bassa va scomparendo, non essendoci più un basso e un alto, ma solo luce e oscurità, sguardi e cecità. Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella se con tanta urgenza e passione ci preoccupiamo, come mai nessuno prima di noi nella storia del genere umano, di salvare il pianeta, di coltivare la pace, di preservare i monumenti, di conservare la memoria, di allungare la vita, di tutelare i più deboli e di difendere il lardo di Colonnata. In tempi che ci piace immaginare civili, bruciavano le biblioteche o le streghe, usavano il Partenone come deposito di esplosivi, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, e spazzavano via popoli interi per farsi un po’ di spazio. Erano spesso persone che adoravano la profondità.
    La superficie è tutto, e in essa è scritto il senso. Meglio: in essa siamo capaci di tracciare un senso. E da quando abbiamo maturato questa abilità, è quasi con imbarazzo che subiamo gli inevitabili sussulti del mito della profondità: oltre ogni misura ragionevole patiamo le ideologie, gli integralismi, ogni arte troppo alta e seria, qualsiasi sfacciata pronuncia di assoluto. Probabilmente abbiamo anche torto, ma sono cose che ricordiamo saldate in profondità a ragioni e sacerdozi indiscutibili che ora sappiamo fondati sul nulla, e ne siamo ancora offesi – forse spaventati. Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia. La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri.

    Vent’anni fa avrei avuto paura a scrivere frasi del genere. Mi era chiaro perfettamente che stavamo giocando col fuoco. Sapevo che i rischi erano enormi e che in una simile mutazione ci giocavamo un patrimonio immenso. Scrivevo I barbari, ma intanto sapevo che lo smascheramento della profondità poteva generare il dominio dell’insignificante. E sapevo che la reinvenzione della superficialità generava spesso l’effetto indesiderato di sdoganare, per un equivoco, la pura stupidità, o la ridicola simulazione di un pensiero profondo. Ma alla fine, quel che è accaduto è stato soltanto il frutto delle nostre scelte, del talento e della velocità delle nostre intelligenze. La mutazione ha generato comportamenti, cristallizzato parole d’ordine, ridistribuito i privilegi: ora so che in tutto ciò è sopravvissuta la promessa di senso che a suo modo il mito della profondità tramandava. Sicuramente tra coloro che sono stati più svelti a capire e gestire la mutazione ce ne sono molti che non conoscono quella promessa, né sono capaci di immaginarla, né sono interessati a tramandarla. Da essi stiamo ricevendo un mondo brillante senza futuro. Ma come sempre è successo, ostinata e talentuosa è stata anche la cultura della promessa, e capace di estorcere al disinteresse dei più la deviazione della speranza, della fiducia, dell’ambizione. Non credo sia stolto ottimismo registrare il fatto che oggi, nel 2026, una cultura del genere esiste, sembra più che solida, e spesso presidia le cabine di comando della mutazione. Da questi barbari stiamo ricevendo un’impaginazione del mondo adatta agli occhi che abbiamo, un design mentale appropriato ai nostri cervelli, e un plot della speranza all’altezza dei nostri cuori, per così dire. Si muovono a stormi, guidati da un rivoluzionario istinto a creazioni collettive e sovrapersonali, e per questo mi ricordano la moltitudine senza nomi dei copisti medievali: in quel loro modo strano, stanno copiando la grande biblioteca nella lingua che è nostra. È un lavoro delicato, e destinato a collezionare errori. Ma è l’unico modo che conosciamo per consegnare in eredità, a chi verrà, non solo il passato, ma anche un futuro.

  7. rosella dice:

    caro Fabrizio,
    sono tornata da poco e magari dovrei rifletterci un poco di più, comunque sia, avevo l’impressione di stare da un’altra parte mentre postavo ieri.
    Per prima cosa io nel blog, mi lascio interpellare e sollecitare senza avere la sia pur minima velleità di comprendere (ne di essere compresa) esattamente ciò che un altro mi dice; e nel caso specifico, non stavo giudicando Tolstoj, la sua vita o la sua storia.
    Semplicemente lasciavo che le sue parole scritte cento anni fa, muovessero “oggi” qualcosa in me.
    Io non sono una persona capace di “oggettività”, a mala pena ri-conosco qualcosa di me stessa e ciò di cui posso parlare è la mia esperienza… così come si va evolvendo.(come si misura l’oggettività di un cambiamento in atto ora adesso e qui?)
    Ci sono cose su cui concordo con Guzzi, altre su cui dissento, altre su cui non sò.
    Dissento e non concordo che dovere e necessità siano “sentiti e recepiti come sinonimi” in me la parola dovere è sentita come coercitiva (anche se me la applico da sola). Altro è, secondo me, decidere di corrispondere ad una necessità; così come fatico molto ad accettare “sentendola emozionalmente” la parola mente come incarnata (arrivando al compromesso “cuore della mente”).
    Non accetto ne uso la parola sforzo, neppure se ci si prova a spigarmi “il retto sforzo” non amo la parola volontà… preferisco utilizzare “energia del desiderio”.
    Non separo il bene dal male, poichè ritengo che in me “coesistano sempre” e quindi?

    Quindi la verità è che sto percorrendo una strada personale all’interno della quale cerco di ri-conoscere la vita con gratitudine e nella gioia.

    Una strada in cui apprendo ad usare un lessico che sia corrispondente all’emozione che vivo.
    Tutto sommato mi percepisco come un sasso che cade nell’acqua lasciandosi lambire e bagnare da essa, come risponda l’acqua al mio “a-fondo” è qualcosa che non gestisco io.
    Io muovo l’acqua ma io non sono l’acqua che si muove..

    Dissento totalmente con te circa il fatto che oggi non vi sia il rischio di una spiritualità disincarnata.

    Così come comincio a valutare la possibilità che un dialogo interpersonale possa nascere solo a partire da un luogo “d’integrità”. Un luogo più profondo dell’empatia stessa. (e credimi tra noi: anche tre te e me intendo, esiste stante la superficiale incomprensione)

    Tutto il resto mi pare possa essere “sforzo”, buona volontà ma in fondo se non proprio:”vanità delle vanità”, briciole…. o se preferisci: tutto il resto è lavoro “proficuo” ma solo dopo aver toccato “il miracolo” di quel luogo.
    Credo fermamente che “per me” avere incontrato voi sia una ricchezza immensa, anche se capisco poco e dialogo stando spesso da un’altra parte: la mia.
    Al momento mi sento proprio “nel posto giusto”: il mio.
    Rispetto il tuo punto di vista ma resto sulle mie posizioni, in fondo questa è una “sperimentazione” ed io la vivo con il massimo del cuore e dell’attenzione di cui sono capace.
    Ciao
    Un abbraccio
    Rosella

  8. rosella dice:

    Che significa scegliere liberamente di diventare migliore?
    E decidere liberamente come? scegliendo tra il bene possibile o il minore dei mali?
    E diventare migliore come?

    Che intende Paolo quando dice: puoi dare anche la tua stessa vita ma se non hai la carità è un gesto vano?
    E che cos’è la carità?

    Allora, come un uomo può scegliere liberamente di diventare migliore?

    Secondo me esclusivamente CORRISPONDENDO ad un dono ad una gratuità.

    Scegliendo di SCEGLIERE DI NON SCEGLIERE ma di aderire al suo CONTINGENTE MISERO PRESENTE, accogliendo il dono della sua stessa vita, cos’ come essa è e mendicando un cuore nuovo.
    Tutto il resto è sforzo.

    Massimo Fabrizio,
    mi son destata felice (ed ho trascurato Gianni… è veramente difficile per me incarnare, mettere su CICCIA, lasciatemi fare le mie miserrime proiezioni in pace…).

    Dell’articolo postato da Massimo ho acquisito questo:

    IL CASO non esiste, esistono le COINCIDENZE PROVVIDENZIALI

    che provvedono appunto.

    Il dentro ed il fuori, ciò che è nelle profondità, coincide con la superficie, così come coincide il granello di senape con la sua pianta, o la mia mappa cromosomica con il mio corpo.

    Si pone forse IL LUME sotto il moggio?

    Finalmente mi è dato riconoscere ciò che faccio:

    Io dialogo con voi, nel blog, esattamente come dialogo con me stessa quando sono nel mio stato pacificato interiore e SOSPENDO IL GIUDIZIO.
    Sono l’osservatore che vive dialogando, per lasciare che un altroAltro porti a compimento l’opera.

    Il dentro ed il fuori coincidono.

    D’ora in avanti userò il termine COINCIDENZA e non più “caso”.
    La coincidenza è la radice dell’unificazione!!! (?)
    In fondo se il seme e l’albero coincidono è dato comprendere anche con ragionevolezza che la COMUNIONE non è “una confusione di persone”.

    Forse “la mia superficialità ha radici profonde” e consente di dialogare con “il diverso” in un ambito nel quale non si parla con chi si comprende e conosce ma con IL SUO SCONOSCIUTO.
    E’ così possibile da questo luogo parlare con gli sconosciuti? che incontriamo per strada?
    Sospendendo il giudizio si può dialogare con lo sconosciuto dell’altro e RI-CONOSCERE ed evolvere SE’ STESSI ?

    Buona giornata a tutti
    Rosella

  9. marco f. dice:

    Caro Fabrizio, naturalmente concordo con te e con M, solo volevo dirti che, a parte questo lascito quasi testamentario del grande Tolstoj che hai evidenziato e che trovo starordinariamente luminoso oltrechè in perfetta sintonia con i lavoro dei ns gruppi, mi hai fatto venire una grande curiosità anche per la vita di questo scrittore. Io sono stato sempre perplesso di fronte ai suoi scritti perchè li immagino troppo pesanti per un superficiale come me ma sapresti consigliarmi da dove partire con qualcosa di leggero eventualmente anche biografico? Per M devo dire che non sono riuscito, per problemi tecnici, a vedere Last Station e penso che invece, proprio essendo in materia, dovrei farlo! No?
    Un saluto e un buon rientro a tutti.
    Marco F.

  10. Si, caro Marco, penso che Last station – pur non essendo un capolavoro – renda bene il conflitto che Tolstoj ha dovuto ingaggiare per rendere continuamente carne il suo anelito verso il cielo.

  11. E’ morto un grande che aveva molte cose in comune con Tolstoj, il sacerdote filosofo Panikkar.

    http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_27/panikkar-sacerdote-filosofo_fdbddf64-b1b3-11df-a044-00144f02aabe.shtml

  12. Fabrizio Falconi dice:

    Cara Rosella,

    accumulo sempre molta frustrazione leggendo i tuoi torrenziali interventi che mi risultano sempre oscuri, di difficile lettura. Ma per una volontà determinata: la tua.

    Mi spiego meglio: mi sembri, da quando ti leggo, una persona intelligente, ma se devo dirti la verità non mi sembri del tutto sincera nel tuo nascondimento. Voglio dire che sembri provare una specie di inconfessabile voluttà nello scrivere tutto e il contrario di tutto.

    A giudicare dalle cose che hai scritto negli ultimi due post, sei una persona che dichiara di non sapere nulla, e di non accettare quasi nulla: dici di non sapere e di non conoscere nulla di te stessa; di non accettare le parole ‘dovere’ e ‘sforzo’; di non saper (o voler) separare il bene e il male; che non credi o sei perplessa sulla possibilità di diventare migliori; di non sapere cosa è la carità (però, via, anche un bambino sa cosa è la carità, non ci vorrebbe molto per intendersi almeno su questo); di non credere alla libertà di scegliere e quindi di poter solo scegliere di non scegliere.

    Insomma, mi sembra davvero troppo tutto insieme. Dulcis in fundo poi premetti che non hai “la pur minima velleità di comprendere (e di essere compresa) ciò che un altro dice.”

    Viene da chiederti come rispondenza logica (se anche la logica forse non ti sembra un orpello inutile) che cosa ti spinge allora a frequentare assiduamente un blog dove persone si scambiano idee, emozioni, pensieri.

    Se non hai nessuna fiducia nella possibilità di comprendere o di essere compresa, che comunichi a fare ?

    Io, se son qui – e immagino anche gli altri – è perché anche nella comunicazione ‘virtuale’ ho scoperto tesori immensi di conoscenza, mia personale, e degli altri con cui ho interagito (molte mie recenti amicizie sono nate da una prima conoscenza ‘informatica’).

    Insomma: mi sembra, ho il sospetto, che questo tuo relativismo esasperato che ti porta a mettere in discussione tutto, anche i presupposti minimi della comunicazione umana, nasconda invece una paura. Una paura di mostrarti per come sei veramente, con le tue idee, le tue convinzioni, i tuoi dubbi, i tuoi sbagli.

    Arrivati a un certo punto della propria vita – e mi sembra che tu non sia, come me, giovanissima – bisogna avere il coraggio di scendere nell’analisi di sè, comprendersi un po’ di più, fare proprio quello sforzo che tu ritieni così inaccettabile.

    Se no, si è come barchette nel mare, come un cuore eternamente adolescente, trasportato dal dolce rullio delle onde, un po’ qua e un po’ là, dove tira il vento.

    La comunicazione umana presuppone per forza di cose, il prendersi delle responsabilità. Se no, non c’è nessuna vera comunicazione, ma solo piccoli scambi emotivi che non cambiano nemmeno di un millimetro il cuore di una persona.

    Tu dici: “dissento profondamente circa il fatto che oggi non ci sia il rischio di una spiritualità disincarnata.” Bene: ma perché non provi ad argomentarlo ?
    Io ho argomentato – ho provato a farlo diffusamente – perché secondo me questo rischio, al confronto di una carnalità de-spiritualizzata, sia quasi ininfluente, nel mondo di oggi.

    Tu perché non lo fai ? se no è come dire ‘stamattina mi sono alzata storta’. Io ti rispondo ‘anche io’ . E buonanotte.

    Perché vedi questo rischio ? Hai conosciuto soggetti così, ne conosci molti ? Io, personalmente neanche uno. Non conosco, non potrei fare il nome nemmeno di una sola persona che abbia o dimostri una spiritualità totalmente disincarnata. Perfino i preti, oggi, vivono disinvoltamente una loro ‘carnalità’ (che non sempre, fra l’altro, mi pare quella che aveva indicato Gesù Cristo..).

    Questo rischio ti sembra invece esistente e reale ed elevato per via di qualche esperienza che hai avuto ?

    Semmai di questo sarebbe interessante parlare, allora. E non di un puro divagare, fatto di un passo avanti e due indietro o di un volemose bene che – come ripeto – non cambia il cuore umano nemmeno di un millimetro.

    con tutta la mia simpatia, comunque.

    f.

  13. Fabrizio Falconi dice:

    Caro Massimo:

    grazie davvero di cuore per il pezzo che hai postato di Baricco, e che ieri ho letto con molto interesse (pur con le perplessità che suscita, è una provocazione molto interessante). E… anche io sono a lutto per la morte del grande Panikkar, che ho appreso ora (ho imparato a conoscerlo, ad amarlo e a leggerlo, grazie a Marco G.).

    per Marco: sì, capisco che Tolstoj può spaventare per la mole e l’impegno che uno presuppone di dover mettere in campo per la lettura dei suoi capolavori. Ma non è così, si tratta solo di cominciare. E per cominciare potresti leggerti anche solo uno dei suoi meravigliosi racconti: ‘La sonata a Kreutzer’, per esempio, o ‘La morte di Ivan I’lic.’
    Opere di poco più di cento pagine, che si leggono in due giorni, e che possono anche cambiare una vita…
    Un abbraccio
    f.

  14. rosella dice:

    Caro Fabrizio sono dispiaciuta.

    Tutto quello che ho scritto in questo anno è stato semplicemente un sincero tentativo di condividere la mia più intima verità.
    Ho cercato di ci comunicare come dall’infelicità si possa giungere alla felicità (forse è incomunicabile a parole)
    Il tuo riscontro mi rimanda alla mia incapacità di farlo e temo che sia inutile che io aggiunga altro, parole o spiegazioni che potrebbero procurare ulteriori frustrazioni visto che anch’io mi percepisco come fraintesa.
    Se ritieni che questa sia una fuga, od un nascondimento, pazienza.
    Auguro ogni bene a te ed alla tua famiglia.
    con affetto

    Rosella

  15. Carissimi, leggendo l’articolo di Baricco, proposto da Massimo, in verità con non poca fatica e con qualche sprazzo di noia, riflettevo su come oggi il livello meramente intellettuale del discorso sia per davvero insufficiente.

    Baricco dice cose quasi sempre ovvie, pur se apparentemente azzardate.

    Dire, ad esempio, che il senso è in superficie, e contestare la ricerca della profondità, è una cosa perfino banale, da Nietzsche e Wilde in poi, fino a Warhol.

    Ma poi però, dette queste semibanalità per giunta abbastanza datate, il problema resta: di quale superficie parli? e di quale profondità?

    Le violenze delle epoche teologiche erano determinate dalla frequentazione delle profondità, o dalla loro ignoranza?
    Erano davvero profonda-mente ispirati gli uomini dei secoli passati, oppure facevano per lo più una retorica superficiale delle profondità?
    E le cose non stanno cambiando in questi decenni, proprio perché, per esempio grazie alla psicologia del profondo, abbiamo incominciato a frequentarli dal vero questi profondi abissi dell’anima?

    Hoelderlin diceva che solo chi ha pensato nel modo più profondo, è poi in grado di amare le cose più vive, e cioè la superficie, la carne.

    Se dunque non si pensa con profonda determinazione, si finisce per dire semplicemente banalità, per corteggiare la propria e universale dispersione, per collaborare con le forze visibili e invisibili della distrazione mentale e morale, e della dannazione che ne segue.

    Baricco, insomma, fa ancora un po’ troppo il moderno, per essere attuale. c
    Crede di cavarsela con la battuta mordente, con l’iperbole, si illude di sorprenderci, ma non si accorge che questa illusione letteraria è bella e morta, almeno da cento anni… per cui ci fornisce soltanto una cattiva letteratura e un pensiero poco più che liceale.

    Cose d’altronde di grande successo oggi…come è ovvio e naturale: ogni mondo acclama gli eroi che ne celebrino e ne confermino i poteri.

    Siamo però ormai nel tempo estremo delle rese dei conti, che, è vero, avvengono sempre più spesso proprio nella superficie delle storie, nell’evidenza della nostra carne; ma di tutto ciò se ne avvede solo chi guardi in profondità fin dentro l’abisso della propria disperazione, solo chi non continui a nascondersi dietro qualche maschera da letterato o da artista, o da qualsiasi altra figura di carnevale.

    Mi pare che resti sensato solo ciò che diventiamo in superficie, e cioè nell’incarnazione visibile, a partire però da profondissimi mutamenti interiori: conversioni, perdite di potere e di successo, miracoli.
    Resta sensato ciò che possiamo dire in questo blog, come davanti ad una persona che muore.
    Baricco porterebbe questi suoi arguti argomenti al capezzale di una persona cara che stesse morendo?

    Perciò la mia scrittura si è fatta relazione di Gruppo, si trascrive e trova misura soltanto nelle relazioni trasformative, verificandosi ogni giorno nella carne, mia e altrui.
    Il resto è flatus vocis, vanità delle vanità.

    E forse queste medesime considerazioni potrebbero servire anche in questa breve disputa che si è aperta intorno al pensiero di Tolstoj, così sapientemente offertoci da Fabrizio.

    Forse potremmo fare uno sforzo maggiore di calare ogni argomento intellettuale nella nostra vita concreta, da una parte, e, se possibile, anche di metterlo a confronto con i risultati conoscitivi del lavoro dei nostri Gruppi.

    Questo sforzo di adeguare a sé, di confrontare con se stessi, col proprio lavoro interiore, le idee, credo che dia loro uno spessore diverso.

    Faccio un esempio molto parziale: nessuno può dubitare della grandezza di Tolstoj, di cui ho studiato a fondo specialmente la poco conosciuta produzione morale e spirituale.
    Ma forse una domanda per noi oggi è questa: la riduzione etica che T. fa del cristianesimo è ancora plausibile per l’uomo e la donna contemporanei, dopo cento anni di psicologia analitica? Nel lavoro dei nostri Gruppi noi verifichiamo spesso che la nostra volontà è quasi sempre in parte distorta, per cui come posso volere il bene, in che misura posso volere e poi fare il bene, se nemmeno sono consapevole di volere il male sotto forma di bene?

    Tolstoj ebbe, come sapete, enormi problemi con la Chiesa Ortodossa, proprio a causa di questo suo riduzionismo etico del mistero della salvezza, fino ad essere addirittura scomunicato nel 1901. Ciò non toglie che resti un grande maestro dell’umanità, per tantissimi versi vicinissimo al nostro lavoro. Ne presentai la figura profetica una dozzina di anni fa insieme alla mia amica Gloria Gazzeri, grande studiosa e traduttrice di T.
    (Per M., il volume “Il bastoncino verde”, edito da Servitium, è una bella e agilissima raccolta di suoi scritti sul cristianesimo).

    Credo che questo sito potrebbe diventare ancora di più un setaccio esistenziale delle idee: passarle dentro la nostra esperienza personale e di Gruppo, per verificare quali idee reggano fino in fondo, quali idee siano escamotage dell’ego morente, quali idee siano in parte reali e in parte ancora limitate dalle forme morenti della soggettività egoica, e così via.

    In tal modo forse potremo dare un piccolo ma sostanzioso contributo alla necessaria decantazione e selezione delle idee, che urge in un momento in cui la superficialità si coniuga con la proliferazione senza limiti di pseudoidee, pseudolibri, pseudopensieri.

    Un abbraccio a tutti. Marco Guzzi

  16. rosella dice:

    caro Marco Guzzi,
    desidero dire a te ed agli amici di darsipace, che accolgo nel cuore con la dovuta considerazione, le parole di Fabrizio.
    Non ho la più pallida idea, ora, di come poter cambiare il mio modo di comunicare.
    Ritengo possibile, tuffarmi nel piacere del del gioco creativo e magari anche un poco dell’ascolto silenzioso, per mantenere la prossimità con voi. Così come molti frequentatori del sito fanno. Almeno sino a quando non mi si chiarirà meglio “il come fare” per condividere l’esperienza personale.
    Spero che il corso telematico possa aiutarmi ad assimilando un linguaggio comune.
    Può essere che io abbia “sforato” nell’usare il blog per evolvermi in assenza di un gruppo.
    Io sò che tu hai fiducia in me, e tu sai che io sono “un’impunita”, niente di speciale, una delle tante….
    Ciao, ringrazio tutti e
    a presto
    Rosella.

  17. Fabrizio Falconi dice:

    Cara Rosella,
    anche a te, credimi, auguro ogni bene.

    Mi dispiace averti procurato dispiacere. Ho cercato semplicemente di essere sincero, ‘a cuore aperto’, proprio perché credo fortemente nella comunicazione umana – sotto qualsiasi forma essa si manifesti, purché sia autentica.

    Concepisco questo luogo (o non-luogo) che è ‘darsi pace’ come un punto di incontro di anime che si parlano. Alcune anime già si conoscono (forse sin dall’eternità), altre imparano a conoscersi solo se si mettono a nudo.

    Io lo faccio, cerco di farlo almeno. Per questo mi dispiace che tu risponda con una chiusura, e non era certo questo il mio desiderio. Era, anzi, esattamente l’opposto. Ma la rispetto, e mi fermo di fronte alla tua sensibilità, e alla tua riservatezza, io non ti conosco ‘personalmente’ e rispetto profondamente il tuo essere persona, diversa da me.

    Spero ci siano altre occasioni.

    In quanto a Marco, grazie per quello che scrivi su Tolstoj, per le cose preziose che come sempre fai venir fuori.

    Anche io credo che lo sforzo debba essere questo: calare ogni argomento intellettuale nella nostra vita concreta di ogni giorno. Questo brano di Tolstoj che non conoscevo – anche perché era quasi del tutto inedito in Italia, è stato pubblicato qualche settimana fa dal supplemento domenicale de Il Sole – mi ha interessato proprio da questo punto di vista.

    Il Tolstoj scrittore morale e puramente spirituale – quello de ‘La confessione’ tanto per intenderci, o degli scritti ultimi – mi ha sempre suscitato, insieme all’ammirazione per un pensiero spirituale così vibrante, così essenziale, così alto, anche la domanda di un limite: l’utopia. Doveva rendersene conto anche lui, vista la disperazione concreta dei suoi ultimi giorni: la natura umana, che egli conosceva così bene, forse come nessun altro, non si piegava al suo progetto di mutamento individuale e collettivo. C’è nell’uomo un ‘legno storto’ – come lo chiama Isaiah Berlin – che non si lascia raddrizzare, che resiste ad ogni tentativo di ordine – e pace e benessere – completo.

    Questo limite – come tu dici mancavano e mancano al pensiero tolstojano i cento anni di analisi dell’io che le varie psico-analisi occidentali e il pensiero orientale hanno sviluppato nel Novecento – metteva ai miei occhi questo Tolstoj alla stregua di un tenace e sconsolato sognatore.

    Ma poi ecco che, sulla soglia dei miei 50 appena compiuti, mi imbatto in questa paginetta. Poche righe, che mi hanno folgorato e mi hanno profondamente interrogato su chi sono io oggi, su quali sono le cose per me importanti, quelle parole ultime, essenziali che come dici, Marco, si potrebbero dire a un morente.

    E io ho trovato che queste poche righe, scritte da un uomo che va incontro alla morte, e che ha così profondamente e intensamente vissuto, parlino ancora oggi con una chiarezza e una forza di fuoco.

    L’utopia,ora, non mi interessa. E so che la vera grandezza di Tolstoj è nelle pagine immortali di ‘Anna Karenina’ e di ‘Guerra e Pace’ o ‘Resurrezione’ che non mi stancherò mai di rileggere. Ma, nel cuore, porterò da oggi, come fulgido promemoria, anche questo piccolo biglietto essenziale del grande vecchio che stava per morire e voleva parlare ancora una volta agli uomini che amava.

    f.

  18. Caro Fabrizio,
    il dispiacere nasce in me dal fatto di non riuscire a farti percepuire la prospettiva differente, dalla quale affronto le questioni.
    Nella fattispecie io ritengo di aver mancato di sensibilità nei tuoi confronti.
    Mi ero perfettamente resa conto del tuo entusiasmo, circa questo manoscritto, e dato che ho molta stima di te, è quasi con stupore che ti ho detto che non condividevo.
    Ora io non mi sto chiudendo, sono semplicemente nell’impossibilità di rispondere alle tue domande. Apprezzo la tua sincerità che evidenzia appunto il fatto di come io non sia in grado di rendere “carne lo Spirito che è in me” (e questo può corrispondere un poco alla tua domanda?) a Guzzi chiedo se possibile di rispiegarmi, con parole differenti questo:

    “Perciò la mia scrittura si è fatta relazione di Gruppo, si trascrive e trova misura soltanto nelle relazioni trasformative, verificandosi ogni giorno nella carne, mia e altrui.”
    Grazie. Ciao Notte e buon fine settimana a tutti.
    Rosella

  19. Carissimo Fabrizio, capisco benissimo e condivido questa tua sintonia con le parole essenziali, direi ultime, di Tolstoj.

    La sua grandezza spirituale è indiscutibile, è stato uno dei pochissimi scrittori che ha tentato per davvero di andare oltre la letteratura, e di scrivere una storia personale diversa, ispirata dal Dio dei vangeli.

    All’inizio del 900 scrive un testo memorabile: La rivoluzione inevitabile, che annuncia profeticamente il tempo catastrofico dei totalitarismi, e già addita la riforma interiore che dovrebbe animare il moto rivoluzionario autentico.

    Il suo limite, a mio parere, è che rischia di centrare questa riforma interiore sulla volontà morale, e cioè, almeno in parte, sul vecchio io, e non sul suo continuo rovesciamento meta-noico.

    Tolstoj pensa che il cristianesimo sia essenzialmente una morale, una legge etica, ma se così fosse non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza: l’io umano infatti non è in grado con la sua sola volontà di salvarsi, né di compiere il bene.

    Tolstoj, ad esempio, scrive: “Se io non sapessi nulla della dottrina di Cristo, eccetto cinque regole, anche in questo caso, sarei un cristiano, come lo sono ora: non adirarti, non fornicare, non giurare, non entrare in giudizio con nessuno, non fare la guerra. Ecco in che cosa consiste per me l’essenza del cristianesimo.”

    Questo spiega poi le sue perplessità sulla teologia di Paolo, sulla dottrina del peccato originale, sull’Antico Testamento in genere, e quindi anche sul concetto di Redenzione in Cristo.

    Purtroppo nessuna legge morale è sufficiente a salvarci, né a trans-figurarci, né a compiere quella rivoluzione inevitabile che pure T. annunciava.
    E’ solo l’inesausto rovesciamento interiore della nostra ego-centratura alienata, che ci apre alle dimensioni libere dello Spirito, e quindi alla reale capacità di amare.

    Carissima Rosella, per tutti noi è faticoso comunicare.
    La mia piccola regola consiste nel tenermi molto prossimo a ciò che l’altro ha detto: rispondere mi sembra un esercizio di accordo preliminare con ciò che viene detto.
    Eventualmente anche per contestarlo, e arricchirlo…

    Lavoriamo tutti insieme a questa dilatazione della comunicazione, e non smettere di tentare insieme a noi, sperando così di sollecitare altri lettori silenti a prendere coraggio e a giocarsi in questo rischio comunicativo, che ci fa crescere e conoscere in profondità.

    Con la frase che citi volevo esprimere un’idea molto precisa: io non credo, né in verità ho mai creduto, in nessuna parola/concetto/dottrina che non resista alla prova di una comunicazione reale che aiuti le persone a liberarsi.
    Io non ho mai creduto che la mia scrittura fosse letteratura, né filosofia nel senso accademico.
    I miei maestri sono stati Hoelderlin e Rimbaud, Nietzsche e Celan: per loro la parola deve trasformare l’esistenza.
    Io oggi direi deve trans-figurarla, deve essere efficace-mente salvifica: dev’essere cioè cristo-fonica, cristo-forica.

    Perciò io verifico nei Gruppi la misura di verità di ciò che scrivo/dico, e questa misura consiste nella stretta misura di liberazione/comunione che quella parola riesce a realizzare.

    Fuori di questa nuova visione della cultura, come incarnazione comunitaria della salvezza, restano i residui bellici della letteratura, dove tutto e il contrario di tutto può essere detto, dove cioè non sussiste più alcun criterio di verità.

    Un abbraccio.
    Marco Guzzi

  20. Enrico Macioci dice:

    Tolstoj è un narratore grandioso, ma non arriva a mio avviso laddove arriva il suo grande contemporaneo e opposto, Dostoevskij; e non ci arriva per un eccesso di razionalità. Tolstoj desidera ardentemente Dio, ma lo desidera – e lo teme – in maniera del tutto intellettuale (diceva che lui e Dio erano due orsi nella foresta, un pensiero che non può non intimorire chi lo concepisce, foss’anche un gigante come il russo). Tolstoj abbandonò a lungo la narrativa proprio per motivi etico-religiosi – l’arte gli sembrava immorale, specie dopo aver scritto ANNA KARENINA; e quando riprende realizza il suo romanzo sicuramente peggiore, RESURREZIONE. Insomma in lui “arte” e “visione” non si congiungono mai con armonia (anche in GUERRA E PACE le parti meno convincenti sono quelle in cui si sforza di dare un senso alla vita e alla morte, un problema cui non venne mai a capo proprio perchè tentò d’affrontarlo in modo esclusivamente razionale), come invece accade nei poeti citati da Marco, Rimbaud, Holderlin, Celan. I quali pagano con traiettorie di vita bruciate, è vero; ma qui come dice Marco il discorso va poi calato nell’epoca storica, nei mezzi di autoconoscimento a loro disposizione eccetera.
    ps: c’è un bel libro di George Steiner, TOLSTOJ O DOSTOEVSKIJ, Garzanti editore, in cui il problema religioso dei due romanzieri è trattato in maniera molto esaustiva.

  21. rosella dice:

    caro Fabrizio,
    ho deciso di riprovarci ad offrirti un’ottica differente. Ma per fare sì che tu possa darmi un minimo di fiducia, prima CONTESTERO’ (con-TE-stare) punto per punto le obiezioni che tu mi hai poste
    Sorrido al pensiero di quello che sto per fare, è un regalo che risponde al dubbio che io sia sincera, nel dirmi (sincero è anche chi crede veramente di aver visto un asino che vola) non necessariamente sincerità e verità coincidono, anzi PER LA VERITA’ un essere umano è sempre vero, vive nella verità, pur non sapendola ne riconoscere ne agire. Quindi nella NON RI-CONOSCENZA della verità, nella non completa conoscenza e riconoscensa nè di sè nè degli altri
    In altro modo possiamo dire che siamo mistero a noi stessi, mai completamente svelati come se fossimo costantemente RI-VELATI.
    (e questo non è il nulla! eventualmente è immergersi nel mistero della gratitudine, della lode della gloria di ALTRO DA SE’ che ci costituisce essere ciò che siamo: io la definisco “la regalità della PALTA”, dell’umus, della terra…).

    veniamo a noi –
    scrivi: “Questo “devono” contraddice la possibilità di amare, di coniugarsi che è un’offerta di sè “s’offerta” .” (a questo rispondo domani sul post di Paola/Fabio, come fosse un nuovo inizio – la mia nuova visione)

    prima obiezione
    Non sono proprio d’accordo, e secondo me fraintendi completamente quello che afferma Tolstoj. Questo “devono” (“Per costruire una vita migliore DEVONO divenire migliori i singoli individui”) non ha infatti assolutamente nulla di coercitivo. E’ un ‘devono’ che significa semplicemente “condizione necessaria” senza la quale nessuna vita migliore è possibile.
    Ciascuno é libero di vivere come vuole
    ma Tolstoj dice semplicemente che se esiste una sola possibilità di vivere una vita (collettiva) migliore, questa risiede nella possibilità che I SINGOLI scelgano liberamente di diventare migliori.

    risposta
    Perchè questa condizione necessaria si concretizzi incarnandosi storicamente nella possibilità di vivere una vita “collettiva” (la parentesi la trovo impropria) è necessario che TUTTI i singoli (la collettività) esseri umani CONTEMPORANEAMENTE debbano decidere di diventare migliori e NELL’IDENTICO MODO. ( se “differentemente” siamo alle solite…)
    Desidero qui mettere in rilievo il termine “singoli”.
    A questo punto ho letto il post di Guzzi delle 10,02 ed ho sorriso.
    seconda obiezione
    parte prima: “Se c’è un uomo che ha pagato personalmente – con la parabola intera della sua vita … (sino a/e compreso) affrontando la fatica di un lunghissimo rapporto matrimoniale (con tutte le sue difficoltà, dubbi, contrasti, lacerazioni), lottando per tutta la vita con la passionalità erotica (cercando cioè di non diventare schiavo di essa, ma accettandola e dandole un ‘ordine’), mettendo al mondo UNDICI figli… ”
    risposta intermedia –
    Stai scherzando vero?
    ma in tutta questa ammirevole incarnazione la moglie dove stava?
    Fatti due chiacchiere con la dolcissima “panciona Carlotta” (che abbraccio teneramente);
    e contemplala mentre allatta Isabella, la terza figlia che hai messo al mondo, e ripetile le parole che hai postato… ora aspetta… .
    Proprio nel senso di attendi di venire a conoscenza di ciò che ti dirà, della sua parola.
    Può essere utile.
    continuiamo –
    costruendo una comunità di persone vive che vivevano intorno a Iasnaia Poliana, allestendo scuole basate su sistemi rivoluzionari di educazione, trattando con politici e sovrani per ottenere appello alle sue cause, confrontandosi con il pubblico che aspettava i suoi romanzi per amarli o odiarli…
    Se non è spiritualità incarnata questa.

    risposta –
    Spiacente: Questa è l’opera omnia che un INDIVIDUO , solo e determinato a compiere il bene , è in grado di concepire e produrre con i suoi soli RETTI SFORZI.
    Tolstoj a mio parere è il testimone perfetto di un uomo retto e giusto, ma non Giustificato nè giustificabile, e la mia non è una condanna, ma una assoluzione “quando i tempi furono maturi… “ed i tempi sono i nostri tempi; forse il suo non lo era ancora.
    Il riscontro me lo hanno fornito le “beghe familiari” circa i diritti d’autore che Lui DA SOLO aveva deciso di evolvere per fini sociali altamente meritevoli. E lo scrivo con una assenza assoluta di ironia. Con profondo rispetto, come se lo avessi qui d’innanzi; ma a te Fabrizio, dico che: non sono d’accordo, tutto questo ora non basta, non basta più.
    E’ necessario (non devo) che LO SPIRITO D’AMORE si coniughi, che s’incarni e che nasca il FIGLIO.
    così come, ora mi è necessario prepararmi per andare… a fare… una prima meditazione (si può dire fare una meditazione? certo che no!) Sorpresa! con Gianni, Vanna e Giuliana. (Vanna è la nostra “esperta”).
    A domani per la nuova visione.
    Un abbraccio
    Rosella

  22. Fabrizio Falconi dice:

    Marco, ti ringrazio per il tuo luminosissimo, ultimo intervento. Che mi sembra veramente pieno, esauriente e condivisibile in tutto, e sul quale non trovo neanche una virgola da aggiungere.

    Enrico: il confronto tra Tolstoj e Dostoevskij per me è impossibile. E’ come se mi si chiedesse di confrontare Mozart e Beethoven. Per me sono due grandi anime, tra le più grandi che hanno attraversato la storia umana. Non concordo sul fatto che in Tolstoj “arte e visione non si congiungono mai in armonia”. Percepisco, anzi, l’opposto.

    Rosella: mi arrendo alla totale incomunicabilità. Ci abbiamo provato..

    Fab.

  23. Enrico Macioci dice:

    Fabrizio, desidero aggiungere una cosa per amore di chiarezza. Quando affermo che in T. arte e visione non si congiungono mai armonicamente, mi riferisco alle narrazioni o alle parti narrative in cui lui tenta d’affrontare discorsi metafisici che la sua strenua razionalità gli rendeva quasi inaccessibili. In quei punti a me pare che la superba naturalezza della sua arte inciampi e smozzichi, perchè la filosofia che c’è dietro è piuttosto una ideologia, un paradigma che T. s’impone senza esserne convinto sino in fondo – ché in questioni di fede il solo raziocinio non può bastare. Un personaggio di T. non potrebbe mai affermare, come accade in Dostoevskij (con tutte le implicazioni, positive e negative, del caso), “piuttosto con Cristo che con la Verità”. E certi dialoghi de I DEMONI o de I FRATELLI KARAMAZOV sono, da un punto di vista di acutezza e profondità cognitiva, al di là delle capacità di T.. Dostoevskij è un mistico, T. si ferma un attimo, o due attimi prima.
    ps: oggi se non erro è il compleanno di T.. Auguri!

  24. Carissimo Enrico, è molto interessante ciò che dici da un punto di vista di scrittura narrativa.
    Sicuramente anche lì deve emergere il limite di cui parlavo, ma io non sarei in grado, come fai tu, di verificarlo nei fatti, e nel confronto con Dostoevskij.
    Quel livello ideologico del ragionamento filosofico, e quindi dell’ispirazione religiosa, non può non limitare l’effervescenza della scrittura, almeno di certe parti.
    Come sai, io attendo con fiducia che tu maturi il desiderio di ampliare queste tue riflessioni sul romanzo, la prosa in genere, in relazione alla poesia, per come la intendiamo e la amiamo.
    Sarebbe davvero utile riscrivere una storia del romanzo degli ultini 150 anni in questa prospettiva, per vedere quali siano i veri scrittori “del Ritorno”, quelli che cioè anticipano la trans-mutazione in atto.

    Un abbraccio. Marco

  25. rosella dice:

    Fabrizio,
    sono contenta.
    Mi sento come liberata da questo faticoso compito che tentavo di portare avanti.
    Sono certa che l’averci almeno riprovato a dirmi mi abbia ridato la tua stima.
    Magari, col tempo, potremo anche comprenderci, ciò che conta ora è che possiamo comunque sorriderci.
    Ciao
    Un abbraccio
    Rosella

  26. caro Fabrizio,
    solo la passione per la vita ci rende ciò che siamo “strumenti nelle mani della vita stessa” ed è proprio quando tocchiamo ri-conoscenti il nostro limite invalicabile che passa l’Altro.
    L’impotenza è un grande dono.
    Un tenero abbraccio
    Rosella

  27. Fabrizio Falconi dice:

    Enrico:

    capisco il tuo punto di vista, ma non lo condivido. La letteratura del resto, la vera letteratura, ha questo di grandioso: che parla a ciascuno una lingua diversa, nello stesso sottofondo (di anima). Così, il Tolstoj meno narrativo è più filosofo a me non appare mai motivato da una “ideologia, un paradigma che T. s’impone senza esserne convinto sino in fondo”.

    Sulla fede di Tolstoj – non sulla ideologia – non mi sento di giudicare: chi può dire di un altro uomo quale sia la sua fede ?? La fede, secondo me, si riconosce solo dalle opere, e certe volte nemmeno da quelle.

    Capisco molto bene il rilievo di Marco G., che è stato mosso spesso a Tolstoj: quello di considerare il cristianesimo più come un sistema morale che come una vera trans-figurazione incarnata. Ma anche questo a me non appare del tutto convincente.

    Quello che T. con la sua opera non ha fatto – o meglio, si è limitato ad indicare, con quella grandezza artistica che oggi lo rende universale e classico a qualsiasi latitudine, da qualsiasi lettore, di qualunque paese – lo ha fatto, per me, con la sua vita. Che è un esempio di incarnazione di quel complesso morale/fede in cui egli credeva.

    E’ ovviamente, fu ovviamente, una incarnazione in-completa. Come non può non esserla ogni incarnazione umana (perfino Madre Teresa nelle sue lunghe notti di passione, come sappiamo, andava a sbattere contro un vuoto che le pareva assoluto, con un silenzio che le sembrava assoluto, e se ne arrabbiava anche molto).

    Ma in questa opera (letteraria) che si è fatta vita (seppure con tutte le incompletezze, difficoltà e contraddizioni) a me pare di riscontrare una ulteriore grandezza di T. che ciascuno può riscontrare nella semplice lettura (è quella ‘passione’, anzi quella ‘com-passione’, quel ‘cum-patire’ che ci rende grandiosi e vicini Levin e Anna, Nechljudov e Padre Sergio) e che a Dostoevskij non è riuscita (nel senso che la sua vita è proceduta su altri binari, perfino di ‘dannazione’ ben lontani dai suoi propositi di fede e di pace ).

    Grazie comunque di questa condivisione molto interessante.

    piccola postilla: non sono neanche tanto d’accordo che ‘Resurrezione’ sia il romanzo “peggiore” di T. Mi sembra il più sottovalutato e il più snobbato dalla critica proprio per l’intento religioso cristiano che lo domina. Anche ad una rilettura mi sembra un capolavoro assoluto, meritevole di essere ri-scoperto.

  28. Luca Noya dice:

    Ho un gran desiderio di salutare Rosella e dire a lei e Fabri che io capisco tanto di quel che dice , ne sento la fatica e la bellezza..ognuno di noi fa lo sforzo di cui parla Tolstoj e quindi ripartiamo con i fari guida che abbiamo ..

  29. Per quel che vale, una piccola condivisione: a me Resurrezione è piaciuto.
    É proprio questa la fatica che ho sempre fatto a scuola quando dovevo farmi piacere ciò che i critici decidevano quello che io dovevo apprezzare o meno. Forse è per questo che non sopportavo le ore di letteratura. Solo negli ultimi anni mi sono avvicinata alla narrativa e la sto apprezzando, senza farmi troppe domande, andando a pelle, decidendo in autonomia ciò che mi piace e ciò che non mi piace, non curandomi della critica. Dicendo questo non intendo affatto sottovalutare gli sforzi degli studiosi che approfondiscono seriamente le tematiche portate dagli autori, ma mi pare che talvolta ci sia un compiacimento narcisistico nel voler interpretare i testi. In fondo, la lettura è bella proprio perché ognuno la cala nella sua vita e nella sua esperienza in modo libero.
    iside

  30. Fabrizio Falconi dice:

    Grazie caro Luca, un abbraccio.

    @iside: condivido il tuo metodo di lettura, che dovrebbe essere quello di ogni buon lettore.

    F.

  31. Enrico Macioci dice:

    Intervengo ancora poiché il dibattito è molto interessante. E’ chiaro che ogni affermazione è frutto del pensiero di chi scrive, senza nessuna pretesa d’assolutezza. Ma poiché qui il discorso aveva assunto una piega singolare – ovvero l’incidenza sulla riuscita artistica d’una fede più o meno incarnata – m’è sembrato opportuno evidenziare le differenze fra due grandi contemporanei, e per di più entrambi russi, Tolstoj e Dostoevskij appunto. Differenze che, le si interpreti come si vuole, sono però impossibili da non cogliere, sono anzi talmente evidenti da costituire addirittura una provocazione per un buon lettore quale anch’io credo di essere.
    Fabrizio: le traiettorie di vita di Tolstoj e Dostoevskij a mio avviso non dovrebbero entrare nella valutazione delle opere; moltissimi grandi artisti, artisti autenticamente illuminati hanno condotto esistenze dissipate o moralmente censurabili, come e più di Dostoevskij; e lo stesso Tolstoj fu a quanto pare un pessimo marito e un padre spesso assente (vedi per es. il saggio di Citati, TOLSTOJ). Una schisi fra arte e vita è stata sinora più la regola che l’eccezione.
    Scrive David Foster Wallace nel suo brillante articolo su Dostoevskij, contenuto nella raccolta CONSIDERA L’ARAGOSTA: “Ma la cosa fondamentale del talento di Dostoevskij per la caratterizzazione e la rappresentazione dei profondi conflitti all’interno delle (non solo fra le) persone è che gli permette di mettere in scena tematiche estremamente pesanti e serie senza mai essere predicatorio o riduttivo, e cioè senza mai eludere la difficoltà dei conflitti morali/spirituali o far sembrare la o la più semplici di quanto non siano davvero. Vi basterà confrontare le conversioni finali dei protagonisti di LA MORTE DI IVAN IL’IC di Tolstoj e di DELITTO E CASTIGO di Dostoevskij per apprezzare la capacità di Dostoevskij di essere morale senza essere moralista.” Ecco, ne LA MORTE DI IVAN IL’IC mi pare che la narrazione proceda alla perfezione finché Tolstoj s’attiene a una dimensione puramente biologica dell’evento, cioè sin quasi al termine; quando però cerca d’accendere una luce metafisica perde credibilità – e con ciò intendo dire che il racconto fluisce meno bene, s’incaglia, s’intuisce forzato, messo lì di peso insomma, si badi bene che non sto mettendo in dubbio la buona fede (e nemmeno la fede) di Tolstoj. Ciò dunque non significa disconoscere l’enorme talento letterario di T. ma prendere atto che lui, credente furibondo e disperato, non riusciva a immettere in arte questo suo profondo tormento spirituale senza che l’arte non ne risultasse (a mio modo di vedere, ribadisco) in qualche modo azzoppata. Poiché però com’è giustamente stato detto la lettura, e per giunta quella d’un titano quale Tolstoj, è in fin dei conti soggettiva, e ritenendo d’essermi adesso del tutto spiegato, mi taccio e vi ringrazio.

  32. Enrico Macioci dice:

    Errata corrige: Far sembrare la BONTA’ o la REDENZIONE.

  33. Fabrizio Falconi dice:

    Enrico, ti ringrazio molto. Davvero il dialogo è molto interessante. E condivido buona parte di quel che scrivi.

    Per amore di chiarezza ribadisco però che non volevo certo affermare che la vita di Tolstoj sia stata esemplare (conosco bene il saggio di Citati, ma più ancora ho studiato bene la biografia, nei particolari, e so quante mancanze e quante contraddizioni, quanta incompletezza vi furono), ma non sono d’accordo che le traiettorie di vita degli scrittori – come di qualunque tipo di artista – non dovrebbero entrare nella valutazione delle loro opere.

    Per me è impossibile.

    Come faccio a esprimermi sull’opera di Knut Hamsun (voglio dire, a esprimermi TOTALMENTE) sull’opera di Knut Hamsun, senza sapere che egli aderì pienamente al nazismo e che scrisse cose orrende contro gli ebrei ?

    L’opera letteraria, e l’opera artistica in genere, non è per me, e non può mai essere, qualcosa di separato rispetto alla esistenza, e cioè all’anima incarnata del suo autore.

    E’ proprio in questo senso che mi sforzavo di mettere in luce come la vita di T., quello che lui ha incarnato della sua opera, rende questa stessa opera ai miei occhi – e mi sembra anche a molti lettori che oggi si avvicinano a lui ancora più intensa e commovente, in definitiva umana.

    Grazie ancora,
    f.

  34. Enrico Macioci dice:

    Qui il dialogo prende una svolta ulteriore e assai complessa. Caro Fabrizio, come darti torto? E però che ne facciamo delle scelleratezze, delle miserie, delle piccolezze quando non addirittura dei crimini di – cito in ordine sparso – Caravaggio, Rimbaud, Hemingway, Baudelaire, Marlowe, Heidegger, Cèline, Pound, Dylan Thomas e via dicendo. Voglio dire che, purtroppo, è difficile trovare una persona di talento (ma più in generale una persona) indefettibile dal punto di vista umano, armonica ed equilibrata. Quando poi il talento è forte diviene evidentemente più difficile la gestione dell’interiorità, per cui si verificano quelle schisi di persone capaci di produrre opere sublimi, le quali poi si rivelano nella quotidianità pessime e a volte persino crudeli. Il tuo cruccio è comunque anche il mio. Marco Guzzi ha spesso insistito sulla necessità, oggi come oggi, di “poeti benedetti”; è giunta l’ora d’una nuova maturità insomma perchè gli strumenti (vedi questo sito) cominciano ad esistere. Ma come si fa per la valutazione di coloro che ci precedono?
    ps: il caso che citi dell’adesione al nazismo è estremo e difficilmente aggirabile; io parlo anche di cose molto minori, ma comunque d’ostacolo a una vita “incarnata”.

  35. Bellissima questa parte finale del dialogo, leggendola mi veniva da chiedermi: ma forse ormai possiamo farci domande nuove, o perlomeno portarle ad una profondità impensabile prima che si spalancassero gli abissi di luce, che da circa un secolo e mezzo irrompono nelle nostre anime sbigottite, del tipo:

    cos’è diventata la creazione artistico-spirituale tra 800 e 900?
    cos’è oggi un’opera d’arte, insomma?
    che rapporto c’è tra Rimbaud e Carducci, tra Campana e Pascoli, tra Thomas e Moravia, tra Celan e Foscolo; ma anche tra il poeta Isaia e Leopardi, o tra la poesia dei RigVeda e quella di Penna, etc.?

    che rapporto c’è tra la storicità essenziale del dire poetico e le caratteristiche spirituali delle anime poetiche delle diverse epoche?
    quali anime cioè risultano poetiche nelle diverse epoche? e perché?
    Perché Metastasio è poetico in quel suo tempo?
    Perché una certa superficialità, ma anche immoralità, oscenità etc., può diventare poetica in un certo momento della storia?

    e che tipo di anima/psiche risulta oggi veramente creativa?quali caratteri spirituali dovrà avere?
    e in quali stati potrà creare? e perché?

    Oggi, alla fine della storia dell’ego e della sua letteratura/arte rappresentativa/scienza materialistica etc., qual è l’atto poetico? cos’è per davvero creativo, e quindi in grado di collaborare all’Opera in corso?

    Chi sono e cosa fanno insomma oggi i poeti bene-detti, ricordati da Enrico?

    Parlo in altri termini della necessità di sviluppare una inedita critica iniziatica, che sappia operare quel discernimento eonico tra gli autori e le opere che oggi ancora ci manca, e la cui mancanza lascia l’intero mondo della cultura nella vaghezza del puro arbitrio.

    Un abbraccio. Marco

  36. Fabrizio F. dice:

    Caro Enrico, hai proprio ragione: è difficilissimo trovare un artista o un genio, ma noi parliamo soprattutto di poeti (cioè di chi possiede un animus poetico) ‘indefettibile’ dal punto di vista umano. C’è una lunga e consolidata tradizione che associa la caratteristica di questa anima alla irregolarità e alla eccentricità, e che ha fomentato ogni tipo di analisi, da Omero a James Hillman.

    Il problema però è che almeno per me la vita e l’arte non possono essere analizzati separatamente. Come posso leggere e amare Pasolini senza conoscere la sua ‘dannazione’ terrestre ?

    Il punto è proprio in queste tambureggianti domande che Marco propone nel suo ultimo fulminante commento e alle quali – mi pare – cerca di rispondere proprio la sua ultima ‘Visione’.

    E’ proprio questo concetto di riconoscibilità dei poeti ‘bene-detti’ e di chi fa vera creazione artistica, oggi a sembrare in profonda crisi. Proprio perchè (ci) sembra che oggi manchino del tutto gli strumenti per ‘scremare’, per distinguere il grano dall’oglio, tanto per capirci.

    E oggi di ‘oglio’ ce n’è talmente tanto che si verificano due strani fenomeni:

    1. il primo, che tutto l’oglio viene scambiato per grano.

    2. che l’esistenza del grano viene, da alcuni, decisamente e pessimisticamente negata (ah, oggi il grano, quello VERO, non esiste più…).

    Io invece sono convinto che sia in atto un cambiamento epocale degli STRUMENTI, che sta cambiando tutto il nostro modo di pensare, di produrre, di creare, e quindi di essere.

    E soltanto da una comprensione di questo cambiamento epocale – e dallo sfruttamento intelligente delle sue immense potenzialità – potrà nascere un nuovo pensiero e una nuova creatività (del tutto innovativi e molto più ‘pluralisti’ del precedente che ha dominato questa lunga porzione storica).

    Fab

  37. Enrico Macioci dice:

    Caro Fabrizio, affermi: “E’ proprio questo concetto di riconoscibilità dei poeti ‘bene-detti’ e di chi fa vera creazione artistica, oggi a sembrare in profonda crisi.” A me pare invece che oggi sia per la prima volta possibile concepire dei veri poeti che siano anche benedetti, e proprio perchè oggi per la prima volta esistono gli strumenti adeguati per farlo.
    Quanto alla distinzione fra buono e cattivo in arte hai proprio ragione; e là il discorso riguarda un’inadeguatezza della critica, rimasta ancorata a vecchi pregiudizi, nel cogliere ciò che è realmente poetico e creativo nel senso così ben esplicitato da Marco Guzzi nell’ultima Nuova Visione.
    Riguardo invece l’intreccio arte/vita e la maniera in cui tu lo cogli, ti confesso di nuovo qualche perplessità: debbo davvero giudicare le migliori poesie di Rimbaud (a mio avviso il più illuminato poeta moderno, anzi il vero iniziatore della modernità poetica, più di Baudelaire) tenendo ben presenti la sua aggressività, autodistruttività, violenza, l’uso di droga, gli scoppi d’ira, l’aver rovinato il matrimonio e l’intera esistenza di Verlaine, l’essersi spesso condotto nell’ambito dei rapporti umani con una durezza che talora sconfinava nell’inflessibilità e nell’irragiungibilità? Mi sembra che noi, oggi, coi nostri nuovi affilati strumenti, possiamo discernere fra opera realmente creativa e opera dell’ego (Io è un Altro, diceva Rimbaud con prodigioso intuito); ma la mia è un’osservazione, anzi una domanda; non ho certezze al riguardo.

  38. Fabrizio F. dice:

    Caro, Enrico,

    la conversazione è bella, e mi piace dunque continuare.

    Così per chiarire ancora meglio il mio pensiero, vorrei specificare che quando scrivo che non riesco a giudicare l’opera separandola dalla vita, non intendo nel modo più assoluto esprimere un giudizio moralista.

    A parte il caso paradossale di Hamsun, che ho citato e quello di altri – pochi, per la verità – le cui vite si sono macchiate secondo me di corresponsabilità di pensiero al fianco di dittature dis-umane, è chiaro che nessuno dei grandi artisti di cui parliamo è ‘deprecabile’ per la vita che ha fatto. Sarebbe molto stupido farlo.

    Vivere vuol dire sbagliare. Confessare di aver vissuto è lo scopo, credo, di ogni grande artista e di ogni poeta. E Rimbaud è colui il quale più di ognuno ha vissuto, ‘bruciando’ la sua vita ad una fiamma talmente alta da estinguersi dapprima nella dispersione di sé e poi nella morte.

    Ma chi può giudicare ?

    Un artista o un poeta, più di ogni altro, ha sete di vita, e rischia di suo, se è vero e autentico. Può passare tutta la sua vita nel rassicurante (?) e tranquillo inferno piccolo borghese come Simenon (ma quali tragedie si celavano dietro quelle quattro mura e quella compulsività sessuale..) o può, come Pasolini appunto, andare incontro ad un volontario percorso di auto-distruzione.

    Quindi davvero nella mia analisi non v’era nessun intento moralizzante. Semplicemente, mi limitavo a constatare come nell’analisi dell’opera, io non riesca a discernere questa opera dal percorso bio-grafico dell’uomo e della donna che c’è dietro. Per me, sono inscindibili.

    Da questo punto di vista, parlavo di Tolstoj come di un caso in cui la vita arricchisce l’opera (per me) di un ulteriore risvolto di dolorosa luminosità.

    Tolstoj ha avuto coraggio (anche se ha fallito) e il coraggio è proprio la virtù umana che ultimamente mi sembra quasi la più importante rispetto a tutte le altre.

    Ciao,
    F.

  39. Enrico Macioci dice:

    Chiarissimo, Fabrizio, e inappuntabile. Lo dico, fra l’altro, da appassionato di biografie d’artisti.
    Riguardo l’ultimo intervento di Marco, una domanda fra le altre che lui pone mi sembra cruciale: “che tipo di anima/psiche risulta oggi veramente creativa? quali caratteri spirituali dovrà avere? e in quali stati potrà creare? e perché?”
    Azzardo che è possibile creare opere di valore artistico sia in uno stato illuminato che in uno alienato. Il problema però è: le opere create in uno stato di alienazione possono essere anche “morali”? – e qui torna per altre vie il discorso precedente. Quanti romanzi, quante poesie anche di grandi autori attuali – di questo nostro tempo difficile – non conducono ad alcun allargamento di coscienza, ma c’infliggono semplicemente più male ancora di quanto già non ne sopportiamo? Anche qui azzardo: almeno il novanta per cento. Faccio un esempio concreto: ho da poco finito di leggere un lungo e pluripremiato (ha ottenuto importanti riconoscimenti in tutta Europa) romanzo, LE BENEVOLE di Jonathan Littell, in cui la voce narrante è un ex ufficiale delle SS che racconta l’inferno di cui lui stesso è stato protagonista attivo; ebbene il libro – molto ben scritto, si vede che l’autore è dotato – si riduce alla banalità del male e addirittura al compiacimento e alla morbosità gratuita; e nelle ultime pagine il narratore s’abbandona a fantasie porno sulla sorella dopo aver ucciso la madre, aver morso il naso a Hitler e aver spacciato a colpi di fucile il migliore amico. In che stato si trovava Littell quando ha scritto certe cose su un tema delicatissimo? (spero sia chiaro che non sto qui facendo il moralista) E possiamo considerarlo uno spirito veramente creativo?
    Per tornare alle parole di Marco, “Perché una certa superficialità, ma anche immoralità, oscenità etc., può diventare poetica in un certo momento della storia?” E a Marco chiedo se l’aggettivo “poetica” è usato in questa frase in un’accezione positiva o negativa.
    Forse ho affastellato confusamente parecchie cose, ma come si sarà capito l’argomento m’interessa assai.
    A presto e un saluto a tutti.
    Enrico

  40. Carissimo Enrico, non posso entrare in modo adeguato nel merito delle tue questioni.
    Come sai ho scritto due libri che trattano in particolare il problema della poeticità contemporanea: L’Uomo Nascente, e La profezia dei poeti.

    La rispostta d’altronde può essere pienamente compresa solo dentro l’esperienza spirituale del proprio mutamento continuo di stato di coscienza.
    Ne parlo perciò preminentemente nei Gruppi e all’interno del loro lavoro.
    Fuori da ogni vaghezza o baraonda letteraria.

    Dico solo che per me oggi è piena-mente e radicale-mente poetico soltanto lo stato del rivolgimento interiore, è poetica solo la svolta continua (meta-noica) dall’agonia dello stato terminale ego-centrato alla ripresa di respiro dello stato dell’io in conversione, che si protende a tratti verso lo stato areato dell’io in relazione.

    Chi resti nello stato ego-recluso io non credo che sia più poetico, nel senso di incarnare il processo evolutivo attuale dell’uomo.
    Possono esserci libri geniali, scritti in questa cecità, ma niente di poetico, nel senso storico-essenziale di apertura del mondo che sta nascendo.

    So che quello che dico è estremo e duro, ma penso proprio che sia così, in tal senso Char ci ricorda che “l’avvenire è raro”…

    Poi ne riparliamo…
    Un abbraccio. Marco

  41. Fabrizio F. dice:

    Marco, grazie veramente.

    Il tuo ultimo intervento – e più in generale la tua ultima ‘visione’ mette perfettamente in luce la questione che era anche all’origine di questo post e della discussione che ne è scaturita all’inizio.

    Volendo semplificare il tuo discorso – che in realtà è molto complesso (ma prendo spunto da una nuova folgorante citazione di Tolstoj che mi è capitata sotto mano ieri e risale al 1908, due anni prima della morte: “tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre idee semplici”), io direi questo (e mi perdoni Marco):

    – secondo me, secondo quel che sento io, la vera creazione artistica è quella che contempla, o meglio ATTRAVERSO CUI SI ESPRIME lo spirituale che è in ogni uomo.
    So che è sempre rischioso distinguere nell’essere umano lo spirituale ( il soffio, il respiro, l’alito, che è la vita umana intelligente e cosciente) dal materiale (il puramente biologico), ma è una indicazione che si fa da un paio di millenni in filosofia e nelle teologie, e sulla quale, mi pare, ogni uomo si orizzonta anche oggi, con il semplice buon senso.

    E’ da specificare che lo ‘spirituale’ non significa affatto il ‘religioso’ e questa pretesa sovrapposizione fa piacere a chi vuole semplicemente liquidare i discorsi senza argomentarli.

    Personalmente non traggo nulla dal grande Philip Roth – che è un grande scrittore (dal punto di vista ‘tecnico’ uno dei più grandi) – perché io non percepisco mai nulla di spirituale in quello che scrive, ma ricavo soltanto dati puramente materiali, biologici. Non mi dice nulla sulla vita, se non quello che già so da quando sono capace di intendere e di volere: ovvero, che si nasce si vive, e si muore.

    E’ per questo che negli interventi precedenti ho insistito sulla carnalità de-spiritualizzata, che mi sembra oggi del tutto dominante, nei valori collettivi così come nella creazione artistica o culturale (che ne è il riflesso).

    Non mi dice e non mi dà nulla leggere Roth, se non aggiungere disperazione e smarrimento alla mia vita. Ed è lo stesso motivo per cui ho evitato di leggere Littell dopo che ne avevo ampiamente letto anticipazioni sulla trama, contenuti e stralci.

    Ma non è solo una mia valutazione personale, credo: non è un caso, io credo, che alla fine i valori artistici che restano e che contano – anche nella ipertrofia straniante di oggi – sono sempre gli stessi: è il motivo per cui Bellow resta, e vincerà il Nobel, e Roth non resterà (a questo proposito raccomando di leggere l’ultimo intervento di Antonia S. Byatt proprio su questi temi a cui è stato dato ampio risalto sui giornali, e in cui analizza bene il vuoto di Roth).

    Non c’entra niente, lo ripeto, un afflato religioso dell’artista o dell’autore.

    Qui io parlo semplicemente del fatto che dalla creazione artistica (quella vera) si DEVE poter vedere qualcosa dell’anima di chi scrive.

    Coetzee e Saramago sono due grandi atei: ma ogni loro rigo è secondo me, spirituale.

    Proprio perché sono autori che non si sono fermati a de-scrivere il loro inferno biologico (anche con un certo illuminato compiacimento, come va tanto di moda oggi), cioè in definitiva il proprio ombelico (egoico, direbbe Marco), ma hanno sfidato e sfidano una comprensione del mondo, dell’anima del mondo, e della loro stessa anima che ne fa parte.

    F.

  42. Fabrizio F. dice:

    Correggo un piccolo refuso:
    al posto di: ” è il motivo per cui Bellow resta, e vincerà il Nobel”
    sostituire:
    “è il motivo per cui Bellow resta, e ha vinto un Nobel..”
    f.

  43. Enrico Macioci dice:

    Fabrizio
    Su Roth, per quanto mi riguarda, non avresti potuto parlare in maniera più precisa e appropriata. Il problema è che larga parte della critica dominante se leggesse il tuo commento ti riterrebbe pressoché degno d’un linciaggio su pubblica piazza. E ciò nonostante appunto (o proprio per il fatto che) Roth con i suoi romanzi rende la nostra vita e la nostra condizione umana più penose e più pesanti.
    Enrico

  44. Fabrizio F. dice:

    Sì lo so, ne sono consapevole.

    La parola d’ordine oggi è ‘nulla’.
    La mia parola d’ordine invece è ‘nihil ad excludendum’, che è l’opposto. Quindi sono (siamo) un eretico a tutti gli effetti, pronto per il falò.

    fab.

  45. IL MATRIMONIO UCCISO DAL SESSO – di Keith Botsford.

    Non mi capita spesso, debbo dire, di vedere Montaigne, uno degli uomini più saggi e spassionati, citati sui giornali. Eppure eccolo lì, su Le Figaro del 13 agosto: “il matrimonio è un legame religioso e devoto; perciò il piacere che ne traiamo dovrebbe essere un piacere limitato, serio, e in qualche misura anche severo. Dovrebbe essere una voluttà prudente e coscienziosa. “

    Ho letto queste parole e, come era successo allo scrittore francese Pascal Bruckner che le citava, mi hanno dato da pensare. Perché questa non è certo la descrizione delle unioni del nostro tempo. Oggi il matrimonio – quando esiste, o per quanto dura – raramente è religioso e ancor più raramente è devoto e il piacere che ne deriva è la stessa gratificazione istantanea disponibile anche al di fuori del matrimonio. Vale a dire, pura libidine. Ed essendo solo quello, appassisce col tempo.

    La nostra cultura tradizionale, ci ricorda Bruckner, riconosceva la fragilità dell’erotismo. Per questo occorreva qualcos’altro per garantire la durata del matrimonio – la “prudenza e coscienziosità” di Montaigne. Noi invece abbiamo imboccato la strada opposta: siamo imprudenti e trascurati. Appena consumata una unione, passiamo a un’altra e a un’altra ancora. Di fatto la situazione è ancora peggiore di quanto ammetta Bruckner, perché il nostro eros oggigiorno cerca il suo oggetto senza nessuna considerazione per la durata o la continuità.

    E lo cerca in se stesso; nell’informe e nell’androgino; nei bambini; negli animali; nel senso della comunità, o in tutte quelle fantasie perverse che, a lungo sepolte nell’inconscio, sono ora venute alla luce sotto forma di pornografia, che illumina la coppia moderna o l’onanista solitario.

    Nulla è più peculiare del nostro tempo di questa continua ricerca di novità, di conoscenza di una funzione biologica, di “liberazione” da quei vincoli che hanno fatto dell’amoreggiare un atto umano anziché animalesco. Nel corso della mia vita – anzi, nella mia stessa vita – ho assistito a questa trasformazione chiamata eufemisticamente “liberazione”. Questa liberazione, osserveranno probabilmente gli storici del futuro, non è soltanto delle donne – non concepire (contraccezione), non far nascere (aborto) e non sposarsi (divorzio) – ma anche dei loro potenziali partner che ora, affrancati dal rischio e dalla responsabilità della relazione erotica (procreazione e/o matrimonio) possono andare a briglia sciolta con l’immaginazione. E lo fanno.

    I risultati, come li elenca Bruckner, dovrebbero far riflettere chiunque. Avendo la società rinunciato (con un libero voto !) a porre vincoli, nessuno è implicato nella relazione di due adulti. La prima conseguenza è abbastanza terribile: significa che “se l’unione fallisce, uno può biasimare solo se stesso. “ Ma in che cosa consiste questo fallimento ? Certo non esclusivamente nel divorzio (perché il matrimonio stesso è una forma di coercizione sociale. E neppure nella nostra incapacità di trarre sufficiente piacere ! Questa è la ragione per cui – oltre alla veneranda questione dei consigli sessuali, che pure hanno assunto nuove dimensioni – riviste e giornali abbondano di articoli che ci spiegano come “avere successo” con l’auto-gratificazione.

    Bruckner definisce i film a “luci rosse” “la più recente delle arti domestiche”, da affiancare alla cucina e al giardinaggio. Se la soddisfazione sessuale è il metro del successo di un matrimonio, allora – e questa è una seconda conseguenza disastrosa – a ogni prestazione sessuale si rinnova la domanda: “com’era ? Ti è piaciuto?” E con quella domanda arriva il terrore del fallimento, sperimentato, lo sospetto, da ogni adulto nelle nostre società avanzate.

    Eppure, come sottolinea Bruckner, l’eros esiste nel matrimonio come una consolazione, uno stringersi forte di due esseri umani non-molto-efficienti, ognuno incompleto senza l’altro e neppure, Dio ci salvi !, sessualmente autosufficiente.

    Bene, come sappiamo, i rapporti sessuali sbiadiscono quando si ripetono; è il sentimento che sopravvive, e quel sentimento è il prodotto di due persone che si amano e ricordano per tutta la vita i rari ma ineffabili momenti in cui l’eros ha trovato la sua espressione al di là del piacere.

    Se dunque l’attrazione erotica sbiadisce (ed ecco la terza spiacevole conseguenza) dobbiamo reinventare la ruota. La sazietà, ahimè, genera apatia. Genera anche la forte sensazione che l’emozione vada esclusa dall’equazione. E allora se ne va quell’umiltà con cui le persone iniziavano la loro vita comune, quella speranza (non sempre esaudita) che sarebbero stati meno infelici così che in qualunque altra situazione.

    L’amore, come giustamente dice Bruckner, è anti-democratico, esclusivo; non è un combattimento ma una scelta in cui gli sposi sono gli eletti. Guarda un po’ ! Possiamo valere poco, eppure qualcuno ci ha voluto ! E per motivi assolutamente arbitrari ! L’amato è maestoso; gli concediamo un potere su di noi che rifiutiamo a tutti gli altri; l’amato ci regala i picchi della felicità e gli abissi della disperazione.

    E’ attraverso questa vita in comune che noi impariamo le principali lezioni della vita. Banalizzando il matrimonio, riducendolo a contesto del piacere, inscenandolo come una battaglia tra i sessi (ognuno, ovviamente, con pari diritti…. Ma diritti a che cosa ? ci si potrebbe chiedere), siamo arrivati, per citare un’ultima volta Bruckner, a “invecchiare senza maturare”.

    E questo è davvero un destino crudele. Perché, come sottolineava Re Lear, la cui vita non era certo una vita felice, “ripeness is all”. Diventare maturi è tutto.

    Keith Botsford – da ” La Stampa ” 20/8/1996

  46. Ciao a tutti,
    grazie del post che ho letto con piacere e poi giù con i commenti….. è simpatico leggere il sito “darsipace” e trovare speculazioni così puntuali e discordanti !
    Ama
    Robert

  47. Grazie a te, questo per quello che hai fatto nella mia vita. Mi sveglio ogni mattina pregando il mio Dio per rafforzare il dottore. Questo per le sue buone opere che sta facendo in tutto il mondo. Ho perso il mio amante qualche mese fa, ma grazie a Dr.Ehis per aiutarmi a farla ritornare entro 24 ore. Contattare Dr.Ehis on thebrotherhoodtemple@gmail.com

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