Dove è lo spirito?

Una larga fetta dell’odierna letteratura italiana è pervasa da un’autoreferenzialità e un infantilismo acuti.

L’autofiction (ovvero metà autobiografia e metà invenzione, genere assai in voga di cui l’esempio più famoso è Gomorra), l’eterno ritorno al passato (accanite rianalisi degli anni settanta, ottanta e novanta), un nichilismo glamour (per esempio la trilogia di romanzi di Walter Siti, edita da Einaudi e molto apprezzata in sede di cultura ufficiale, centrata in buona parte sulle ossessioni d’un professore universitario omosessuale) oppure un ripiegamento nella cronaca (il penultimo Scurati ispirato alla vicenda di pedofilia di Rignano Flaminio, oppure lo stesso Gomorra) usurpano i romanzi più venduti o apprezzati, mentre la dimensione spirituale è pressoché assente.

Una carenza di coraggio e ambizione che all’estero ravviso meno. Penso agli Stati Uniti, ossessionati dalla realizzazione del cosiddetto GAN (great american novel) e trascinati in imprese realmente folli (soltanto negli ultimi 15 anni Infinite Jest, Underworld e Europe Central, tanto per citarne solo pochissimi), o al Sudamerica che può vantare parecchi narratori capaci di opere sfrenate e ricche d’autentica creatività quali Vargas Llosa, Garcia Marquez, Bolano, Sabato, Cortazàr e altri ancora.

Scarseggiano da noi le cosiddette opere-mondo, quei romanzi capaci di ri-edificare la realtà tramite parametri nuovi e diversi, e che soprattutto funzionano da vere e proprie dinamo immaginative sia per i lettori che per gli altri scrittori, che operano un ricircolo d’aria e di spirito. La letteratura italiana è abbastanza acquattata, specie poi la critica italiana che non promuove quei lavori – e ce ne sono – che invece tentano l’impennata, la sfida alla materia fino all’utopia.

E’ chiaro che la situazione politica non aiuta né la cultura né la scrittura; pare però che quest’ultime abbiano esaurito l’energia, rassegnandosi a un ruolo di certificazione del fallimento in atto e al massimo di custodia dello stile ornato. Ma una letteratura che non accresce la mia coscienza a che serve? A che serve un romanzo se dopo che l’ho letto sono rimasto come prima, se per dirla con Kafka esso non ha funzionato come un’ascia contro il mare ghiacciato che mi porto dentro, se in definitiva la lettura di questo romanzo non rappresenta un’esperienza esistenziale prima ancora che estetica?

La cosa più inquietante che ravviso è il diffuso ateismo, non nel senso cristiano del termine ma in un senso ontologico; parecchi scrittori non credono in nulla se non nel nulla, mancano di ogni slancio fideistico e i loro prodotti inevitabilmente ne risentono. Quando iniziamo a scrivere un romanzo infatti siamo nei panni d’un uomo che si tuffa in mare senza sapere quanto ci metterà a raggiungere la costa, anzi senza nemmeno sapere se la raggiungerà; ciò richiede un vero atto di fede e un entusiasmo quasi pazzo; ma se ci tuffiamo già sapendo di dover e anzi di voler affogare, in che maniera trasmetteremo ardimento e gioia al lettore? In che maniera lo convinceremo che vale la pena provare a seguirci? Ad ascoltarci? Perché se è vero che gran parte della migliore letteratura si nutre di disperazione è altrettanto vero che poi pretende di redimerla, d’illuminare il buio entro cui sorge; la migliore letteratura è come una torcia che brucia nel e il buio, è una luce che s’alimenta del buio. Invece questa letteratura che denuncio si limita a registrare la presenza del buio, si limita a dirci (nei modi più svariati e talora anche esteticamente validi, ma io mi riferisco al senso ultimo, alle risonanze interiori delle storie) che siamo animali destinati a perire e a tornare cenere; e così facendo trasmette un messaggio che comporta rabbia, angoscia, depressione e frustrazione.

Lo spiega meglio di me la grande scrittrice americana Flannery O’Connor (1925-1964): “La narrativa è più che mai un’arte incarnatoria […] Chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che lo scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. E’ invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. Se il romanziere non è sostenuto dalla speranza di far soldi, deve essere almeno sostenuto da una speranza di redenzione, altrimenti non sopravviverà alla prova.” E ancora, rivolta alla comunità dei lettori e dunque anche dei critici: “Chi è senza speranza, non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. La via per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza. […] La mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero.”

Insomma quella cui mi riferisco è una letteratura depotenziata, disinnescata. Somiglia sempre più alla televisione, al suo modo bieco d’anestetizzarci e renderci a-critici, a-sociali, a-fasici. Ogni romanzo forte viceversa porta con sé un incremento di vita, anzi è esso stesso vita. Ogni romanzo forte è esuberante, e come proclamava Blake “esuberanza è bellezza”.

Forse, più che il talento o l’intelligenza, a mancarci sono la voglia d’osare e la capacità di rovesciare schemi precostituiti, sia a livello di narrativa che di promozione ed ermeneutica. Speriamo in eccentricità titaniche, in qualche bandito spirituale appostato dietro l’angolo e pronto a balzare, d’un tratto, in mezzo al sentiero.

Commenti

  1. “esuberanza è bellezza”
    parole sante!

    perché l’esuberanza è la natura stessa dell’essere, e scrivere “in verità”, allineati alla verità dell’essere, significa farsi tramiti di un accrescimento della creazione e della sua bellezza

    pochi libri oggi accrescono la vita, perché pochi uomini sono disposti a mettersi al servizio della vita crescente, e ad abbandonare il repertorio delle loro maschere difensive, che oggi rappresentano: il Collaborazionista, il Nichilista a pagamento (tanto nulla all’ora, fatta salva la pensione…), il Buffone di corte, e così via.

    l’esuberanza viene da un Cuore Svuotato, dalla Bocca da Fuoco di un cannone spirituale, che spara il seme di Dio: Logos spermatikòs

    grazie, Enrico, perché avendoci ricordato questa verità, ci aiuti a smascherare la menzogna.

    Un abbraccio. Marco

  2. Post bellissimo. Dissento solo dal giudizio che si intuisce su Gomorra, che io credo animato da uno Spirito di Giustizia (uso volutamente le maiuscole) che almeno in parte corrisponde a quanto chiediamo al letteratura. Non credete?

  3. Enrico Macioci dice:

    Marco
    Grazie per le tue parole. In effetti Blake era un poeta imbevuto di spirito, nel senso che qui stiamo intendendo.

    Alessandro
    Ti ringrazio molto per il tuo apprezzamento.
    Il discorso su Gomorra è in effetti assai delicato, perché il libro tratta un tema scottante e perché il suo autore vive una situazione difficile.
    Non c’è dubbio che Saviano rappresenti un esempio lodevole d’impegno civile; però il suo testo, a livello antropologico/spirituale, mi sembra che non insegni nulla; non spalanca visioni inedite che non siano prettamente materialistiche, non indaga l’umano nei suoi meccanismi interiori ma in quelli sociali; insomma non rientra in quella dimostrazione di creatività che io vado cercando in un testo.
    Facendo un esempio quasi paradossale: per me è più “civile” Kafka – che come sappiamo scrive opere palesemente assurde su un piano razionale, ma profetiche riguardo lo stato di salute dell’umanità, le sue prospettive e i suoi slanci spirituali; oppure pensiamo ai Demoni di Dostoevskij, che parte sì da un fatto di cronaca ma per arrivare ai grandi temi della fede, del suicidio, della Verità eccetera.
    Inoltre trovo forse esagerato il ruolo che ha assunto Saviano (forse suo malgrado) nella nostra cultura – un po’, mi pare, il ruolo che fu di Pasolini qualche decennio fa; ma siamo sicuri che ne possegga la statura, che sia in grado d’essere un maestro di pensiero? Si badi bene che la mia domanda non è retorica e non è polemica; è una semplice domanda.

  4. Fabrizio F. dice:

    Caro Enrico,

    sottoscrivo dalla prima parola all’ultima questo tuo bellissimo post.

    Purtroppo questa totale mancanza di anima dentro la letteratura contemporanea italiana è anche la ragione per la quale i libri dei nostri scrittori quasi mai (tranne pochissime eccezioni) hanno una pur minima rilevanza fuori dai confini nazionali.

    Gli scrittori italiani sono per la maggior parte concentrati a raccontare piccole storie da un punto di vista strettamente materiale (‘le cose che succedono’), se non quando puramente biologiche (‘le cose di cui ho bisogno’) illudendosi di fare “realismo”, senza considerare che l’unico vero “realismo” è quello che incarna davvero l’anima delle persone e delle cose (cioè i sentimenti e le qualità umane, come insegnò la grande tradizione del neorealismo italiano) e non si limita a descrivere semplicemente gli accadimenti esteriori e le necessità fisiologiche, nella disperata constatazione della mancanza di un qualsiasi orizzonte di senso.

    Recentemente ho provato a leggere ‘Emmaus’ di Baricco, dopo tanto tempo che non lo leggevo, e ne sono uscito davvero basito. Avvolto in una bella calligrafia, un vuoto agghiacciante di contenuti, una visione del cattolicesimo e del cristianesimo da terza elementare, più le mille strizzate d’occhio per compiacere quel pubblico guardone che la stragrande maggioranza degli editors oggi ha in mente quando pensa ad un titolo e a un testo che possa diventare un ‘best seller’.

    Insomma, stiamo messi male. Ma del resto quello che passa nell’anima della letteratura (e più in generale della produzione culturale o artistica) è né più né meno di quello che passa nell’anima della maggioranza delle persone che abitano questo paese e che in esso vivono – a quanto sembrerebbe anche semplicemente scorrendo le notizie snocciolate dalla nuda cronaca di tutti i giorni – in uno (spesso inconsapevole) disagio esistenziale.

    Grazie.

    f.

  5. caro Enrico,
    per me “sei TROPPO”.
    Se questo fosse un club, sappi che hai una fans in ascolto.
    ciao
    buon lavoro
    Rosella

  6. Filomena dice:

    Bello! condivisibile e interessante questo tuo post, caro Enrico.

    E’ vero, la nostra letteratura, le sue labili tracce, sono ormai dis-animate. Almeno per quello che riguarda la maggior parte dei libri lanciati sul mercato e maggiormente pubblicizzati ( verso i quali nutro una diffidenza che nasce spontanea). Che se poi si cerca, qualcosa si trova. Come dimostra quello che tu stesso hai scritto e quello che dicono i commenti che ne sono scaturiti.

    Perchè lo Spirito in qualche modo si deve pur esprimere
    🙂

    affettuosamente
    Filomena

  7. Enrico Macioci dice:

    Fabrizio e Rosella
    Grazie di cuore!

    Filomena
    Ti ringrazio.
    E’ vero ciò che dici a un certo punto, e cioè che chi cerca trova. Credo che un lettore appassionato e che sappia informarsi (oggi abbiamo non più soltanto i giornali e le riviste o il passaparola ma anche internet, specie i blog con le innumerevoli discussioni che ne scaturiscono) può scovare senz’altro narrativa valida. Direi che soprattutto in una sorta di “seconda fascia” fatta di autori noti ma non proprio famosi, abbastanza affermati ma non campioni di vendite, ci sono belle opere. Questo per non fare di tutt’erba un fascio.
    A ben vedere il mio post è più un attacco alla critica che alla narrativa, o meglio a un certo modo d’intendere e propagandare quello che è considerato “letteratura”, “cultura” oggi nell’Italia ufficiale. Che poi, proprio per via del fenomeno internet (e non solo per quello), questa Italia ufficiale si va oramai sbriciolando in tanti pezzi, va perdendo autorevolezza e direi oggettività, materialità.
    Insomma il discorso è complesso e articolato, e sicuramente non ho potuto trattarlo in modo esauriente nel mio post. Anche per questo mi avvalgo degli interventi successivi.
    Grazie ancora.
    Enrico

  8. Che sollievo ho provato leggendo questo post e i suoi commenti! Siete riusciti ad esprimere così bene quello che anch’io penso e sento da tanto tempo: la lettura di un libro deve portarmi un “incremento di vita”, magari anche attraverso storie dure, dolorose ma sempre lasciandomi intravedere un orizzonte altro, o ancora meglio un orizzonte Altro, con la “A” maiuscola. Questo è quello di cui io sento il bisogno come lettrice, cerco uno slancio del cuore, cerco nutrimento, e non ulteriore veleno oltre a quello che già ho attorno ogni giorno. Devo dire che di libri così ne ho trovati tanti, soprattutto grazie ai consigli di persone amiche e cercando e spulciando con tanta, tanta curiosità… E’ bello sapere che anche voi pensate queste cose. Un caro saluto.
    Antonietta

  9. Per quanto riguarda il libro di Scurati su Rignano Flaminio dubito ci sia la parte di “verità”. Credo invece si tratti di un vero e proprio romanzo fantastico.

  10. Caro Enrico, sono ovviamente d’accordo con te per quanto riguarda Kafka e Dostoevskij, così per quell’ “impresa folle” che è Infinite Just, che sto leggendo proprio in queste settimane. Gomorra è un’opera certamente diversa, ma forse non meno folle, per uno scrittore per giunta di 28 anni (tanti mi pare ne avesse Saviano allora). E’ vero che il romanzo rimane ancorato alla dimensione orizzontale dell’esistenza, ma a volte – credo – lo Spirito, l’ispirazione, chiedono allo scrittore di rimanere all’Inferno (nel territorio del diavolo, direbbe forse l’amata Flannery). Un orizzonte solo materialistico? Non credo. Lo Spirito di Giustizia, da cui il romanzo è alimentato e a sua volta alimenta (basta vedere la reazione nel pubblico dei lettori), è uno dei doni dello Spirito Santo (per parlare in termini cattolici), che produce “incremento di vita”. Che poi ci sia il rischio di rimanere fermi a questo livello “sociale”, lo credo anch’io, perché alla letteratura chiediamo di andare Oltre. Staremo a vedere se Saviano sarà capace di farlo, o rimarrà questa la sua cifra. In fondo anche Pasolini – per entrare nel tuo paragone ardito – non seppe compiere veramente questo passaggio, ma questa drammacita incapacità fu in qualche modo il segno della sua grandezza (“Lo scandalo del contraddirmi”). Quanto al “personaggio” Saviano, condivido le tue perplessità, e certo l’ambiente culturale (mediatico) che lo circonda forse lo danneggia più che aiutarlo. Mi ha colpito favorevolmente, però, in alcuni suoi passaggi televisivi, la Passione per la Parola letteraria e per la dignità dell’Uomo (i racconti di Kolyma). Di qui si può passare, forse, per andare Oltre.

    Un caro saluto

  11. Filomena dice:

    Caro Enrico
    a me il tuo post sembra PERFETTO!

    ciao, a presto
    Filomena

  12. Enrico Macioci dice:

    A proposito di David Foster Wallace, l’autore dell’immenso Infinite Jest citato da Alessandro Iapino, mi colpiscono moltissimo queste sue parole, davvero a tono col nostro post:

    “Se la situazione della nostra civiltà contemporanea fa disperatamente schifo, è insulsa, materialistica, emotivamente ritardata, sadomasochistica e stupida, allora qualunque scrittore può sfangarla creando alla bell’e meglio storie piene di personaggi stupidi, superficiali, emotivamente ritardati, e non ci vuole molto, perché quel genere di personaggi non richiede nessuno sviluppo. […] Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi bui, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che mettere in scena il fatto che sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana. […] Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. […] Penso solo che la letteratura che non esplora quello che significa essere umani oggi non sia arte. […] Che la cultura sia materialistica lo sappiamo già. E’ una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Ciò che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, cercare di capire questo: come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?”

    Mi sembrano parole particolarmente consonanti con lo spirito di Darsi Pace e di Marco Guzzi; colpisce e addolora che Foster Wallace si sia tolto la vita nel 2008 a 46 anni, in preda a una disperazione esistenziale che lui ha ritenuto incurabile.

  13. Domenico Parlavecchio dice:

    La sintesi e la chiarezza sono qualità scarse e preziose che hai trattato come uno chef tratta gli ingredienti per preparare un piatto che valga la pena “mangiare”.

    Ho gustato questo post e i commenti senza annoiarmi anzi con curiosità crescente.

    Dov’è lo spirito? Nelle persone.
    Non se ne accorgono? Colpa della letteratura?

    Rifletto su qual è la visione che noi abbiamo del mondo e cbe ri-produciamo. Sappiamo “scoprire” come funzionano le cose. Sappiamo come destrutturare e risolvere

    Sapere non significa aderire allo spirito forse al suo contrario….

    Imparare a “realizzare” questo si cambia e ci cambia. Oggi siamo degli ottimi attori a “rappresentare” un mondo che non esiste ma che produce profitto e dipendenza.

    Il pensiero, lo spirito sono gratis e dannosi.

    Siamo figli del nostro tempo durante il quale abbiamo la possibilità di essere nuovi esplorando sentieri con linguaggi nuovi che possano rendere la complessità in cui ci muoviviamo meno escludente ed esclusiva.

    Grazie

  14. Caro Domenico,
    sei proprio come “il vino buono”.
    Un abbraccio
    Rosella

  15. “queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?”

    la grande poesia e il grande pensiero sono arrivati almeno da un secolo alle conclusioni di David Foster Wallace, che cioè l’arte deve oggi scavare nella notte un buco d’alba

    lo sapeva molto bene Trakl, e si è suicidato
    Celan, e si è suicidato
    Hoelderlin, ed è impazzito
    Nietzsche, ed è impazzito
    Thomas, ed è morto a 39 anni ubriaco fradicio, e così via

    Come mai?

    Questa domanda me la sono posta molto presto, e forse per questo sto ancora qua, perfetta-mente pazzo e sano di mente

    Io credo che la salvezza consista in questi piccoli ma decisivi passi:

    1)capire che la letteratura non ti salva, non ti salvi solo scrivendo, anche se sei Hoelderlin, anzi il pericolo cresce;
    2) la salvezza sta nel tradurre in cose terrene le intuizioni dell’alba che viene, le quali, lasciate in aria, ti fulminano, letteralmente;
    3) la salvezza cioè sta nello scendere continuamente a terra, coniugando il più alto dei cieli con le cose più terrestri possibili: un duro lavoro, un matrimonio fedele con figli numerosi, una disciplina regolare di qualsiasi tipo, etc.
    4) questo serve a distruggere le forme narcisistiche della spiritualità, che tentano specilmente gli scrittori e gli “spirituali” in genere;
    5) la salvezza sta cioè OGGI più che mai nell’Incarnazione della Parola, nella CONIUNCTIO OPPOSITORUM: mettere insieme le cose più diverse.

    I nostri maestri non potevano ancora avere queste chiarezze e perciò, disincarnati, isolati, e pazzi, sono andati fuori della via stretta dell’incarnazione e della misura della trans-formazione.

    Oggi ppossiamo e dobbiamo creare una nuova tradizione del passaggio all’Alba.
    Ciò significa rispondere alla domanda di Wallace:
    “queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?”

    Perciò nascono i Gruppi Darsi pace, per creare un luogo dove un giovane Rimbaud potrebbe scoprire tutta la ricchezza del suo carisma profetico e arrivare a 90 anni, sazio dei suoi giorni terreni e pronto per i suoi giorni celesti.

    Un abbraccio. Marco

  16. Grazie Enrico per questo interessantissimo argomento. Colgo l’occasione per riproporre la tua testimonianza che è sul canale Darsi Pace di Youtube:
    http://www.youtube.com/user/darsipace#p/c/3184D2616E20CAA2/14/7c0lNmaHBlg

    Oltre a fare un’ottima pubblicità ai nostri corsi, ribadivi la necessità di una spiritualità da coniugare con una ricerca psicologica, capace di sciolgiere i blocchi che ostacolano la nostra apertura alla vita. Un caro saluto. Paola

  17. Enrico Macioci dice:

    Domenico
    E’ verissimo quello che dici. Tutti partecipiamo a un grottesco, anzi terrificante ballo in maschera. Basta accendere la tv. I corsi ci aiutano a smascherarci e quindi a vivere in maniera più reale e più presente; sembrano trattare argomenti astratti e invece sono concretissimi!

    Marco
    Che post meraviglioso! So bene cosa pensi della questione – capitale – di cui discutiamo.
    Nel tuo libro L’UOMO NASCENTE parli della letteralizzazione da parte dei grandi poeti suicidi o folli, e cioè del prendere alla lettera il fatto che per nascere davvero occorre morire – morire all’ego, però. Loro invece, appunto letteralizzando questa intuizione, e non avendo strumenti adeguati per comprenderla appieno, si tolgono la vita.
    Wallace ha avuto il suo punto debole in un eccessivo cerebralismo, in una mancanza di “presa” sulla vita attiva e concreta; il suo malessere lo ha progressivamente isolato dal mondo e le sue speculazioni, non poggiando mai i piedi per terra, lo hanno fulminato.

    Paola
    Sì, in effetti ho constatato nella pratica che la psicologia non basta; evidentemente non siamo solo neuroni, come molti “uomini di cultura” invece asseriscono!
    Occorre coniugare l’analisi dei malesseri con una ricerca di senso ulteriore che possa saziarci, o almeno iniziare a farlo.

  18. marco f. dice:

    … molto riduttivamente ho letto solo l’intervento di Marco e …. qui volevo solo ringraziarlo di vero cuore per essere con noi…
    Con Marco ogni parola, ogni pensiero è un afflato di Nuova Umanità, Nascente.
    Chiedo scusa per la mia egoità ribelle.
    Grazie.

  19. darsi pace su fb dice:

    A proposito di artisti che scavano un buco d’alba nella notte, ecco la testimonianza di un grande regista americano, David Lynch, nell’articolo pubblicato oggi su Repubblica. Da leggere:
    Per chi non lo ha ancora fatto, è possibile iscriversi al profilo darsipace su facebook (il link qui accanto a destra o in alto a destra della pagine): ogni giorno la rassegna stampa delle migliori notizie spirituali nei quotidiani nazionali.

    LYNCH -DA VELLUTO BLU ALLA MEDITAZIONE “COSÌ LO STRESS È STATO ANNULLATO”
    Il regista americano è in Italia per sostenere il progetto dell´istituto di Tremestieri Etneo in Sicilia dove gli alunni seguono le tecniche di Illuminazione della sua Fondazione e il bullismo è stato azzerato
    “Dopo 37 anni di Meditazione Trascendentale posso dire di essere un uomo diverso”
    La professoressa italiana: “Il nostro è stato un progetto pionieristico, utile per alunni difficili”

    ROMA – Boom! Schiocca le dita e… boom! Non trova le parole David Lynch per descrivere il momento in cui la Meditazione Trascendentale, che affettuosamente chiama «TM», fa scattare dentro la molla, «l´esplosione», il primo passo verso l´Illuminazione. Il regista di The Elephant Man e Velluto Blu ha ormai poco tempo per il cinema. La priorità è la David Lynch Foundation, che promuove gli insegnamenti del Maharishi Mahesh Yogi (il guru dei Beatles, sul quale sta realizzando un documentario). «Agli esordi pensavo che la sofferenza fosse fonte d´ispirazione indispensabile. Da quando, a partire dal 1973, pratico la meditazione, ho compreso che quella era un´assurda idea romantica, che anzi la sofferenza è nemica della creatività. Per rappresentare la sofferenza sullo schermo non è necessario soffrire», spiega l´artista 64enne.
    È arrivato a Roma da Oslo, dopo un lungo giro attraverso l´Europa. Scende nel giardino dell´albergo dopo un´ora di meditazione, rilassato, motivato, lucidissimo. È qui per ribadire l´efficacia di uno dei programmi più interessanti della Fondazione, “La scuola senza stress”. Ne parlò tre anni fa in un meeting a Palermo, ma non avrebbe mai sperato che qualcuno, in Sicilia, raccogliesse il messaggio. Invece ieri si è trovato faccia a faccia con Giovanna Finocchiaro, professoressa delle medie dell´Istituto Statale “Edmondo De Amicis” di Tremestieri Etneo, provincia di Catania, dove la preside Lucia Maria Sciuto non solo ha adottato – prima in Italia – la meditazione in classe, ma ha coinvolto 115 studenti in un progetto che ha del miracoloso, se si pensa che istituzioni, famiglie e studenti hanno aderito con entusiasmo («solo qualche riluttanza da parte dell´insegnante di religione»), ottenendo esattamente i risultati auspicati da Lynch.
    Silenzio, meditazione in corso. Quando c´è quel cartello appeso alla porta, in aula non vola una mosca. «La quasi totalità degli studenti lo fa dieci minuti ogni mattina all´inizio delle lezioni con l´aiuto di personale specializzato messo a disposizione della Fondazione Globale della Pace Mondiale (che in Italia rappresenta la Fondazione Lynch) e altri dieci minuti il pomeriggio a casa per proprio conto. Ora il Comune ci ha dato una magnifica struttura in cui i ragazzi che escono dalle medie possono continuare a praticare». La professoressa e il regista parlano la stessa lingua. «Raccogliamo fondi per l´educazione consapevole e la pace nel mondo», spiega Lynch, «e per dare alle scuole, agli alunni e a chiunque voglia farne uso la chiave per realizzarli attraverso la Meditazione Trascendentale. Abbiamo raggiunto circa 150mila studenti nel mondo e abbiamo evidenze scientifiche di come questa pratica abbia cambiato le loro vite. Le venti scuole americane che hanno aderito erano tra le peggiori degli States, istituti dove la violenza e il bullismo erano all´ordine del giorno; eppure dopo solo un anno la totalità degli allievi e degli studenti meditavano e anche i ragazzi che frequentavano malvolentieri i corsi hanno cominciato a essere più produttivi e concentrati. Su quelli con problemi psicologici e in preda alla depressione che erano stati considerati intrattabili la meditazione ha avuto un effetto sorprendenti. Una volta appresa la tecnica, capiscono che la positività arriva da loro stessi. Sono più felici, meno stressati e aggressivi; i voti migliorano e la scuola non è più un posto da incubo».
    I risultati delle indagini condotte sui 115 studenti di Tremestieri Etneo non sono ancora pronti, ma la prof conferma che «nonostante ci siamo avventurati in un progetto pionieristico, dopo un anno abbiamo avuto un´adesione quasi totale degli studenti. Nella classe più numerosa, quella di trenta, solo due non hanno aderito. La meditazione ha tranquillizzato anche i soggetti ipercinetici, li ha messi in sintonia con gli ingegnanti e meno ribelli con i supplenti. Il miglioramento comportamentale è evidente. Ci siamo meravigliati che la maggior parte di loro abbia continuato a meditare anche durante le vacanze estive per proprio conto». Lynch conferma la sua intenzione di aprire a Roma un campus universitario («Abbiamo già acquisito il terreno») che avrà come punto di riferimento la Maharishi University degli Usa e come principali facoltà quelle di Agraria (con attenzione alle coltivazioni biologiche), Medicina naturale e Urbanistica ecosostenibile.
    In favore della David Lynch Foundation si sono mobilitati un mucchio di artisti, compresi Ringo Starr e Paul McCartney, gli ex Beatles che l´anno scorso hanno aderito alla campagna «Il cambiamento inizia da dentro». Il prossimo gala benefico si terrà il 13 dicembre al Metropolitan Museum di New York. Tra gli ospiti, Russell Brand, Katy Perry e Clint Eastwood. «Che peccato che Michael Jackson non abbia continuato a meditare», conclude Lynch. «Aveva iniziato, ma non è stato perseverante. Solo farmaci e droghe potevano dare una risposta immediata alla pressione che aveva intorno. Oggi, dopo trentasette anni di pratica, posso dire che senza la TM sarei stato molto, molto diverso. E forse, a quest´età, un uomo finito».

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  20. Enrico Macioci dice:

    Significativamente, David Foster Wallace ha scritto nel 1995 un bellissimo saggio su David Lynch e sul suo cinema dal titolo DAVID LYNCH NON PERDE LA TESTA, contenuto nella raccolta TENNIS, TV, TRIGONOMETRIA, TORNADO edito da Minimum Fax.

  21. Mi piace sottolineare la frase di D. Lynch, che coincide esattamente con la riflessione di Enrico e il messaggio dei poeti benedetti che preme a Marco.
    «Agli esordi pensavo che la sofferenza fosse fonte d´ispirazione indispensabile. Da quando, a partire dal 1973, pratico la meditazione, ho compreso che quella era un´assurda idea romantica, che anzi la sofferenza è nemica della creatività. Per rappresentare la sofferenza sullo schermo non è necessario soffrire»,

  22. darsi pace su fb dice:

    LA RIFLESSIONE/
    DOV’È L’INCIDENZA STORICA?
    Il coraggio di essere uomini veri
    – di Arturo Paoli
    pubblicata da Pulce Viandante su facebook
    il giorno domenica 10 ottobre

    Dopo venti secoli, nella parte del mondo che è stata scelta per essere la prima realizzazione del regno di Dio, dobbiamo chiederci seriamente se Gesù abbia avuto successo. Certamente è stato amato molto, è stato accolto con tutto l’essere da quelli che noi chiamiamo santi, certamente molti cristiani hanno trovato la salvezza dopo la morte: ma è proprio questo l’ideale per cui Gesù è venuto sulla terra, per cui ha accettato la croce e le più profonde e temibili umiliazioni a cui possa essere sottomesso un uomo? Gesù sarà contento di questo successo oppure, come dice Pascal, sarà ancora in agonia e lo sarà fino alla fine del mondo? Sono domande che sorgono facilmente nel nostro cuore. Nel 1972 il papa attuale, da teologo, fece un’osservazione molto negativa: “Lo scandalo più grave della fede cristiana sta nella sua mancanza di incidenza storica. Essa non ha cambiato il mondo”. L’avverarsi di questa conclusione drammatica è sotto i nostri occhi. Eppure Gesù è venuto a cambiare il mondo. Con che metodo? Lasciando che gli uomini agiscano con assoluta libertà, che mettano in pratica i loro progetti e sviluppino una civiltà cristiana, ma soprattutto ha voluto trasformare queste attività umane per realizzare il grande progetto di Dio che è, come dice il gesuita Teilhard De Chardin, “amorizzare il mondo”. In questo mondo di armonia, di bellezza, di leggi naturali che si praticano con assoluta regolarità, il solo che mette confusione e disordine è l’uomo. L’uomo che è destinato a diventare figlio di Dio, a ricevere l’eredità del Padre e portare avanti questo mondo, è l’unico irregolare. Nel suo compito di portare avanti la creazione e di perfezionarla, scopre dentro di sé una forza negativa che impedisce a questa collaborazione di mandare avanti il mondo nella linea dell’amore.Oggi c’è un filosofo interessante, Luigi Zoja, che ha cercato di capire questo peccato originale. È andato a ricercarlo nel mondo pagano, particolarmente nei greci, ha studiato a fondo le leggende, le poesie, le produzioni letterarie e ha scoperto che il peccato originale consiste in quella che i greci chiamano hybris: l’orgoglio, la sufficienza, il “fai da te”, l’arroganza. Tutto questo si riproduce letteralmente nel nostro mondo cristiano. Un uomo del nostro tempo assai stimato, Giulietto Chiesa, membro del Parlamento europeo, ha scritto: “Trenta milioni di italiani che vedono solo la televisione hanno assorbito tutti insieme lo stesso messaggio di violenza, di ineducazione, di egoismo, di assenza di solidarietà, di stupidità dominante nelle televisioni private. Il risultato finale è che oggi abbiamo una società peggiore di quella di venti anni fa, siamo diventati tutti peggiori. Venti o trenta anni fa circolavano ancora tra di noi delle idee di solidarietà, di bene comune ed erano largamente espressi, oggi siamo in un mondo in cui veramente sembra che il messaggio cristiano non abbia nessun effetto”. Giulietto Chiesa afferma proprio quello che denunziava il teologo Ratzinger nel 1972: la fede cristiana non ha incidenza storica, essa non ha cambiato il mondo.Noi siamo di fronte a un Gesù che ha dato se stesso, che ha promesso di essere con noi fino alla fine del mondo, di aiutarci a trasformare il mondo come Dio lo pensa, a liberare la legge dell’amore da tutti i viluppi negativi in cui è coinvolta. Eppure il mondo non è cambiato. Perché? Forse bisogna riflettere sul modello di cristianesimo che ci è stato insegnato, le cui linee fondamentali sono che Gesù è venuto a pagare il nostro peccato e così facendo ci ha liberati dal peccato. Questo non è assolutamente vero! Gesù ha preso su di sé il peccato perché ci ha preceduto nel cercare di raggiungere la liberazione da questa infezione. La sua missione fondamentale non è espiare i nostri peccati davanti a Dio, ma liberare l’umanità che porta in sé questo peso, questo cancro, questa malattia contagiosa. Bisogna cancellare l’idea che l’acqua del battesimo cancelli il peccato come una macchietta dall’abito bianco: Giovanni Battista quando battezza dice che con il battesimo “ci impegniamo” a seguire Gesù, assumiamo la sua forza, la sua energia, il suo coraggio dentro di noi. Lui ce lo offre continuamente, io starò con voi fino alla fine del mondo, non vi lascio soli, io sono la vite e voi i tralci sono queste le sue parole. Lui sarà schiaffeggiato, sarà coronato di spine, affronterà coraggiosamente tutto quanto c’è di più doloroso, di più umiliante, di più spregevole possano pensare gli uomini per ridurre la persona a uno straccio e gettarlo via. Leggete Isaia e troverete questa descrizione. Ma attenti: non è il Padre ad avere bisogno di umiliare e di gettare il Figlio in questo obbrobrio. Sarebbe un orrore! Sarebbe una bestemmia. Siamo noi che ne abbiamo bisogno. E quindi, come dice Carlo de Foucauld, che non è un grande teologo ma è un mistico, Gesù è per noi il modello unico. Quanti concili, quanti libri, quante biblioteche sono esistiti per definire chi è Gesù: e l’occidente è stato contentissimo di trovare tutte queste definizioni, ti metteremo in cielo, ti creeremo le più stupende basiliche, ti chiameremo re, sovrano, purché tu lasci la terra. Non ti occupare della terra, la terra è brutta, è soltanto un giardino feroce in cui dobbiamo passare un certo tempo. Tu occupati del cielo, aprici le porte del cielo e questo ci basta. Ma non è vero! Gesù ci ha detto: Io starò con voi fino alla fine del mondo, vi accompagnerò ma ricordatevi che tutti, qualunque siano le nostre opere buone, la nostra presunta santità, le nostre penitenze, dobbiamo guarire da questo cancro: l’orgoglio, la sufficienza, la rabbia, l’arroganza, il non perdonare.Oggi è caduta l’impalcatura filosofica che sosteneva la nostra fede, è morta quella filosofia dell’essere che ci aveva portato a cantare Gesù grande Signore Re dell’universo, e non modello da seguire, conditio sine qua non per essere uomini veri. Possiamo cantarlo in tutte le musiche, celebrarlo in tutte le poesie, rappresentarlo in tutte le gallerie d’arte ma se non lo seguiamo per quello che vuole, perdiamo l’essenziale. Gesù ce lo ha detto chiaramente: imparate da me che sono mite e umile di cuore. E ci ha dimostrato che l’unico modo è trasformare le nostre sofferenze, specialmente quelle che ci tormentano di più, in strumenti di liberazione. Tante volte ci siamo domandati: ma perché devo soffrire? Perché? Interrogate queste angosce, cercate di servirvene, sono i grandi aiuti per diventare quello che Gesù vuole, la sua immagine. La nostra fede non è un dettaglio, noi siamo chiamati a edificarci come scultori, ma la creazione non è seguire un modello esterno, è liberazione da questa hybris. Bisogna diventare figli di Dio, e non lo si diventa attraverso un sacramento che ci dà un titolo, il sacramento è il segno dell’impegno che Gesù si prende di aiutarci a liberarci. Abbiamo un po’ di ragione anche noi che siamo pigri, che non vogliamo accettare la sofferenza, che barcolliamo, perché la Chiesa non ci ha insegnato questo: forse è come una madre un po’ vecchietta, un po’ indulgente che pensa: non devo far male, devo cercare che i miei figlioli siano contenti, ma per non ferire la piaga purulenta che fa male con il tempo peggiora. Amorizzare il mondo è il grande tema di Gesù ed è il grande fallimento, secondo le parole del teologo Ratzinger. Appare fallito ma è presente. Fin quando ci sarà un uomo sulla terra, Gesù si servirà di lui per continuare il suo progetto di pace, di giustizia, di amore. Gesù è stato il primo uomo che ha sfidato, che è andato avanti, che è passato per la morte e ha vinto. La sua vittoria ci fa sperare, avverrà il regno di Dio. Ha bisogno di noi.

  23. “La nostra fede non è un dettaglio, noi siamo chiamati a edificarci come scultori, ma la creazione non è seguire un modello esterno, è liberazione da questa hybris”.
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