La pratica iniziatica del giovedì santo

Maestro perché Servo!

Il senso di minister (servitore, domestico) risalta meglio in opposizione a magi­ster (maestro, capo, guida), così come il derivato ministerium in rapporto a magisterium. Tali termini hanno la loro radice nei comparativi minus – magis,  più piccolo – più grande.

E’ questo vocabolario a rischiarare il mistero iniziatico di Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13, 1-20). Lo ascoltiamo dal vangelo del giovedì santo, alla messa “nella cena del Signore” che inaugura le feste pasquali.

Comportandosi da servo – era incarico del servo lavare i piedi al padrone e ai suoi commensali (cf. 1 Sam 25,41) – Gesù si manifesta come il maestro.

Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio, versa acqua in un catino, lava i piedi di ciascuno discepolo e li asciuga. Un servizio completo! che stupisce (vedi la reazione di Pietro) e trasforma chi è fatto oggetto di così immeritato servizio, “iniziandolo” alla pratica del ministero che grandifica senza umiliare.

Il più grande, il Signore e il Maestro, si inginocchia facendosi piccolo, il più piccolo, davanti ai piccolissimi discepoli. Così il suo sguardo, dal basso verso l’alto, non impaurisce, non giudica, non mette soggezione; è uno sguardo che edifica, fa crescere, rende grandi e importanti. E’ proprio l’amore gratuitamente dato-servito che concede di diventare grandi!

Il senso dei gesti di Gesù è svelato dalle sue parole: «Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, se­dette di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sa­pendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13, 12-17).

Il ministero di Gesù diventa il suo magistero: la beatitudine dei discepoli sta nel “praticare” le cose apprese dal Maestro.

Anche nei Sinottici, nel contesto dell’ultima cena, proprio dopo l’istituzione dell’Eucaristia e l’annuncio del tradimento, sorge tra i discepoli una discussione su chi poteva considerarsi il più grande. Allora come oggi, davanti alla rivelazione dell’amore senza confini, sappiamo subito contrapporre i con­fini angusti della “carne e del sangue”. E il Maestro dice ai discepoli (oggi a noi): «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più pic­colo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,24-27; cf anche Lc 9, 48: «Chi è il più piccolo tra voi, questi è grande»).

Il giovedì santo ci “inizia” alla vera grandezza insegnandoci a diventare “piccoli”. Una scelta impostata sulla gratuità, l’oblazione, il servizio, l’umiltà, l’attenzione agli altri, la passione per l’edificazione della Chiesa, della società, della nuova umanità.

L’esempio del Maestro perché Servo riguarda ogni discepolo, qualunque sia il suo stato. Possiamo allora domandarci: interpella ciò che faccio quotidiana-mente, affinché impari a farlo evangelicamente?

Commenti

  1. Giuliana dice:

    Bella l’opposizione dei due termini minister e magister per vedere che in Cristo si unificano: Maestro perché Servo.

    In questa quaresima, nella lettura del vangelo, sono stata particolarmente colpita dall’umanità di Cristo: il suo rapporto con le donne, con i bambini, con gli amici, con l’acqua, il pane e il vino. E ancora il suo modo di avere paura e di avere coraggio.

    “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”

    Quanto lavoro devo fare per trasformare la rabbia che mi abita in gesti umili, semplici e miti.
    Cristo si impara imparandone il cuore ed io sono un’analfabeta del cuore.
    Ma davanti alle sue braccia spalancate sulla croce mi sento dentro un abbraccio accogliente :

    “Signore Gesù, aiutami, guariscimi, togli il mio peccato dal mondo.”

    Giuliana

  2. Marco Guzzi dice:

    Carissimo Corrado, grazie di questa bella riflessione sul rapporto tra minus e magis, tra il meno e il più, tra la minorità autentica e la maggiorità vana.

    Mi chiedo se una autentica minorità non debba accompagnarsi sempre con qualche segno di esclusione. Mi chiedo cioè se possiamo essere per davvero ministri, minori, se in qualche misura non siamo anche un po’ minorati, segnati da una qualche persecuzione o sventura.

    In fondo Gesù compie il gesto della lavanda poco prima di essere torturato e ucciso brutalmente.

    Ti dico questo perché non voglio nasconderti la mia difficoltà a partecipare alle tante lavande dei piedi che ogni parrocchia apparecchia con ogni buona volontà, con ogni intento di servizio e così via.

    Non so, non ci sento forse quel timbro tragico e vero del gesto di Gesù. Forse il gesto del servizio deve in un certo senso stupire, portare con sé qualcosa che abbassi per davvero, che umili, che bruci.

    Nell’umiliazione della sconfitta troviamo la grazia del servizio che libera, quando non abbiamo più molto da perdere. Allora forse il minorato diventa ministro, e così maestro che non domina, ma serve.

    Un abbraccio da dentro quel Cuore che insegna mentre serve, e vince mentre muore.
    Marco

  3. Scrivo da Gerusalemme, dove i luoghi santi visibili conducono a pellegrinare ai luoghi santi invisibili, che sono i nostri cuori. E’ qui, nel cuore, che succede tutto quello che deve succedere per morire e risorgere davvero. Se non succede qui, il mistero pacificante della Pasqua non ci sfiora neppure.

    Carissima Giuliana, mi associo al tuo sentire. Salendo e risalendo in questi giorni al Golgota non mi viene che da dire “Kyrie eleison”. Una perfetta preghiera che permette un po’ di piu’ alla mia umanita’ di fare pasqua.

    Veramente profonda la tua considerazione, carissimo Marco G., sulla minorita’ declinata dalla minorazione per essere tale. Consonante con l’esperienza di san Paolo: “quando sono debole e’ allora che sono forte”. Quando sono perdente, drammatica-mente umiliato, allora posso incamminarmi libera-mente elevando in alto cristiana-mente la palma che non marcisce. E gustare la pace pacificante.

    Assicuro il mio ricordo orante per tutti voi presso l’Anastasis.
    Corrado

  4. antonella dice:

    desidero ringraziarvi per i vostri commenti per l’aiuto che mi offrono.ne approffitto per augurarvi Pasqua.un abbraccio.

  5. “Nell’umiliazione della sconfitta troviamo la grazia del servizio che libera, quando non abbiamo più molto da perdere. Allora forse il minorato diventa ministro, e così maestro che non domina, ma serve.” (Marco Guzzi)

    Credo che queste parole siano profondamente ispirate e pasquali.

    Grazie a tutti voi per questo cammino così importante, anche per chi come me segue un po’ a distanza.

    Buona Pasqua ad ognuno di voi.

    renato

  6. rosella dice:

    “Si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio, versa acqua in un catino, lava i piedi di ciascuno discepolo e li asciuga. ”

    Ritengo non casuale che Gesù compia questi gesti all’apice della Sua vita pubblica.
    E’ necessario divenire adulti, essere stati nutriti e rivestiti con amore, per decidere di DEPORRE da sè stessi LE PROPRIE VESTI…
    Questi gesti mi richiamano un’altra cena, quella in cui, una donna, grata per essere stata liberata da “sette demoni”, lava e asciuga SINO ALLO SPRECO (di un unguento profumato…).
    In una società come la nostra “dell’usa e getta”, oggi mi va di cogliere questa abbondanza amorevole del cuore, che benedice e risana oltre ogni buon senso la persona umana, non oggettivandola, ma relazionandosi con lei.
    Ciao a tutti
    Rosella

  7. Anonimo dice:

    Gesù compie queste azioni consapevole della sua morte.

    Profumando il corpo di Gesù con una sovrabbondante gratuità la donna (mi riferisco all’unzione a Betania Mc 14, 2-9) annuncia il destino ancora sconosciuto e sorprendente di quel corpo. Porta alla luce la realtà presente e si lascia interpellare.

    Gesù dà un nuovo senso al gesto della donna, quello di “un profumo perduto per un corpo perduto”.

    Perdita beata, di buon odore, simbolo della buona novella, parola di vita tratta dalla morte.
    (da Camille Focant “Ritratti di Gesù” ed Quiqajon )

    Giuliana

  8. grazie Giuliana
    un abbraccio
    Rosella

  9. Mariapia dice:

    Mi soffermo su queste parole: Gesù ci propone” una scelta impostata sulla gratuità, l’oblazione, il servizio, l’umiltà, l’attenzione agli altri”. Chi di noi non opterebbe per una tale scelta, almeno in teoria? Io mi propongo di farla ogni giorno. Ma quando si tratta di tradurla in pratica, di essere veramente oblativa, etc, mi ritrovo sempre inadeguata, lontana da questo nobile ideale.
    Allora penso con speranza all’efficacia dei lavori di auto conoscimento che ci propone Marco,:forse andare alla radici delle nostre distorsioni ci aiuta a vivere di più il vangelo. Forse,come dice lui, nel bel commento a questo post ,ci scopriremo e ci accetteremo minorati e riusciremo ad essere anche minori. Buon tempo pasquale! Mariapia

  10. rosella dice:

    Cara Mariapia,
    Anch’io ci giro attorno “al limite”.
    Quasi che, riconoscere : “io funziono così”, non sono adeguata, o come declamo io: “siam tutti I QUASI ADATTI” (tratto dal titolo di un libro di Peter Hoeg) equivalesse a riconoscere LA MIA IDENTITA’ di partenza.
    Io sono ANCHE così LIMITATA.
    Paradossalmente, questo non mi deprime ma mi allarga il respiro nella vita; liberandomi dalla pretesa di essere perfetta: adatta appunto.
    Pone veramente uno sguardo diverso su me stessa, sugli altri e sulla realtà.
    Comincio a piacermi proprio perchè son “quasi adatta” e se un Altro non mi salva, non son salvata.
    Se un altro non ti guarda magnanimo, non ti accoglie nel tuo limite tu non sei resa adatta.
    Questa per me è una gran bella sensazione. Non “devo” ne “posso” fare molto DA SOLA.
    E’ lo stare assieme SORRIDENDO che cambia le cose.
    Corrispondere con un sorriso a chi ti è PRESENTE è quasi “far nulla”; eppure, forse, si percepisce il gusto del poco.
    Di ciò che nasce nell’ immobilità?
    Ti abbraccio e buona giornata a tutti
    Rosella

  11. Mariapia dice:

    Cara Rosella, grazie! Accettarsi come siamo è condizione indispensabile per la trasformazione, verso il meglio! Mariapia

Lascia un commento