Meglio su internet o davanti a un bicchiere di vino? Così l’uomo spirituale affronta i conflitti col mondo.

In che modo l’uomo spirituale affronta gli inevitabili conflitti della vita?
Quali modalità di comunicazione sceglie per comunicare la sua visione nel mondo senza scivolare nell’io bellico che ignora le ragioni altrui e si impunta stizzito sulle proprie?
Quali le forme più opportune?

Nei gruppi di Darsi Pace inseguiamo con tenacia la realizzazione di un’umanità nuova, che oltrepassi l’attitudine allo scontro, in cui l’altro (il coniuge, il figlio, il collega, il vicino di casa o il passeggero dell’autobus) è fondamentalmente un nemico pronto ad azzannarti. E, dunque, da azzannare per primi.
Inseguiamo questo obiettivo sui tre livelli: storico-culturale (leggiamo come si esprime l’uomo nella storia e nelle arti per cogliere i segni dell’uomo nuovo che a fatica emerge), psicologico (lavoriamo sulle maschere e sulle ferite che vengono dal nostro passato, per cercare di scioglierle), spirituale (impariamo le tecniche di meditazione, la lettura della Parola, l’abbandono e l’ascolto di qualcosa che ci trascende).

Questo fa di noi uomini migliori, pacificati? No, non necessariamente. Piccoli avanzamenti del cammino richiedono costanza e disciplina nella pratica. E non è detto poi che un buon lavoro ci risparmi tensioni nei nostri rapporti.
Anche tra noi dei Gruppi, anche al nostro interno, infatti, malgrado le comuni premesse sulla base del lavoro, si aprono letture diverse della realtà, che a volte si trasformano in confronti dialettici. E, come in genere accade alle persone che hanno passione per le cose in cui credono, l’espressione di queste diverse sfumature può assumere i toni del confronto acceso.

Accade, per esempio, sui modi con cui all’interno dei gruppi si cercano di leggere gli spunti dell’attualità (che è parte integrante del primo aspetto della pratica, quello storico- culturale). Qualche esempio: che rapporto avere con le novità che il mondo della tecnologia propone ogni giorno, da facebook alla transmedialità? Qualcosa di cui diffidare o piuttosto da studiare a fondo per usarla nel modo migliore (in una mano la Bibbia, nell’altra Wired, per capirci)?
Oppure, come valutare – in termini spirituali – il recente risveglio nell’opinione pubblica, compresa quella cattolica, l’indignazione contro il degrado politico, che proprio dai nuovi mezzi di comunicazione esprime voglia di cambiamento? Qualcosa da tenere a distanza, come il Cristo del Vangelo fa con gli ebrei che gli chiedono di ribellarsi alla tirannia romana? Oppure come qualcosa che, al netto delle inevitabili illusioni e mascheramenti dell’ego, esprime comunque semi di speranza da cogliere, inclusa l’indignazione, come il Cristo di fronte ai mercanti del tempio o il Battista di fronte all’immoralità di Erode?

Sfumature di accenti, di sensibilità, di storie pregresse con i loro pregi e i loro pregiudizi, che possono disunire persone accomunate da un identico e autentico desiderio di spiritualità cristiana.
Prendo queste divergenze di opinione all’interno di un gruppo che dà per scontata la lotta alla natura egoica dell’uomo, come grande metafora dei più gravi conflitti della vita, quelli che ci oppongono a persone del tutto estranee a un cammino di ricerca interiore. E torno alla domanda di partenza: come esprimere queste divergenze senza trasformare la relazione in un campo di battaglia? Con quali forme?

Bene. Proprio sui temi caldi dell’attualità, ho notato una differenza di temperatura, tra le diverse anime dei Gruppi, se il confronto avveniva su facebook,  al telefono o davanti a un bicchiere di vino. Sul web, un po’ come quando si è nel traffico, le stesse cose dette dalle stesse persone si caricano di un accento polemico, tendente spesso all’irritazione, più o meno mascherata. Che si attenua se lo stesso confronto viene spostato sulla linea del telefono. O si riduce a poca cosa se passa all’approccio diretto, personale, occhi negli occhi. Addirittura si trasforma in gioia e grande capacità di ascolto reciproco (è accaduto anche questo), se avviene di persona dopo una meditazione comune.

E allora, per concludere: quanto conta il mezzo, quanto la nostra presenza fisica o virtuale, nell’incontro con il mistero dell’altro, che comunque ha sempre una certa dose d’impatto?

Comments

  1. Massimo
    Sei un mito!
    ora non posso soffermarmi perchè, come “nonnasitter” mi tocca un cartellino lungo, lungo, sino a sera inoltrata, ma poi ci dormo su e qualcosa m’invento.
    Grazie, grazie ancora.
    Ciao
    Rosella

  2. Non conosco molto le dinamiche interne ai Gruppi, se non per quel che traspare appunto dal web o dai testi pubblicati da Marco.
    Forse ciò che fa la differenza nel modo di reagire, dipende dal grado di “pubblicità” del mezzo comunicativo. Sul web siamo come esposti in una grande piazza, e qualcosa dentro di noi fa scattare immediatamente meccanismi di autodifesa, come se fosse in gioco la “nostra immagine”, come se qualcosa o qualcuno possa mettere in discussione il mio “prestigio”.
    Se il confronto avviene in ambiti più privati invece ci sentiamo più al sicuro, più disposti a vedere le cose a partire da un senso di amicizia autentico, proprio perché non scatta il meccanismo di difesa della mia “immagine”.
    Ma non so se quel che dico abbia un senso, forse sto solo leggendo me stesso.
    Un abbraccio e grazie per la vostra presenza.
    renato

  3. Alessandro Drago says:

    bel tema, Massimo, perchè il mezzo non è affatto indifferente.
    C’è chi si sente perfettamente a proprio agio sui vari blog e chi, come me (e mi trovo perfettamente in linea con Renato), deve alzare, e di molto, il livello di attenzione per ciò che scrive.
    In genere preferisco la comunicazione diretta, anche se, da buon astemio, senza il bicchiere di vino.
    In ogni caso, la comunicazione via web, è, per me, molto più dispendiosa di energie. Il circolo vizioso è questo: tento di scrivere qualcosa di sensato, ma, per una serie di motivi (l’occhio e la mente sono continuamente distratti da colori, faccine, pubblicità)perdo tempo, sento che le energie vengono progressivamente meno. Senza aver scritto niente di particolarmente significativo, è passata mezz’ora, a volte di più, l’ansia aumenta, tutto il processo si amplifica. Sto male fisicamente.
    Poi, dopo aver scritto, l’ansia continua (“sarò riuscito a farmi comprendere? Chi mi risponderà?). Avverto un sottile disagio in questa forma di comunicazione. Tutto ciò che mi fa guadagnare tempo fisico (come avrei potuto, prima, comunicare con così tanta gente, nello stesso tempo), richiede, poi, un tempo superiore per essere metabolizzato, digerito. E’ facile, da tutto ciò, osservare un aumento di aggressività.
    Almenpo questa è la mia esperienza.

  4. Domenico Parlavecchio says:

    “Il mezzo è il messaggio” diceva McLuhan
    http://it.wikipedia.org/wiki/Marshall_McLuhan#Il_medium_.C3.A8_il_messaggio

    Niente di più vero. E infatti se impariamo a conoscere i pregi e i difetti dei diversi medium
    dovremmo piano piano utilizzare quello migliore in base a quello che vogliamo dire e a chi lo vogliamo dire.
    Generalmente è un processo abbastanza lungo e che necessita di esperienza (metterci la faccia per intenderci).
    Questo per rispondere alla tua domanda.

    E non posso che concordare con Alessandro perchè scrivere diventa allora faticoso e crea tensione
    e con Renato perchè quando ci metti la faccia il rischio che ti arrivino delle dure critiche
    è altissimo.

    C’è bisogno di molta umiltà per esporsi ed eventualmente riconoscere una svista o un errore.
    E’ comunque una bella sfida sulle relazioni che personalmente mi ha portato a coinvolgere Renato
    e i suoi studenti ad invitarli nel nostro spazio telematico più di una volta.
    E la stessa voglia che ci ha spinti a iniziare lì’avventura su facebook.

    La tua riflessione solleva un altro tema a me caro.
    Perchè malgrado facciamo lo stesso percorso a volte la condivisione diventa accessa?
    e la visione della realtà è profondamente diversa?
    Queste domande potremmo farle anche a tutte quelle persone con le quali condividiamo un percorso
    professionale, matrimoniale, genitoriale,..

    La risposta che mi sono dato è la necessità che ciascuno faccia la sua giusta dose di esperienza (se lo desidera)
    che lo porta a riflettere e a condividere.
    Forse potremmo arrivare così ad una vissione comune e afre una scelta condivisa pacificata.
    E quando capita questo? domani o mai.

    Il tema diventa che faccio? che facciamo?
    Si cammina insieme e ogni tanto si ritorna sul tema per capire a che punto siamo. Senza forzare.
    Mentre scrivo penso a Cristina mia moglie e a mia figlia Irene a qualche collega… a voi.
    HO sempre pensato al viaggio e alla meta il come …. provando a fidarmi di chi incontro 🙂

    Grazie per la proposta di riflessione e del linguaggio che mi è piaciuto molto. Schietto e diretto.

  5. “l’ uomo spirituale -Quali modalità di comunicazione sceglie per comunicare la sua visione nel mondo? ”
    Un io spirituale riconosce ciò che ORA accade poichè è consapevole che il mondo va costruendosi attraverso di lui, attraverso la comunicazione nella quale egli stesso è coinvolto
    In un certo qual modo:LASCIA CHE ACCADA, nella consapevolezza di essere un osservatore che riconosce la gratuità di ciò che si va formando proprio sotto i suoi stessi occhi.
    Mi sento di dire che una persona spirituale non si pone il problema di come comunicare LA SUA visione del mondo, ma riconosce una “NUOVA VISIONE” che s’informa. Che prende forma.

  6. Domenico Parlavecchio says:

    cara Rosella, Massimo ci fa fare tardi questa sera 🙂

    Riconosce e prende forma … mi piace, lo compro!

  7. “Perchè malgrado facciamo lo stesso percorso a volte la condivisione diventa accessa?” (Domenico)

    Credo sia questione di prospettive e partiture: la “verità” è corale. Non sono un musicista e lascio ad altri sviluppare questa immagine, ma mi sembra che ognuno di noi abbia una prospettiva sul tutto, una partitura per la sua propria voce, che si compie solo quando canta con tutti gli altri. Il problema è non pensare di poter cantare da soli, di non credere che il mio violino sia un’orchestra…

    “attraverso la comunicazione nella quale egli stesso è coinvolto” (Rosella)

    Mi sembra di intuire dalle parole di Rosella che l’uomo spirituale (quello che di quando in quando si illumina nelle tenebre) com-unica la “sua” visione dialogando: con se stesso e con l’altro. Anche qui non c’è mai parola solitaria, autonoma, ma aperto dialogo, parola che nasce e cresce nell’ascolto. Nell’ascolto io non sono più neppure un osservatore (distaccato) ma, forse, il luogo proprio di ogni accadere: la vita. Mi capita, quando riesco a sciogliermi nell’ascolto, di sentirmi più vivo!
    ‘Notte e grazie davvero.

  8. “E torno alla domanda di partenza: come esprimere queste divergenze senza trasformare la relazione in un campo di battaglia? Con quali forme?”

    Quando vi sono delle divergenze in atto in qualunque tipo di relazione noi ci troviamo, che sia il web o un bicchiere di vino si attivano maschere ed ombre (tanto per utilizzare il nostro lessico darsipacista) in modo circolare.

    Niente di grave.
    Bisogna lavorarci su.
    Ognuno per sè e Dio per tutti.

    “Addirittura si trasforma in gioia e grande capacità di ascolto reciproco (è accaduto anche questo), se avviene di persona dopo una meditazione comune. “

  9. “E allora, per concludere: quanto conta il mezzo, quanto la nostra presenza fisica o virtuale, nell’incontro con il mistero dell’altro, che comunque ha sempre una certa dose d’impatto? ”

    … poco.
    IL MEZZO E’ FINALIZZATO “al proprio fine?”
    e non scegli neppure tu il mezzo: tu hai nel cuore solo “il fine”, ti predisponi ad essere un tramite, il mezzo per….
    Qualunque mezzo tecnico è buono al fine di essere TUTTO IN TUTTI, ma nessuno di noi “da solo” può fare tutto e bene.
    Questo è irreale… : “da solo” come: non relato? – ma la realtà si fa “irreale” anche quando tendiamo ad agire deliri d’onnipotenza.

    “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”

    Il buon samaritano va per la sua strada, percorre la via della sua storia limitata che scende (lo spirito scende nella terra per incarnarsi, quasi fosse uno sputo… che si fa palta fango per ridare la vista al cieco…) e fa un “incontro casuale” che il suo cuore accoglie poichè custodisce in sè stesso il fine della vita; ed agisce di conseguenza IN ARMONIA CON IL PROPRIO FINE.
    Tutto qui.
    Un abbraccio.
    Rosella

  10. Carissimi, mi verrebbe da dire che la risposta a questi interrogativi sia semplicemente il nostro lavoro, fatto bene.
    Questo lavoro non può certamente essere fatto in un blog pubblico. Mentre può farsi in una sezione riservata esplicitamente a questo scopo, tra persone disposte a farlo.

    Ecco perché questo blog è nato come semplice servizio di divulgazione del senso dei nostri Gruppi, per spiegare il perché della loro nascita, e i metodi utilizzati, per “urbanizzarci”, come disse Antonio.

    L’uso corretto dei mezzi evita la corruzione e la distruzione dei fini.

    Non credo che sia utile moltiplicare luoghi di dibattito generico, che diventano spesso luoghi di inutile scontro.
    Non ho tempo per alimentare il mio e l’altrui ego…
    Il mio desiderio è aiutare le persone ad uscire dal loro incubo egoico-bellico: solo questo.
    Il resto viene dato in sovrappiù.

    Il che significa che lo scopo di questo blog è solo quello di spingere le persone a meditare e pregare molto più a lungo, a lavorare sulle proprie difese infantili molto più profondamente, e a studiare la singolarità di questo momento storico in modo molto più serio e sistematico, e cioè ogni giorno.

    Il conflitto si cura, non lo si intensifica, fomentando la rissa delle opinioni.

    Darsi pace nasce e cresce su queste basi, e vi segnalo questo video di Tolle, in cui queste idee sono dette con una sintesi efficace:
    http://www.youtube.com/watch?v=4d-FFeu3xhQ

    Ciao. Marco

  11. Caro Massimo e cari compagni di viaggio,
    non vorrei dare l’impressione di sottrarmi al mio solito “cicaleccio”.

    Una segno indelebile nella mia infanzia è stato quello di STUPIRMI DOLOROSAMENTE di “non essere capita” e quindi rifiutata.
    Ma questa è solo una PRESUNTUOSA CONCLUSIONE ERRATA.
    Nella vita, ciò che conta è: “essere accolti e lasciati andare”. Così sono diventata solitaria.
    Per me è sempre faticoso relazionarmi con le persone.
    Il mezzo telematico mi ha consentito d’interporre UNA GIUSTA DISTANZA PER RICOMINCIARE timidamente A FIDARMI ancora.
    Nei miei rapporti “faccia a faccia”, quelli personali quotidian, così come negli incontri mensili con alcuni di voi, mi rendo conto che i miei automatismi scattano più facilmente; sono meno controllabili che non tramite la scrittura.
    Scrivendo funziono meglio. Mi è più facile entrare in una conversione, quasi meditativa, direi.
    Ed è proprio lo scrivere nel blog che mi ha consentito d’iniziare un dialogo familiare, “corpo a corpo”, anche con i miei cari. Erano liberi di leggermi e di conoscermi “se lo ritenevano opportuno”. Io non ero più in grado (ora lo sono in modo abbastanza soddisfacente) di dirmi direttamente a loro. Non ne avevo la forza NON CREDEVO POSSIBILE per me sopportare ulteriori delusioni.

    Massimo, e se un tuo prossimo post vertisse sulla LIBERTA’? Che te ne pare?
    un abbraccio personale a te ed a tutti con gratitudine ed affetto
    Rosella

    … tranquilli: ora mi taccio.

  12. che ne direste di un bicchiere di vino davanti ad internet? 😉

    Penso che c’è un tempo per tutto. Internet, al pari di ogni altro strumento, va usato come strumento, anche se talvolta diventa una finestra su una realtà che rischia di diventare ‘virtuale’ e di disperdere energie.
    Ma ciò avviene solo nella misura in cui non siamo noi stessi. Se usato bene, questo strumento può diventare un moltiplicatore di pensiero e di conoscenza (anche se poi c’è la concretezza ineludibile dell’esperienza) e anche un ‘luogo’ di incontro e di confronto niente affatto ‘virtuali, come nel caso di questa comunità sia riguardo a coloro che di essa conosco personalmente che riguardo agli altri di cui apprezzo e condivido le idee ed i pensieri o che guardano le cose da latre angolature…

    In ogni caso, un prosit ad internet ed a tutti voi!

  13. anch’io penso che, se questo diventa il luogo per alimentare le divergenze e le polemiche, siamo già ‘fuori’ dal nostro fine che in questo caso è il lavoro su noi stessi e di relazione e confronto con gli altri.
    Certo che anche le divergenze, se ben colte e studiate, possono mettere in luce un nostro limite o un nostro problema e questo fa parte del lavoro che, tuttavia, non si esaurisce qui anche se qui trova molti input e anche validi riscontri e opportunità di esprimersi e, quindi, mettere in ordine dentro di sé le cose che si esprimono…
    E’ un piccolo frammento, ma lo invio così semplicemente…

  14. Carissimi
    grazie per le vostre attente osservazioni. Come più o meno scrivete tutti il problema non è manicheo, ma sempre sottile. Ogni istante ha la sua scelta, ogni situazione infinite possibilità di sciogliersi. Mi viene in mente un passo della Bibbia che riguarda il profeta Elia. Alla fine Dio si rivela in un soffio di vento, non nel tuono, non nella tempesta, non nel terremoto (vado a memoria). Ma, come dice un rabbino, prima del soffio di vento, Elia ha dovuto cercarlo nella tempesta, nel tuono e nel terremoto. Tutto è grazia, anche un po’ di conflitto a volte.
    Un abbraccio, M.

  15. caro M.C. cosa possiamo fare? Continuare a dare la colpa agli altri se il mondo va male o cercare di cambiare noi in meglio? Io nei gruppi, ho scoperto un nuovo modo di vedermi, sono anche IO la colpa del Male, voglio cambiare oppure stare sempre a lamentarmi per quello che non va? Non pensi sia ora di trovare qualcosa di nuovo ma comunque già vissuto tanto tempo fa a Gomorra? Se anche solo uno di noi va bene, pensi che sia meglio distruggerci l’uno con l’altro come oggi avviene? Io attraverso i gruppi dp ho capito che il negativo viene anche da me, non sono diventata una santa e chissà mai se lo diventerò, ma voglio cambiare, prima io e poi, forse gli altri! Chi non vuole è libero di “staccarsi” ma quante volte stiamo male e pensiamo male e non sappiamo che farcene di questa Vita? Avrò bevuto un bicchiere di vino di troppo? Forse, a me piace bere vino buono ma non pensi che esagerare anche in questo, sia un sintomo di malessere? Saluti cari!

  16. Veramente molto interessante ciò che scrivete oguno e tutti,mi coinvolge.Sento e credo che la spiritualità si incarni nella relazione con l’altro,sia pure diverso da sè.Relazione verticale ed orizzontale come la croce,con l’Altro per eccellenza ed ancora quello uguale ma diverso.Partendo da me,sofferenze,pseudocertezze,esigenze,vengo a te recependo tua realtà integrale che metti in gioco nello scambio umano e spirituale,I mezzi,la rete,la parola,il bicchiere di vino,lo scritto,nn saprei ma piuttosto quelli che ci servono a te ed a me,a voi ed a me…salvo poi ciò che accade tra noi.renato 😳 🙂

  17. marco f. says:

    … adoro e bevo quasi esclusivamente vino rosso, credo nel confronto reciproco e democratico come fattore di crescita per l’intera razza umana, ma ammetto che la comunicazione scritta, ed in particolare quella velocissima e dattiloscritta del web (avendo ormai perso l’attitudina ad un lettera manoscritta) si presta a notevole ed insospettate distorsioni, credo principalmente perchè manchi il tono con cui vengono pronunciate le parole, che non essendo sicuramente quello dell’autore rischia, dovendo dipendere dal lettore, di essere una diretta conseguenza dello stato, di regola egocentrato, in cui io e penso molti di noi ordinariamente viviamo, dunque non vedo altra via che affidarci all’abbandono incondizionato e all’ascolto profondo dello Spirito … almeno quando si può.
    Un caro saluto a tutti e grazie a Massimo per questa stimolante riflessione.
    Marco F.

  18. Marco F.
    dal mio punto di vista tu hai proprio CENTRATO IL PUNTO.
    Non intendo fare astrazioni, quindi resto sul personale.

    Quando viene postato un blog io: A PRESCINDERE dall’argomento o da chi posti, SO di non poter comprendere ESATTAMENTE tutto quello che l’altro intende dire, però posso, LASCIARMI FARE dalle sue parole e corrispondervi.

    Posso ASCOLTARE senza pregiudiz e RIFLETTERE ciò che le parole evocano in me. RICONOSCERE le mie emozioni che si fan parole, rotolandole in pensieri l’uno appresso all’altro.
    Posso PRENDERE CANTONATE senza farmi troppo male (Renato ricordi? io prendo cantonate e i punti in testa li danno a te…) e ti par poco? considerando che Renato ed io non ci siamo mai incontrati?
    Posso ACCOGLIERE POSITIVAMENTE quel che mi viene e scoprire che… magari mi imbarazza più un apprezzamento che un rifiuto
    Posso esercitarmi a LASCIARE ANDARE un rifiuto O imparare ad ESSERE ASSERTIVA se è il caso.
    Posso pure RIVEDERMI ( magari anche rispecchiandomi), e, nel tempo scoprire che sto cambiando, in meglio OVVIA-MENTE!!!

    Anche senza conoscere nè comprendere esattamente ciò che l’altro dice, posso accoglierlo e RISCHIARE nel donarmi, per esserlo a mia volta.

    E questo lavoro su me stessa, secondo me fornisce solo LA CONDIZIONE BASE, il presupposto dal quale non è possibile prescindere, per cominciare a comprendere qualcuno REALMENTE (magari l’uomo che mi vive a fianco).

    Poi necessita apprendere ad amare sè stessi e l’altro, ma se non ci esercitiamo accogliendoci prioritariamente così come siamo non andiamo da nessuna parte.

    Posso FIDARMI di chi ho davanti (anche in un blog e dargli fiducia) e questo mi LIBERA dalle mie aspettative e pretese, come quelle di spiegarmi e d’essere capita, di non sbagliare, di far figure, di arrossire per un elogio o nel timore di avere ancora una volta fatto danno e così via. Posso osservare INTERIORMENTE i miei sbilanciamenti, agiti in un luogo per così dire protetto. E tutto questo, mi aiuta a stare meglio e mi sembra di comprendere anche di più le cose che vengon dette.

    MA TANTO E’ SOLO UN BLOG!

    Un abbraccio
    Rosella

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  1. […] fatica (personale e collettiva) che questo travaglio necessariamente porta con sé, e che impone una fresca e nuova considerazione delle più recenti modalità di rapporto […]

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