La trasformazione di un dispiacere in opportunità di comprensione più profonda.

Un mio amico, lo scorso anno, pensando di essermi di aiuto, ha pensato di pubblicizzare un mio concerto, scrivendo una mail ai suoi amici, impegnandosi, nella speranza di attirarli, in una lunga descrizione, in senso musicologico, degli autori e dei brani che avrei eseguito. Tutto, senza fare accenno a me, come “interprete”, ma solo come “amico”.

Alla fine, nessuno dei suoi amici è venuto al concerto e, ironia della sorte, neanche lui.

Ho cominciato a scrivergli una lettera articolata, spinto dall’amarezza provocata dal mancato riconoscimento, poi, intuendo, che il suo comportamento, esprimeva una mancanza di consapevolezza, più che la volontà di offendere, ho rinunciato a spedirgliela.

A quel punto, cogliendo l’occasione, ho ampliato il contenuto del testo, ne ho tratto uno scritto sul  significato della figura dell’interprete nella musica classica, mettendola, sul mio sito, a disposizione di tutti.

Lo scritto, anche pensando alla sua genesi, si apre a diverse letture e a vari livelli, culturali, psicologici, spirituali, come nei nostri gruppi, e si trova a questo indirizzo: http://www.alessandrodrago.it/pagine/riflessioni.asp?primas=no&ide=2&tit=Argomenti di carattere musicale

con il titolo:   “Interpretazione” – un argomento controverso.

Mettendo da parte le componenti più sociologiche e psicologiche dell’accaduto, mi preme di più parlare, chiedendo il vostro contributo, di un altro aspetto: l’importanza, direi la necessità di trasformare o superare le nostre emozioni, i nostri sentimenti egoici, le nostre immediate reazioni di risentimento, in opportunità di riflessione ad un livello più alto. Un’esperienza che possa essere di aiuto a tutti, per riflettere più a fondo sulle cose.

La vita ci presenta, quotidianamente, episodi che provocano dispiacere e amarezza, sia per il comportamento degli altri nei nostri confronti, così, come per ciò che non riusciamo a realizzare nel perseguimento dei nostri obbiettivi. Sono tutte occasioni di ulteriore crescita, a beneficio nostro e degli altri, spunti che, se colti con uno spirito adeguato, nonché con un forte impegno, trasformano il dolore in gioia.

Comments

  1. Gabriella says:

    Caro Alessandro hai spiegato proprio bene, con parole semplici, un aspetto molto importante che caratterizza il nostro lavoro dei gruppi di questi anni.

    Sai di frequente mi accorgo di percepire un senso di malessere, che si manifesta il più delle volte con un groppo all’altezza del petto, e di chiedermi cosa ha causato tale fastidio? E quindi ripercorro gli episodi della giornata e mi accorgo che la causa è spesso di una stupidità tale….eppure ne sto male!

    Così come ben sai, ormai è consuetudine, durante gli incontri tra noi, partire da un episodio che ci ha colpito, amareggiato, innervosito, e comprendere, scendendo nel profondo del nostro io interiore, i motivi per cui abbiamo avuto una reazione così negativa. Quindi non ci si chiede di focalizzare l’attenzione sulla persona o sul fatto che ci fa stare male, ma sulle modalità inconscie delle nostre reazioni, così da stanarle e da educarle, per non farci sorprendere più da esse una prossima volta.

    Capire i motivi di queste nostre reazioni quanto mi è servito, ora sicuramente sono più in pace con me stessa e riesco con più facilità a seppellire il risentimento; non solo mi dico non ne vale la pena, ma spengo motivi di discussione spesso inutili.

    Riappacifico la mia anima e quella dell’altro. Che gioia quando mi riesce!

    Un abbraccio Gabriella

  2. Caro Alessandro, anche a me sono piaciute le tue riflessioni e la risposta di Gabriella. Io stessa, pensando di fare del bene a volte sbaglio e faccio tutto il contrario, poi quando capita che lo fanno a me mi offendo molto, però, alla luce della frequenza ai gruppi dp sto “maturando” “spesso”, non sempre, cerco di comprendere l’altro e farmene una ragione, lui ha sbagliato ma io non lo devo seguire nell’errore di “aggredirci”, prima dicevo “conto fino a 10” prima di rispondere e poi non ci riuscivo mai. Oggi, mi capita sempre di più di fare “un respiro profondo” rilassando la mente e dicendo “bè lui ha sbagliato o lei, ma anch’io a volte commetto errori” allora, mi distacco e non faccio più la “permalosa”. Addirittura a volte, e questo l’ho visto fare da Marco Guzzi, e mi è piaciuto, quando la conversazione, le persone ti stanno per “irritare” via via, vado via, ho fretta, la vita è breve, ci sono tante altre cose di meglio da fare! Un caro saluto.

  3. Alessandro Drago says:

    Cara Gabriella e cara Luciana, vi ringrazio molto per il vostro contributo.
    Tuttavia, le mie conclusioni finali volevano affrontare un punto ulteriore rispetto al titolo di questo post: la possibilità, che ognuno di noi ha, con le proprie capacità, di rispondere ad un torto subito, non semplicemente con un’accettazione interiore, ma con un’elaborazione ulteriore, che possa essere d’aiuto a chiunque ne abbia bisogno.
    Penso che tutte le conquiste più alte dell’umanità, a livello sociale, culturale, politico, artistico, abbiano avuto una genesi simile: una risposta spirituale, profonda, alla percezione di una mancanza, la volontà di colmarla, e che sia di aiuto a tutti coloro che ne abbiano bisogno.
    La stessa genesi del lavoro di Marco, ce lo dice, ma anche l’associazione creata da sua moglie.
    Penso che, perfino la stessa apparizione di Gesù sulla terra e la sua opera possano considerarsi come la risposta divina ai continui fraintendimenti degli uomini.
    C’è bisogno di un impegno ulteriore, non basta solo l’accettazione. Naturalmente, tutto ciò, nei limiti delle proprie capacità momentanee.
    Vi abbraccio

  4. Caro Alessandro D.

    Mi son letta tutto ciò che c’era da leggere anche nel tuo sito, e quel che ne ho ricavato è questo:

    “che l’archetipo sia quello della scienza infusa?” di cui godevano Adamo ed Eva prima della caduta?

    Io penso che abbia a che vedere (ancora oggi) con le capacità di apprendimento dei neonati, qualcosa che sfugge alla semplice parola letta o scritta, ma che necessita anche EMOTIVAMENTE dell’interprete, che si ponga come tramite: RELAZIONE. .

    Ammesso e non concesso che io abbia compreso intuitivamente qualcosa dei tuoi scritti raffinati (ed è un riconoscimento che ti faccio di vero cuore!) forse il tragitto che tu ripercorri tramite le note, per giungere al cuore della musica scritta dal compositore, io tento di attraversarlo proiettandomi come tensione, verso l’altro, nell’ascolto delle sue parole. Ed è, come se fosse necessario, partire dal quel “sapere di non sapere” (o nessuno conosce nessuno), che via via va dilatandosi utilizzando uno spartito composto da parole invece che da note.
    Amo la parola scritta, staremo a vedere, che ne ricavo. Anche in me questo desiderio, intuizione o sfida, ha preso l’avvio da un’incomprensione. Concordo con te, c’è più gusto a proiettarsi verso il nuovo che a lasciar perdere, o anche ad essere semplicemente assertivi.

    Grazie di tutto e buone vacanze ( se preferisci: buon lavoro!!!)
    Con affetto

    Rosella

  5. Giuliana says:

    Caro Alessandro,

    bella la tua riflessione in armonia con il lavoro trasformativo che Marco ci propone.

    Come superare i sentimenti egoici negli episodi che la vita ci presenta?

    Di getto rispondo: lavorando su di sé e rimanendo in apertura con l’altro.

    Penso alla situazione critica che ho vissuto con una coppia di amici (marito e moglie), proprio nel 2007, anno in cui ho partecipato per la prima volta al seminario di Marco.

    Una coppia che mi aveva aiutato ad affrontare momenti particolarmente difficili della mia storia, sollecitandomi ad essere me stessa, a non avere paura, a proseguire per la mia strada; questo per me significava emancipazione dalla mia famiglia, fine di una vecchia modalità relazionale e inizio di liberazione.

    A distanza di parecchi anni scopro che la relazione con questa coppia mi ingabbia, mi imprigiona e mi è difficile comunicare la mia sensazione…ci provo fino alla crisi…alla rottura….al cambio netto delle abitudini relazionali…. se voglio essere me stessa,e continuare a fare ciò in cui loro mi avevano sostenuto, non posso più stare in una relazione che mi imprigiona e rende la comunicazione semplice chiacchiera che nasconde altro.

    Il cambiamento, per entrambi doloroso, del modo di rapportarci sta portandoci ad una comunicazione più vera.
    Il nostro cammino ora è differente, ma non ci sta chiudendo, ci stiamo dicendo che continuiamo a volerci bene anche se percorriamo strade diverse con la volontà di tenere la porta aperta.

    Avere incontrato Marco nel 2007, anno in cui questo evento mi riportava nel baratro, non è stato un caso e osservare come stanno evolvendo i fatti mi incoraggia a perseverare nel lavoro trasformativo che mi rende un pochino più sveglia nel processo di liberazione, di unificazione e pacificazione interiori.

    Caro Alessandro, io non capisco nulla di musica, ma nella tua riflessione ho sentito molta vicinanza di esperienza, in particolare quando dici:

    Il mediatore, a mio parere, accetta di intraprendere un processo iniziatico, ovvero un processo di trasformazione interiore per amore del vero, che lo porta ad approfondire sempre più chi è veramente.
    “Durante questo cammino, ogni falsa immagine di sé, che sarebbe d’ostacolo all’apertura verso un reale contatto con l’opera, è destinata ad essere abbandonata.
    Ogni desiderio narcisistico è infatti un impedimento alla comprensione musicale, in quanto si appella a una proiezione che offusca lo sguardo, sostituisce l’esperienza della struttura musicale con l’immagine – distorta – di sé che si vuol mostrare.”

    Grazie per averla condivisa con noi.

    Giuliana

  6. Carissimo, le tue riflessioni sull’interprete/mediatore, che è al contempo assolutamente fedele al testo, e del tutto libero di esprimere le proprie più personali e intime profondità, mi è subito sembrato calzare a pennello con l’esperienza che stiamo tentando nel Gruppo Formatori.
    Lì siamo chiamati ad applicare un metodo molto preciso e a seguire una scansione rigorosa delle tappe, eppure proprio affinché questo processo sia vero è indispensabile che il mediatore incarni fino in fondo, con libertà e direi originalità assolute, lo “spartito” del giorno.

    Ardua, davvero ardua è la fedeltà creativa, quella fedeltà che solo una grande maturità può donarci.
    Ciao. Marco

  7. Dimenticavo…altrettanto rilevante è il discorso sulla creazione nuova che nasce quasi sempre da una mancanza, da un deficit.

    Direi che, affinché una mancanza possa diventare fonte di creatività, bisogna che sia riconosciuta, accettata, e sofferta fino in fondo.
    Purtroppo, come sai, noi invece tendiamo proprio a nascondere la nostra ferita, o a fuggirla, accusando gli altri o il destino del nostro dolore.
    Bisogna invece scendere in quel dolore senza difese, in un certo senso immolarsi, affinché la nostra anima per vie occulte e non controllabili, lasci spuntare da sé, dai suoi buchi di carne, germogli inauditi, creazioni ancora mai vedute.

    Così il deficit, la mancanza, diventa sorgente del carisma, e impariamo a donare proprio ciò che ci è più mancato.

    Un abbraccio. Marco

  8. E’ vero quanto hai scritto, caro Alessandro, alla luce dell’esperienza. E raffinato è lo scavo riflessivo che hai fatto su “l’interpretazione” musicale.
    Belli i commenti “vivi”.

    L’attraversare un dolore, indurendo la faccia, calandovisi dentro senza difese – come ricorda Marco – permette di scoprire che la sofferenza è una aridità feconda. Da dove può davvero venire il coraggio se non dalla paura? E il perdono da dove può germinare se non da un’offesa patita?

    Tuttavia, “la trasformazione di un dispiacere in una opportunità di comprensione più profonda” non è automatica. Né facile. Non accade semplicemente perché lo voglio, perché l’ho sentito dire da altri, né accade nei tempi che il mio ego prevede-pretende.
    Il lavoro spirituale è la via per la trasformazione dell’ego. Ma non sempre al lavoro corrisponde “subito” il frutto desiderato. C’è anche la “notte” che non passa mai. L’attesa dell’alba che non sorge ancora, fa parte dell’attraversamento trasformativo, liberante, unificante.

  9. Alessandro Drago says:

    grazie Rosella e Giuliana, per aver voluto condividere le vostre personali esperienze.

    Entrambe ritenete di non capire molto di musica, ma questo non è corretto.

    Riuscite a immaginare un cammino, una salita, una discesa, una situazione di grande tensione, o lo scioglimento del cuore in un momento di grande pacificazione? Se avete provato queste ed altre esperienze, e le riuscite a riconoscere, le ritroverete e le riconoscerete anche nella musica, senza bisogno di conoscere la grammatica musicale.

    La musica non deve essere capita, ma solo vissuta, studiarla è un compito che riguarda noi musicisti.
    Quello che conta è il fatto che ascoltandola siamo rapiti in un altro mondo, perdiamo le coordinate della vita ordinaria. Allora, il tempo non può più essere misurato, come durante una meditazione.

    Il sapere di non sapere, che cita Rosella, deve liberarsi del suo aspetto ambiguo: essere ancora un sapere (appunto di non sapere), facendoci rimanere in una condizione di alienazione, oppure trasformarsi in abbandono di ogni certezza, per aprirsi alla relazione con l’altro da sé, in modo da favorire l’ispirazione e l’intuizione.

    Con ciò che ha scritto Marco mi trovo in perfetta sintonia.

    Un caro abbraccio e un augurio di una buona estate.

  10. Alessandro Drago says:

    Caro Corrado, non avevo visto il tuo commento. Grazie anche a te, per il tuo ulteriore contributo all’approfondimento.
    E’ vero, i tempi della cambiamento possono essere lunghi, pesanti e sofferti, perchè tutto deve essere portato a maturazione.
    Un caro saluto anche a te.

  11. Gabriella says:

    Dal libricino della “messa quotidiana” di ieri:

    “Piega la durezza
    del nostro cuore, Signore,
    e aiutaci a credere
    che ogni sconfitta apparente
    apre una breccia
    alla tua presenza sanante”.

  12. Alessandro,
    mi colpiscono queste tue parole:
    “La musica non deve essere capita, ma solo vissuta, studiarla è un compito che riguarda noi musicisti. Quello che conta è il fatto che ascoltandola siamo rapiti in un altro mondo, perdiamo le coordinate della vita ordinaria. Allora, il tempo non può più essere misurato, come durante una meditazione.”

    Io non compongo musica, ho suonato poco e male il piano e non sono affatto un intenditore, tuttavia ho sempre percepito questa singolarità davvero unica della musica – la meditazione si è rivelata finora per me uno scoglio insuperabile, dunque non posso fare paragoni.
    La musica riesce ad abolire il tempo – il nostro grande tiranno – e tale capacità mi pare un segno divino, un miracolo extra-razionale e extra-materiale. Poi, certo, la musica la ascoltiamo tramite l’orecchio e la elaboriamo tramite i neuroni eccetera, però la magia e il mistero restano. In un film che amavo da bambino, ricordo che Bud Spencer parlando con un giovane extraterrestre apprende che lui e i suoi simili non sanno cosa sia la musica, e allora esclama: “Non me lo so proprio immaginare, un mondo senza musica!” In effetti, come faremmo senza l’accompagnamento musicale? Credo che il mistero della musica sia luminoso quant’altri mai.

    Un abbraccio e a presto.
    Enrico

  13. Enrico Macioci says:

    L’anonimo di cui sopra ero io.
    Ancora ciao a tutti.
    Enrico

  14. Alessandro Drago says:

    Grazie Gabriella, è bello sentire risonanze delle nostre esperienze interiori anche nei testi sacri.

    Caro Enrico, grazie del tuo nuovo contributo.

    Sulla pagina d’apertura del mio sito ho riportato una frase di Salah ed-Din al-Safadi, poeta siriano del XIV sec., che mi aveva molto colpito.

    “La musica è una sapienza che l’anima, non potendo esprimere con parole, ha espresso con puri suoni.
    Di essi, non appena li ebbe concepiti, ella si innamorò. Ascoltate dunque dall’anima le sue parole.”

    La musica non la ascoltiamo con l’orecchio, perché con quello riceviamo solo le vibrazioni fisiche.
    Queste vengono amplificate nell’orecchio medio, accolte nell’orecchio interno, dove si trasformano in processi chimici.
    Successivamente, viene sollecitato il nervo acustico, che, per sua natura, trasmette impulsi elettrici al cervello.

    Già ciò che noi chiamiamo suono, con le sue qualità (altezza, intensità e timbro), è il risultato di una complessa elaborazione, prodotto dei passaggi appena esposti, si potrebbe dire, che è una risonanza interna, quindi frutto di una relazione.
    Della vibrazione iniziale non rimane niente. Se uno scienziato volesse osservare cosa avviene nel cervello di chi ascolta un suono, darebbe conto solo di scariche elettriche.
    Però noi non diciamo che bella scarica elettrica, così come non diciamo che bella vibrazione, diciamo “che bel suono”, perché ciò che appare alla coscienza è qualcosa d’altro.

    Se dovessimo parlare di musica, non solo di suono, la cosa diventerebbe ancora più complessa.

    Ecco perché Celibidache diceva, “il suono non è musica”, così come, “la musica ci porta alla trascendenza”.
    Anche nel puro e semplice ascolto musicale, si tratta di un vissuto interiore, pur partendo da una sollecitazione fisica e il processo resta misterioso.

    Un abbraccio
    Alessandro

  15. Caro Alessandro, molto bello e molto vero il tuo post. Scoprire la lezione nascosta in ogni conflitto e’ un’arte spesso dura, troppo facile scaricare sull’altro la fatica del discernere. Ma non conosco strada piu’ autentica per crescere. Grazie per le belle riflessioni sul valore profondo della musica. M.

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