La Festa Dei Talenti Ritrovati

Andrea, mio figlio di 5 anni, è un amante della vita. Lui se la gode e quando ti sorride l’energia che rimanda è così vitale che non opponi nessuna resistenza e ti lasci andare. E’ un suo talento, un dono. A volte queste sue esplosioni di vitalità e di scarsa consapevolezza del suo corpo forte e imponente per la sua età lo fa comparire agli agli occhi di altri “fuori dal normale” e quindi un “problema” per chi invece si aspetta altro. Anche Andrea vive questa sua frustrazione. Negli ultimi 3 anni ha lavorato sul linguaggio, la psicomotricità di fine e sul suo modo di approcciare le relazioni a volte in modo oppositivo poco collaborativo. Lo sta facendo con la sua famiglia insieme a persone innammorate di lui e del proprio lavoro. Nel tempo questo ha diminuito la sua frustrazione nel fare e dire quello che i suoi amici facevano  “spontaneamente”. E se la gode questa conquista e sorride sempre di più ed è diventato un umorista. Un altro talento scoperto.

La diversità che Andrea esprime mi ha sempre coinvolto affascinato e affaticato è come se chiedesse a ciascuno “chi sono io per te adesso così come sono?” Questa domanda mi ha portato a negare alcuni assunti del dire e del fare comune conquistando una maggiore libertà sperando che questo permetta di liberare altri talenti di Andrea e per chi gli sta intorno di fare lo stesso.

Conosco persone che trascorrono la propria vita senza essere consapevoli dei loro talenti. Nell’adolescenza questo si può trasformare in qualche rito di iniziazione impazzito e da adulti un tirare avanti in attesa del week end o delle vacanze o del nulla. Poi ci sono quelli che sono mossi dalla passione per quello che fanno perchè esprime il loro sè più profondo e autentico. Quest’ultimi mi sembrano siano ancora una minoranza. E mi interrrogo.

I nostri talenti sono le nostre risorse e giacciono spesso in profondità. Devi andare a cercarle. Non si trovano in superficie. Bisogna creare le condizioni per permettere ad esse di manifestarsi. Non ci servono passaggi evolutivi ma trasformativi che ci permettono di stanare l’ovvio nel quale viviamo, quello che diamo per scontato.

Serve una rivoluzione del pensiero e della fatica che passa dall’istruzione al lavoro che oggi sono un vero e proprio scempio contro l’umanità di oggi e futura. Viviamo in un mondo che solo 15 anni fa non esisteva quindi abbiamo l’opportunità (o il problema) di pensare in modo nuovo ed agire in modo nuovo.

In un mondo che cambia esponenzialmente vogliamo ridurre i processi di trasformazione delle persone in linari. A volte mi hanno raccontato Andrea come se fosse un terzo di un bambino di 5 anni e per altre cose un quarto di un bambino di 6 anni. Sto semplificando per rendere l’idea ma allargando la visuale viene spontaneo dire che un paese è un quarto di un altro per capacità per produzione e così via.

Il novecento ci ha permesso di dire in modo nuovo quello che le tradizioni spitrituali avevano già intuito: lo sviluppo e la crescita della persona è organica e non lineare. Andrea e ciascuno di noi plasma la propria vita in relazione con gli altri man mano che scopre i suoi talenti.

Il risultato è un mistero e non lo possiamo predire. Quello che possiamo fare è sperimentare per creare le condizioni entro le quali i talenti di ciascuno cominceranno a crescere e a svilupparsi. Non mi interessa più aumentare la mia capacità di spesa se poi non posso essere ciò che sono.

L’io umano è tremendamente diversificato perchè possa esprimersi in un ambiente standard. Noi siamo mossi dalla passione e dal desiderio. La passione entusiasma lo spirito e il desiderio il cuore. Passione e desiderio concorrono a darci energia, l’energia di Andrea, l’energia del Principio che crea e trasforma come sa fare un bambino, un infante che nasce dall’esperienza di sentirsi amato e accettato. Non abbiamo bisogno di un surrogato di infinito abbiamo quello vero dentro. Dovremmo insospettirci quando ci chiedono di “accumulare” o cominciamo a farlo in modo compulsivo.

A questo punto rispondo. Andrea è per me la strada da imboccare per essere un uomo, un padre ma soprattutto un marito migliore. Custodire lui significa far crescere la sua energia e la mia e di chiunque voglia mettersi “fuori gioco”. Abbiamo bisogno di coinvolgerci e di farci coinvolgere per sperimentare. Darsi Pace può essere l’inizio di un percorso verso la liberazione di questa energia….

Commenti

  1. Stefano C. dice:

    Grazie Domenico per il tuo post che…. fa riflettere e molto, sul significato di normalità e sulle modalità di rapportarci con essa.
    Il dialogo con Dio porta alla riscoperta della nostra unicità, con annesse modalità e tempistiche di maturazione; l’unicità di noi stessi porta ad amare quella delle altre persone ma soprattutto ad affinare le nostre relazioni che da “uno a molti” diventano tante relazioni “uno a uno”.
    Anche io cerco di vedere i miei due bimbi per quello che sono individualmente in rapporto ai loro carismi (solo intuibili), cercando di bilanciare le leggi di competizione naturali, che tanto fanno soffrire chi rimane indietro ma anche chi è troppo avanti. Il tuo Andrea, come tutti i nostri bimbi ci ricordano la nostra unicità che tanto abbiamo combattuto in nome di una più confortevole omologazione e sono per noi una preziosa occasione da non gettare per imparare ad essere bambini, prima che uomini.

    grazie di nuovo

  2. giovanna dice:

    Carissimo Domenico, grazie di cuore per questa riflessione che aiuta a comprendere come la diversità, quella che fa sentire ‘fuori norma’, è la nostra specifica ricchezza, il nostro talento da scoprire/ritrovare: la parola unica che siamo venuti a portare in questo mondo.
    La tua attenzione ai talenti che Andrea sta rivelando attraverso al sua diversità mi commuove e mi da tanta speranza.
    I talenti, anche quelli rappresentati dalle diverse abilità (troppo spesso ancora chiamate disabilità) sono doni dati per il bene di altri e davvero ognuno, in qualsiasi condizione, è dono da scoprire, valorizzare, e ciascuno scopre il proprio dono/talento nella relazione con altri.
    Immagino ciascuno di noi come una sillaba del Nome Infinito di Dio. Per scoprire questo nome ognuno deve tirar fuori la propria sillaba nascosta e unirla a quella di altri, e aiutare altri a fare lo stesso.
    Un grande, grande abbraccio a papà Domenico, al mitico Andrea, e naturalmente anche alla sorellina Irene e a mamma Cristina! giovanna

  3. Giuliana dice:

    Imparare ad osservare il bambino “fuori dal normale” come bambino e non come un problema è stato un passaggio importante nel mio cammino professionale.

    Ha significato disancorarmi dalla conoscenza acquisita attraverso i libri, che non intendo sminuire, e avere fiducia in ciò che andavo intuendo dentro la relazione, una conoscenza che si fa insieme al bambino e richiede accoglienza, non giudizio.

    Nelle diversità, così variegate dei bambini di oggi, sento una voce che dice :
    “Accoglimi così come sono”

    Una voce che mi sollecita a contattare nel mio corpo il centro da cui nasce ogni tipo di giudizio per lasciarlo andare.

    Ora, a scuola, gusto vedere che il mio insegnamento e l’apprendimento dei bambini si fa attraverso i nostri corpi, le nostre menti e i nostri cuori.

    Un abbraccio ad Andrea e a tutti i bambini/e “fuori dalle righe”.
    Giuliana

  4. Alessandro C. dice:

    Caro Domenico c’è una cosa che vorrei dirti da tempo ed ora è giunto il momento:
    Irene e Andrea sono bambini fortunati, avrei voluto tanto anche io un papà come te !
    Grazie
    Ale

  5. Io sono stata colpita dalla sottolineatura che Domenico ha posto sulla passione. Talvolta ho la netta sensazione che siamo un po’ scarsi su questo versante, anche tra i ragazzi. Certo, se gli adulti non sono capaci di appassionarsi alla vita, non si può pretendere che lo siano le persone della generazione più giovane. Ero rimasta tanto male quando il figlio di una mia cugina, fresco fresco di uno stiracchiato esame di maturità, alla mia domanda “se avessi una bacchetta magica cosa ti piacerebbe fare?” era rimasto in silenzio, aveva fatto qualche smorfia di incertezza e poi non era riuscito a dirmi nulla.
    Davvero si tratta di metterci nelle condizioni, attraverso percorsi educativi che ci raccolgano fin dall’inizio del nostro cammino sulla Terra, di far emergere i nostri personali talenti e di dedicarvici con passione, scommettendo tutto noi stessi in ciò in cui siamo profondamente persuasi che sia il senso del nostro vivere.
    Un abbraccio a tutti i cercatori di talenti appassionanti
    iside
    PS: a Giovanna: bellissima l’immagine delle sillabe del Nome infinito di Dio!

  6. Antonietta dice:

    Mettersi fuori gioco: come mi piacciono queste parole! Tanto se non lo facciamo da soli, prima o poi ci pensa il tritacarne socio-economico a farlo. Perché, per quanto omologati, prima o poi diventiamo tutti troppo o troppo poco: troppo vecchi, troppo ingombranti, troppo poco produttivi.
    Anch’io penso che dobbiamo cercare di inventare giochi nuovi, tanto per proseguire con questa metafora, in cui impariamo a scoprire e valorizzare le nostre abilita/diversità.
    In fondo la natura stessa non è il manifesto della più svariata biodiversità?
    Voler sempre catalogare e omologare è probabilmente una conseguenza della convivenza sociale, ma i limiti a questa standardizzazione devono essere posti da noi.
    Passione, desiderio, apertura all’infinito: far con-vivere questo nostro nucleo inviolabile con le necessità pratiche di convivenza e organizzazione sociale è una grande sfida.
    Forse è proprio la sfida della nostra generazione e di quelle a venire.
    Forza Andrea e famiglia… e viva la (bio)diversità!
    Antonietta

  7. DParlavecchio dice:

    Leggere le vostre risonanze ha aumentato la profondità di quello che avevo scritto.
    E’ stata evidenziata la bellezza della bio-diversità e del’unicità data dai talenti.
    In realtà quello di cui stavo scrivendo (me ne rendo conto solo ora che ho letto i vostri commenti)
    ha a che fare con la “vocazione”.

    Mi avete reso evidente è quanto mi è pesato scrivere la “rivoluzione della fatica” perchè non sempre sono disposto a “ricominciare” o rivedere la direzione.

    Mentre scrivevo mi rendevo conto che Andrea (e non solo lui) è il continuo invito a questa rivoluzione.
    Quando dico che si gode la vita è perchè si gode quello e chi ha intorno.
    E’ più presente di quanto io possa immaginare e forse anche più di me.

    Sono rimasto sorpreso qualche giorno fa quando Marco pubblica su FB una riflessione che lascio
    di seguito. Quello che c’è scritto mi mette davanti a parecchie delle mie resistenze.

    Grazie di cuore anche a voi e .. buon viaggio e occhio alla sana fatica!

    ——
    Che cos’è una vocazione?
    E’ un essere confitto, fissato senza scampo ad un’area, ad un fare, ad uno stato interiore, a qualcosa che
    occupa tutto lo spazio della nostra vita.

    Questa fissazione però non esclude niente, se non ciò che ci potrebbe distanziare dal fuoco di ciò che ci chiama,
    dalla vocazione stessa cioè.

    Chi segue la propria vocazione infatti non può, letteralmente non può distrarsi, non può divagare.

    L’unico vero piacere consiste nell’approfondire e nell’estendere la propria fissazione, è solo lì che gode
    il richiamato, è solo lì che può costruire la propria esistenza, è solo lì, in quel fuoco, che per lui anche
    maggio fiorisce, che anche lui può sposarsi, e nuotare, e fare la spesa o fare figli.
    Lì, e solo lì.

    La vocazione perciò sembra follia agli uomini di questo mondo, in quanto in questo mondo nessuno fa esperienza
    di essere reclamato, e ogni cosa risulta perciò sostituibile, arbitraria, voluttuaria, e quindi vana.

    La vocazione invece costringe con lacci però di puro amore, costringe paradossalmente alla libertà.

    Beati noi se sentiamo di essere chiamati, e se impariamo anche l’arte di vivere da eletti, perché
    il Cristo ci dice che molti sono i chiamati, ma pochi sono coloro che se ne accorgono, accettando di pagare
    anche il prezzo quotidiano della loro elezione.

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