Darsi pace sull’autobus

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E’ lunedì mattina, sono in pensione ma mi affretto a prendere l’autobus per il centro per dedicarmi a commissioni varie; il mezzo giunge con un certo ritardo, le persone in attesa ed io facciamo fatica a salire e poi ci troviamo schiacciati tra  gli altri passeggeri. Sono in una posizione scomoda, per fortuna so che il viaggio è breve, mi guardo intorno: vedo volti  tesi e duri, concentrati sui propri pensieri e sui propri fastidi attuali. Una persona sbotta perché non riesce a raggiungere la porta per scendere, impreca con una colorita espressione in dialetto. Gli altri ascoltano, non reagiscono, restano quasi impassibili, perché sono di fronte a un fatto  abituale.

 Io li osservo: sono persone  molto varie per età, colore della pelle, abbigliamento.  Nel complesso così ammassati,  mi sembrano individui insignificanti,  ai miei occhi infastiditi, piuttosto brutti, provo un sentimento generale di rifiuto e antipatia.

Me ne rendo conto e mi impegno con sforzo ad essere più benevolente. Riesco a pensare che Dio ha creato quelle persone come ha creato me e che li ama uno per uno, come ama me, con tutte le  loro storie, i loro desideri, le loro pene. Comprendo che la grandezza di Dio si manifesta anche nel suo accogliere con tenerezza tutti. Noi quanto non lo sappiamo fare!  Abbozzo un mezzo sorriso a una signora che timidamente ricambia e mi sembra che si diffonda un’atmosfera più rilassata.  Ma ora sono arrivata alla meta e scendo volentieri.

Considero che andare in autobus, soprattutto nelle ore di punta, è una delle cose più faticose per chi abita in città, come viaggiare in treno per chi è pendolare. Si sale già un po’ tesi per le proprie preoccupazioni e poi l’ambiente ristretto in cui ci si trova , il poco spazio che ha il proprio corpo per trovare la posizione migliore,  aggrava tutto. Si mescolano i fiati e ci si sente a disagio, gli altri  si avvertono come nemici. Eppure è un’esperienza da fare  per capire la nostra umanità e bisognerebbe affrontare  con spirito “darcipacista” anche questo vissuto.  E’ perciò necessario anche per questo riconoscere le nostre emozioni negative, per capirle e  scrollarsele di dosso, soffrire meno e reagire in modo non scontato.

Recentemente mi è capitato, aspettando il mezzo, di rispondere al sorriso di una signora in attesa anche lei, guardava tutti con sguardo amichevole e d’intesa, ho iniziato a interloquire con lei sul ritardo del bus e lei mi ha consigliato di essere più rilassata: -Verrà, verrà, saremo sempre in tempo per arrivare a casa nostra.- Aveva un aspetto simpatico,  non riuscivo a capire di quale etnia fosse, glielo ho chiesto e mi ha risposto con soddisfazione che era  dell’isola Mauritius, nell’oceano Pacifico; ho visto con l’immaginazione un orizzonte marino aperto all’infinito e mi sono rallegrata di poterlo fare tra il grigio e i rumori della città. L’ho guardata con simpatia e si è creata tra me e lei, un’altra persona e un ragazzo che ci ascoltava, un clima di simpatia. L’attesa e il viaggio si  sono  meravigliosamente accorciati. Sono scesa pacificata, riflettendo che più ci guardiamo in cagnesco, più soffriamo i disagi della quotidianità e più diffondiamo intorno negatività distruttiva. Basta poco per cambiare le cose, occorre un po’ di benevola curiosità. Un quasi gioco divertente può essere anche quello di scoprire quanto sono diversi i volti e in quanti modi, non solo malevoli, uno può reagire alla presenza, spesso ingombrante, degli altri.

Con buoni propositi una volta sono salita al capolinea di un bus, era una delle prime giornate di primavera, mi ha attratto un mazzo di fiori  che una passeggera teneva in grembo, mi sono seduta accanto a lei e ho osato dire: -Che bei colori brillanti hanno questi fiori.- Lei mi ha guardato con simpatia e soddisfazione. Mi ha comunicato che li portava sulla tomba del padre, scomparso da pochi anni. E’ stato lo spunto perché mi parlasse con spontaneità di una sua situazione familiare, piuttosto difficile, ma affrontata con slancio generoso. Mi sono complimentata con lei e ci siamo scambiati auguri per la vita. Sono scesa dal bus rivitalizzata e più ottimista! Riconciliata con i disagi cittadini.

Siamo responsabili di tutto, anche degli incontri passeggeri, il bene, la pace sono contagiosi.

Nel corso degli anni della mia vita di passeggera dei bus ho spesso pensato che anche gli uomini politici e i vescovi dovrebbero almeno ogni tanto viaggiare sui mezzi pubblici. Come fanno altrimenti a conoscere da vicino gli umori, le esigenze, i vissuti quotidiani, le parole di rabbia, di insoddisfazione dei loro concittadini? I loro comportamenti sociali in situazioni di disagio? Mi sono molto rallegrata quando ho saputo che papa Francesco lo faceva quando era vescovo a Buenos Aires. E’ una scelta di umanità e di semplicità che ce lo rende vicino! Ci dà una garanzia di conoscenza e  comprensione delle nostre debolezze più abituali.

Anche voi viaggiate in bus? Con quale spirito? Vi pesa o vi arricchisce?

 

Comments

  1. Massimo Bacci says:

    Sì il bene è contagioso.

  2. Filomena says:

    Cara Maria Pia, oltre a ringraziarti personalmente per questo tuo bel post, spontaneo, disinvolto e incarnato, desidero dirti che anche sulla bacheca Facebook sta avendo un bel successo ( se puoi, fai una visitina in bacheca 🙂
    Anche i post degli altri amici autori ottengono buonissimi riscontri su Facebook, ma purtroppo non sempre riesco a scriverlo, per mancanza di tempo.
    Un abbraccio a te, Maria Pia e a tutti i nostri lettori
    con affetto
    Filomena

  3. DParlavecchio says:

    Carissima, anch’io sono un pendolare treno+autobus. Alla fine della giornata e negli anni lasciano il segno 🙂
    L’autobus è veramente una esperienza di umanità notevole vissuta tra la distanza psicologica (non vedo, non sento, non ..) o attitudine all’accoglienza come ci hai raccontato.
    Personalmente sul treno mi dedico il mio momento di accoglienza mattutina con una pratica meditativa (sull’autobus no possible) poi studio, parlo con qualcuno, .. il viaggio è un’esperienza di crescita senza nascondere che può essere anche molto pesante. UN sorriso risveglia l’anima e lascia parlare lo spirito che è in noi.
    Spero di incontrarti 🙂

    Un abbraccio e buon viaggio

    Domenico

  4. manuela mattei says:

    Cara Maria Pia, mi ha colpito molto la tua esperienza sull’autobus, è tanto tempo che non lo prendo più per problemi di salute,ma nel tuo racconto cosi dettagliato mi sentivo tra il respiro,il calore dei corp,i colori della pelle e sentivo il disagio di non avere lo spazio necessario, quello spazio vitale che tutti dovremo avere per poter guardar in faccia l’altro e qui il discorso si complica e andrei fuori tema,ma la cosa che mi preme sottolineare è questo tuo trasformare una situazione di profondo disagio in una di grande esperienza per la nostra crescita interiore,ed è qui che entra in gioco la nostra compassione , entrando in empatia con l’altro posso ascoltarlo e ascoltarmi,sentire la sua luce interiore e connettermi con essa per sciogliere quell’attrito che ci separa che ci inasprisce e allora un sorriso,un grazie,un annuire ci rende complici e muti di un condividere.Grazie per la riflessione…………….

  5. Carissimi, che riflessioni sfumate …..ed io che pensavo, rassegnata, di essere tra i pochi a prendere l’autobus con quello sguardo pacifico che voi tanto delicatamente trasformate in parole… ma io vado quasi sempre in macchina con i miei figli, ed ogni mattina quando “carolina” , così la chiamo l’auto, avvia il motore, ringrazio il cielo di questa comodità ….non mi abituo al comodo, mi sembra sempre un lusso, ogni tanto addirittura rifletto che se gli arabi decidessero di chiudere i pozzi di petrolio la nostra “civiltà” occidentale resterebbe a piedi…. e penso che in Arabia, le donne neanche possono prendere la patente …. insomma mi sento una fortunata e dico a me stessa “bhe’ se questa pacchia finisce sarà bene prenderla con filosofia e tenere le gambe allenate a camminare …”
    Conservo un animo un po’ troppo pellegrino ma è per questo che mi piace dare passaggi in macchina alle colleghe che non hanno la patente , ai miei figli, a mia madre…. perché chi prende l’autobus tutti i giorni ogni tanto possa essere sollevato da quella stanchezza che a volte accende piccole rughe di fatica, anche nei cuori più benevoli la fatica di ogni giorno va consolata con l’andare incontro, con l’offrire un cambiamento …. la bellezza è negli occhi di chi guarda ed anche in chi riceve quello sguardo come una carezza ……

  6. elisabetta says:

    scusate sono io l’anonimus della precedente

  7. Mariapia says:

    Cari amici , Massimo, Filomena, Domenico, Manuela, Elisabetta!
    Grazie per aver completato con le vostre riflessioni il mio post. Sono tante le volte in cui ci troviamo tra la gente in situazioni di disagio e allora “un sorriso, un grazie, un annuire ci rende complici di un condividere”, così ha ben scritto Manuela, quindi proprio poco basta a stemperare la tensione! Per esempio anche quando si è in coda in un ufficio pubblico.
    Vi racconto ancora questo: ieri, “seccatissima” ero in coda con il numero e perciò potevo sedermi, l’ho fatto accanto a una persona molto anziana . Mi ha guardato, abbiamo simpatizzato e i tre quarti d’ora di attesa sono passati nell’ascoltare le sue vicissitudini in tempo di guerra, quando era addetto a servizi di telecomunicazioni. Ho imparato tante cose che ignoravo!
    Forse è giusto addestrarsi ad amare nel piccolo per sapere amare anche nel grande!
    Elisabetta, quale piacere sarà ricevere un passaggio in auto da te! Mariapia

  8. cara Maria Pia
    la prima parte del tuo post ha evocato in me l’adolescenza: pendolare sul treno dagli undici ai venti anni, ma, le emozioni che ricordo son differenti e molto da quelle che tu descrivi.
    La caciara con gli amici e anche il corpo a corpo, quando lo stai scoprendo, son differenti e non ti separa neppure l’odore dall’altro, anzi quasi t’attrae. Anche le “etinie” tutt’al più erano riconducibili a “nord e sud” d’Italia e non “del mondo”.

    Oggi mi muovo poco anche coi mezzi pubblici; mi piace camminare e il bus praticamente non lo conosco, ma quel che tu descrivi lo vivo in parte nelle “file” all’ASL o in qualche altro ufficio e riconosco che è proprio il nostro stato interiore che colora in modo circolare la vita.

    Proprio ora osservo che mentre son veloce (e piena di pretese) viaggiando nello spirito, mi rilasso: “sorrido e mi abbandono”, nella quotidianità.

    Il lavoro fatto in questi anni sta portando i suoi frutti.
    Grazie per la bella riflessione, ciao e buone vacanze.

    Rosella

  9. Grazie, Rosella, per il tuo rilassarti e abbandonarsi nella quotidianità! La quotidianità è molto importante! Buone vacanze anche a te e a tutti! Mariapia

  10. Sono pendolare da 26 anni e temo di essere, spesso, una di quelle facce un po’ diffidenti un po’ stanche un po’ imbronciate che si incontrano sui treni – oops! È vero però che i mezzi pubblici sono una vetrina particolarmente ricca e divertente dei più diversi tipi umani…
    Grazie Mariapia per questa vivida descrizione.
    iside

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