La via dell’impotenza

Commenti

  1. Antonio Todisco dice

    Condivido pienamente sia l’analisi sia le proposte operative. Spero solo di avere la forza di porle in atto. Parafrasando una vecchia affermazione di Gaber non temo tanto il neo liberista in sé quanto il neoliberista in me

  2. Ciao Francesco. Proprio l’impotenza ho trovato facendo un esercizio a nove punti. L’impotenza da accogliere. Le tue parole mi hanno risuonato. Grazie

  3. Giuliana Martina dice

    Grazie Francesco!

    In Darsi pace impariamo a riconoscere l’impotenza come fragilità-povertà e non come fallimento, una resa che si fa apertura più consapevole alla dimensione dello spirito e della fede, apprendimento di un linguaggio dialogico, “coniugale”.

    Il monologo dell’io ego-centrato è sempre più esaurito, sfinito, disperato, come la cultura e la politica che su di esso si sono costruite; ora sperimentiamo che se ci mettiamo in ascolto delle fonti dell’Essere e le lasciamo parlare, l’impotenza apre ad un nuovo Inizio della storia, nostra e del mondo.

    Allora ristrutturiamo il mondo moderno, reinventiamolo da questo profondo luogo di ascolto e con attrezzi nuziali.

    Un abbraccio, Giuliana

  4. “Ecco che la via dell’impotenza potrebbe essere perciò una pratica rivoluzionaria nella quale rinascere assieme. Nella misura in cui mi consento di essere debole e di essere fragile; nella misura in cui mi consento di essere vuoto e di non avere risposte, sono in realtà forte, saldo, integro e responsabile. Nella misura in cui accolgo la mia paura, la mia angoscia e la mia disperazione, posso lasciare emergere un coraggio, una serenità e una speranza autentiche.”

    Sì in questo mi sento di convenire. E’ una pratica rivoluzionaria davvero, anche dire “non ce la faccio”, ammetterlo trasgredendo al terribile comandamento moderno di “essere prestanti” (nel senso di prestazione), quello che Vasco cantava come “Vivere (vivere) / Anche se sei morto dentro / Vivere (vivere) / E devi essere sempre contento / Vivere (vivere) / È come un comandamento”

    C’è invece un certo modo di ammettere, “non ce la faccio” che è una contestazione alla gabbia, che non porta alla disperazione ma la smorza, lascia spazio per un respiro profondo, per un’aria – potenzialmente – nuova.

    C’è, in altre parole, un modo poetico per arrendersi alla ricchezza di colori e sapori del mondo, ben più attrezzata dei nostri pensieri monodimensionali (siano pensieri cattolici, atei, agnostici… sempre pensieri sono). C’è una resa che è un rientrare nel cuore della faccenda, ed è un movimento cosmico che fa tremare i quasar più lontani.

    Imparare a guarire è, forse, imparare (in) questo movimento, perpetuamente fondato sulla nostra impotenza.

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