Archivi per aprile 2010

La meditazione – Sogyal Rinpoche – La pratica costante, sempre

Ero entrato velocemente, come al solito, da Feltrinelli alla ricerca di un titolo che mi mancava quando, passando davanti alla sezione di saggistica, mi sono sentito chiamare da un libro che sporgeva di poco dallo scaffale, non so se vi è mai capitato… L’ho preso al volo, uno sguardo al titolo: Il Libro Tibetano del Vivere e del Morire (Ubaldini editore – Roma), alle note dell’autore: Sogyal Rinpoche, ai risvolti di copertina .. e ho capito che mi chiedeva di leggerlo… Ho iniziato lentamente ad addentrarmi nel testo e … sono rimasto colpito nel trovare esattamente, e se si può ancora di più, proprio quello dovevo trovare, in questo momento, incredibile mi sembrava di ascoltare la Voce dei nostri corsi sulla meditazione, la sua necessità, il suo significato e l’importanza della sua pratica… in un libro trovato per caso (?)
Dunque non mi resta che parlarvene, se non altro delle cose che pure essendo solo all’inizio del saggio mi paiono quanto mai scritte esattamente per noi. [Continua a leggere…]

Sani e salvi – l’integrità come apertura all’infinito

Sani e salvi
L’integrità come apertura all’infinito

28/30 maggio 2010
Corso intensivo di fine anno
per i Gruppi Darsipace di Roma

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Che fine ha fatto il sito Darsi Pace?

Cari amici, come avrete forse notato, in questi giorni il nostro sito non ci ha fatto compagnia. Il 18 Aprile siamo stati vittima di un attacco informatico da parte di ignoti che ci ha completamente cancellato dal web. Oggi torniamo online con una versione “light”, contiene solo gli ultimi 10 post e non tutte le sezioni. Anche la veste grafica è ancora da affinare. Comunque, contiamo di ripristinare presto tutto il materiale, compresi i vostri preziosi contributi.

Sul senso da dare a questo evento chiedo un vostro aiuto, noi stiamo cercando di trasformare questa negatività in uno stimolo evolutivo, nella speranza che il nostro sito sia sempre di più un’espressione del nostro lavoro di ricerca interiore.

Vendola: io, gay e cattolico, più facile dirlo ai preti che al PCI

Questo sito non ha alcun colore politico. Le persone che ci scrivono in genere sono abbastanza lontane dalla lotta partitica e in ogni caso al momento del voto si dividono equamente su tutto l’arco istituzionale, destra, centro, sinistra, oltre ai due estremi. Ma questo è un sito attento ai segnali del mondo. Che cerca tra le righe di una cronaca sempre più confusa quei semi di liberazione e nutrimento utili per è in cammino. L’articolo che segue è apparso venerdì 16 aprile sul Corriere della Sera. Parla del rapporto con la fede di Nichi Vendola, leader di Sinistra e libertà, gay e cattolico. Sono in molti a sinistra che sperano di vederlo, Vendola, eletto alle primarie per la prossima sfida delle politiche, tra tre anni. E di certo, qualsiasi sia il credo di chi legge, le parole che pronuncia hanno un sapore molto diverso dal coro che abitualmente riempie tg e programmi televisivi. Si avverte, in questa intervista, una ricerca sincera, un cammino
tortuoso ma solido verso una liberazione dalle strutture egoiche dell’odio, che nell’agone politico esplodono nelle forme più becere. E anche un’originalità di pensiero che non esita a indicare il clero di base come più tollerante verso i gay rispetto al partito comunista. Che apprezza intellettuali omosessuali intrisi di cattolicesimo, come Pasolini, ma prende le distanze dagli eccessi di colpa che accompagna la loro opera. [Continua a leggere…]

Vendola: io, gay e cattolico, più facile dirlo ai preti che al PCI

Questo sito non ha alcun colore politico. Le persone che ci scrivono in genere sono abbastanza lontane dalla lotta partitica e in ogni caso al momento del voto si dividono equamente su tutto l’arco istituzionale, destra, centro, sinistra, oltre ai due estremi. Ma questo è un sito attento ai segnali del mondo. Che cerca tra le righe di una cronaca sempre più confusa quei semi di liberazione e nutrimento utili per è in cammino. L’articolo che segue è apparso venerdì 16 aprile sul Corriere della Sera. Parla del rapporto con la fede di Nichi Vendola, leader di Sinistra e libertà, gay e cattolico. Sono in molti a sinistra che sperano di vederlo, Vendola, eletto alle primarie per la prossima sfida delle politiche, tra tre anni. E di certo, qualsiasi sia il credo di chi legge, le parole che pronuncia hanno un sapore molto diverso dal coro che abitualmente riempie tg e programmi televisivi. Si avverte, in questa intervista, una ricerca sincera, un cammino
tortuoso ma solido verso una liberazione dalle strutture egoiche dell’odio, che nell’agone politico esplodono nelle forme più becere. E anche un’originalità di pensiero che non esita a indicare il clero di base come più tollerante verso i gay rispetto al partito comunista. Che apprezza intellettuali omosessuali intrisi di cattolicesimo, come Pasolini, ma prende le distanze dagli eccessi di colpa che accompagna la loro opera.


Cosa ne pensate, è possibile che – sulla scia di Vendola – il pensiero politico a destra come a sinistra possa rinnovarsi, accogliendo parole e proposte che traggono linfa dalle profezie della Bibbia?

(dal Corriere della Sera)

Vendola: «Io, gay e cattolico: più facile
dirlo ai preti che al partito»

«Sono sempre stato cattolico e omosessuale, non l’ho mai nascosto. E dichiararsi non è pettegolezzo. E’ carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza. Sono sempre stato anche cattolico e comunista, come la mia famiglia. Ed è stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito». Nichi Vendola, eletto per due volte a sorpresa presidente di una grande Regione del Sud, si dichiarò nel 1978, quando aveva vent’anni e da sei era nella Federazione giovanile comunista, con un articolo su un giornale da lui fondato, «In/contro». Titolo: «Le farfalle non volano nel ghetto». «Era un verso che avevo trovato in una raccolta di poesie scritte nel ghetto di Varsavia. E ho avuto tutte le difficoltà che potevo avere, nel partito, al Sud, al paese», Terlizzi, periferia di Molfetta, terra di braccianti. «Mi ha sempre affascinato il pensiero religioso. Ero uno di quei comunisti per cui il libro più importante è la
Bibbia.

Ma ha contato molto per me anche il pessimismo di Sergio Quinzio, ho amato i libri del cardinal Martini, e sono stato discepolo del vescovo di Molfetta, il mio vescovo, Tonino Bello». «Ho parlato della mia omosessualità con molti preti, con uomini e anche con donne di Chiesa — racconta Vendola —. Non mi sono mai sentito rifiutato. Sono state anzi interlocuzioni belle, profonde. La Chiesa è un universo ricchissimo e complicato, non riducibile a nessuna delle categorie politiche che usa la cronaca. Nella Chiesa ci sono molte sensibilità, molte cose; e qualcuna crea dolore e tristezza, quando evoca stereotipi pseudomorali che non hanno solo l’effetto di indicare identità ideologiche, ma anche di ferire la vita delle persone». E’ di Vendola la prefazione agli scritti di monsignor Bello, «Teologia degli oppressi». Comincia così: «Io ero sull’altra riva, quindi ero un rivale». «Tutta la teologia di Bello è una teologia della
differenza— sostiene oggi il presidente della Puglia —. Come quando spiega il dogma della Trinità con la metafora della convivialità delle differenze: la presenza di tre differenze in un’unità ci insegna la bellezza della convivenza, che è qualcosa di più della tolleranza». Dice Vendola di non aver mai rinunciato alla fede, di credere più che alla rivoluzione alla conversione permanente, di confidare che Dio saprà capire anche quelli come lui, perché «Dio non è un tribunale islamico». Dice di non amare il coté «pirotecnico, esibizionista». Per questo in passato non app r e z z ò le confessioni di bisessualità rese da altri politici, «una dichiarazione che si faceva a 18 anni per fiutare un po’ l’aria. Anch’io sono stato bisex, e avevo fidanzate bellissime. Sono stato sul punto di sposarmi due volte. Ma non ho mai raccontato bugie, ho sempre vissuto quei rapporti da omosessuale». Storie lontane, «ho avuto molti amori, ho
molto sofferto. Non mi sono mai arreso però, non ho mai permesso a nessuno di chiudere la mia storia dentro uno spigolo di rancore. Anche se mi hanno fatto di tutto». Tempo fa raccontò di quando «un dirigente nazionale di An venne a fare campagna elettorale nel ‘94 e tentò di stroncarmi accusandomi di andare con i ragazzini, peraltro pagati per dirlo. Andò via con le pive nel sacco, mentre io ricevevo migliaia di lettere di ragazzi che mi dicevano grazie per avergli dato coraggio». Anche questa è una storia lontana, «oggi ho disimparato l’odio». Spiega il presidente della Puglia di essere rammaricato per aver fatto soffrire la madre; a sua volta rammaricata per aver sofferto. Mamma Antonetta, casalinga e donna all’antica di Terlizzi, ha ricordato il giorno in cui una nipote le aprì gli occhi sul terzo dei suoi quattro figli: «Ci siamo pentiti di averne patito e oggi siamo orgogliosi, anche se di sesso parliamo per accenni e per
sottintesi».

Nichi le portava in casa le fidanzate: «Ne ricordo una, Aurelia. Era bellissima. Ed è vissuta in casa con noi e con mio figlio per più di un mese». Una volta, nel comitato centrale del Pci, l’autorevole compagna Marisa Rodano disse rivolgendosi indirettamente a lui: «Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla». Si dibatteva dei diritti degli omosessuali, dei carcerati, di tutte le minoranze e Vendola, che stava già nell’Arcigay, predicava la liberazione dei «soggetti smarriti» che è il titolo del suo primo libro. Prima aveva scritto la tesi di laurea sul Pasolini degli Anni 50, cacciato dal Pci per indegnità morale. Pasolini: anch’egli cattolico, comunista, omosessuale. «Ma lo si può amare senza essere come lui— dice Vendola —. Pasolini, come Testori e in fondo anche Fassbinder, ha avuto il grande merito di tirare la sua condizione di omosessuale fuori dall’oscurità ma l’ha
illuminata con le fiamme dell’inferno. L’omosessualità di Pasolini è molto segnata dal suo cattolicesimo. Lui si percepisce come il Cristo della diversità: una condizione vocata al martirio, a causa del senso di colpa. Il peccato e l’espiazione del peccato, per cui la sua letteratura diventa premonizione della sua stessa morte. La diversità come impossibilità dell’amore, un’identità che si afferma negandosi, come la Jeanne Moreau che canta “Ogni uomo uccide come ama”. Io amo Pasolini come amo Testori e Fassbinder, ma mi rifiuto di accettare questa visione. Ho sempre cercato di trascenderla, e questo mi ha aiutato a essere una persona serena, a uscire dal tunnel senza fine del senso di colpa».

Tempo fa, Vendola fece discutere quando disse: «Non vorrei morire senza aver vissuto l’esperienza della paternità». «Non intendevo annunciare che sarei diventato padre, o che avrei fatto un’adozione che peraltro la legge mi vieta — spiega oggi —. Ma mi sento di ribadire il mio desiderio di genitorialità. Sento molto la tutela della vita, la difesa del vivente. Sono contro la mercificazione e la privatizzazione della vita. Il tema fondativo del futuro è la costruzione della vita nelle forme di comunità. Il sangue non c’entra: per me la paternità non è un dato fisiologico, limitato al proprio seme. Allevare un figlio significa accudirlo, conoscerlo, ascoltarlo; amarlo. Dev’essere una cosa bellissima. Per questo, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato, provo una stretta al cuore.»

La strage degli innocenti continua. 400 milioni i bambini schiavi nel mondo


«Chi uccide un bambino spegne il sorriso di una fata… Mi batterò per liberare me stesso e i miei compagni di sventura dalle catene in cui mi trovo; non solo quelle che colpiscono i bambini, ma anche gli adulti, perché non può esserci benessere per i bambini finché gli adulti saranno offesi e sfruttati». (Iqbal Masih) [Continua a leggere…]

La risposta

“Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere”.
(Salmo 1,3)

Desidero condividere con voi l’esperienza bellissima vissuta nell’incontro di sabato 13 febbraio del gruppo Darsi Pace, seconda annualità. [Continua a leggere…]

La risposta

“Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere”.
(Salmo 1,3)

Desidero condividere con voi l’esperienza bellissima vissuta nell’incontro di sabato 13 febbraio del gruppo Darsi Pace, seconda annualità.


Marco ci ha spiegato l’esercizio a nove punti che si trova nel libro Per Donarsi (pag.121-132): noi lo abbiamo eseguito ed approfondito insieme.

Tralasciando le mie risposte ai primi punti dell’esercizio, arriviamo al punto 4:
scendo nel punto di dolore/scissione che si trova sotto tutte le mie rabbie e le mie paure, lo ‘sento’ e provo ad esprimerlo.

Ed io l’ho espresso con queste precise parole:
“Sono arida, asciutta. Un deserto. Non c’è acqua. Non c’è vita. Solo fine, solo morte. Non ci sono parole né salvezza. Niente da dire. MORTE.”

Passiamo al punto 8:
chiedo aiuto a Dio, un aiuto preciso, chiedo ciò di cui ho bisogno vitale.

Ed ecco la mia richiesta:
“apri il mio cuore
al vero Amore
dammi l’acqua
come balsamo di vita
dammi il bene”

Poi il punto 9:
ricevo l’aiuto. Mi sintonizzo su un clima amorevole che già si sta facendo strada nelle mie tenebre se ho lavorato nella luce. Questo clima amorevole è lo Spirito che ci parla attraverso l’amorevolezza, ci dà risposte. La risposta dello Spirito è sempre una consolazione. Qui il nuovo credente, finalmente, dà parola a Dio!

E questo ho sentito:
“Sono Io l’acqua che cerchi”

Naturalmente quando l’ego ha riconquistato terreno, ha portato con lui i suoi soliti dubbi, le sue striscianti insinuazioni, le sue infedeltà. Possibile che Dio mi abbia voluto parlare? Sarà soltanto suggestione. Ma sì, vedrai che è così.

Ma durante la Messa del giorno seguente, ecco cosa diceva la prima lettura:

Ger 17, 5-8
Così dice l’Eterno: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dall’Eterno!
Egli sarà come un tamerisco nel deserto; quando viene il bene non lo vedrà. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra salata senza abitanti.
Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno!
Egli sarà come un albero piantato presso l’acqua, che distende le sue radici lungo il fiume. Non si accorgerà quando viene il caldo e le sue foglie rimarranno verdi, nell’anno di siccità non avrà alcuna preoccupazione e non cesserà di portare frutto.”

Arrivata a casa ho proseguito la lettura:
Ger 17, 13-14
O Eterno, speranza d’Israele, tutti quelli che ti abbandonano saranno svergognati.
“Quelli che si allontanano da me saranno scritti in terra, perché hanno abbandonato l’Eterno la sorgente d’acqua viva”
Guariscimi, o Eterno, e sarò guarito, salvami e sarò salvato, perché tu sei la mia lode.

Quale dubbio può esserci? Può forse essere un caso che io abbia trovato le STESSE parole da me scritte il giorno precedente? Non sono certo un’esperta conoscitrice della Bibbia, non sapevo quale fosse la liturgia del giorno seguente.

Ecco, quella era un’ulteriore risposta, definitiva, inequivocabile! Un riscontro veramente ‘testuale’! Certo il Signore conoscendo la mia sorda cecità ha voluto squarciarla.

Non vi dico la mia gioia stupefatta, poi sempre più convinta e colma di gratitudine.

E mi sono tornate alla mente due poesie che ho scritto forse una decina d’anni fa, ma che ora leggo sotto una nuova luce.

Nella prima il mio io-mandorlo si trova in uno stato di aridità e di ricerca dolorosa, sassosa ed impervia, in una condizione di sofferta spremitura del suo frutto, nutriente ma secco.

Il mandorlo

radicato
tra scabri sassi sbilenchi
a scovare
esigue gocce riposte,
le aeree corolle
trapuntano i legni
contorti e sfogliati

lacrime bianche
distilla il suo
dolce frutto amaro

come la nostalgia
di un canto andino

lontano

Nella seconda poesia, nonostante la sottesa atmosfera di malinconica nostalgia, il mio io-salice è vicino ad un fiume ( “Egli sarà come un albero piantato presso l’acqua, che distende le sue radici lungo il fiume” ), lo sfiora chiedendo che la sua sete sia consolata e abbandona alla sua corrente le proprie speranze e i propri desideri.

Il salice

quante notti
i miei fili sottili
s’intrecciarono ignari
ai capricci del vento

fiume pensoso
nel languore lunare
se flessuoso ti sfioro la pelle
cullerai questa sete?

a te lascio i sospiri sfioriti
nell’addio
dell’orizzonte estremo

Penso che già allora ( e chissà da quando) io cercassi l’acqua, anelassi al luogo dove piantare il mio albero che vuole dare frutto . 

Con affetto
Filomena

Etty Hillesum – profeta per i cuori pensanti

- L'intervento di Marco Guzzi e Fabrizio Falconi su Radio Uno Rai -

Più scendiamo nella confusione e nei conflitti che avvelenano le nostre vite, più diventano vere e profonde le parole scritte settant’anni fa da Etty Hillesum, la giovane intellettuale di Amsterdam uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz. All’orrore estremo del male, quello senza paragoni storici prodotto dai nazisti, Etty sapeva reagire smarcandosi dall’odio, certo legittimo e comprensibile, che nutriva i suoi fratelli ebrei. E proponeva una via nuova, folle, ma straordinariamente vera: guardare prima al proprio marciume, estirparlo e dissotterrare quella potenza d’amore che sta in fondo alla nostra anima. Fino a imparare a lodare la vita sempre, malgrado tutto quello che può succedere. [Continua a leggere…]

Etty Hillesum – profeta per i cuori pensanti

- L'intervento di Marco Guzzi e Fabrizio Falconi su Radio Uno Rai -

Più scendiamo nella confusione e nei conflitti che avvelenano le nostre vite, più diventano vere e profonde le parole scritte settant’anni fa da Etty Hillesum, la giovane intellettuale di Amsterdam uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz. All’orrore estremo del male, quello senza paragoni storici prodotto dai nazisti, Etty sapeva reagire smarcandosi dall’odio, certo legittimo e comprensibile, che nutriva i suoi fratelli ebrei. E proponeva una via nuova, folle, ma straordinariamente vera: guardare prima al proprio marciume, estirparlo e dissotterrare quella potenza d’amore che sta in fondo alla nostra anima. Fino a imparare a lodare la vita sempre, malgrado tutto quello che può succedere.


Lo faceva con grande libertà creativa, con curiosità, pescando senza timori nel meglio della produzione e delle esperienze culturali e spirituali prodotte dall’umanità: la poesia, i testi sacri di tutte le religioni (ma in particolare la Bibbia), la letteratura, la preghiera, la psicologia, la meditazione, l’esercizio fisico, la scrittura, la filosofia, la vicinanza convinta verso il prossimo che soffre.
È la risposta che sempre più spesso cercano oggi gli uomini in ricerca. Una risposta per liberare la forza creatrice imprigionata dalle nostre paure e dalla nostra dipendenza dal giudizio altrui. Nei gruppi di Darsi Pace l’attitudine di Etty Hillesum è uno degli aspetti centrali alla base delle pratiche che vengono sperimentate. E anche i mezzi di informazione sempre più spesso si accorgono di lei, che è stata il cuore pensante tra le baracche del lager e che oggi è profeta di un’umanità nuova, liberata.
Nel link la puntata andata in onda sul programma Il viaggiatore di Radio Uno Rai. Intervengono, tra gli altri, Marco Guzzi, Fabrizio Falconi, Erri De Luca, Giuseppe Cederna, Enzo Maiorca e Angelo Branduardi.
http://www.radio.rai.it/radio1/ilviaggiatore/view.cfm?Q_EV_ID=313454

Per chi vuole approfondire la figura di Etty Hillesum, di seguito un intervento di Marco Guzzi.
UN DIO DA AIUTARE A NASCERE
Tutti concordano ormai sulla rilevanza storica degli scritti di Etty Hillesum, che vengono accolti come uno degli eventi spirituali più incisivi e sorprendenti degli ultimi decenni. E certamente poche pagine possono toccarci più a fondo di quelle in cui Etty esprime la propria riconoscenza, le proprie lacrime di riconoscenza tra i fili spinati dell’inferno di Westerbork.
Eppure non mi sembra ancora chiarito a sufficienza in che cosa consista l’originalità dell’esperienza spirituale di Etty, e cioè quella sua specifica natura che ce la rende così vicina, così contemporanea. E qui ha ragione Gaarlandt quando sostiene che le sempre più numerose rivendicazioni ebraiche e cristiane del suo pensiero dimenticano che Etty “segue un cammino assolutamente personale”, guidato da “un ritmo religioso tutto suo, che non è dettato da chiese o sinagoghe, né da dogmi, né da nessuna teologia, liturgia o tradizione – cose che le erano tutte completamente estranee.” E forse è proprio questo l’elemento spirituale che più ci riguarda, e che andrebbe più attentamente approfondito.

Proporrò dunque solo alcuni spunti molto sintetici, addirittura schematici, in questa direzione interrogativa, una sorta di indice per una ricerca ulteriore :

a) Etty inizia il cammino della propria trasformazione, descritta nei diari, da una condizione esistenziale già estrema, che non sembra determinata di per sè dalle persecuzioni in atto, ma da sommovimenti del tutto interiori : “in fondo ho già toccato i limiti, è già successo tutto, ho già vissuto tutto, perché continuo a vivere ?”. Oltre questa soglia “non mi rimarrà che il manicomio. Oppure la morte?” Qui Etty è sorella di Rimbaud e di Campana, di Trakl o di Dylan Thomas. Patisce cioè esistenzialmente la catastrofe di un’intera figurazione storica di umanità, di cui la Seconda Guerra Mondiale, come la Prima, non furono che lo scenario apocalittico: effetti cioè più che cause.
b) In questa catastrofe, storica e psicologica al contempo, l’ego occidentale sprofonda : “Questo io tanto ristretto, coi suoi desideri che cercano solo la loro limitata soddisfazione, va strappato via, va spento”. E crollano tutte le certezze teologiche e ideologiche, tutte le arroganze conoscitive del nostro ego. Per cui non resta che scendere più profondamente in noi stessi per cercare la fonte di un nuovo orientamento: “la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo Dio”.

c) E come la ricerca Etty questa fonte di vita, sottratta alle guerre mondiali del nostro ego? Innanzitutto attraverso un lavoro psicologico sulle proprie aree oscurate : “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, (…) e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume”.
Incontriamo Dio cioè lavorando sulla nostra ombra. E qui Etty assorbe la lezione di Jung attraverso la psicochirologia di Spier. Ed è anche uno sblocco erotico e sessuale a liberare la sua spiritualità.

d) Questo sblocco psichico la libera progressivamente dalle tenaglie della paura, che prima la paralizzava : “Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo”. E questa liberazione dall’ego e dai suoi terrori sfocia nella creatività, nella scrittura. Il divino liberato si esprime cioè poetica-mente: “In me non c’è un poeta, in me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia”. E anche qui Etty, attraverso Rilke, si connette alla linea poetica che da Hoelderlin in poi, e fino a Celan o a Luzi, esperimenta un dire trans-egoico che ci parla e ci guarisce.

Dunque l’esperienza spirituale di Etty sembra essere profondamente psicologica e poetica, e proprio per questo così concreta e capace alla fine di donazione completa di sé. Il cuore può continuare a pensare e addirittura a cantare nell’inferno, solo perché è stato ben lavorato, perché cioè le sue difese sono state già abbattute.

Non c’è niente di intimistico in questo itinerario, si tratta al contrario di contribuire a ricostruire il mondo su un “ordine superiore”: “Da qualche parte in me c’è un’officina in cui dei titani riforgiano il mondo”. Ma Etty sa che i progetti rivoluzionari fondati sull’odio e sulla vendetta, sulla proiezione semplicistica delle proprie ombre sul nemico di turno, e cioè le “durissime teorie sociali di un tempo” sono appunto residui del mondo che sprofonda, reperti di una figura di umanità già finita. Il mondo nuovo è solo l’uomo nuovo che lo incomincia a balbettare con le nuove parole che lascia sgorgare dal cuore pacificato in una assoluta riconoscenza.

Ribalbettando un mondo senza odio Etty incontra poeticamente e psicologicamente, e cioè da dentro la propria carne emotiva, la tradizione ebraica e cristiana: “Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, le Lettere a un giovane poeta”. Nell’inferno del campo di Westerbork Etty porta nel cuore l’intera storia della salvezza e il travaglio rigenerativo della modernità che culmina nei balbettii dell’Uomo-Dio nascente, ricordato da Rilke proprio al giovane poeta: “Chi vi trattiene dal gettare la sua nascita nei tempi venturi e vivere la vostra vita come un bello e doloroso giorno nella storia d’una grande gestazione?(…) Festeggiate, caro signor Kappius, Natale in questo pio sentimento ch’Egli forse abbisogni appunto di questa vostra angoscia della vita, per iniziare”.

E’ il mistero di salvezza di Cristo che riemerge dal cuore poetico di Etty sciolto dalle catene dell’odio e dalle illusioni dell’io? Quando il suo amico Klaas, il “vecchio e arrabbiato militante di classe”, le dice sconcertato che il suo progetto di purificazione interiore non sarebbe altro che cristianesimo, Etty annota: “E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma : certo, cristianesimo – e perché no?”

Un cristianesimo però decantato attraverso tutte le purificazioni della modernità e dello stesso nichilismo, secolarizzato al massimo, e perciò reso davvero non violento. Un cristianesimo filtrato da Rilke e da Jung, e cioè smascherato in tutte le contraffazioni (psico-teologiche) della sua storia. Un cristianesimo cioè ancora in buona parte futuro.

Ecco perché gli scritti di Etty escono solo nel
1981. Non sarebbero stati assimilabili prima. Non sarebbero stati tollerabili. Forse solo ora possiamo incominciare a riconiugare il Cristo con gli esiti estremi della modernità, la forza della tradizione con l’urgenza di novità poetica, abbandonando dentro e fuori di noi interi repertori storici, abiti mentali e figure di identità, linguaggi e rituali ormai inutilizzabili. Forse solo ora possiamo incominciare ad accettare una prospettiva che coniughi la trasformazione interiore con il processo storico di liberazione, e cioè psicologia, mistica, e politica in una sintesi inaudita, in un orizzonte folle e buono di guarigione e di salvezza davvero globali: “la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo”.