Tra prove e assenze

Commenti

  1. Pasqualino Casaburi dice

    Interessante analisi.
    Grazie Iside per i tuoi interventi sempre illuminanti.

  2. Grazie Iside, per aver affrontato un tema interessante ma difficile e averci fornito dei chiarimenti molto utili! Leggo sempre con grande interesse i tuoi interventi.

  3. Buonasera. Interessante analisi dalla quale mi è scaturisce una domanda:
    esistono in questo mondo medici capaci di esercitare la loro professione in libertà, scienza e coscienza,
    dove il sentire viene prima del misurare, dove ogni persona ha un valore inestimabile, dove i medici sanno guardare nella storia dei loro pazienti e lì riconoscere le tracce di ciò che è appropriato, dove i medici, nella dignità del loro ruolo, sanno ascoltare, accompagnare, prendersi cura?
    Nellamia storia personale, tranne rarissimi casi che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi terrò ben stretti, i medici applicano protocolli blindati come se avanti a loro ci fossero polli in batteria (figuriamoci io fossi un medico avrei riguardo anche per i polli) senza minimamente analizzare l essere umano davanti a sé.

  4. Sì, Paola, hai ragione ed è proprio per questo che, sia pure in modo molto modesto nella nostra piccolezza, vorremmo operare nel gruppo di creatività culturale DarsiSalute.
    Persuasi dalla visione a larghi confini di Marco Guzzi, lavorando su di noi con il metodo dei gruppi Darsi Pace, leggiamo la nstra piccolezza come un seme gettato per provare intanto a focalizzare i nodi problematici. Abbiamo bisogno di recuperare un nuovo senso di umanità che riguarda ciascuno di noi, per poi farlo lievitare nel significato delle professionalità sanitarie, negli amministratori, nei politici e in tutti noi.
    Noi abbiamo fiducia che una nuova forma di umanità stia già nascendo, ma sappiamo anche che siamo agli albori di questa nuova era. Perciò ciò che veddiamo è ancora tanta tanta umanità vecchia, come dentro di noi.
    Abbiamo bisogno di aiutarci reciprocamente a nascere, sia come pazienti sia come operatori sanitari.
    Soltanto dentro un’umanità nuova, relazionale, libera e aperta potremo uscire dalle morse della fissità dei protocolli, delle tempistiche, dell’erogazione di prestazioni come se fossero bulloni usciti da una fabbrica.
    Il lavoro è lungo, siamo solo all’inizio, ma appunto ci impegniamo con l’entusiasmo dei principianti.
    Grazie a Pasqualino e a Palma per il vostro apprezzamento.
    iside

  5. Grazie a voi Iside. E per realizzare ciò noi saremo al vostro fianco con la nostra saggia meditazione in attesa di godere della trasformazione in atto.
    Un abbraccio

  6. Grazie cara Iside, apprezzo molto questo scritto, apprezzo l’opera, direi sotterranea e costante, alla quale voi di Darsi Salute vi state dedicando. Leggendoti, mi viene davvero voglia di “reclamare” più umanità nel mestiere di medico! Ma poi mi guardo dentro, e mi chiedo, morbidamente ma sinceramente, “ma io quante volte manco di umanità nel mio lavoro di scienziato?”

    Veramente oggi devo ricominciare da me stesso, l’aiuto che posso dare (contro la disumanizzazione, contro la guerra, contro la divinizzazione del mercato e dell’efficienza) è questo. Il resto per me son chiacchiere.

    Cercare in me i semi di quella Nuova Umanità che deve esistere, per forza, deve esistere perché io ne ho bisogno (può esserci un bisogno senza risposta? Mi rifiuto di credere che viviamo in un Universo dispettoso).

    Aggiungo solo questo. Tanti problemi ben descritti nel tuo post, credo abbiano come radice comune, il fatto che ancora (nonostante tutti i risultati della fisica moderna, vorrei dire) pensiamo di avere una “visione oggettiva” del mondo. Il medico vede X e Y, e agisce di conseguenza. Ma X e Y dipendono da quella domanda che Marco rivolge sempre all’inizio dei corsi “Come stai? Come state?”. Se ha litigato con la moglie la sera prima, non è lo stesso medico. Se ha scoperto che il figlio si droga, se ha una relazione problematica con un’altra persona, se dentro si sente perso o abbandonato, non è lo stesso. Non vede le stesse cose. Non può prendere le stesse decisioni, a parità di fattori esterni (se pur questo vuol dire qualcosa).

    Non c’è una visione oggettiva del mondo (per alcuni non c’è neanche un mondo oggettivo). Ecco l’inganno. Il medico deve attingere al fatto che è donna, che è uomo, accogliere la propria umanità, non cercare più di simulare una macchina artificiale, di misurarsi a prestazioni per ora, a numero di pazienti per giorno. Sarà mai possibile? Credo che implichi un cambiamento profondo nella società, nella scienza (medica e non), nella politica, anche nel senso religioso.

    Ma ecco, io devo tornare a me stesso, il resto poi verrà.

  7. Il punto di partenza / di irradiazione è sempre la persona che voglia scoprire la propria (vera) umanità. Se non lavoriamo a questo livello di amalgama spirituale abbiamo già perso in partenza, nonostante tutti gli sforzi che possiamo mettere in campo.
    iside

  8. Quello che mi viene da dire, per prima cosa, è che le linee guida e gli studi scientifici sono degli strumenti in mano ai medici, e come giustamente dici, cara Iside, è compito di questi utilizzarli al meglio. Il problema si sposta quindi sul singolo medico, una persona, come ognuno di noi, che deve lavorare su se stesso e nel suo delicato lavoro essere il più disponibile possibile ad un esercizio della verità e del bene. Se già fosse chiaro questo sicuramente molte cose andrebbero diversamente, molto meglio direi. Se questo fosse riconosciuto a livello sociale le università e i vari corsi sarebbero impostati diversamente: la crescita personale, interiore e umana sarebbe almeno una materia di studio, ma anche una vera e propria esperienza considerata fondamentale lungo tutta la formazione e carriera del clinico.
    Dimentichiamo invece troppo facilmente (quasi per costituzione) che non siamo infallibili, ne onniscienti, ne tuttologi. Così di fronte ad un cosiddetto “problema di salute” occorrono, contemporaneamente a studio ed esperienza, tante importanti qualità: delicatezza, attenzione, sensibilità, ascolto, diligenza, etica, fermezza… Qualità che, come ricorda giustamente il caro Marco Castellani nel suo commento, possono fluttuare da un momento all’altro. L’importante è riconoscerlo, da entrambe le parti. Non ci si può rivolgere al medico pensando di trovarsi di fronte ad un oracolo infallibile, allo stesso tempo il dottore ha il dovere di curarsi e aggiornarsi per donare il meglio possibile di sé.
    Purtroppo oltre ad essere umani, noi medici siamo anche sovraccaricati di burocrazia, tempi di lavoro sempre più rapidi, enormi responsabilità, rischi professionali, cambiamenti rapidissimi nella gestione delle cure, richiesta di rientrare in limiti di spesa stringenti… Quando ci troviamo di fronte ad una persona dovremmo avere invece tutto il tempo e il modo per studiare a fondo il caso e gestirlo al meglio.
    L’articolo richiama ad un altro grande problema: dove può arrivare la scienza? Qui non entro nel merito, ma è evidente che ci sono grossi limiti, e il medico ha il difficile ruolo di mediatore, per utilizzare quel poco di comprensibile nella cura dell’infinito mistero della vita umana.

  9. A me, che spesso mi trovo sull’altro lato dello stetoscopio, viene da chiedermi: di cosa ha paura un medico, un infermiere, un terapista quando ha di fronte a sé una persona che gli sta chiedendo aiuto? Qual è la paura che lo irrigidisce e lo distanzia? In che senso mi percepisce come una minaccia?
    Come posso aiutarlo a sentirsi più disteso e tranquillo, metterlo a suo agio, contribuire allo scioglimento della separazione che ci rende sospettosi?
    Siamo tutti vulnerabili, non importa se siamo il medico o il paziente.
    Come Etty Hillesum voleva aiutare Dio a nascere dentro di lei, allo stesso modo abbiamo bisogno di aiutarci reciprocamente a nascere come creature sempre più umane. Di là da ogni identità di ruolo. La cura dell’umano che è comune è lo sfondo dentro cui poi tutto il reste può prendere forma.
    iside

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