E fu sera e fu mattina

Riflessione sulla rivoluzione culturale 

nella Laudato sii di papa Francesco

“… il libero animale

ha sempre dietro sé il suo tramonto

e a sé dinanzi Dio, e quando va, va

nell’eterno, come le fonti vanno

(Rilke VIII Elegia, 10-13).

Alcune volte il mio gatto Bartolomeo mi guarda fisso, posando su di me i suoi occhi azzurri che non esito a definire cosmici. È una esperienza che, chi ha un animale in casa, fa molte volte. Quello sguardo mi ha fatto ricordare l’VIII Elegia di Rilke, per cui:

Con tutti gli occhi vede la creatura

l’aperto. Gli occhi nostri soltanto

son come rivoltati

(Rilke, VIII Elegia, 1-3).

Il vero problema è, secondo Rilke, che:

… già tenero 

il bimbo lo volgiamo indietro, che veda

ciò che ha forma, e non l’aperto

(Rilke, VIII Elegia, 6-8).

Cioè noi veniamo educati fin da piccoli a vedere le cose nella loro forma, ben chiara e distinta da tutte le altre cose: cioè veniamo educati a vedere tutto e anche noi stessi ben separati e non in modo aperto. Ci sarebbe bisogno di un’opera capace di invertire il nostro sguardo e renderlo di nuovo in grado di vedere l’aperto.

Io cercherò, anche col riferimento alla Laudato sii di papa Francesco, di mostrare che ciò è possibile: è possibile il miracolo di questa rieducazione dello sguardo verso l’aperto, la rieducazione verso uno sguardo cosmico.

La Laudato sii. Il punto di rottura!

La Laudato sii (da ora in poi abbreviata in LS) di papa Francesco non è un documento “bucolico”, non c’è nessun romanticismo o sentimentalismo sulla natura. 

La LS è una vera e propria parola profetica sul nostro tempo, una denuncia severa che accoglie il grido della terra e anche il grido dei poveri. Ed è anche un annuncio esigente su ciò che andrebbe fatto.

Ci sono due “ritornelli” molto frequenti in tutto il documento. 

Il primo, che riguarda la denuncia severa, è che siamo di fronte a una situazione inedita:

Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità (n. 17)”.

Questa riflessione ritorna nel documento papale, a più riprese. Nella prima parte, dopo l’elenco dei vari problemi che l’umanità sta procurando alla nostra casa comune, si arriva al primo grande cuore del documento, che è, a mio avviso, un grande sguardo profetico:

La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi. Tuttavia, sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano (n. 61)”.

Quindi siamo di fronte a un punto di rottura dove sempre più il sistema attuale e il nostro stile di vita si stanno rivelando insostenibili, con catastrofi naturali sempre più gravi e frequenti e con crisi sociali altrettanto acute. Ma il papa non vuole intimorire, vuole invece andare al cuore del problema. Qual è la causa e il fondamento di tutto ciò?

Lo trova, nel capitolo terzo del documento, nel paradigma culturale che stiamo realizzando da secoli, a partire almeno dalla modernità: cioè quel modello, quello schema mentale che vede l’uomo come individuo separato dagli altri e dalla natura, con una visione dualista, cioè dissociata e a distanza, fra l’Io e ciò che è non-Io; che deve realizzare i propri desideri, consumando di tutto e di più, a scapito della terra e degli altri. 

Nel momento in cui questa forma mentale ha avuto i mezzi per far sentire pesantemente la propria influenza sul mondo e sull’ambiente, e cioè a partire da quando l’Europa si trasforma in società tecnologica e comincia l’avventura coloniale e aumenta rapidamente il divario fra i ricchi e i poveri, gli effetti di questa impronta umana sugli ecosistemi sono stati sempre più profondi e accelerati.

A questo tipo di uomo individualista corrisponde così, a livello collettivo, il modello tecnocratico della scienza, dove tutto ciò che è possibile va fatto, e il modello finanzcapitalistico della globalizzazione, dove la massimizzazione del profitto individuale diventa il criterio fondamentale di ogni tipo di operazione, anche la più spericolata. È questo il sistema divenuto insostenibile, perché per la prima volta nella storia dell’umanità l’uomo è in grado di minare profondamente le basi della vita sulla terra. E ciò senza bisogno di usare la bomba atomica: basterebbe continuare a vivere secondo l’attuale modello e stile di consumo.

Naturalmente papa Francesco nella LS racconta nei minimi dettagli questa situazione che io ho così sintetizzata!

In estrema sintesi, papa Francesco afferma che la radice del problema è la figura di umanità che, almeno a partire dalla modernità, si è andata affermando con mezzi potenti. Il punto della questione è dunque antropologico: che tipo di uomini siamo? cosa vogliamo dalla vita? che ci stiamo a fare qua? Queste sono le domande che a un certo punto emergono nella LS e a cui non possiamo sottrarci. Davvero questo documento non è innocuo, a leggerlo bene!

Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra” (n. 160). 

E fu sera e fu mattina: la fine e l’inizio di un mondo.

Ora, se la questione è antropologica allora la soluzione non può che essere quella che il papa afferma al n.114:

Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale”.

Una rivoluzione culturale! Papa Francesco è uno dei pochi che in piena post-modernità ha il coraggio di parlare di nuovo di “rivoluzione”: in tale rivoluzione che deve avere inizio nel XXI secolo nessun rovesciamento strutturale deve avvenire se prima o almeno insieme non vi è stato anche e contestualmente un rovesciamento, una metànoia, della nostra mente, di quel paradigma, di quello schema di uomo individualista, separato e, in definitiva, bellico che ci portiamo dentro. Questa è la rivoluzione culturale di papa Francesco e non è affatto innocua perché il primo che si deve rivoluzionare sono io!

Soltanto dopo si potranno anche cambiare le strutture istituzionali e globali. 

Ma che cosa esige questa rivoluzione culturale? Cosa deve cambiare in me e nel mondo?

Dobbiamo accorgerci del fatto che la visione individualista, separata, fra un Io soggetto quasi onnipotente e un mondo oggetto, che subisce tutti i miei progetti e realizzazioni, è del tutto falsa e pericolosa. Essa è la visione solo della “forma”, direbbe il poeta Rilke. Bisogna invece recuperare lo sguardo dell’aperto: ma cosa vuol dire recuperare questo sguardo cosmico?  

Eccoci al secondo ritornello di papa Francesco, che torna in tutto il documento e che corrisponde all’annuncio esigente: abbiamo da accorgerci di nuovo di come tutto sia in relazione con tutto, tutto e ogni cosa è in connessione con tutto il resto e nulla può essere compreso in modo separato e distintivo. Dice la LS subito al n. 2: 

Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”.

Il nostro corpo è un condensato del cosmo: dentro di noi ci sono gli stessi elementi di cui sono composte le stelle, le galassie, i pianeti: ognuno di noi è l’universo condensato che ha coscienza di sé. Ma non solo l’uomo è così: tutto, anche le realtà più semplici, è unito a tutto il resto. Prendiamo ad esempio una rosa: (a) una rosa è una rosa, e questo ce lo dice il principio di identità o anche il principio di non contraddizione. È la “forma” direbbe Rilke; (b) ma la rosa è anche ciò che è non-rosa: la rosa è anche la terra su cui cresce, è il vento e l’aria che l’accarezza, è l’acqua e la pioggia che la bagna e la nutre, è il sole che la fa aprire, è la Luna e le stelle che la fanno vibrare; (c) la rosa, quella vera, è tutto questo e solo questo. Se noi avessimo questo sguardo sulla rosa, su ciascuna rosa, allora il nostro occhio vedrebbe l’aperto e si avrebbe il miracolo della conversione dello sguardo: in una rosa vedremmo l’ultima stella del cosmo e quindi la lasceremmo lì, la nostra rosa, senza nemmeno coglierla, nella sua nuda testimonianza di essere rosa. Tra l’altro, questo tipo di visione sul mondo è un ponte che può mettere in dialogo la spiritualità con la scienza contemporanea e anche la tradizione cristiana con le tradizioni asiatiche…

In questo modo, spero che abbiamo capito che mettere il dito nella piaga e sottolineare il rischio inedito della catastrofe ad opera umana come fa la LS, non vuole essere terrorismo psicologico. 

Vuole essere invece l’annuncio di un momento propizio, di una grande occasione che è data nelle nostre mani; di un kairòs, cioè un crocevia storico di grandissima importanza. E qui la scansione dei giorni del primo capitolo della Genesi, “e fu sera e fu mattina”, può voler dire, iniziaticamente, che viviamo un momento in cui tutto un vecchio mondo e una vecchia figura di uomo, di stampo omicida e suicida, può e deve finire (“e fu sera”) e può invece nascere un nuovo giorno, una nuova epoca per tutta la storia dell’umanità (“e fu mattina”). Cose nuove possono cominciare. Se noi compiamo questa svolta, fra qualche secolo, il nostro XXI secolo potrà essere ricordato come il tempo in cui è cominciata la prima vera rivoluzione di liberazione umana per realizzare un uomo nuovo, una società nuova, una ecologia nuova, in modo pacifico e non violento. 

Dice a questo proposito papa Francesco ai nn. 118-119:

Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia… 

Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali… L’apertura ad un “tu” in grado di conoscere, amare e dialogare continua ad essere la grande nobiltà della persona umana. Perciò, in ordine ad un’adeguata relazione con il creato, non c’è bisogno di sminuire la dimensione sociale dell’essere umano e neppure la sua dimensione trascendente, la sua apertura al “Tu” divino. Infatti, non si può proporre una relazione con l’ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza”. 

Conclusioni

Nella Genesi Dio parla e le cose sono create. Forse Dio non parla, ma canta nel creare le cose: tutte le creature, noi, siamo l’emergenza di questa grande vibrazione sonora, di un “cantico” divino, come quello composto da San Francesco. E noi esseri umani allora siamo “persone”, cioè esseri che per-suonano, risuonano in quel canto, in quella nota, in quella vibrazione della Parola divina. E con noi tutte le creature!

Questo è l’uomo nuovo, l’uomo aperto a tutte le relazioni per suonare e cantare la sinfonia della creazione.

E allora ancora la LS:

È nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta” (n. 9).

È quello sguardo aperto, pieno di stupore e meraviglia, capace, come san Francesco, di parlare il linguaggio della fraternità con tutte le creature, che è lo sguardo proprio dei bambini, prima che fossero “voltati indietro”, come diceva Rilke. Solo questo sguardo ci renderà capaci di sobrietà e cura verso tutto e tutti. Solo questo sguardo rinnovato ci salverà e ci donerà un mondo nuovo.

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