Noi esseri umani siamo molto affascinati dal cervello, soprattutto il nostro e certamente a ragione. Il cervello è un organo stupefacente e ci permette di fare meraviglie. Insieme a tutto il sistema nervoso e a tutto il corpo, ci rende sorprendenti a noi stessi.
Di tanto in tanto, in ambienti nostalgicamente newage ritorna l’affermazione secondo cui noi useremmo solo l’1% del nostro cervello (o comunque una minima parte). Immancabilmente, nei luoghi del fact checking, il neuroscienziato di turno smentisce vigorosamente questa affermazione. Le tecniche di neuroimaging danno risultati inequivocabili: il cervello si illumina come un albero di Natale in concomitanza con un qualunque compito cognitivo sia testato. Questo ovviamente non in modo uniforme: ci sono aree di prevalenza a seconda dell’attività sollecitata, ma pare chiaro che nulla stia quieto.
Forse qui siamo di fronte ad un fraintendimento. È certamente sensato, e dimostrato scientificamente, che il cervello è bello pimpante nella sua estensione nei vari compiti in cui lo convochiamo.
La sua proprietà, forse la più inaspettata, è la sua plasticità, divenuta nota ai neuroscienziati soltanto negli ultimi decenni.
Questo però non significa che siamo in grado di mettere in atto tutte le sue potenzialità. Forse l’1% è la quota della nostra conoscenza di noi stessi, come a dire che siamo un mondo sconosciuto, che la vita tutta intera è un mistero da esplorare in una prospettiva di orizzonti infiniti.
Qui però cambiamo visione.
Entriamo nel campo del sentire, dello studio delle nostre dinamiche emotive, mentre ci abbandoniamo disarmati nelle ariosità liberanti della vita che prende nuove forme dentro di noi. E ci accorgiamo, piano piano, che spostare le montagne è possibile.
E se questa doppia visione fosse propiziata proprio da come è fatto il nostro cervello?
Sono rimasta ammaliata dall’ipotesi prospettata da Iain McGilchrist nel suo libro “Il padrone e il suo emissario – i due emisferi del cervello e la formazione dell’Occidente” (UTET 2022).
Letto il sottotitolo, si potrebbe pensare che si tratti di un approccio riduzionista che intenda appiattire l’esperienza tutta umana della coscienza sul dato biologico del cervello. In realtà, non è affatto così. McGilchrist è uno psichiatra dalla preparazione neuroscientifica molto vasta e contemporaneamente dalla cultura filosofica e nel campo delle arti molto ampia. Questo si traduce in un testo articolato, denso e ben addentro alla complessità degli argomenti.
Egli racconta dell’umano tutto intero, come persona e come società. Inizia le sue riflessioni guardando il cervello, sia nella sua letteralità organica, sia come metafora del nostro stare al mondo.
Per formulare la sua ipotesi, McGilchrist comincia dall’organizzazione del nostro cervello in due emisferi, che non sono strutturalmente né funzionalmente equivalenti. Questo apre alla domanda su come si manifestino queste differenze.
Egli esplora le possibilità di risposta, però, ben oltre l’ambito neurologico cui, tuttavia, dedica la corposa prima parte del libro. Infatti, non si può prescindere dallo studio del modo in cui il cervello funziona ed in particolare come ciascun emisfero contribuisce alla nostra comprensione del mondo. Illuminanti e direi incredibili i risultati delle indagini fatte su persone che hanno subito danneggiamenti in uno dei due emisferi in seguito ad esempio ad ictus. Chi abbia letto “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks ne ha avuto una scompigliante esemplificazione.
Quello che emerge, però, non è soltanto una specificità emisferica in compiti cognitivi, ma il delinearsi di una disposizione verso il mondo propria di ciascun emisfero.
Ciascun emisfero, cioè, farebbe esistere un mondo di natura diversa dal mondo fatto esistere dall’altro. Ogni emisfero diventa portatore di una visione dello stare al mondo.
L’emisfero destro vive il mondo in presa diretta, ne fa un’esperienza unificata, è immerso nelle relazioni in modo singolare sempre inserite all’interno del loro contesto, è empatico, ha un pensiero complessivo. Si espande oltre l’orizzonte del dato, nella profondità dell’immaginazione, della creatività, dello spirituale. Questa visione ha però bisogno delle capacità di astrazione dell’emisfero sinistro per guadagnare la “distanza necessaria”, come la chiama McGilchrist, per non rischiare il soverchiamento da eccesso di vita.
L’emisfero destro, quindi, presenta il mondo all’emisfero sinistro che lo analizza con le sue capacità di semplificazione, classificazione, categorizzazione. L’emisfero sinistro, così, “ri-presenta” (parola di McGilchrist) all’emisfero destro un mondo bidimensionale, composto di singole parti, analizzate nei dettagli, che però non è capace di ricomporre se non in aggregazioni. L’emisfero sinistro divide, astrae a prescindere dal contesto, etichetta.
Questa “ri-presentazione” diventa di supporto indispensabile all’emisfero destro che, in tal modo, può disporsi verso il mondo in una modalità più equilibrata nella direzione di una rotondità che dà alla vita la sua pienezza.
Così capiamo anche il titolo del libro. Il padrone è l’emisfero destro, l’emissario è l’emisfero sinistro nel ruolo importantissimo di aiuto essenziale, ma poi è il padrone che ha il compito e la responsabilità di una sintesi autenticamente vitale.
Il movimento quindi sarebbe dall’emisfero destro all’emisfero sinistro e poi il ritorno all’emisfero destro per la compiutezza di visione.
Sarà un’associazione libera della mia mente, ma a me richiama tanto quel ritorno in avanti così spesso ricordato da Marco Guzzi.
Guardando alla storia della civiltà occidentale, McGilchrist osserva però come siamo andati incontro ad una usurpazione da parte dell’emisfero sinistro che ha allargato il suo ruolo di emissario fino a pretendere di diventare il padrone, senza però averne il talento, con le conseguenze che vediamo nella nostra epoca.
McGilchrist parte dalla Grecia pre-socratica e, attraverso i secoli, individua i tratti culturali che mostrano in modo evidente questo progressivo squilibrio emisferico. Ovviamente, non ad andamento lineare, ma con tutto l’altalenare della storia, in una direzionalità tuttavia difficile da negare.
L’emissario usurpatore, man mano che si fa largo, diventa sempre più arrogante, ridicolmente ottimista sulle sue capacità, restituendo un mondo meccanicistico, mentre deumanizza riconducendo ogni essere vivente ad oggetto.
Secondo McGilchrist “i punti di uscita dal controllo schiacciante dell’emisfero sinistro, dove l’emisfero destro riveste il ruolo cruciale di ancoramento alla realtà sono: il corpo, l’anima, l’arte. Ovvero: il corpo vissuto, la spiritualità, l’esperienza della risonanza emotiva e dell’apprezzamento estetico.”
Va da sé che questa è una mia inevitabile semplificazione del pensiero di Iain McGilchrist.
Non ho potuto però fare a meno di notare delle sovrapposizioni con la lettura in Darsi Pace.
L’emisfero sinistro, amministratore infedele, si fa portatore della visione dell’io egoico-bellico, gonfio di sé, predatore,relazionalmente freddo e distaccato, materialistico, oggettivante, riduzionistico, ego-centrato.
Se però, nelle vicende personali e storico-collettive, l’emisfero sinistro apre uno spiraglio all’emisfero destro, allentando il suo dirgli “no”, può imboccare la via della conversione (io in conversione).
Allora l’emisfero destro riemerge dalle profondità in cui era stato bloccato per svelare la bella figura dell’io in relazione con la totalità di sé, con gli altri, il mondo, lo Spirito.
Nella comunione dei due emisferi che operano in modo integro, riconoscendo le proprie differenze non nella forma della contrapposizione ma nella forma della relazione, ognuno di noi e ogni cultura può essere rivelata nell’integrità dell’Io in Cristo, nell’ordine della luce del Regno.
L’ipotesi di McGilchrist parte dal livello neurologico per diventare poi una grande metafora dell’espressione dell’Io.
Metafora però non intesa come tende a fare l’emisfero sinistro, cogliendola soltanto come similitudine.
La metafora, funzione dell’emisfero destro, radicata nel corpo, “implica qualcosa che ci trasporta al di là di un varco, partendo dal mondo dell’esperienza incarnata e ritornandovi” (ancora McGilchrist).
Tutto questo a me dice di un’organicità intrinseca della vita, di un suo mistero che prende carne anche in noi e di cui possiamo cogliere il suo baluginare translucido in ogni cellula, in ogni pensiero, in ogni parola, in ogni emozione, in ogni relazione che non lascia niente fuori, perché il fuori in realtà non esiste. Esiste soltanto il TuttUno a cui noi siamo coniugalmente uniti, nell’unificazione di tutte le reti.