LA CRISI DELLA CURA

Stefan Olsson, della Direzione generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione dell’Unione Europea, ha avvertito che entro il 2035 avremo bisogno di oltre 4 milioni di lavoratori nel settore delle cure. Andiamo incontro a un aumento vertiginoso dei costi, a un grave deficit di manodopera e a un sovraccarico del lavoro di cura informale, che grava nella grande maggioranza dei casi sulle donne (Recio,2026).

Per tentare di arginare il problema si continuano a creare nuove figure professionali, nel tentativo di tamponare una carenza che in realtà è puramente strutturale. Il sistema capitalistico ha mercificato anche questo settore, attingendo spesso a personale sottopagato proveniente da Paesi terzi; eppure, nemmeno questo è sufficiente, e la strategia delle “toppe” non basta più. La crisi della cura, in fondo, è il sintomo di una crisi molto più ampia: il segno tangibile di un vecchio mondo che sta crollando.

Nel saggio La fine della cura, Nancy Fraser (2017) sostiene che l’attuale crisi della cura sia l’espressione diretta delle contraddizioni socio-riproduttive del capitalismo finanziario. Il sistema economico capitalista, infatti, non è autosufficiente. Questo infatti dipende strutturalmente da attività socio-riproduttive esterne ad esso, che ne costituiscono la condizione essenziale di esistenza. In altre parole, il lavoro di cura non retribuito è indispensabile per la sopravvivenza stessa del lavoro salariato, per l’accumulazione del plusvalore e per il funzionamento complessivo del sistema.

Si delinea così una profonda contraddizione intrinseca: se da un lato la riproduzione sociale è necessaria a garantire una accumulazione capitalistica duratura, dall’altro la spinta del capitalismo verso una crescita illimitata tende a destabilizzare e consumare proprio quei processi riproduttivi su cui poggia.

Questa crisi delle cure affonda le sue radici nelle dinamiche strutturali di un capitalismo finanziario globale e guidato dal debito. Attraverso la leva di quest’ultimo, le istituzioni finanziarie internazionali spingono gli Stati a tagliare la spesa pubblica e ad attuare severe politiche di austerità. Questo meccanismo genera un deficit di cura (care gap) che viene progressivamente colmato attraverso l’importazione di manodopera migrante, alimentando le cosiddette “catene globali della cura”.

Oggi, il capitalismo finanziario scarica il peso del lavoro di cura sulle famiglie e sulle comunità, riducendo simultaneamente le loro risorse e capacità per poterlo svolgere. Il risultato è un’organizzazione dualistica e polarizzata della riproduzione sociale: da un lato essa viene mercificata per chi ha i mezzi economici per acquistarla, mentre dall’altro viene privatizzata e confinata all’interno delle mura domestiche per chi non può permettersela. Questo dualismo si regge spesso sul fatto che i soggetti appartenenti alla fascia più svantaggiata forniscono lavoro di cura a favore della prima, ricevendo in cambio salari estremamente bassi.

Dobbiamo andare oltre la logica del semplice obbligo di cura per abbracciare l’idea di un vero e proprio impegno a prendersi cura; il che implica una trasformazione sociale profonda. Questo impegno si rende necessario tanto a livello individuale quanto a livello collettivo. In quest’ottica, il mercato diventa un elemento puramente complementare alla fornitura dei servizi di cura. La cura stessa deve essere considerata una questione sociale, basata su una logica di reciprocità e intesa come il frutto di un debito sociale tra le generazioni. 

Riconoscerlo significa ammettere che non bastano riforme superficiali: ciò che serve, alla fine, è una profonda trasformazione strutturale dell’ordine sociale. 

Bibliografia:

Recio, P. (2026, 28 aprile). La Comisión Europea alerta: “En 2035 necesitaremos más de 4 millones de trabajadores de cuidados”. 65YMAS. https://www.65ymas.com/sociedad/comision-europea-alerta-en-2035-necesitaremos-mas-4-millones-trabajadores-cuidados_81813_102.html 

Fraser, N. (2017). La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo (L. Mazzone, Trad.). Mimesis. 

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