Nessuno è un’isola

Dalla trasformazione interiore, attraverso le relazioni, all’azione nel mondo

No man is an island”, scriveva John Donne quattrocento anni fa. E io mi ritrovo su un’isola. Letteralmente.

È una mattina presto di gennaio, quando sento gli animali tropicali creare un concerto che mi avvolge.

Sono sul terrazzino di un bungalow che è diventato la mia casa, sull’isola di Koh Phangan, in Thailandia, dove vivo da ormai più di sei mesi. 

Grazie a un lavoro da remoto e un discreto tempo libero, posso studiare, approfondire lo yoga e scrivere la mia tesi di counseling.

Soprattutto, dispongo di tutto ciò che mi serve per dedicarmi alla mia crescita interiore: tempo a disposizione e un posto favorevole.

Non mi trovo in uno di quei luoghi della Thailandia rumorosi, pieni di locali notturni e intrattenimenti per turisti. Abito in una parte dell’isola immersa nel silenzio dove persone da tutto il mondo si rifugiano alla ricerca di cura, sperimentazione e di un altro stile di vita.

È un posto paradisiaco, ma non sto bene.

Mi accorgo di essere dentro una delle grandi contraddizioni del mio tempo. Come a Bali, si tratta di una bolla con centinaia di occidentali che non interagiscono davvero con la cultura locale e approfittano del clima mite, dell’accoglienza della popolazione locale e, naturalmente, di un cambio favorevole.

È un fenomeno globale che negli ultimi decenni ha visto migliaia di occidentali spostarsi tra India, Thailandia, Indonesia, Messico – in cerca di sé fuori dal proprio contesto.

Tutto sarebbe perfetto per me in questa oasi di apparente pace ma, a parte i primi mesi, non mi sento nel posto giusto, non mi sento a casa.

È pur sempre un’isola, lontana da tutto, dove sembra che i problemi del mondo non ci riguardino davvero.

Allo stesso modo, i volti degli occidentali che restano a lungo sull’isola non mi sembrano autenticamente felici. 

Tutti concentrati su una crescita spirituale che sembra fermarsi al confine di sé.

Devo decidere se fermarmi sull’isola, continuare a godere di questa vita, magari approfondendo ancora di più yoga, meditazione o altre pratiche.

“Non è facile abbandonare la beatitudine […]. Chi, avendo respinto il mondo, potrebbe desiderare di ritornarvi? Chiunque vorrebbe restare là. Tuttavia, finché si è vivi, la vita ci attira. 

La società è gelosa di coloro che si tengono lontani da lei, e bussa alla loro porta.” 

(Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti)

Nel mio caso, la società bussò prima con un’intuizione, poi con una pandemia.

L’intuizione mi giunge una domenica mattina di inizio gennaio 2020, mentre mi trovo in un centro yoga costruito attorno a una grande piramide di legno, nel cuore della giungla thailandese.

Dopo quasi otto mesi sull’isola intuisco che è ormai tempo di tornare nel mondo.

Le radici mi chiamano: voglio tornare a casa.

Nel Viaggio dell’Eroe di Campbell, l’incontro con la principessa – metafora dell’incontro con la propria anima e dell’epifania del percorso spirituale – non è la fine del cammino, ma piuttosto l’inizio di una nuova vita.

L’eroe torna a casa per portare la sua trasformazione nella vita da cui proviene. Al servizio della società, direbbe Assagioli.

Nel giro di poche settimane rientro a casa, in Italia, nel momento esatto in cui il mondo che avevo deciso di ritrovare comincia a crollare sotto il peso della pandemia.

Conosci Te Stesso e vai Oltre Te Stesso

L’esperienza sull’isola in Thailandia, dove avevo tutto per essere felice, ma non lo ero, mi porta a riflettere.

Può la mia felicità essere svincolata da un senso di responsabilità verso il mondo che mi circonda?

Posso rifugiarmi in una bolla e dimenticarmi del mondo attorno a me?

Anche se in quel momento ancora non l’avevo focalizzato bene, mi ero già risposto: no.

Dopo le prime esperienze di lavoro alle Nazioni Unite, mi resi conto che dovevo prendermi cura del mio mondo interiore prima di costruire qualcosa di solido nel mondo fuori. 

Avevo trascorso il decennio successivo a guardarmi dentro, ed era ormai giunto il momento di tornare ad agire nel mondo.

Così dentro come fuori, intuisco che il mio percorso interiore in realtà non è solo mio, personale, ma è anche connesso a un processo più ampio di risveglio delle coscienze, processo che paradossalmente la pandemia di Covid pare accelerare.

Mi sembra che l’essere umano si trovi in un momento di svolta. Sempre più persone si interessano alla spiritualità e alla propria interiorità, proprio mentre il mondo affronta sfide esistenziali globali senza precedenti: cambiamento climatico, guerre, intelligenza artificiale, giusto per nominarne alcune.

Fino ad allora credevo che praticare meditazione e dedicarsi alla spiritualità implicasse un’uscita dal mondo: diventare eremiti, oppure trasferirsi in luoghi isolati per dedicarsi all’esplorazione di sé.

Scopro invece che, secondo alcune tradizioni orientali, questa è solo una via possibile di crescita spirituale, più ascetica, legata al ritiro dal mondo e dai sensi. 

Ne esiste un’altra più corporea legata a quello che viene chiamato Bhoga, cioè l’esperienza diretta del mondo, della materia e delle relazioni. Una via che non invita solo al ritiro, ma all’attraversamento consapevole della vita anche mondana: desiderio, eros, legami, ma anche responsabilità e azione concreta nella società. Questa è la base di alcune correnti del Tantra, concetto mistificato in occidente, ma che in realtà è originariamente inteso come via per espandere la coscienza, attraverso l’esperienza corporea e del mondo.

Inizio così a intuire che forse un possibile cammino di crescita spirituale non consiste nel ritirarsi, ma nello stare dentro il mondo, attraversandone le dinamiche anche più difficili.

Come si relazionano, allora, spiritualità e azione nel mondo? E il modo in cui ci relazioniamo tra noi, alla base di ogni possibile trasformazione, che posto occupa?

Da queste domande emerge una mappa che da allora mi guida.

Il regno di Dio è dentro di noi

Le grandi tradizioni spirituali concordano che l’essere umano parte da una condizione di offuscamento: vede sé stesso, gli altri e il mondo attraverso le lenti della paura e della separazione. 

È la dimensione dell’ego: dei confini che dividono, delle identità in conflitto, come ricorda Wilber. Io mi sento separato, ho paura, e assumo un atteggiamento difensivo verso l’esterno.

Per questo le grandi tradizioni enfatizzano l’importanza di meditazione, preghiere e pratiche quotidiane, proprio per superare questa condizione da cui partiamo e in cui ricadiamo ogni giorno.

Se l’ego è la dimensione della paura, l’amore è la forza antitetica: quella che porta ad uscire dalle gabbie del proprio piccolo io e proiettarsi con fiducia e coraggio verso l’esterno, verso l’altro, la natura, verso Dio.

Lo stato di coscienza di paura e separazione nel buddhismo viene inteso come ignoranza fondamentale, Avidyā, e nell’induismo viene espresso attraverso il concetto di Māyā: il velo dell’illusione che ci fa percepire il molteplice separato dal tutto, l’io separato da Dio.

Marco Guzzi lo definisce stato dell’io ego centrato: perlopiù inconsapevole del proprio mondo interno, mosso dalla paura, proietta all’esterno le parti di sé che non vuole vedere. Se per esempio non tollera la sua rabbia, troverà solo persone arrabbiate. 

È una condizione che ci riguarda tutti: la nostra coscienza torna quotidianamente, in automatico, verso la separazione, se non ce ne prendiamo cura con uno sforzo consapevole.

A circa 26 anni, mi trovavo in un negozio di articoli sportivi, in un momento del tutto ordinario, quando mi accorsi per la prima volta che, se rivolgevo lo sguardo dentro di me, quando emergeva la sofferenza sentivo un piccolo sollievo.

Invece di proiettarmi mentalmente verso l’oggetto della sofferenza, sentire il corpo e l’emozione in quel preciso istante la riduceva.

Quello era proprio il processo di risveglio, cioè il momento in cui l’io inizia a guardarsi dentro e riconosce che l’origine della sofferenza è dentro sé – un’intuizione antica.

Il Vangelo di Luca contiene un passo celebre che nella lettura mistica e contemplativa viene reso come “il regno di Dio è dentro di voi”: non un luogo da raggiungere fuori, ma una realtà da scoprire dentro di sé.

Anche la psicologia moderna ha fatto proprio questo cambio di prospettiva.

Jung per esempio parlava del processo di individuazione, del diventare pienamente sé stessi guardandosi dentro e integrando l’ombra: la parte di me che non vedo, rifiuto e relego nell’inconscio, da dove finisce per condizionare la mia vita finché non la porto alla luce della coscienza.

Portare lo sguardo dentro è fondamentale, ma non deve escludere una sana azione nel mondo, a meno che non si voglia intraprendere un autentico percorso ascetico.

Quello che avevo sperimentato in Thailandia erano i limiti di questo approccio basato quasi esclusivamente sulla propria realtà interiore. Avevo vissuto dentro una bolla di individui, lontani da tutto, che apparentemente crescevano spiritualmente, con grandi comprensioni, ma che, per la maggior parte, non mostravano un senso di responsabilità autentico verso l’altro e verso il mondo.

Guardarsi dentro è l’inizio del risveglio. E in Thailandia scoprii che da solo non basta.

Io e Tu

Quella stessa frase di Luca regge anche un’altra traduzione, oggi prevalente nell’esegesi: “il regno di Dio è in mezzo a voi”. Non più solo dentro, ma in mezzo.

Se nel primo cerchio il regno è la realtà che scopriamo dentro di noi, nel secondo è ciò che accade nell’incontro con l’altro. Le due letture non si escludono, si completano.

“Ogni vita autentica è incontro”, scriveva il filosofo religioso ebraico Martin Buber nel suo Io e Tu. L’io diventa pienamente sé stesso solo nell’incontro con l’altro. 

Me ne accorsi anche io su quell’isola: avevo tutto per essere felice, ma mi mancavano relazioni autentiche. 

Ci rifugiamo nel nostro piccolo mondo individuale con l’illusione che possa bastarci, ma in realtà siamo soli.

“La felicità è autentica solo se condivisa” è la frase attribuita a Chris McCandless e resa celebre da Into the Wild, proprio al termine del suo estremo tentativo di vivere solo, lontano da tutti.

La relazione non è solo il luogo della felicità autentica, ma anche della vera crescita, attraverso le sfide che ci pone ogni giorno.

È nella relazione che sperimentiamo le nostre ferite più profonde, ma è anche lì che si radica la cura. Nel counseling lo vedo tutti i giorni: si diventa visibili a sé stessi attraverso lo sguardo dell’altro.

Non a caso Carl Rogers, uno dei padri della psicologia umanistica, ricordava che una buona terapia passa principalmente attraverso specifiche qualità della relazione: empatia, accettazione, congruenza. 

È la qualità del contatto umano che fa tutta la differenza. 

In formazione ci dicevano che il buon counselor, prima di sapere o saper fare, sa essere.

Uno dei comandamenti fondamentali di Gesù è amare il prossimo come sé stessi. Amare sé stessi, il primo cerchio, e, allo stesso modo, amare l’altro.

Anche questo livello ha però un suo limite. Se la mia vita ruota solo attorno alle mie relazioni e non si occupa del mondo intorno, mancherà una parte. 

Non posso prendermi cura solo del mio giardino interiore e delle mie relazioni mentre il mondo fuori brucia.

Io e il Mondo

Per anni sono stato affascinato dal mondo esterno. Per comprenderlo meglio e dare il mio contributo avevo studiato relazioni internazionali e poi collaborato con le Nazioni Unite. 

La comprensione astratta non mi bastava, volevo farne esperienza diretta, conoscendolo anche nei suoi aspetti più crudi. Ero così finito in India, a conoscere quel mondo così diverso dal mio, per poi lavorare nelle baraccopoli di Delhi.

Poi a un certo punto ho capito che quella ricerca poggiava su basi fragili: che senza una conoscenza di me, non potevo davvero agire con integrità nel mondo.

Così ho smesso di viaggiare fuori e ho iniziato a viaggiare dentro – un’esplorazione che è andata avanti per il decennio successivo. Oggi sto tornando a rivolgere lo sguardo fuori.

Con la stessa curiosità di prima, ma con occhi diversi.

Ciò che osservo è che le dinamiche che governano il mondo esterno sono le stesse che governano il mondo dentro. 

Così fuori, così dentro, dicono le grandi tradizioni mistiche. 

Il seme della paura e della violenza che agisce nelle guerre e nei sistemi di potere è lo stesso che abita dentro me e dentro ciascuno di noi.

Marco Guzzi parla di “trasformazione interiore per la trasformazione del mondo”, e finora non ho trovato formulazione più convincente.

La frase comunemente attribuita a Gandhi – “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” – ci ricorda che la rivoluzione esterna e la trasformazione interiore sono intrinsecamente legate. 

Martin Luther King ha portato questa stessa intuizione nella lotta per i diritti civili: la non-violenza non solo come tattica ma innanzitutto come pratica spirituale che richiede un lavoro radicale sulle radici della violenza dentro di sé.

Chi agisce nel mondo senza aver guardato le proprie ombre e distorsioni del proprio ego, porta nel conflitto quelle ombre, e le moltiplica. 

Il Novecento è pieno di esempi di rivoluzioni nate per liberare gli esseri umani e finite nel sangue, anche perché chi le guidava non aveva fatto i conti con sé stesso.

Le grandi rivoluzioni comuniste ne sono esempio lampante: chi arrivava al potere, anche se mosso da grandi ideali, finiva per riproporre le stesse dinamiche che aveva combattuto. È successo in Russia come in Cambogia.

Hannah Arendt ci ricordava che non sempre il male deriva da intenzioni malvagie. Più spesso nasce dall’assenza di pensiero critico, dall’inconsapevolezza che diventa complicità. 

Persone ‘normali’ che non si fermano a riflettere su di sé e sul mondo, e così permettono che accada l’orrore.

Il bypass come radice del problema

C’è un concetto utile che ci aiuta a capire uno dei rischi che corre chi si muove tra questi livelli. 

Lo psicologo americano John Welwood ha coniato l’espressione bypass spirituale per descrivere chi usa la spiritualità per evitare la crescita e il lavoro psicologico al livello dove andrebbe fatto. 

Il bypass è il meccanismo per cui si usa qualcosa di buono per evitare un passaggio scomodo che andrebbe fatto in un altro.

Chi fa solo il lavoro interiore – magari rifugiandosi nella spiritualità – e si dimentica della relazione e del mondo, sta facendo bypass.

Chi vive pienamente le proprie relazioni ma non si guarda dentro né si interroga sul collettivo, sta facendo bypass.

Chi si impegna politicamente senza essersi mai chiesto cosa lo muove davvero, sta facendo bypass.

Anche chi agisce su due livelli dimenticandosi del terzo – qualunque esso sia – sta bypassando. 

La crescita autentica regge solo se tutti e tre i cerchi vengono inclusi, ed è questo che secondo me è il nucleo della sfida che stiamo affrontando in questo momento storico.

La condizione strutturale

C’è un punto che mi sta a cuore e che è necessario evidenziare. Questa evoluzione a tre livelli che ci viene richiesta è possibile per tutti. Ma non sempre è facile: richiede tempo ed energia.

Ci sono condizioni quindi che lo agevolano: chi ha una disponibilità economica è facilitato.

Chi fa due lavori per pagarsi il mutuo, magari è schiacciato da turni di dodici ore, e ha anche dei figli a suo carico, avrà sicuramente più difficoltà a trovare le risorse interiori per guardarsi dentro, costruire relazioni profonde e impegnarsi nel collettivo.

L’evoluzione umana che abbraccia tutti questi tre livelli, quindi, è intrinsecamente una questione anche economica e collettiva.

Una collettività che si organizza in Stato dovrebbe iniziare a porsi le giuste domande: dove vogliamo andare? 

L’economia, che è il mezzo, è diventata lo scopo degli stati moderni. 

L’economia può essere la base da cui partire, ma non può essere il fine ultimo dell’esperienza umana.

Uno stato che ha a cuore il pieno sviluppo umano – non solo quello economico – dovrebbe alleggerire la pressione lavorativa ed economica che schiaccia la maggior parte dei suoi cittadini, e garantire tempo per ciò che serve davvero alla persona: terapia, cura, arte, musica, poesia, pensiero critico, silenzio, meditazione.

Spazi e dimensioni che nutrono l’animo e permettono di avere un’altra prospettiva che non riguardi solo il lavoro e la sopravvivenza economica.

La Costituzione italiana ci aveva provato a mettere l’essere umano davvero al centro, parlando di ‘pieno sviluppo della persona umana’ nell’articolo 3. Prendere sul serio quelle parole, oggi, significherebbe innanzitutto una redistribuzione del carico: meno ore di lavoro, più equità, più tempo.

Altrimenti, questa possibilità resta un privilegio riservato a chi può accedere a bolle e rifugi più o meno lontani. Una condizione che produce distorsioni anche in coloro che possono permetterselo, perché un benessere fondato sull’esclusione non è mai autentico e duraturo.

Questa è secondo me la dimensione politica del lavoro interiore. 

Ed è la dimensione interiore del lavoro politico.

Tornare al concreto

Io con me, io con te, io con il mondo: questi tre livelli non sono una scaletta da seguire in ordine. 

Sono tre cerchi che devono pulsare insieme, anche se magari in determinati momenti della vita ci si può concentrare più su uno.

Nessuno è un’isola, nessuno è completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del tutto, ci ricorda Donne. Il lavoro su me stesso si realizza quando esco dall’isola ed entro in relazione. La relazione si radica nel lavoro interiore. Entrambi trovano senso nell’apertura al mondo. E il mondo, a sua volta, non si trasforma senza che le persone che lo abitano si trasformino interiormente e nel modo di relazionarsi.

Credo che se c’è un insegnamento che questo millennio ci sta chiedendo, è proprio l’inscindibilità tra lavoro interiore, relazioni tra di noi e azione nel mondo. 

Non si può più agire nel mondo senza consapevolezza di sé e senza consapevolezza relazionale.

Allo stesso tempo, non possiamo più rifugiarci in bolle di privilegio mentre tutto intorno a noi brucia.

La cosa più radicale, ma anche più necessaria, che possiamo fare oggi è tenere insieme tutte e tre queste dimensioni.

E se la vera rivoluzione, oggi, iniziasse dal restituire alle persone il tempo necessario per attraversare davvero questi tre cerchi?

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