Chi sono io? Re, Profeta, Sacerdote

Pubblichiamo il secondo video dell’intensivo di Sacrofano (giugno 2024) con una bella riflessione di Luisa Perin, una praticante veneta dei Gruppi Darsi Pace, che ha concluso il triennio. 
Ricordiamo a tutti che dal 1° settembre è possibile iscriversi ai Gruppi, e che il modulo si trova cliccando qui a destra “Istruzioni per l’iscrizione”.
Vi aspettiamo numerosi al primo incontro della prima annualità, aperto a tutti, che si svolgerà sabato 5 ottobre all’Università salesiana di Roma (ore 17.30)
Buona lettura!

“Gnothi seautòn” (Conosci te stesso), era inciso a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, centro di culto considerato dai Greci “ombelico del mondo”. Lì il dio, tramite la Pizia, dava i responsi che tanto hanno influenzato la storia del mondo greco antico. In quel luogo si svolgevano, tra l’altro, ogni quattro anni, competizioni poetiche, musicali e sportive tra cui corse dei carri con cavalli.
“Chi sono io?” è una domanda a cui gli antichi filosofi hanno tentato di dare una risposta e che ha continuato sempre a risuonare nel cuore di ogni essere umano, spesso a sua insaputa, allora come oggi. Domanda vitale, ineludibile, dunque, a cui l’Intensivo di quest’anno a Sacrofano ha dato il suo contributo per una risposta forte e chiara. «Noi, oltre la gabbia dei nostri piccoli ego, siamo esseri regali di natura umana e divina; se prestiamo ascolto alla nostra vera identità, ci sentiamo chiamati, in qualità di profeti, a illuminare con la luce dello Spirito questo oscuro tempo presente e a dilatarne sempre più i confini verso una meta, la vita eterna qui e ora, che è il desiderio inconscio di ognuno; e di conseguenza a portare nel mondo, in qualità di sacerdoti, cioè canali del sacro, libertà, giustizia, pace, amore, gioia
piena». Questo, in sintesi, il messaggio di Marco Guzzi trasmessoci con parole antiche e sempre nuove, in grado di toccare corde profonde e di destarne vibrazioni che perdurano nel tempo. In me ha contribuito a rinforzare quello sguardo nuovo sulla vita e sul mondo che da qualche tempo cerco di coltivare grazie anche all’aiuto che ricevo da “Darsi Pace”.
In questi giorni si sono chiusi con un fastosa cerimonia i giochi Olimpici a Parigi, “Ville Lumière” come molti amano definirla. Non avevo intenzione di guardare quello spettacolo che aveva assunto sin dall’apertura dei giochi i toni esaltanti che, come scoppiettanti fuochi artificiali, esprimono un “ego”che non conosce limiti.
Poi, per non perdere anche quest’occasione di capire un po’ meglio come gira il mondo di oggi, ho acceso la televisione e mi sono sintonizzata sulla diretta.
Un susseguirsi, come c’era da aspettarsi, di luci, suoni, elaborati effetti speciali. A dominare la scena, con agili e ininterrotti volteggi, un “viaggiatore” venuto dal futuro, da altri mondi, tutto d’oro: abito, volto, ali alle spalle. Subito dopo ecco emergere in scena un busto della Nike di Samotracia accompagnata sullo sfondo da proiezioni di carri e cavalli a ricordare l’antica Grecia dove i giochi sono nati quasi
tremila anni fa. Il messaggio che mi è arrivato è che noi, eredi di un passato glorioso, siamo ora decisamente protesi verso la realizzazione di un essere umano che tutto può fare, che tutto può disporre a suo piacimento per la piena realizzazione delle “magnifiche sorti e progressive” di cui si vanta di essere inauguratore l’Illuminismo che proprio nella Parigi – “Ville Lumière” è nato e si è sviluppato.
Non meno declamatorie, nella loro retorica di circostanza, le parole di uno degli alti vertici organizzativi: «Atleti qui presenti, sono state straordinarie le vostre performance. Avete gareggiato fieramente (molte traduzioni sui giornali danno “ferocemente”, ahimè!) con tutte le vostre forze, gli uni contro gli altri. Ogni gara è stata al limite della perfezione… Avete dimostrato di quale grandezza sono capaci
gli esseri umani… Voi, che siete venuti qui nonostante tutte le tensioni presenti nel nostro mondo per far brillare la città della luce più che mai, ci avete reso felici, ci avete fatto sentire vivi. E siete una dimostrazione di come le Olimpiadi non possono portare la pace, ma possono portare il loro spirito di pace in tutto il mondo, spirito a cui dovrebbero ispirarsi tutti i Paesi per viverlo tutti i giorni».
Mi è venuto automatico pensare anche, non lo nascondo, con una certa irritazione: Ma cosa sta dicendo costui? Lo spirito delle Olimpiadi può davvero essere canale di pace per tutti i Paesi del mondo? Lo sforzo degli atleti nel gareggiare, spesso portato fino allo stremo delle forze, è uno spettacolo che può rendere davvero più felici, più vivi noi spettatori? Gli atleti, nelle loro indubbiamente straordinarie
prestazioni, sono davvero la rappresentazione dell’essere umano che, consapevole o no, cerca la perfezione, la verità più profonda del suo essere? La competizione, tra individui e popoli, nel corso della storia e anche oggi, ha comportato omicidi, guerre, distruzioni; può avere anche connotati positivi, cioè essere occasione per acquisire più consapevolezza di chi veramente siamo, attraverso il confronto con
l’altro in una dinamica che ha però sempre per obiettivo la vittoria?
Mi sono venute in mente le parole rilasciate in un’intervista da Reinhold Messner, il “Re degli Ottomila”, che tra poco compirà ottant’anni. “La mia vita è stata quasi più semplice in montagna, arrampicando, dove non sono mai caduto, che a terra.
Nella vita sono caduto tante volte; arrampicare è più facile che vivere perché è un fatto tecnico». Ora che si trova in una fase della vita in cui si tende a fare il bilancio delle esperienze fatte, il grande alpinista che ha scalato per primo tutti gli ottomila himalaiani, tra l’altro senza bombole di ossigeno, antepone l’impegno che richiede la vita concreta, ordinaria, all’attività di scalatore, esploratore, praticata con
passione e competenza per anni. Forse il messaggio che può arrivare a noi è quello che ad avere valore è accettare e confrontarsi con le prove della vita, ascoltarsi “dentro”, trovare la forza di rialzarsi quando si cade. Dice ancora: «Sono uno che si prepara ad andarsene, in pace con la morte ma anche allo stesso tempo consapevole che non ho ancora finito di diventare quello che sono… E se sono cresciuto lo devo
a tutti quelli che hanno tentato di bloccarmi: è il vento contrario che mi ha fatto crescere le ali». Riconosce che sono le prove della vita, soprattutto quelle dure, che ci rendono veramente umani nella compiutezza del nostro essere.
Gli uomini oggi, lo avverte anche lui, tendono a vivere nei loro bozzoli senza mai diventare farfalle; sono spesso chiusi nel loro individualismo che li separa dalla natura, dal Tutto. «Il problema di oggi è il progressivo distacco delle persone dalla natura e dunque dal mondo. Io lavoro perché le persone tornino a toccare la natura con le mani, a viverci in mezzo per capirla… L’umanità teme di non riuscire più a vivere in modo essenziale e compatibile con la vita».
Come, nelle sue parole, non riconoscere una dignità regale, profetica nel senso di capacità di illuminare di luce nuova le esperienze del passato e del presente in cammino verso un futuro di cui si accetta l’inevitabile e le incognite, la volontà di farsi “canale” per un messaggio di vita da dare a tutti?
Regalità, profezia, “missione sacerdotale” sono le qualità dello Spirito che ci abita.
Per entrare in questo stato ci viene richiesto di compiere un processo, in cui ci si rialza se si cade, si “ricomincia“ se ci si accorge di essere tornati indietro. Sempre mantenendo quel passo lento (Kalité) che i tibetani, che vivono in alta montagna, considerano indispensabile per salvarsi la pelle. Da non dimenticare che sul frontone del tempio di Delfi campeggiava, oltre a quella ricordata sopra, la scritta di un’altra massima importante: “Medèn àgan” (Niente di troppo).
Mi chiedo: “Io mi conosco? Mi voglio bene? Mi rendo conto di essere di stirpe regale, figlia di Dio, in grado di trarre ispirazione dalla Fonte del mio essere, invitata a farmi canale di speranza e guarigione negli ambienti in cui vivo ed opero?”
Il Vangelo dice: «Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6,28-30)
Chi sono dunque io se la mia bellezza è più grande di quei fiori perfetti nelle loro forme e colori che ammiro sui bordi del sentiero e nei prati?
Valgo molto, sì, se credo che Gesù, figlio del Padre, unico Spirito con Lui, “si è svuotato” della sua natura divina per assumere un corpo mortale al fine di indicarci concretamente la via per tornare ad acquisire la nostra perduta integrità. Mi risuona dentro: “Siamo re! Siamo della stessa natura del divino che è in noi, collaboratori di una creazione in continua evoluzione, tralci di una vite che ci alimenta costantemente se ne lasciamo operare la linfa”.
Certo non re di questo mondo alla maniera di coloro che il Sistema riconosce come i “potenti”. Alla domanda di Pilato: “Dunque tu sei re?» Gesù infatti risponde: «Tu lo dici: io sono re, ma il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,37). Il suo regno, dunque, appartiene ad un’altra realtà, un altro stato dell’essere che si rivela come totale capovolgimento del mondo che conosciamo. È un regno di pace il suo, una pace che si irradia perché lui ne è il principio. È lì, alla nostra Fonte, nel “taméion” (stanza interiore) in cui il Vangelo ci invita ad entrare, che dobbiamo cercarla la pace e solo così possiamo esserne tramite.
Noi umani, ci dice Marco Guzzi, inconsciamente sappiamo di essere re, ma avvertiamo nel contempo di essere schiavi se sappiamo ascoltarci e non ci nascondiamo sempre sotto cumuli di ghiaccio. Come liberarsi dalla schiavitù e riacquistare la nostra libertà, valore che non ha nulla a che fare con la ricchezza e il potere con cui questo mondo in tutti i modi tenta di sedurci? Siamo ora, in questi tempi di “disvelamenti” (apocalittici), più che mai di fronte ad un bivio, a una scelta radicale tra regalità e servitù. Sta a noi intraprendere la strada giusta con un atto di volontà. Consapevoli che ci giochiamo il tutto per tutto, il senso appunto della nostra vita, e che il mondo intorno a noi, la mentalità dominante, farà di tutto per metterci in angolo, per emarginarci. Come è accaduto a Gesù, appunto. Ma i tempi urgono, i cambiamenti in corso hanno assunto un ritmo sempre più accelerato come la velocità inarrestabile di un masso su un pendio che si inabissa in un oscuro fondovalle. Chi saranno i vincitori, chi i vinti in questo procedere della storia? C’è speranza che questo inverno preluda ad una primavera mai conosciuta finora, che le tenebre della notte si dissolvano con i raggi di un nuovo sole? Sì, c’è speranza, come ha testimoniato lucidamente Etty Hillesum, che non ha distolto gli occhi dai tragici eventi del nazismo finendone poi vittima; come anche ha raccontato con grande ispirazione creativa Irène Némirovsky, in “Suite Francese”, romanzo che l’autrice scrisse di getto prima di essere deportata ad Auschwitz dove morì nel 1942. Ne riporto il passo conclusivo della prima parte in cui protagonista è una contadina, Louise, lasciata sola con tre figli dal marito partito per la guerra e fatto prigioniero. Viene descritta come «lunga, magra, pudica, silenziosa, riservata, donna che non si lamentava mai, non piangeva». «Quella notte soffiava un vento rabbioso» che preannunciava neve, come avevano pronosticato i contadini vicini di casa. «Nella grande casa silenziosa, che scricchiolava tutta come una nave alla deriva, la donna per la prima volta si lasciava andare, si abbandonava al pianto.
Non lo aveva fatto quando il marito era stato richiamato nel ’39… né quando aveva saputo che era stato fatto prigioniero, e neppure quando aveva partorito senza di lui. Ma adesso era allo stremo… era stremata, malata… Non voleva neanche più vivere… Era scossa dai singhiozzi… C’era troppo dolore nel mondo. Il suo corpo magro era intirizzito… e la primavera che non voleva arrivare… Si era mai visto un tempo simile in marzo? Il mese volgeva alla fine e la terra era gelata, ghiacciata fin nel profondo come lei. Che raffiche! Che furia! La tempesta avrebbe fatto sicuramente volare via le tegole. Si mise a sedere sul letto, rimase in ascolto per un attimo e all’improvviso, sul volto afflitto e bagnato di lacrime, passò un’espressione più dolce, incredula. Il vento si era placato; nato chissà come, se n’era andato chissà dove. Nella sua furia cieca aveva spezzato rami, squassato tetti; aveva disperso le ultime tracce di neve sulla collina, e adesso da un cielo scuro e burrascoso cadeva la prima pioggia di primavera, fredda ancora ma impetuosa, fitta, e si apriva un varco sino alle radici nascoste degli alberi, sino al nero e profondo cuore della terra».
Sì lo sento anch’io questo “vento rabbioso” che soffia seminando stragi, morti alle porte di casa. Mi dà dolore, mi suscita rabbia per le tante ingiustizie di cui so e che intuisco, per la corruzione dei “potenti”, per le tante vittime. Ma avverto, nel contempo, che si sta preparando un capovolgimento di un Sistema che non regge ormai più, che c’è nuova aria che a tratti spira, che possiamo farcela se apriamo gli occhi e collaboriamo, senza per forza fare nulla di speciale, ma impegnandoci con un lavoro costante di pacificazione interiore che spontaneamente si irradia come luce e attrae chi ci incontra. «Guardate a Lui e sarete raggianti» (Sal 33). Saremo non solo Re ma anche Profeti, disarmati, di salvezza, in grado di parlare un nuovo linguaggio, ancora balbettante, ma efficace, efficacissimo perché a parlare non saremo noi ma lo Spirito in noi che illuminerà di luce il tempo presente mostrandone il senso, il compimento. Saremo capaci di una libertà creativa e diverremo anche Sacerdoti, cioè canali di salvezza per trasformare il mondo.
Nuova Umanità.
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Una risposta

  1. Non esisteranno popoli sovrani finquando le persone che li compongono non conquistano la sovranità del loro io vero.

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