Per una teologia poetica 

L’Essere è una irriducibile incandescenza. 

Intendo l’Essere non come concetto: come concetto infatti, anche se è il predicabile più universale, richiama subito la sua negazione, il nulla, e innesca il gioco infinito ma sterile del processo dialettico idealista. Intendo l’Essere come atto: non ci sono categorie o concetti che possano contenerlo; non ha una intelligibilità riconducibile a qualcosa di già noto. È una irriducibile incandescenza anche perché brucia tutti i tentativi di ridurlo a qualcosa di addomesticabile dall’intelletto: brucia ogni “essenza” perché non è “qualcosa”; e brucia pure ogni “esistenza” perché non è recintabile in circostanze spazio-temporali accidentali e modalità contingenti (si potrebbe parlare, a proposito, di “miseria dell’esistenzialismo” riecheggiando Popper?).

L’irriducibile incandescenza dell’atto di essere è sovrintelligibile, cioè non è alla portata delle nostre categorie o idee. Problema: come non far cadere l’Essere nell’aporia del noumeno kantiano che poi ha innescato tutto l’approccio idealistico che va da Fichte a Gentile? In altre parole: se l’Essere è altro da ciò che esiste e che posso cogliere con i sensi; se l’Essere è altro dalle essenze che posso concettualizzare e far diventare astrazioni… in che modo posso coglierne la sua irriducibile incandescenza? Se è irriducibile sia ai sensi che all’intelletto nonché alla ragione, da dove mi viene il “senso” del suo bruciare, del suo ardere senza consumarsi?

Queste ultime parole si ispirano, non a caso, alla scena biblica in cui Mosè incontra Dio nel roveto ardente: 

L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?” (Esodo 3,2-3).

Questa scena introduce quella che potremo chiamare la “meta-fisica di Esodo 3,14”:

Mosè disse a Dio: “Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi” (Esodo 3,13-14).

Nel mio piccolo studio della lingua ebraica biblica, ho colto il fatto che in ebraico non esiste il tempo presente così come lo intendiamo noi. A dire il vero, la concezione verbale è tutta diversa rispetto alla nostra. Per farla breve, in questo passo non c’è il presente del verbo essere (perchè appunto non esiste: al tempo presente, il verbo essere è sempre sottointeso!): non c’è Io-Sono. C’è invece una forma verbale che viene chiamata “imperfetto” e che ha il significato di una azione che comincia dal soggetto presente e va verso il futuro (il testo ha אהיה, pronuncia ‘eheieh), Io-sarò. Nella irriducibile incandescenza del Nome c’è dunque l’aspetto che Egli non si lascia afferrare e arrestare nel qui-e-ora, ma è sempre oltre, precede sempre e non si ferma mai: ecco il perché del comandamento del non farsi immagini di Dio. Ma se Dio, l’Io-Sono, è irrappresentabile non per questo è anche inavvicinabile. Ad alcune condizioni ci possiamo avvicinare un poco a Lui:

Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!” (Esodo 3,4-5).

Con questa azione:

Lasciare sandali e bastoni

sull’ultima soglia

(da Icona stellare, in Massimiliano Villani, Rabdomante d’istante, EdM, 2017)

è possibile approssimarsi all’incandescenza dell’Essere senza pericolo di ustionarsi troppo. Cosa può voler dire questo?

La risposta l’ho trovata rileggendo il capitolo sesto, La resurrezione come evento presente, del libro di Marco Guzzi, Insurrezione.

A partire da p. 183 si parla di un metodo interpretativo particolare per accostarsi a un passo del vangelo di Giovanni di cui si vuole parlare nel capitolo (Giovanni 5,24). Anche qui si tratta di “lasciare sandali e bastone”:

Ci avviciniamo a questo testo in assoluta povertà, spogli di ogni autorità consolidata… sospendiamo per un momento i nostri pregiudizi, i nostri preconcetti, teologici o ateologici, che sono spesso entrambi prodotti mentali di quell’Io egocentrico che stiamo tentando di abbandonare.

Il paragrafo continua parlando di una sorta di “rovesciamento”: non si tratta cioè di chiarirsi il contenuto di un testo ri-con-ducendolo a qualcosa che io so già, al già-noto. Questo modo di intendere, questo metodo

implica che sia io a tirare a me il testo: io resto sostanzialmente me stesso e assimilo a me, riduco alla mia misura intellettiva il testo.

Ora, se questa forma mentale egocentrica è insufficiente per ascoltare davvero un testo, tanto più per accostarsi all’incandescenza dell’Essere! Ecco allora la necessità di un rovesciamento della mente ego-centrata, di una vera e propria metanoia

Il paragrafo continua parlando della necessità di un primo passo: cioè, io devo decidere di arrendermi e di mettermi davvero in ascolto. È così che il rovesciamento della mente si trasforma in rovesciamento dell’ascolto. 

E proprio qui, mentre rileggevo queste parole continuando a percepire l’incandescenza dell’Essere, ho cominciato a pensare: “Per cogliere l’Essere, forse non sarà che c’è bisogno non di una intuizione intellettuale (come qualche filosofo neotomista afferma, rischiando di ricondurre l’Essere in un orizzonte di rappresentazione, dove l’Io è di nuovo al centro) ma di una audizione intellettuale?”. Questa audizione intellettuale porterebbe per lo meno, se proprio volessimo rimanere nella dimensione del vedere, a uno sguardo anch’esso rovesciato:

Sei tu che mi guardi, oppure lo sguardo

è ciò che mi guarda da dentro e possiede i tuoi occhi?

(da Icona stellare, in Massimiliano Villani, Rabdomante d’istante, EdM, 2017)

L’emergere in questo ascolto di un “Tu” radicale è anche quello che si può leggere nel paragrafo seguente del capitolo (p. 187):

L’ascolto presuppone però che la parola venga da fuori, da un intimissimo fuori, che non indica una dislocazione spaziale, ma un mutamento di assetto psichico. In ogni caso io recepisco la parola trans-figurante, non la produco autonomamente (in corsivo nel testo).

Questo rovesciamento dell’assetto psichico dovuto all’ascolto porta cioè al superamento del Cogito ergo sum, cioè della struttura ego-centrata del pensiero rappresentante, verso un pensiero che nel paragrafo viene definito appunto coniugale, cioè relazionale. 

Ecco: non sarà proprio che di fronte all’Essere ho bisogno di questa audizione intellettuale, di questo ascolto radicale? E questo mi porta anche a chiedermi: non sarà che l’Essere sia una potenza vibrante, sempre in atto, sempre attivo (San Tommaso, parlando della beatitudine di Dio, dice “ipsum esse eius est operatio eius”: il suo stesso essere è la sua operazione, S. Th. I-II q.3 a.2 ad quartum)? E una vibrazione che alla fine assume un suono, una voce? Insomma: non sarà che alla fine l’Essere è la Parola che dice e che crea, cioè partecipa il proprio atto di essere alle creature, con la parola (“Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu”)?

Se l’Essere, l’Io-Sono, è questa Parola-Logos-Verbo che crea parlando, io non posso coglierlo se non attraverso una audizione intellettuale obbediente che ascolta quella Parola che mi dice creandomi e che mi crea dicendomi.

Anzi, possiamo dire che ogni creatura è poeticamente una “teo-logia”, nel senso che ogni creatura è Dio-che-parla, cioè che la pronuncia: non solo dunque di fronte a Dio, ma anche di fronte a ogni creatura, al suo umile atto di essere ricevuto ma anch’esso irriducibile e indisponibile, io devo assumere quell’assetto psicologico rovesciato dell’ascolto. Perché anche l’intimissimo atto di essere di ogni creatura è una vibrazione sonora, una parola, che Dio pronuncia in ogni istante e ogni istante rinnova. 

Allora forse il rinnovamento della teologia consisterà anche in un suo farsi ascolto poetico, in un diventare “poeteologia”.

A conclusione di queste riflessioni, fra meta-fisica, teologia e poesia, voglio aggiungere due cose.

La prima è una mia esperienza personale: quando ero giovane seminarista di prima teologia (si sta parlando del lontano 1991!) andammo a fare gli esercizi spirituali annuali. Fu per me una esperienza davvero stravolgente: ogni volta che ci veniva proposto un testo biblico da riflettere e io mi mettevo davanti a quelle parole, a un certo punto si innescava un processo interiore in cui non ero più io a meditare quelle parole sacre, ma erano quelle parole a meditare dentro di me, anzi erano le parole a meditare me. Fu una esperienza luminosa e dolcissima, in cui mi sentivo proprio contenuto nel santo Essere della parola divina. Questa esperienza si esaurì nello spazio di quella settimana di esercizi e, come potete ben capire, l’ho sempre ricercata nella mia vita. Finalmente con il percorso di Darsi pace ho potuto risperimentare qualcosa di molto vicino a quella esperienza. 

La seconda cosa, è una riflessione che fa spesso il nostro amico p. Guidalberto Bormolini. Lui dice che proprio perché al principio c’è questo Essere che vibra e che si fa suono e parola, principio che molte tradizioni spirituali hanno incontrato proprio come vibrazione (pensiamo all’Om della tradizione induista!), dovremo cominciare a pensare il fatto che all’inizio di tutto non c’è il Big Bang. Cioè: all’inizio non c’è una grande esplosione. Anche perché, se così fosse, saremmo autorizzati a credere che, quando vogliamo davvero rinnovare le cose, è di una esplosione o di più esplosioni che abbiamo bisogno! Il Big Bang come ipotesi dell’origine del cosmo è solo un’altra delle nostre proiezioni egoico-belliche. 

No: all’inizio della creazione, dice p. Bormolini, è molto meglio ritenere che vi sia una Big Song, una grande canzone, un canto cosmico, una vibrazione fatta di tutte le note e di tutte le armoniche che ha dato origine a tutto. Mettere all’inizio una Big Song ci obbligherebbe davvero ad assumere sempre l’assetto dell’ascolto, l’assetto della nostra mente rovesciata. 

Allora sì, saremo capaci della incandescenza irriducibile dell’Essere; allora sì, saremo tutti poeteologi!     

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3 risposte

  1. Letto e riletto più volte!
    Un “condensato” illuminante di profonde riflessioni!
    Bello sarebbe se si potesse coinvolgere con un lessico più semplicistico anche chi non ha basi teologiche o similari…

  2. Grazie, caro Massimiliano, di queste potenti, anzi, potentissime riflessioni. Per la mia stessa esperienza, la chiave che ho trovato per entrare in contatto con l’Essere è quella che usi tu: “arrendersi”. È lì che mi accorgo che è lì Sguardo a guardare attraverso di me e i miei occhi; non sono più io. Di un suono vibrante si tratta, sì, che io riconosco quando mi stende dentro un tappeto di pace – lo riconosco; perché mi dice: “Guarda attorno a te! La vita è una meraviglia”.
    Quanto all’esperienza giovanile, ne ricordo varie anch’io, sai? Ad es. questa: avevo 14 anni, mi trovavo in Chiesa per la messa del Natale, di sera. Al canto del coro e degli astanti di una versione italiana della famosa “Stille Nacht”, fui invaso da un’emozione così luminosa da commuovermi e da farmi sentire, come dici anche tu, contenuto nel Santo Essere di una presenza divina.
    Avrei tanto voluto non cessare di ricercarla, come ho fatto, negli anni a venire; ho avuto a lungo la sensazione di aver tradito quella Luce, cioè me stesso; ma il ri-cordo di quei momenti e altre circostanze mi hanno spinto in seguito, molto tempo dopo, a riprendere la ricerca. Ed eccomi qua 🙂 in tua compagnia.
    Grazie di cuore davvero! Un abbraccio,
    Simone

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