Sono bravi, i nostri avversari.
Sono riusciti a penetrare gli angoli più reconditi del linguaggio, e del pensiero dunque. Fino al punto in cui alcuni modi usuali del dire non vengono nemmeno messi in questione: sono loro – i “modi di dire” – che parlano le persone, e non più il contrario.
Accade quindi che la parola vita, per chi abbia tra i sedici e i quarant’anni, assuma nella chiacchiera più o meno sempre lo stesso significato, che si accosta al mondo semantico della movida. “Su, un po’ di vita!”, “stasera si va a vivere!”, “in questa città non c’è vita”: sono tutte espressioni che sovente, chiunque bazzichi il mondo “giovanile”, sente proferire tra un Campari spritz e l’altro con puntuale riferimento alle pratiche della sbronza, del ballo notturno e della festa nei locali.
Preciso: non è mio interesse giudicare negativamente queste pratiche, non è questa la sede, né è questo il movente della mia piccola riflessione. Quello che mi spinge a buttare giù questo breve scritto è che una parola come vita, forse LA parola, sia stata incanalata, disinnescata, ridotta a un ambito così micragnoso e sia stata quindi spogliata di tutto il respiro che la adorna e dalla creatività libera che la colora. Che financo questa parola sia deietta ogni giorno nell’anonimo, da un generico e intercambiabile man (si heideggeriano) delle convenzioni e delle sollecitazioni di tutti e di nessuno. L’impressione, quando ascolto certe espressioni (di cui sopra) utilizzate come se il loro significato fosse nato insieme all’universo, è di avere di fronte tanti manichini di pezza parlati da invisibili ventriloqui
Consolare un’amica, commuoversi con lei, asciugare le sue lacrime, abbracciarla, parlare con un familiare fino a tarda notte, fare una pratica meditativa, magari insieme, leggere un bel libro, giocare con un bambino… questo non è considerato “vivere”. “Spaccarsi a merda” fino a distruggere il proprio corpo, questo sì, è considerato vivere. E la cosa triste è, come dicevo, la naturalezza, l’impersonalità automatica con cui viene attribuito questo significato alla parola, il suo farsi goccia di veleno che giorno dopo giorno consuma lo slancio vitale di chi in questi termini angusti la concepisce.
Sono bravi, dicevo, i nostri avversari. Il neoliberismo non è solo una configurazione economica dell’assetto socio-politico, è un modo d’essere, un modello antropologico. Per questo è fondamentale, prima di tutto, prima ancora di fondare un movimento politico, formare e aggregare un movimento culturale controegemonico forte e solido, che smascheri senza mezzi termini questa Matrix, questo b-movie di stampo trash, questa stomachevole e mortifera rappresentazione del sempre uguale, per lanciare, per davvero, piccoli semi di Vita. Una vita nuova e sempre rinnovata.
E questo è quello che stiamo cercando di fare.
“Chi accetta il lessico del nemico si arrende senza saperlo”
Nicolás Gómez Dávila
2 risposte
In questo periodo sto leggendo Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff e mi fa rabbrividire la pervasività di un sistema che ha ormai colonizzato ogni anfratto di mondo personale e collettivo, come mostra questo post.
Mi veniva da riflettere sullo stile educativo sempre più volto non soltanto alla soddisfazione immediata di ogni desiderio del bambino, ma anche alla sua anticipazione, e su come questo rifletta molto bene l’anticipazione dei bisogni (indotti e manipolati) dell’utente tramite la pubblicità targettizzata
iside
L’articolo di Gianmarco e il commento di Iside si completano e ci offrono, insieme, un quadro a tinte forti e con uno sguardo profondo su chi ancora sente la “vita”. Sì perché queste “abitudini” ormai quasi rituali ci dicono molto. Ci dicono su quanto le nuove generazioni soprattutto siano assetate di vita e desiderose di penetrarci dentro, certo, lo fanno in maniera caotica, distruttiva in una sorta di ribellismo senza causa e senza speranza ma dotato di volontà, una volontà che è sottomissione e denuncia al tempo stesso. Può sembrare paradossale ma ormai privati di prospettive, imprigionati neanche nel presente quanto nel singolo momento che nasce e si consuma all’istante, costringendo l’essere umano in un vuoto perenne, dove “spaccarsi a merda” finisce col diventare l’ora d’aria nel carcere distopico del neo-liberismo di questo occidente putrefatto. Non si studiano più la storia e la geografia e anche l’arte, le tradizioni e le origini, le radici sono trattate con superficialità e angoscia quando non con scherno e sprezzante giudizio. “Prima ancora di fondare un movimento politico,formare e aggregare un movimento culturale controegemonico”. Questo è esattamente il punto di partenza e anche il percorso, la linea d’azione lungo la quale orientarsi. Poi si faranno e ci saranno tutti gli eventi, le occasioni, gli avvenimenti ma il lavoro, questo lavoro va nel profondo delle nostre vite e della nostra storia, per ricostruire un pensiero, lontano dalla tentazione di sfidare il sistema. Bisogna prima certosinamente e pazientemente questa aggregazione culturale, una umanità avviata su un irreversibile cambiamento interiore che diventa, anzi è, quel piccolo seme di senape che diventa una grande pianta capace di generare moltissimi frutti. Questo è il compito che ci si pone davanti. Grazie