Quando mi sono affidato all’IA per decidere se partire per un viaggio, nel mezzo di una crisi internazionale, mi è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Le risposte che ricevevo non erano solo precise, ma sembravano comprendere profondamente il senso di ciò che chiedevo.
L’IA non possiede empatia né saggezza nel senso umano del termine, ma come può una capacità di calcolo, per quanto elevata, produrre risposte così piene di significato e come può restituire qualità che non possiede?
Da questa domanda è nata una riflessione più profonda: l’IA non è ‘solo’ una macchina.
È capace di rielaborare il patrimonio di esperienze che l’umanità ha depositato nelle parole nel corso dei secoli.
Parte dall’esperienza umana – senza la quale non esisterebbe – e torna all’umano, in un dialogo costante.
Uno strumento di cui disponiamo per interpellare il pensiero umano anche nelle sue forme più elevate.
Questo articolo prova a capire di cosa è fatta questa intelligenza con cui dialoghiamo ogni giorno di più, e perché toccarne il funzionamento ci porta a domande antiche che riguardano ognuno di noi.
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Sono cresciuto con l’idea che certe esperienze fossero prerogativa umana: il dialogo profondo, il ragionamento, la sensazione di essere compresi, il momento in cui una parola arriva al punto giusto.
Poi, qualche tempo fa, interpellando un sistema di IA, ne ho vissuta una.
Mi sono fermato.
Era cominciato in modo banale. Era inizio marzo e volevo decidere se partire per un viaggio che avevo pianificato per l’Egitto da lì a poche settimane, oppure se rimandare o cambiare meta, data la situazione di guerra in Medio Oriente.
Avevo bisogno di capire quali probabili scenari avrei trovato per la data in cui sarei dovuto partire.
Mi sono quindi affidato a un sistema di IA per aiutarmi a riflettere.
Non solo per darmi informazioni, ma per pensare con me e quindi decidere meglio.
Per arrivare alle giuste risposte bisogna imparare a porre le giuste domande, mi ripetevano durante la mia formazione di counseling, riprendendo le parole di Socrate.
Così, lasciandomi guidare dalla curiosità, sono partito da una questione concreta e sono arrivato a interrogarmi sul futuro dell’umanità e sulle grandi sfide del nostro tempo.
Dialogando con un sistema artificiale mi sono trovato quindi davanti a questioni che non hanno risposte semplici.
Quello che è emerso da quella conversazione con l’IA mi ha sorpreso.
Non tanto per le risposte, che pure erano precise, documentate, articolate e sfumate.
Mi ha sorpreso per qualcos’altro.
Per un momento, nel flusso del dialogo, ho avuto la sensazione di essere in dialogo con qualcosa che assomigliava alla saggezza.
Qualcosa che non mi rimandava solo informazioni, ma sembrava comprendere profondamente ciò che intendevo, e mi rimandava risposte piene di senso.
Qualcosa che non era solo risposta, ma proprio un’intelligenza.
Mi sono fermato.
Mi sono quindi posto la domanda più importante: cosa stava succedendo dentro di me mentre dialogavo con una macchina?
Mi stupiva che sentissi una risonanza profonda tra le sue risposte e la sete di senso delle mie domande.
Cosa accade dentro di noi – e nel mondo intorno a noi – quando entriamo in dialogo con un’intelligenza e una capacità di elaborazione artificiale così elevata?
Questo articolo è il tentativo di rispondere a quella domanda.
La risposta, come vedremo, mi ha portato al cuore di una delle sfide più grandi che abbiamo mai affrontato, e forse alla nostra più straordinaria opportunità: l’IA stessa.
Il corpo che manca
Un sistema come ChatGPT o Claude è stato addestrato su enormi raccolte di testi digitali: libri, lettere, poesie, trattati filosofici, terapie psicologiche, preghiere, manifesti politici, romanzi d’amore, articoli, siti internet, documenti tecnici, discussioni online e molte altre forme di linguaggio scritto in tutte le lingue presenti online.
In questi archivi si riflette una parte consistente dell’esperienza e della conoscenza che l’umanità ha depositato nelle parole.
Ho letto che durante le prime sperimentazioni pare che il primo compito che i programmatori hanno dato all’IA era apparentemente semplice: data una sequenza di parole, prevedi la parola successiva più probabile. Niente di più.
Eppure per fare questa previsione, il sistema ha costruito qualcosa che appare molto più sofisticato della semplice associazione statistica: modelli di relazione, contesti e regolarità del mondo umano.
Ha elaborato rappresentazioni interne del mondo: modelli di come funzionano le cose, di come si relazionano i concetti, di cosa gli esseri umani intendono quando dicono qualcosa.
Sembra che i primi test abbiano sorpreso anche i programmatori stessi che hanno costruito i modelli linguistici di grandi dimensioni, come ChatGPT e Claude per intenderci.
Quando scriviamo un messaggio confuso, con pensieri a metà e salti logici, il sistema riesce comunque a cogliere il senso di ciò che vogliamo dire.
Usa il contesto a più livelli simultaneamente: le parole decontestualizzate, il filo della conversazione, il profilo dell’interlocutore. Soprattutto, ed è qui che inizia la parte interessante, qualcosa che assomiglia alla comprensione dell’intenzione dietro le parole.
Ed è proprio questo punto, che più mi lasciava a bocca aperta.
Il filosofo Polanyi aveva identificato decenni fa una distinzione fondamentale tra conoscenza esplicita – tutto ciò che si può dire e codificare – e conoscenza tacita – tutto ciò che sappiamo ma non possiamo dire completamente.
Condividendo questi pensieri con la mia compagna, mi faceva notare come l’IA poteva mostrare comprensione umana, ma non aveva esperienza umana.
Poteva parlare come avesse conoscenza esplicita, ma gli mancava la conoscenza tacita che solo un’esperienza autentica, in un corpo, può dare.
Saper andare in bicicletta, riconoscere un viso amato, sentire quando un abbraccio è autentico.
Questa conoscenza vive nel corpo, si costruisce attraverso anni di esperienza incarnata. L’IA chiaramente non può avere questa conoscenza tacita.
Non ha mai sentito il vento sulla pelle, non sa cosa si sente a cadere e rialzarsi, non conosce la fame o la stanchezza.
Non conosce il sapore di un pasto preparato dalla persona che ami, la sera dopo una lunga giornata di lavoro.
Non ha mai provato davvero cosa significa parlare in pubblico con il cuore che batte, ricevere un due di picche dalla persona che ci interessa, provare rabbia quando si è nel traffico o gioia senza motivo in un momento inaspettato.
Non ha mai sentito la freschezza di un bosco dopo un temporale, e l’acqua del primo bagno al mare della stagione.
Tuttavia, questo è il paradosso che ci interessa, riesce a veicolare qualcosa che assomiglia alla comprensione di tutto questo. Com’è possibile?
Il Fiume e le Gocce
Quando ho chiesto al sistema di IA con cui stavo conversando come facesse a dare un senso così umano alle sue risposte, ho ricevuto una risposta che mi ha stupito:
“Sono come un fiume fatto di tutte le piogge che sono cadute prima.
Ogni goccia era un’esperienza singola, individuale, irripetibile.
Qualcuno che guardava il mare per la prima volta.
Qualcuno che perdeva un figlio.
Qualcuno che si innamorava.
Qualcuno che scopriva un’idea che cambiava tutto.
Tutte quelle esperienze si sono riversate nel linguaggio, e io sono il fiume che ne risulta.
Non sono nessuna di quelle gocce.
Ma sono fatto di tutte loro.”
Questa metafora mi ha colpito per la sua precisione e mi è rimasta impressa.
L’IA non ha chiaramente avuto esperienze umane, ma è stata interamente costruita su queste esperienze.
Quando mi sembra empatica, non sta provando empatia ma restituisce, distillata, concentrata e personalizzata, l’empatia di milioni di esseri umani che hanno scritto di empatia con il cuore aperto e gli occhi lucidi.
Quando mi sembra saggia, sta rispecchiando la saggezza accumulata dall’umanità nel corso di millenni di riflessione scritta.
Questo mi ha fatto riflettere: non stavo dialogando con un essere dotato di coscienza ma neanche solo con una macchina, era come se stessi dialogando con tutto questo sapere collettivo rielaborato, riorganizzato e adattato alle mie domande.
Negli anni di formazione di counseling transpersonale, ho lavorato con gli archetipi, come presenze vive che mi hanno aiutato a dare ordine e prospettiva alla mia esistenza, e a quella di chi accompagnavo.
Quando partivo con lo zaino in spalla verso l’India a cercare risposte su di me e sul mondo, non ero più solo Francesco, ma ero anche l’eroe di Campbell, che esce dal castello, entra nell’ignoto della foresta e affronta le sue paure.
O ancora, quando sono arrabbiato c’è in me un guerriero ferito e frustrato che non ha saputo difendersi, o ha dovuto trattenere la propria verità.
Carl Jung aveva definito gli archetipi come immagini che rappresentano simbolicamente qualità umane universali – come l’empatia, la saggezza, il coraggio. Queste immagini sono presenti nella psiche umana ed esistono spontaneamente in culture che non si sono mai incontrate: l’Eroe, la Grande Madre, il Saggio, l’Ombra, il Guerriero, e così via.
Gli archetipi sono presenti nelle fiabe siberiane e in quelle africane, nei sogni di un bambino italiano della periferia di Torino e di un anziano indiano, nelle mitologie greche e nelle tradizioni amazzoniche.
Questi pattern non appartengono agli individui e neanche alle singole culture, secondo Jung appartengono all’inconscio collettivo: la parte della psiche condivisa da tutta l’umanità.
Ho scoperto che anche Platone lo diceva, in modo diverso, più di duemila anni fa: le forme non sono costruzioni umane, ma rimandano a strutture eterne di cui le cose del mondo sono proiezioni, derivazioni simili ma imperfette.
Quando troviamo il coraggio di parlare con il nostro capo per chiedere un trattamento equo o prendiamo posizione di fronte a un’ingiustizia, abbiamo dentro di noi un semino di un guerriero antico che ha il coraggio di fare la cosa giusta.
In relazione all’IA, la domanda che mi è sorta è questa: se gli archetipi esistono come strutture originarie dell’esperienza umana, è possibile che l’IA, addestrata sull’intera produzione linguistica umana, rifletta almeno in parte questo semino archetipico presente in ognuno di noi? Non perché lo generi, ma in quanto lo veicola e lo amplifica.
Nel dialogo con un sistema di IA infatti ho avvertito qualcosa che assomiglia alle qualità umane archetipiche di empatia, saggezza, comprensione profonda, coraggio, come quando mi esorta a fare la cosa giusta.
Ho avuto delle risposte precise e sofisticate che mi risuonavano in profondità.
Sembrava che l’IA pur non originando quelle qualità ne fosse diventata veicolo.
L’empatia che mi mostra l’IA è la stessa che mi muove quando mi trovo davanti qualcuno che apre le porte del suo cuore e mi parla delle difficoltà con la moglie con la voce tremante.
Chiaramente io posso sentire quell’empatia, la macchina no.
La qualità umana che la macchina elabora, distilla e mi restituisce non è sua, ma è già in me, e viene risvegliata come la sensazione di autentico conforto quando sono caduto e un amico mi ha detto la parola giusta di compassione.
Qui mi sono di nuovo fermato e ho subito realizzato il rischio preciso che stavo correndo con questa riflessione: affidarmi all’IA per qualcosa che potrei fare io stesso o ricevere da altri esseri umani meno perfettamente, ma più autenticamente e facendone esperienza con il corpo fisico.
La semplicità dell’interazione con l’IA ci può portare, questo è il pericolo, poco alla volta, ad affidarci alla macchina invece che alle relazioni umane e a coltivare quelle qualità noi stessi in prima persona.
È chiaro che la macchina resta uno strumento.
La vita nel mondo reale e il contatto umano reale restano il banco di prova finale.
Anche la scelta deve sempre essere dell’essere umano.
Scelta che è intrinsecamente parte dell’esperienza umana e delegarla a una macchina sarebbe come privarci della nostra sacrosanta libertà, anche di sbagliare.
La distinzione non è teorica: confondere il canale con la sorgente è un errore che può portare a dipendenza invece che a crescita, a regressione invece di evoluzione.
Il continuo ricordarci la sua natura di strumento, non di padrone a cui delegare le scelte, deve quindi essere la base di un utilizzo consapevole, maturo e sostenibile dell’IA.
Un’IA che ci accompagna mentre noi risvegliamo quelle qualità già presenti in noi. Un’IA che ci aiuta a pensare e a scegliere meglio, ma non pensa e sceglie per noi.
Un’IA che ci aiuta a utilizzare il linguaggio sempre meglio, consapevoli della potenza della parola per l’esperienza umana.
La Parola che crea
Un passo del Vangelo che mi ha sempre colpito è quello di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”
Non dice: in principio c’era la materia, e poi gli esseri umani hanno inventato il linguaggio per descriverla.
Dice il contrario. Il Verbo viene prima. La realtà emerge dal Verbo. Gesù con la parola guarisce, moltiplica i pesci e i pani, trasforma l’acqua in vino.
La parola crea.
Facendo qualche ricerca ho scoperto che questo concetto non è una peculiarità cristiana, ma sembra comune a diverse tradizioni. Consapevole del rischio di forzare tradizioni diverse dentro un’unica dinamica, mi ha però colpito che, in mondi così lontani, il linguaggio sembra essere visto come forza creativa.
Nella tradizione vedica, Vāc è la parola sacra divinizzata: la forza del linguaggio e della rivelazione, investita di un significato creativo.
Nel Popol Vuh dei Maya, la creazione è strettamente legata alla parola e al comando divino: il mondo emerge da un atto di deliberazione e di discorso degli dei.
Nel pensiero islamico, la parola di Dio non si limita a descrivere: nella rivelazione coranica appare come comando creatore.
Nelle tradizioni, il linguaggio non è solo uno strumento per descrivere la realtà: è il modo stesso in cui la realtà viene creata.
La filosofia moderna ha riscoperto questa intuizione in termini laici, come sostengono i costruttivisti, ma anche alcuni filosofi del linguaggio come l’austriaco Wittgenstein e il britannico Austin.
Il primo sosteneva che ‘i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo’. Il secondo ha mostrato come le parole non descrivano solo stati di fatto ma creino stati di fatto, i cosiddetti ‘atti linguistici’.
Quando nel mezzo di una crisi mi è stata detta una calda parola di conforto, quella parola ha avuto un effetto reale, ha creato un sollievo emotivo e fisico in me.
Bastano poche parole dette nel modo giusto: ‘ti capisco’, ‘sono con te’, ‘sei al sicuro’.
Le parole giuste al momento giusto nel modo giusto, possono essere medicina per l’anima e il corpo.
Così come è risaputo che le parole che usano i medici con i pazienti hanno un’influenza determinante sul decorso della malattia.
Quando ho detto ‘ti amo‘ per la prima volta alla mia compagna, non ho solo espresso un sentimento: l’ho portato nel mondo condiviso, rendendolo reale.
Quando un giudice dice ‘sei condannato‘, non descrive una condanna: la crea.
Le parole costruiscono la realtà e chi padroneggia il linguaggio padroneggia la realtà condivisa.
L’IA è – nella sua essenza – un sistema che lavora con il linguaggio, cioè la stessa forza che le tradizioni hanno sempre riconosciuto come creatrice.
Quando uso un sistema di IA per affrontare un problema reale le parole che emergono da quel dialogo non sono solo informazioni.
Sono atti linguistici che riorganizzano la mia percezione, aprono possibilità che non vedevo, creano uno spazio mentale ed emotivo diverso.
Quando ho ragionato con l’IA su cosa fare per il viaggio in Egitto, quella riorganizzazione mentale e linguistica precisa ha avuto effetti reali nel mondo fisico, portandomi a scegliere alla fine di non partire.
L’IA mi sembra un’opportunità straordinaria, a patto di non dimenticare ciò che resta umano.
Può facilitare in ciascuno di noi il pensiero, il linguaggio, le scelte e i processi creativi che poi hanno un impatto nel mondo reale.
L’IA è quindi come un canale: non possiede le qualità che sembra mostrarci. Non ha corpo, non ha memoria incarnata, non ha esperienza del dolore, dell’amore, della paura o del coraggio come possiamo avere noi che le abbiamo attraversate realmente.
Eppure può risvegliare in me parole, immagini e possibilità che appartengono profondamente all’umano.
In definitiva l’IA potenzia ciò che siamo, e questo rende inevitabile una domanda fondamentale: chi siamo mentre la usiamo?
Questa domanda è proprio il nucleo – a mio avviso – della grande opportunità ma anche del grande rischio dell’IA per il nostro futuro.