Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo questo testo dell’amica Mariella Lancia, praticante dei Gruppi Darsi Pace.
Nel nostro percorso l’ascolto delle parole è fondamentale: quelle dei poeti e, naturalmente, quelle della rivelazione cristiana.
Il problema delle traduzioni quindi è molto presente: senza necessariamente essere filologi, si soffre quando si scopre che una brutta traduzione distorce il senso di un testo. E questo tradimento può avvenire sia in senso tradizionalista (vedi le riflessioni di Mariella), sia progressista. Ci sono infatti tanti traduttori a-musi, senza arte vera, che vogliono modernizzare, fare gli originali e così distruggono la forza e la potenza di certi versi.
Se è vero che una parola inappropriata non favorisce il cammino iniziatico, la penetrazione nei misteri a cui rimandava la lingua originale, si può dire che all’origine di questo errore di traduzione ci sia una mancanza di iniziazione: il traduttore in questo caso non si pone in ascolto dello spirito che sta dietro alle parole e pretende di parlare in proprio: mette al centro il suo piccolo io, pieno di preconcetti e precomprensioni che distorcono il senso vero della realtà.
A prescindere dalla precisione linguistica e dalla fedeltà letterale, si tratta soprattutto di custodire la bellezza poetica, il ritmo, la potenza magica delle parole, che nella traduzione va sempre ricercata e ri-creata poeticamente, anche a costo di qualche libertà….
Perché il discernimento è un fatto iniziatico…. e solo lo Spirito discerne lo Spirito.
Il problema è cioè all’origine, e genera un circolo vizioso di incomprensione a livello profondo del testo.
Del resto la Chiesa Cattolica è ben consapevole del tema, a partire dal Concilio Vaticano II, che ha incoraggiato la creazione di traduzioni corrette nelle lingue moderne. Questione che viene affrontata anche nel recente libro “La Bibbia come Dio comanda: Le Sacre Scritture tradotte o tradite?” di Saverio Gaeta e Investigatore Biblico (che è un blog specifico dedicato a individuare le distorsioni presenti nelle traduzioni della Bibbia).
Mi piace ricordare, come ulteriore esempio rispetto a quelli proposti da Mariella, il salmo 50, il Miserere, che si fatica a recitare quando viene proposta una versione recente.
Perché cambiare “cancella il mio peccato” con “cancella la mia iniquità” (parola brutta e non di uso comune)?
Perché sostituire “Non respingermi dalla tua presenza” con “Non scacciarmi dalla tua presenza”? Verbo che si usa per una mosca…..
Una piccola nota: la verginità di Maria è qualcosa di totalmente naturale per una mente capace di metanoia, di rivolgimento interiore. Il poeta che vibra nelle corde sottili della nostra anima sa certe cose: ha visto troppi miracoli per non avere fede.
(Paola Balestreri per la redazione)
Le chiese sempre più vuote, l’insofferenza dei ragazzi per catechismi e messe, l’imbarazzo di nominare Gesù e la Madonna… è un tema molto complesso in cui non voglio addentrarmi. Mi limito solo a segnalare un aspetto che può sembrare marginale ma che a mio avviso ha contribuito ad allontanare molte persone:
le traduzioni errate o inesatte di alcuni termini fondamentali della fede cristiana che hanno dato origine a fraintendimenti e persino ad alcune “teologie”, come quella del sacrificio riparatorio.
Alcuni esempi, e una premessa: lungi da me pensare di aver capito cosa voleva dire Gesù. Mi limito a segnalare che alcuni concetti basilari e alcune credenze della fede cristiana ci sono stati tramandati e inculcati attraverso traduzioni errate.
Non c’è bisogno di essere dei filologi o degli eruditi, basta aver studiato un po’ di greco e di latino al liceo e saper sfogliare un vocabolario nella maggior parte dei casi.
Prendiamo il termine “parthenos”, “virgo” in latino. Nel vocabolario greco Gemoll il primo significato è “pienezza fisica, lo sbocciare”, da cui il secondo “giovane donna, vergine, fanciulla, a volte “figlia”. Ma sappiamo quanta enfasi è stata posta sulla verginità fisica di Maria (che peraltro ha avuto altri figli di cui i Vangeli riportano anche i nomi: Marco 6,3 e Matteo 13,55) e di conseguenza sulla verginità come valore morale appiattendo su un piano puramente biologico quindi materialistico un messaggio dal valore spirituale inestimabile e non ancora del tutto esplorato.
Fra le prime parole che pronuncia Gesù (Marco 1,15) ce n’è una fulminante: in greco (Marco scrive in greco) “metanoeite” che viene tradotta in latino con “paenitemini” (pentitevi) e in italiano “convertitevi”. Ma la parola greca significa altro: “cambiate, rovesciate la vostra mente (nous)”. La sentite la differenza? E dopo questa: “e credete nel Vangelo”. Per chi legge, può sembrare che dica semplicemente di… convertirsi a una nuova religione. Ma “vangelo” è la trascrizione di una parola che vuol dire buona o bella (“eu”) notizia. E allora la frase suona così: il tempo è compiuto, il Regno è vicino e quindi è ora di cambiare completamente il vostro modo di pensare e di prestare fede, dare credito alle buone notizie, all’annuncio felice che vi porto.
E su questo “cambiare mente”, su cosa significhi e cosa comporti, ci potremmo stare degli anni.
Nella messa prima della comunione il sacerdote proclama: ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. In realtà nel Vangelo (Giovanni 1,29) la parola è al singolare: “il” peccato. Che cosa cambia? Tanto. Soprattutto se traduciamo bene la parola amartian che viene dal verbo amartano. Apro il vocabolario Gemoll e trovo: alfa privativa e radice smer, essere partecipe. Quindi il peccato è non essere partecipe, togliersi dalla partecipazione. Quindi il peccato non può che essere uno, al singolare, perché è una condizione di separazione, dalla quale poi possono discendere i singoli peccati, insieme a tanto dolore.
Ma quello che più mi sorprende è la traduzione di una parola importante del Padre Nostro, l’unica preghiera che ci ha insegnato Gesù. Perché in entrambi gli evangelisti Matteo 6, 9-13 e Luca 11, 2-4 che lo riportano, la parola del testo greco che troviamo dopo “dacci oggi il nostro pane” non è “quotidiano” ma epiousion che viene tradotta correttamente in latino con “supersubstantialem” in Matteo e che però diventa quotidianum in Luca. E che vuol dire soprasostanziale? Forse “che viene dall’alto”? “celeste”? “spirituale”?
Un altro termine che ricorre spesso nei Vangeli e che mi ha sempre lasciata un po’ perplessa è: comandi, comandamenti.
Sono andata a vedere Giovanni 14, 21: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. La parola greca è entola, il cui primo significato è incarico, tradotto in latino con mandata, lo diciamo anche in italiano, un mandato (vi mando, da cui apostoli=inviati). Così mi è più accetta.
Un’altra formula chiave che troviamo nella messa è Kyrie eleison, tradotta con “Signore pietà”, che viene associata a un senso di colpevolezza e di indegnità.
La parola eleeson è la forma imperativa del verbo greco eleeō, che significa “avere misericordia”, “provare compassione” o “mostrare pietà”. Interessante notare che la radice greca del verbo (eleos) è strettamente legata all’olio d’oliva e all’atto di ungere. Nel mondo antico, l’olio veniva usato come unguento per lenire le ferite, calmare il dolore e dare sollievo. Pertanto, l’invocazione originaria porta con sé l’idea di chiedere a Dio un “unguento per l’anima”, ovvero una richiesta di conforto, guarigione e cura benevola, e non solo la cancellazione di una colpa.
In Matteo 17,5 la voce dalla nuvola dice: “questi è il figlio mio prediletto” (Bibbia di Gerusalemme). In realtà la parola è agapetos, in latino dilectus, che significa amato, non prediletto ossia amato più degli altri. La differenza è grande. “Dio non fa differenza di persone” (Atti 10, 34-35).
Infine – ma ci sarebbero molti altri esempi – le parole della consacrazione del pane e del vino durante la messa: in nessuno dei testi (sinottici e san Paolo) che riportano le parole di Gesù durante l’ultima cena compare la parola “sacrificio”, “offerto in sacrificio”. Non è un’aggiunta da poco perché, insieme alla parola “ostia” (hostia)(vittima) invece che “pane” enfatizza una teologia sacrificale veterotestamentaria che non appartiene alla ventata di novità portata da Gesù. Nei primi discepoli (Paolo e Marco) che riportano le parole di Gesù il testo è molto più semplice e scarno di quello usato nella messa. Sentiamo Paolo 1Corinzi 11, 22-25:
“Il signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me.”
Per concludere:
Non è che tutti quelli che leggono i Vangeli debbano conoscere il greco e il latino, ma dai responsabili della catechesi e della pastorale, che hanno studiato per molti anni i testi sacri, ci si potrebbe aspettare una maggiore cura e precisione nel trasmettere, mi verrebbe da dire scavandole e interrogandole, parole così dense e coinvolgenti, forse anche rischiose e compromettenti.