Nel corso di formazione Di Darsi Pace guidato da Marco Guzzi, ho sentito l’esigenza di cimentarmi nella conduzione dell’introduzione di un incontro; in particolare, di quello riguardante il rilancio della motivazione nel seguire il percorso iniziatico. All’esito di questo esercizio di conduzione, particolarmente sentito e sofferto, mi sono arrivate queste parole, accompagnate da una precisa emotività: quella che guarda in faccia il dolore, che realizza il suo attraversamento e che conduce alla consapevolezza che la vita è sempre e comunque dono da accogliere con gratitudine. La consapevolezza che ha nel corpo il naufrago superstite.
(praticante al sesto anno Di Darsi Pace, attualmente frequentante, app2 prima annualità).
Il naufrago
Ho gridato a squarciagola il mio dolore,
ho rigurgitato senza residui la mia rabbia.
Non ho più difese da ostentare,
non ho l’ennesima guerra da fare.
Il giogo della mia storia
non ha più alcun dominio,
le pene della vita
non avranno ancora il mio rancore.
Chi è colui che è rimasto di me?
Si è denudato senza vergogna,
senza paura di essere messo alla gogna.
Senza arte né parte in questo mondo,
se ne va in giro con ostinata compassione.
Guarda in faccia il dolore, non bacia mai a occhi aperti,
non sa più soffrire senza cercare consolazione.
Pensa ancora alla morte, ma è grato alla vita,
come solo un naufrago sa esserlo.
3 risposte
Grazie Alessandro, cercare la consolazione nei momenti più bui e che ci sembrano senza via di uscita e’ l’unico appiglio del naufrago..
Grazie Alessandro. Sono al primo anno di cammino, anche se iscritta in ritardo. Hai saputo dare forma a qualcosa che sento ma che faccio ancora fatica a nominare. “Pensa ancora alla morte, ma è grato alla vita, come solo un naufrago sa esserlo.” Mi hanno fatto sentire meno sola in questo tratto di cammino. Le appunto nel mio diario per poterle rileggere. Un abbraccio
Caro Alessandro,
se il percorso iniziatico intrapreso ci attrezza ad affrontare il mare aperto della trasformazione, il corso formatori ci lavora ancora più in profondità per essere uomini e donne spirituali, avventurieri dello spirito, persone che non facciano finta di essere sane o di possedere tutte le risposte.
L’esperienza di un Io spirituale non è affatto facile e Marco ci accompagna con grande generosità e pazienza a fare esperienza
“di essere un Io
non come de-finita e posseduta identità
ma come infinita relazione
e costante creazione e dilatazione
di relazioni e della consapevolezza di sé” (FB il profilo dell’Uomo di Dio, pag.78)
Il processo è lungo, ci vorrà tanto tempo prima che questa autocoscienza si diffonda.
Per me è già confortante trovare luoghi e persone con cui condividere le insidie della navigazione e conoscere qualche segreto pratico per vivere in mare aperto senza troppa paura fidandomi della Rotta che di notte ci offre soltanto la stessa polare.
Grazie per la tua condivisione a cuore aperto.
Ti abbraccio
Giuliana