In un’epoca di conflitti permanenti, la domanda da porsi non è solo da che parte stare, ma come stare nel conflitto senza perdere sé stessi.
La polarizzazione, la rabbia e la semplificazione sono ormai diventate il linguaggio dominante del discorso pubblico.
In questo scenario, è ancora possibile portare avanti le proprie idee e una visione alternativa senza esserne travolti?
Da qui prende avvio una riflessione sulla necessità di una disciplina del conflitto, che parte dalla consapevolezza di sé e dalla capacità di incarnare, in prima persona, il tipo di mondo che desideriamo vedere.
Perché i fini non giustificano i mezzi, e i mezzi che scegliamo prefigurano il mondo che verrà.
Lo scontro permanente
Oggi dialogare con chi la pensa diversamente è diventato sempre più difficile.
Basta accendere la televisione: insulti personali, offese, accuse reciproche che sostituiscono il confronto, dibattiti che diventano arene.
I social network amplificano lo stesso meccanismo.
Certo, dialogare è complesso quando ci si trova di fronte a persone che non approfondiscono, parlano per slogan e si arrogano il diritto di dibattere con gli esperti, magari etichettandoli se non la pensano come loro.
Il livello culturale e umano medio di molti giornalisti e politici è imbarazzante.
Ma fino a che punto è giusto dibattere in questo clima, e quando invece è necessario far saltare il tavolo, magari con un gesto forte?
Enzo Iacchetti, di fronte alle oscenità pronunciate dal suo cinico interlocutore, ha scelto di rispondere di pancia.
Questo tipo di risposta è comprensibile, talvolta inevitabile e necessaria per rompere un certo schema cognitivo di menzogna.
Tuttavia, la direzione non può che essere non violenta: senza reagire alle provocazioni, senza però nemmeno tollerarle.
Se entriamo nella violenza facciamo il gioco di questo sistema, che ci provoca, porta allo
stremo per farci reagire violentemente e quindi delegittimarci, e tenerci in pugno.
Per questo fine, il mondo ci chiede continuamente di schierarci: scegliere da che parte stare, chi difendere, chi condannare.
Ci chiede di farlo sempre più in fretta, su un numero sempre crescente di temi, senza il tempo necessario per approfondire davvero.
Oggi la polarizzazione violenta e semplificatrice non è solo un effetto collaterale del dibattito: ne è il linguaggio principale.
La consapevolezza di sé e la non-violenza
Dentro questo clima, parlare di non-violenza può sembrare ingenuo, fuori tempo massimo, se non addirittura complice.
Eppure è proprio qui che nasce la tesi che vorrei sostenere: la non-violenza oggi non è un ideale etico opzionale, ma è una necessità storica.
Non perché la narrazione dominante non vada combattuta. Ma proprio per combatterla efficacemente.
Il male non può essere combattuto con altro male senza riprodurlo.
Chi combatte i mostri stia attento a non diventare egli stesso un mostro, ci diceva il caro Nietzsche.
Non siamo più ai tempi della Rivoluzione Francese, in cui la violenza era probabilmente necessaria nel processo di liberazione dei popoli.
Oggi il campo di battaglia è sempre più la coscienza umana e la vera rivoluzione non può che nascere dal silenzio interiore, dove ogni individuo è consapevole innanzitutto del conflitto dentro di sé.
La violenza risulta disfunzionale e anzi controproducente, perché non solo rafforza la narrazione dominante distorta, ma finisce per legittimarla.
La non-violenza si fonda su un principio fondamentale: il male non è intrinseco all’essere umano, ma uno stato in cui l’essere umano entra attraverso il proprio libero arbitrio, in genere in modo inconsapevole.
In molte correnti del pensiero – dalla psicologia umanistica alla filosofia politica, dalla mistica alla psicoanalisi – il male non è visto come parte del nucleo profondo dell’essere umano, ma come il risultato di ferite personali o generazionali, contesti disumanizzanti e perdita di contatto con il Sé autentico.
La non-violenza riconosce il male, non lo relativizza, non ne nega l’esistenza.
Riconoscere il male fuori e dentro di sé
Il male si riconosce dai suoi effetti concreti: il male disumanizza, riduce l’altro a mezzo, normalizza la violenza, la distruzione, spezza la possibilità di relazione e di redenzione.
Il male inizia a livello delle idee: ha bisogno della menzogna per giustificarsi.
Il male non è un’opinione diversa, ma uno stato distorto dell’essere sempre legato ad una percezione distorta.
Il male non nasce necessariamente da un’intenzione malvagia, ma dall’assenza di pensiero, responsabilità e coscienza. La banalità del male, la chiamava appunto Hannah Arendt.
Il male passa attraverso scelte di umani che non si interrogano su sé stessi, sui propri sentimenti, pensieri, azioni e coscienza, e sono quindi inconsapevoli.
Scelte spesso che sono le più comode. In certi contesti, fare il male — adeguarsi, obbedire, non mettere in discussione — è la soluzione più semplice.
Chi sceglie di non farlo, chi pensa e si assume una responsabilità, rischia invece l’isolamento e l’emarginazione.
Questo significa una cosa scomoda ma fondamentale: la responsabilità non può essere dissolta né nel sistema, né nell’ideologia e neanche nella storia.
Le condizioni spiegano, ma non assolvono.
Ed è proprio per questo che combattere il male non può mai coincidere con annientare la persona.
Quando il nemico diventa ontologico, quando diventa l’essere umano, la violenza è già giustificata.
La sfida oggi non è solo riconoscere il male, ma anche essere consapevoli di sé per non diventarne veicolo mentre lo si contrasta.
Ed è per questo che una vera azione politica efficace oggi è auto-riflessiva, consapevole di sé e delle proprie distorsioni, per essere autenticamente non-violenta.
A livello politico la non violenza richiede una postura precisa: giudicare il più possibile le azioni, non l’essere; opporsi con fermezza senza imitare; porre limiti senza vendetta; interrompere la catena del rispecchiamento.
La violenza si alimenta per contagio.
Ogni volta che umiliamo per combattere l’umiliazione, stiamo preparando il ciclo successivo.
Ogni volta che agiamo il male contro il male, lo stesso male ci si rivolterà contro. La buona notizia è che anche il coraggio e la non-violenza sono contagiosi.
Oggi la non-violenza è sempre più necessaria perché il male non si manifesta più solo come deviazione individuale o di una parte del sistema, ma sempre più come dinamica strutturale e radicata dei sistemi di potere dominanti.
Negli ultimi cinque anni questo è apparso con crescente chiarezza: nella gestione della pandemia, nella contrapposizione geopolitica con la Russia e, in modo ancora più evidente, nella tragedia di Gaza.
Gaza ha aperto una finestra di rivelazione importante: ha mostrato come la violenza non sia un’eccezione, ma un elemento integrato del sistema stesso. Un sistema che agisce con un tale senso di impunità da non sentire più il bisogno di nascondersi, limitandosi a produrre narrazioni di legittimazione sempre più fragili e sempre più visibili nella loro fallacia.
Il potere politico, mediatico, economico e istituzionale, a diversi livelli, sembra oggi operare all’interno di una distorsione permanente della realtà, che normalizza la disumanizzazione e rende la violenza non solo praticabile, ma un mezzo ordinario di gestione dei conflitti.
Si pensi, ad esempio, all’Unione Europea: un progetto nato per garantire pace e cooperazione, che oggi applica selettivamente i principi di diritto internazionale e appare incapace di sottrarsi a una logica di riarmo e di escalation del conflitto con la Russia.
Esistono dunque individui e istituzioni acciecati dall’ideologia e dalla difesa dei propri interessi e inconsapevoli di sé che perpetuano il male in modo sistemico e continuativo.
La disciplina del conflitto
In questo contesto, la non-violenza non coincide con la passività, ma deve farsi azione consapevole: innanzitutto un lavoro individuale di risveglio della coscienza, che permetta di riconoscere il male dentro e fuori di sé, e che renda progressivamente possibile un’azione più lucida, responsabile ed efficace anche sul piano collettivo.
Fermare il male non significa demonizzare, ma privare delle condizioni che consentono al male di nuocere, senza riprodurre la stessa logica di disumanizzazione.
La distinzione è sottile ma decisiva: giustizia non è vendetta, fermezza non è disumanizzazione, conflitto non è annientamento.
La non violenza come pratica adulta e consapevole del conflitto non è una posizione morale superiore, è una disciplina del conflitto.
Significa accettare che il conflitto sia inevitabile, limitare drasticamente l’uso della violenza innanzitutto verbale, riconoscere che il fine non giustifica mai i mezzi perché i mezzi prefigurano il mondo che verrà.
In un mondo iperconnesso e polarizzato, ogni atto violento ha un’eco globale: non esistono più violenze locali, né vittorie pulite – se mai ci sono state.
Per questo la non violenza oggi non è una scelta idealistica, ma l’unica strategia che non prepari il terreno al prossimo disastro.
Una non-violenza che inevitabilmente parte da dentro ognuno di noi: dalla riconciliazione e dalla guarigione interiore, si estende alle relazioni più vicine e, da lì, arriva a livelli collettivi sempre più ampi.
La non-violenza che fa parte di un’etica senza assoluti, ma non senza responsabilità che non promette salvezza, non garantisce successo, non offre innocenza.
Chiede qualcosa di più difficile: rivendicare il primato dei mezzi con cui si sceglie di agire. La vera radicalità oggi è proprio questa.
In un mondo che urla, non urlare è già un atto politico.
In un mondo che divide, non ridurre l’altro a nemico assoluto è un atto rivoluzionario. La non-violenza oggi non è debolezza.
È la forma più esigente di coraggio.
Non perché rinunci al conflitto, ma perché rifiuta di costruire il futuro con gli strumenti che lo distruggono.
E sinceramente non vedo altre vie percorribili.
3 risposte
Più esaustivo di così non saprei.grazue dal cuore
Molto molto istruttivo. Da inviare a molte persone. Che lo possano leggere e rileggere. Una persona mi ha detto che Gandi, non è servito a nulla.
Ma ha insegnato la non violenza. Negli anni 60 gli studenti americani ,si sedevano per terra e si facevamo portare via di peso dalla polizia . Purtroppo negli anni 70 non è stato più così. Grazie
Purtroppo oggi il male è così potente che nn serve più sedersi a terra.