Nella stanza hi-tech della modernità c’è un convitato di pietra, e il suo nome è Dio.
Su quest’enorme rimozione si fonda il sistema odierno, sorta di religione atea che riempie il vuoto di oggetti, tecnologie e soprattutto denaro, in una compulsione ghignante e nauseabonda. Ma il vuoto resta. Ed è laggiù che, come uno speleologo, si cala Giovanni Amendola nel suo ultimo libro Dio al crocevia (Paoline editore).
Amendola, matematico e teologo, professore universitario d’informatica, coniuga teoria e prassi, pensiero e azione, affrontando il tema dei temi in modo “assolutamente moderno”, com’è giusto e necessario che sia.
I saperi avanzano e le scoperte si moltiplicano, parimenti alla sopraggiunta incapacità di concepire un piano ulteriore, un mistero d’origine; sembra, insomma, che Dio sia rimasto indietro rispetto alla nostra folle velocità. Non è Dio il problema però, bensì la catechesi, ovvero le strutture culturali e prim’ancora mentali che hanno permesso (o quantomeno promesso) all’uomo, nel corso dei secoli e dei millenni, di avvicinarsi all’ineffabile, di non sentirsi solo – e dunque terribilmente autonomo e abbandonato – nel grembo dell’universo.
Amendola ripercorre con grande preparazione e grande sintesi il lungo cammino umano alla volta della suprema conoscenza, una promessa di luce sempre dietro la linea dell’orizzonte. Si può comprendere Dio? E quindi si può credere in Lui?
La prima parte del libro è un rapido volo sui territori battuti da Sant’Anselmo e San Tommaso, Kant e Rahner, Teilhard de Chardin e Wittgenstein. Il risultato è affascinante ed inquietante: l’uomo non può, nemmeno al sommo delle proprie forze cognitive, intendere Dio. L’essenza della vita, qualsiasi cosa sia, ci sfugge; e la ragione, strumento magnifico, può solo accertare lo stallo e lasciare campo al salto della fede.
E’ qui che nasce la seconda parte del volume. Oggi, al termine di tutte le epoche, nel punto di svolta dopo cui tutto sembra smangiarsi e collassare, dopo i totalitarismi, dopo le più sbalorditive scoperte della fisica e della scienza, dopo la frantumazione psicanalitica dell’io, dopo l’avvento della IA e del capitalismo della sorveglianza, dov’è che possiamo ancora sperare di trovare Dio? La risposta di Amendola è semplice e rivoluzionaria: dentro di noi, dov’è sempre stato; e in una pratica, cioè nell’umiltà di un atto. Laddove la parola deve tacere (come insegna Wittgenstein), laddove si deve cedere spazio al silenzio, come insegnano i santi, i mistici e alcuni filosofi e poeti, ebbene è l’azione che può portarci fino alla radura al cui centro brilla il fuoco della salvezza.
Amendola innesta in questo punto critico, su questa soglia antropologica, un’esauriente analisi del movimento Darsi Pace.
Fondato da Marco Guzzi nell’oramai lontano 1999, si aggira da venticinque anni per l’Italia del XXI secolo come un fantasma. Migliaia di iscritti, una crescita costante, una diffusione anche oltre confine; eppure di questo laboratorio iniziatico capace di coniugare cultura e psicologia, preghiera e meditazione, dottrina e prassi, non v’è quasi traccia nei discorsi ufficiali, in tv, sui quotidiani o sui cartelli dei festival.
Amendola esamina in particolare l’aspetto iniziatico dei gruppi, partendo da un assunto di base: non posso pretendere di comprendere la sostanza della realtà senza cambiare me stesso; e non i contenuti, bensì la forma della mia mente.
Le pratiche meditative, contemplative e di autoconoscimento che innervano il lavoro dei gruppi servono ad ammorbidire la dura crosta della psiche, rendendola più malleabile; ma poi, anziché fermarsi sull’orlo dell’abisso che allora (liquidate le categorie dell’ego) si spalanca, occorre gettarvi sopra il ponte di un affidamento superiore. Ecco l’attualità estrema di Darsi Pace, la sua storicità vibrante: non rinnega le conquiste moderne (vedi la psicoanalisi), ma le usa come trampolino di lancio; e tantomeno rinnega la tradizione, che è viceversa la solidissima base (in tempi di cattedrali più o meno ingannevoli, costruite sulla sabbia) per tentare il balzo.
Questo balzo è sempre il medesimo, perché provare a raggiungere Dio, vale a dire un senso, rappresenta la nostra esigenza interiore più acuta, il pungolo della nostra perenne fame spirituale (che, a onta delle menzogne mainstream, è intatta).
Non a caso il sottotitolo di Darsi Pace recita: liberazione interiore e trasformazione del mondo. È solo liberandoci dalle mille pastoie dell’ego e della società che intuiamo e magari anche tocchiamo quel senso, ed è solo toccandolo che possiamo davvero rovesciare il mondo, che è anzitutto una modalità di vedere, uno sguardo sul creato. Ogni altro tentativo di cambiamento, inclusa la più violenta delle rivoluzioni, non può far altro che ricascare all’interno del sistema di potere, guerra e diseguaglianza che vorrebbe distruggere.
Per Amendola allora (e prima per Darsi Pace), è la figura del Cristo l’autentica chiave di volta. È grazie al magistero e all’esempio di Gesù, infatti, che siamo in grado di formulare e nutrire l’immagine d’un Dio buono senza condizioni, un Dio che non partecipa al male né lo desidera o lo esige ma la cui infinita potenza consiste, semplicemente e meravigliosamente, in un infinito amore.