L’esperienza di sentirsi male

Mi trovo a circa metà del percorso triennale di Darsi Pace e ad ottobre 2025, dopo l’incontro intensivo di Sacrofano e le profonde risonanze che mi aveva lasciato, avevo deciso di frequentare in modo assiduo i seminari mensili a Roma.

Ma sono caduta, e sono rimasta infortunata per due mesi a casa!  Questo infortunio mi ha offerto una grande opportunità. In quei giorni infatti mi sono confrontata dolorosamente con la mia impotenza, con la paura della infermità, della malattia ed in ultima analisi della morte, in perfetta sintonia tra psichico e fisico. Ma questo momento si è rivelato veramente propizio in quanto ho avuto l’opportunità di dedicare molto tempo alla meditazione e alla preghiera, alle letture dei libri di Marco Guzzi e soprattutto alle sue poesie “parole per nascere”; tutto ciò mi ha dato molto sollievo, ho vissuto numerose trasformazioni interiori; inoltre ho reagito fisicamente molto bene e credo che tutto sia collegato.

In quei giorni ho sentito alcune volte per telefono Iside di Darsi Salute e dalle chiacchierate con lei sono riemersi i ricordi della mia professione (sono medico neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta) svolta anni or sono, quando ho iniziato a mettere in discussione il paradigma di cura scientifico vigente e maggioritario sia in qualità di medico che di paziente.

Inoltre proprio a fine ottobre si è svolto il convegno Scienza, Salute e Santità, tenuto da Marco Guzzi e Francesco Cannella al Don Guanella di Roma.

In queste circostanze, rimanendo in casa molte ore, mi sono ritrovata a riaprire i cassetti della mia libreria ed ecco che salta dal cassetto, nelle mie mani, un bel foglio dattiloscritto con una bella immagine.

Lo avevo scritto io… nel 2002 e pubblicato nella rivista www.solaris.it. e di che cosa trattava? Parlava proprio di salute e di malattia.  Erano le parole di un inizio, il primo vagito di un percorso di nascita di nuove riflessioni: pensavo che lo avrei continuato assieme ad altri operatori della salute, ma il gruppo si è poi sciolto molto presto. Rimasta sola e delusa non ho cercato altri interlocutori; ho continuato a lavorare e a curarmi vivendo individualmente il mio cambiamento.

Quelle parole mi sembravano ancora vive; come Rinate e desiderose che io tentassi ancora una volta di condividerle.

Vent’anni di ulteriori riflessioni mi hanno infatti confermato l’importanza di questo tema che vorrei pertanto ora condividere qui con gruppi di Darsi Pace.

L’esperienza di sentirsi male.

La malattia può essere definita e descritta da diversi punti di vista.

A seconda della scuola di pensiero a cui si appartiene si può parlare di malattia in modi molto diversi tra loro, e così sta avvenendo anche grazie alla diffusione di quelle che ormai vengono chiamate Medicine non Convenzionali.

Non sono in grado di enumerare tutte le molteplici concezioni della malattia che sono alla base dei molteplici trattamenti terapeutici attualmente diffusi in Italia. Essi mi trovano in accordo o in disaccordo non sulla base degli assunti teorici dai quali sono animati ma sulla loro più o meno comprovata efficacia clinica.

Parlerò di malattia da un punto di vista invece che mette in accordo tutti noi: il punto di vista della esperienza soggettiva di chi sta male, poiché ognuno di noi si è sentito male almeno una volta nella sua vita.

Che cosa è la malattia per noi tutti?

Essa è la nostra esperienza soggettiva di sentirci male, un male che sentiamo radicato nel nostro corpo oppure nell’anima (chiamata ai nostri giorni psiche o mente).

Il nostro sentirci male ci porta a chiedere un aiuto, e così un’altra persona, un medico, osserverà dall’esterno il nostro corpo, ci ascolterà, userà tutti i mezzi che ha a disposizione per chiamare il nostro sentirci male con un nome, dargli una spiegazione, fornirci un rimedio: ed ecco che il nostro star male diventa lei, la malattia.

A volte avvengono situazioni per lo meno paradossali: ci sentiamo male, ma tutti dicono che non siamo malati, nessuno trova nulla di errato nel nostro corpo o nella mente ma noi continuiamo a sentirci malati. Chi ha ragione?

Viceversa talvolta ci sentiamo bene: eppure una analisi casuale di controllo sancisce che siamo malati, a volta anche gravemente.

Allora la nostra esperienza soggettiva di sentirci male o bene non corrisponde alla verità: è illusoria o menzognera. Dobbiamo fare indagini più accurate ed affidarci a coloro che diventano più esperti di noi su noi stessi: è questa la alienazione più grande che la medicina tecnologica ha potuto fare, la oggettivazione dello stato di malattia ha tolto progressivamente credibilità al soggetto che sta male, a tal punto che ormai non vale più la pena di ascoltarlo, tanto vale inserirlo in un protocollo diagnostico ad alta tecnologia che sancisca oggettivamente il suo stato di salute o di malattia.

Questo atteggiamento scientifico e clinico, togliendo l’elemento di verità al nostro sentirci male, ci ha tolto l’unico punto di riferimento che abbiamo, il riferirci alla nostra esperienza soggettiva per orientarci nel mondo; ha reso inutile l’ascolto; ha completamente decontestualizzato la malattia e… ha reso anche impossibile la cura.

Duemilacinquecento anni fa Ippocrate di Kos raccomandava che:

I fattori che ci danno la possibilità di diagnosticare le malattie sono innanzi tutto la natura dell’uomo in generale e nel caso individuale ed inoltre le caratteristiche di ciascuna malattia. Quindi dobbiamo considerare il malato, di quale cibo si nutre e chi glielo somministra, perché ciò può rendere più facile o più difficile assumerlo; le condizioni del clima e la località in cui vive in generale e nel particolare: le abitudini del paziente, il suo modo di vivere, la sua professione e l’età. Quindi dobbiamo osservare come parla, come gesticola, i suoi silenzi, i suoi pensieri, se dorme e se soffre di insonnia, i suoi sogni: di che natura essi siano e quanto durano…

Dobbiamo indagare qualsiasi cambiamento nel decorso della malattia; quante volte questo cambiamento avvenga, la sua natura ed il particolare mutamento che induce la morte o una crisi…

Come possiamo capire, solo attraverso un ascolto attento del paziente tutto questo era possibile: su questa base esiste una radice comune tra le diverse forme di medicina antica sia in Occidente che in Oriente.

La medicina moderna tecnologica ha stravolto questi principi con la pretesa che erano obsoleti ed inutili.

Ritornando al rapporto con Sé stessi: del sentirsi male, meno male o bene.

In questa ottica alienante ed oggettivante il medico si sente inefficace e frustrato poiché il suo paziente, anche se teoricamente sano, si sente sempre male o guarisce poco, ed il paziente perde sé stesso rincorrendo uno stato di salute e di benessere che non sa egli stesso né conseguire né verificare.

Forse allora sia medico che paziente occorre che ritornino a chiedersi: come mai ho perso la sensibilità di sentirmi male se sono malato, e di conquistare il benessere se invece non lo sono? Riportare la esperienza soggettiva del paziente di sentirsi male al centro del triangolo salute – malattia- cura permette di indagare all’interno di tali paradossi clinico- terapeutici e approfondire la ricerca su ciò che è malattia e su ciò che è salute.

Possono così sorgere ulteriori interrogativi.

L’esperienza soggettiva di sentirsi male è eliminabile in via assoluta per periodi molto lunghi di vita?

C’è qualcuno che può dire che non sente mai dolore o malessere nel corpo o nella mente? O che non lo ha sentito per periodi molto lunghi della sua vita?

Sarebbe interessante sviluppare una indagine allargata su questo, perché non mi sento di generalizzare quella che è la mia esperienza soggettiva.

In via preliminare spero di sì e penso che affinando le proprie capacità di sentire il proprio malessere o di sentire ciò che ci procura benessere fin dall’infanzia si pongono le basi per una buona salute nella vita adulta.

Posso riferire oltre che la mia esperienza personale di lotta quotidiana per la conquista di un po’ di benessere fisico e psichico, anche la storia di una mia zia, morta a 92 anni che mi raccontava il suo continuo contatto con il proprio corpo, su ciò che sentiva essere bene o male per lei, sia fisicamente che psicologicamente in ogni giorno della sua lunga esistenza caratterizzata da molto dolore, ma da nessuna malattia che la portasse alla morte.

Viene quindi da chiedersi: vogliamo evitare la malattia che ci porti alla morte oppure la nostra esperienza soggettiva di sentirci male? o tutte e due assieme?

Penso che ciascuno voglia evitare soprattutto la esperienza soggettiva di star male, poiché la morte è un male sconosciuto ed al tempo stesso inevitabile, mentre il dolore fisico e psichico è lì presente ogni giorno e ci impedisce di vivere.

Nel nostro cammino per una cognizione personale di salute e malattia possiamo ipotizzare che esista un lungo periodo di vita individuale di ciascuno in cui prevale il malessere soggettivo, più o meno grave, più o meno acuto, ma ancora la malattia “oggettivabile” non si è formata.

Ed è lì che si costruisce il benessere e la cura per avere l’energia di vivere e la salute per proseguire il nostro percorso terreno e corporeo.

In questo arco di tempo, la nostra sensibilità personale dovrebbe essere educata e guidata dalla esperienza di medici animati da uno spirito di accoglienza.

Dell’interezza del Sé psicofisico del paziente e da uno strumentario terapeutico antico e moderno, orientato a renderci più sensibili e consapevoli di noi stessi e del nostro mente-corpo. Tutto ciò ci potrebbe permettere la conquista dello “star bene”, e la malattia non sopravviene. Secondo la medicina antica indiana, la medicina ayurvedica, la malattia è uno squilibrio; quando insorge tale squilibrio più o meno stabile dello psiche-soma, tutto il nostro sistema sarà ormai alterato e non sarà a quel punto facilmente eliminabile.

Sto parlando qui delle grandi patologie dell’era moderna: le malattie croniche degenerative, i tumori, i disturbi cardiovascolari, le grandi sindromi neuropsichiche (depressione e gravi nevrosi di angoscia).

A mio parere nell’era moderna occorrono tecniche, trattamenti, esperienze e consapevolezze che vadano ad inserirsi in quello spazio-tempo tra il sentirsi male e la malattia, e che ci offrano un valido aiuto proprio in quanto, oltre a essere “moderne e tecnologiche”, si rifanno anche ad una sapienza antica, che per fortuna non è andata perduta.

Quella stessa sapienza che, per l’assenza di mezzi tecnici molto accurati, partiva dall’ascolto accurato del sentirsi male del paziente e di tutto il suo contesto personale, per poi indagare oggettivamente il corpo e la mente.

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3 risposte

  1. Davvero un bell’articolo, cara Elvira, che ho letto con molto piacere. Un caro saluto e ti ringrazio.

  2. Le tue parole risuonano molto con quanto vivo ogni giorno nella mia attività di medico di famiglia. Purtroppo la tecnologia tende a sopprimere ciò che era la base della diagnosi: l’ascolto, l’osservazione, la palpazione, l’auscultazione… ormai sembra che visitare non sia più un arte, ma un accessorio quasi inutile. Eppure non è assolutamente così, noi medici dobbiamo mantenere viva questa pratica, che mette a stretto contatto due anime e due corpi. Ma quando si tocca, si ascolta e si guarda si percepiscono anche le sofferenze e le distorsioni di chi si ha davanti, facilmente ne veniamo appesantiti, ed ecco che il rimando ad esami strumentali diventa una scappatoia “apatica”. Il nostro lavoro è prima di tutto prepararci ad affrontare quello che a volte appare come una catastrofe inaccettabile e fa tanta paura.
    Interessante anche la questione sulla sensibilità che ognuno può avere riguardo la malattia: è davvero malattia ciò che non si percepisce? purtroppo la medicina moderna ci ha portato a rispondere che lo è, e questo stravolge il sentire comune mettendo molta ansia e portando a grandi aspettative negli esami diagnostici.
    Come giustamente dici è necessario imparare a gestire il tempo del malessere che non è ancora malattia, insomma cercare di ascoltare seriamente ogni frammentazione interna, ogni spinta al cambiamento e alla crescita, ogni desiderio profondo di affidamento e realizzazione. Credo sia proprio la sordità alle indicazioni dello Spirito ad ammalarci.

  3. Grazie per questo bel post!
    Affinare la capacità di sentire il proprio malessere e di sentire ciò che ci procura benessere mi sembra proprio ciò a cui ci educhiamo in Darsi Pace, ad un livello di profondità in cui lo Spirito entra nelle nostre malattie e ci guarisce, ogni volta un po’ di piú.

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