L’ESSERE UMANI È UNA FERITA

L’essere umani è una ferita.
Toccare questa ferita provoca un immenso dolore e la necessità di lenire questo dolore acuto, profondo e insopportabile, ma allo stesso tempo onnipresente. 

Veniamo al mondo attraverso un atto di dolore, non a caso chiamato travaglio e, una volta concepiti, i primi suoni che emettiamo sono pianto, urla, grida. È un quadro sconvolgente che ancor più lo è stato nel passato, quando l’atto della nascita si accompagnava spesso alla morte della madre o del nascituro o di entrambi. L’atto del concepimento però è anche un atto di amore di ineguagliabile forza e bellezza, uno straordinario evento che si dipana durante tutto il lungo arco della gestazione. 

Questo per dire come e quanto gioia e dolore siano inestricabilmente tra loro intrecciati, di come senza l’uno siamo incapaci di conoscere l’altro. Ma è davvero insito nella natura umana? 

È davvero che è solo nel dolore che esiste la gioia? Oppure esiste un’altra possibilità? Un’altra realtà?

La vera realtà cui sento di appartenere?

Ne sono certo, come certo è il limite temporale dell’esistenza su questa terra. In noi coesistono questi due elementi ma nonostante tutte le sofferenze e le tragedie umane, noi continuiamo imperterriti a ricercare un percorso di liberazione dal dolore e di compimento nella gioia.

È come se noi sapessimo che soffrire non è un atto dovuto, come se sapessimo che non è stato sempre così. 

Dentro serbiamo l’assoluta certezza che noi aspiriamo alla gioia, alla felicità, sappiamo che in fondo ciò rappresenta la nostra più intima e innata aspirazione.

Perciò trascorriamo la vita nella speranza di ritrovare questo stato che seppure sconosciuto e immaginifico fa intimamente parte del nostro stesso essere.

Come poi si cerchi di raggiungere questo stato e’ fonte di continui errori e di ciniche manipolazioni ma anche di tutti i processi rivoluzionari e della stessa “rivelazione”.

Intanto quando nasciamo, ci sentiamo come scaraventati in questo mondo, terrorizzati all’idea di dovere, prima o poi, fare i conti con la fine dei nostri giorni. 

Nella sublimazione di questa elementare e primordiale certezza costruiamo le nostre difese, rinchiudiamo le nostre esistenze dentro recinti che pretendiamo possano proteggerci e, fatalmente, ci auto-imprigioniamo dentro castelli di solitudine, dimentichi degli altri.

Così quando incontriamo il non conosciuto ci viene facile trasformarlo in un pericolo. Il non conosciuto come ciò di cui non ho più memoria e che, per paura, trasformo in qualcosa o qualcuno da cui bisogna difendersi.  Ci impaurisce il non sapere, a tal punto da non volerne sapere, fino a desiderarne l’allontanamento, con qualsiasi mezzo, anche con la violenza, una violenza che prima è contro noi stessi e poi contro gli altri e che, fatalmente, ancora oggi, sfocia nella guerra.

Ho probabilmente molto banalizzato ma se riuscissimo ad ascoltare o perlomeno ci impegnassimo a farlo, forse scopriremmo che le nostre paure essendo in tutto simili a quelle altrui ci porterebbero a riconoscerci e quindi ad accoglierci.

 Prima però bisogna apprendere come ascoltare, come far tacere i mille e mille pensieri che affollano la nostra mente, per scoprire uno stato di silenzio dentro il quale possa risuonare la vita, lo spirito, l’anima che ci abita. Per trovare questo luogo di silenzio dobbiamo però imparare ad ascoltare tutti i rumori assordanti che ci invadono e nell’accettare, nell’accogliere ciò che vorremmo allontanare da noi, perché ci provoca dolore, compiremmo un passo importante verso una vera pace che, partendo da noi stessi possa poi irradiarsi anche agli altri. 

Non si tratta quindi di buoni sentimenti, di sani propositi, di promesse retoriche di cambiamento ma di sincera ammissione dei nostri travagli, di onesta constatazione di tutte “le rogne” (cit.) nelle quali abitualmente ci dibattiamo.

Un confessare a sé stessi, nell’ intimità innascondibile della pratica, la nostra verità che si manifesta a noi stessi e al creato e quindi al suo creatore, in una inesausta ricerca della pace e quindi, ancora e sempre, della gioia.

Nel “darsi pace” possiamo trasformare l’esistente, e la metafora racchiusa in questo intento, in quanto riguardante me stesso e il mio Io, rappresenta un atto rivoluzionario a carattere permanente, si auspicato ma non realizzato.

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