Meditate gente, meditate…   

Ormai si contano nell’ordine delle migliaia gli studi pubblicati sulle riviste scientifiche che descrivono i benefici della meditazione.

In pieno stile occidentale, guardiamo innanzitutto alle ricadute positive sulla salute, dal sistema cardio-vascolare, alle malattie metaboliche, al cancro. Insomma, la meditazione è uno strumento della fitness, da mettere accanto alla palestra, alle passeggiate nel verde, alla blue therapy dove è l’acqua l’elemento paesaggistico da assorbire, senza dimenticare le verdurine e i cereali integrali.

Le grandi tradizioni filosofiche e religiose in modo particolare dell’Oriente, però, hanno custodito nei millenni il valore primariamente spirituale della meditazione, strumento sì, ma per favorire la riconnessione con il Principio della Vita, sempre da riconquistare. Allora la salute del corpo diventa la ricaduta molto gradita dei riverberi spirituali che si sentono nel corpo.

Ora, questo Occidente, con il suo sguardo prevalentemente riduzionistico e materialistico, studiando la fisiologia umana sta scoprendo risvolti che gli chiedono un allargamento della visuale.

La neuroplasticità del sistema nervoso è uno di quei fenomeni che strabordano ben oltre i loro apparenti confini.

A questo proposito, mi ha colpita la lettura di un articolo (“Cosa succede davvero quando meditiamo? La scoperta sui monaci della Sabina” che riporta i risultati di una ricerca italo-canadese su 12 monaci della tradizione Theravada Thai Forest, che vivono nel Monastero  Santacittaarama, a circa 50 km da Roma, con una media di 15.000 ore di meditazione a testa. 

Nei laboratori dell’Università di Chieti-Pescara, con un’apparecchiatura molto sofisticata, unica nel suo genere (magnetoencefalografia – MEG), in grado di misurare l’attività elettrica del cervello in intervalli di millisecondi, è stato possibile vedere la differenza tra uno stato di riposo semplice, uno stato meditativo di tipo Samatha (di attenzione focalizzata) e uno stato meditativo di tipo Vipassana (di consapevolezza aperta).

Dei vari aspetti in cui si articolano i risultati, vorrei soffermarmi su uno in particolare.

Per spiegare questo passaggio prendo in prestito le parole dell’autrice dell’articolo Susanna Marsiglia.

  • “Il cervello si muove verso una condizione dinamica che la neuroscienza chiama criticalità, il punto di equilibrio tra ordine e caos dove un sistema lavora al massimo dell’efficienza. Un sistema si trova al punto critico quando opera esattamente al confine tra due regimi: uno ordinato in cui tutto è prevedibile e rigido, e uno caotico in cui tutto è imprevedibile e casuale. Proprio al confine tra questi due mondi succede una cosa speciale: il sistema diventa massimamente efficiente nel trasmettere informazione, rispondere agli stimoli e adattarsi. Il cervello funziona in modo simile: troppa rigidità, come in certi stati di coma profondo, e l’elaborazione è bloccata; troppo caos, come in una crisi epilettica, e l’elaborazione si disgrega. Durante la Vipassana, il cervello dei monaci si avvicina al punto critico più di quanto faccia durante il semplice riposo. Durante la Samatha, invece, si sposta leggermente verso l’ordine stabilizzandosi un po’ più del normale. Le due pratiche, in altre parole, spostano il cervello in direzioni leggermente diverse lungo lo spettro tra ordine e caos. La Vipassana avvicina il cervello alla criticalità più di quanto faccia il riposo. La Samatha invece produce uno stato leggermente più stabile, un po’ più spostato verso l’ordine. L’attenzione focalizzata richiede stabilità per tenere la concentrazione ferma su un punto, come ad esempio il respiro. Serve una mente raccolta, ordinata che non si disperda. Il cervello risponde a questa richiesta stringendosi un po’ verso l’ordine, riducendo le proprie fluttuazioni. La consapevolezza aperta richiede l’opposto: massima reattività a qualsiasi cosa possa emergere nel campo dell’esperienza. Per cogliere tutto senza privilegiare nulla serve un cervello pronto, fluido, capace di rispondere in ogni direzione. Il cervello si avvicina al bordo critico dove un piccolo stimolo può attivare pattern di risposta molto diversi.”

Malsane coincidenze tra mente e cervello ci fanno spesso equivocare il fatto che meditare provochi l’acquietamento della mente e quindi lo zittimento del cervello.

Secondo questa ricerca, non pare proprio sia questo il caso.

Per noi che frequentiamo il pensiero di Darsi Pace, ci è familiare la considerazione per cui nello stato ordinario dell’io, noi siamo iperattivi in superficie, con comportamento spesso frenetico, affannato, mentre l’interiorità è bloccata come un fossile nell’ambra. Al contrario, in uno stato più integro dell’io, accade l’opposto: siamo immobili all’esterno di un’immobilità placata, mentre siamo pieni di energia, dinamici e creativi nell’interiorità profonda.

La ricerca italo-canadese sembra dire anche questo. L’attività cerebrale dei monaci in meditazione è più fluida, meno inerziale, immersa nel presente.

Inoltre, un altro collegamento mi è inevitabile, quello con un autore a me caro, Iain McGilchrist (come raccontato nel post “A reti unificate”), la cui metafora interpretativa dello stare al mondo secondo l’organizzazione del cervello in due emisferi ancora una volta sembra correlare. Infatti, la meditazione Samatha, che prevede l’attenzione focalizzata su un punto quale ad esempio il respiro, mostra attività cerebrale leggermente spostata verso la rigidità, la stabilità rispetto al punto critico. L’attenzione focalizzata è un’abilità dell’emisfero sinistro che ha anche un approccio più fisso e schematico alla realtà.

La meditazione Vipassana, invece, che esercita una consapevolezza aperta, mostra uno spostamento del segnale cerebrale verso l’altro bordo del punto critico, verso la fluidità e l’apertura a ciò che si presenta nel campo della coscienza. Questa abilità è tipica dell’emisfero destro che restituisce una relazione aperta con il mondo.

La criticalità, come equilibrio tra ordine e caos, rispecchierebbe l’equilibrio tra le attività dei due emisferi cerebrali: secondo McGilchrist soltanto da una collaborazione integrata, nella loro fisiologica gerarchizzazione, i due emisferi ci regalano la pienezza della presa sul mondo. Questo stato di sintesi più bilanciata, insieme pacificata e creativa, che si rivela nei tracciati cerebrali dei monaci in meditazione, si estende vieppiù nello stato di riposo per coloro che hanno più lunghe storie di meditazione. È come se la pratica meditativa allenasse il cervello ad uno stato di integrazione che poi permane anche fuori dalla pratica vera e propria.

Per un approfondimento sulle ricadute benefiche della meditazione e delle pratiche spirituali sulla salute, rimandiamo al video “La salute nelle nostre mani”

Laura Garnerone, biologa nutrizionista, e Ornella Righi, pediatra con master in psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) ci portano in un viaggio affascinante nell’alleanza tra mente e corpo, con la moderazione del collega Gianpietro Squaquara.

Le due dottoresse (Garnerone e Righi), raggiunte dalla infettivologa dell’ISS, nonché formatrice dei Gruppi Darsi Pace Barbara Suligoi, tornano su questi temi anche nel dialogo moderato da Francesco Marabotti, dal titolo: “La cura dell’anima. Darsi Pace per guarire il corpo”

Il Percorso dei Gruppi Darsi Pace è un metodo che, tramite pratiche precise, vuole favorire la nascita di una nuova umanità mediante proprio l’amalgama delle dimensioni dell’umano in una sintesi più armoniosa e relazionale.

Non possiamo, infine, non segnalare l’evento in Senato

in cui relatori di alto livello hanno presentato la serietà delle pratiche meditative per i programmi di promozione della salute. L’uso qui della parola “serietà” non è casuale, perché, tra i numerosi spunti, quello che più colpisce fin dall’inizio è la sottolineatura della differenza tra il marketing che inonda il mercato di offerte di benessere e appunto la serietà delle pratiche meditative che richiedono dedizione, perseveranza, fiducia, ma che alla lunga portano frutti sia a livello personale sia a livello di impegno sociale e politico.

Per citare Guidalberto Bormolini, tra i relatori al convegno, Come lo yoga in palestra non è yoga cioè unione con il divino, “allora siate seri e fate pilates, ma non chiamate yoga ciò che non lo è”.

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