C’è come una insanabile ferita dentro le nostre società, ancor più’ di quelle che ci hanno preceduto, che ognuno non vuole accettare e cova dentro di sé una rabbia che può solo distruggere e, appunto, portare alla morte, irrimediabile. Non vogliamo perciò penetrare questo abisso e ci rintaniamo nei nostri piccoli corpi caduchi, seppur mirabili e sofisticatissimi, facendone l’unico elemento dell’esistenza.
Come novelli Prometeo o Icaro superbi ci danniamo cercando di emulare ciò che ci è dato in dono e non essendo in noi il principio trasformiamo tutto in disperato orgoglio, in futile orrore, in vanesio potere, mortale, che il piccolo ego conduce alla guerra.
Così ogni Impero è caduco, provvisorio, destinato a crollare ma noi preferiamo voltare lo sguardo lontano da noi stessi ed essendo fallaci temiamo anche gli altri, che diventano i nostri nemici.
In questo delirio ci illudiamo di salvare la vita o dare la morte, mentre invece subiamo entrambe, la prima perché non siamo noi a decidere, la seconda perché inevitabile.
Così l’arrovello continua, incessante, Impero dopo Impero, guerra dopo guerra e quel che vediamo sono solo rovine o vestigia che ancora e di nuovo confermano la nostra impermanenza.
Ma resta il pensiero cosciente a nutrimento dello spirito che ci abita, questa coscienza ci anticipa e oltrepassa ed è sempre presente, senza tempo. Di tutto ciò sembra non esserci più traccia nei discorsi che ascoltiamo , in quel che ogni giorno ci viene detto.
Però devo prepararmi, essere pronto a che cosa?
Neanche lo so, se non posso far nulla perché sono inadatto e mia è la colpa e debbo sparire perché causa dell’inquinamento, dello sfruttamento, di ogni opportunismo.
Così nel frattempo mi perdo, la memoria diventa demente, malferma, confusa e sono in balia di perfino un batterio, del più piccolo virus… ma devo essere pronto “A CHE COSA?” se nemmeno la vedo, se non posso fermarla questa pazza follia, che sta già distruggendo nell’ennesima guerra, che è solo un massacro, senza inizio né fine.
Questo demone immondo, che avvelena ogni sogno e visione, perché dice che tu ora puoi tutto, puoi creare una vita dal nulla, puoi cambiarne finanche l’aspetto, puoi immetterla dentro un computer perché acquisti ora nuove funzioni, che ne amplifichino la sua potenza.
Resta quindi ora in noi, una futile, amara certezza, che mi sento anche peggio di prima ed allora ricordo qualcosa, mi sovviene un imperio da una origine antica, da un remoto che viene da dentro, da un profondo che è oltre l’abisso, che alimenta l’umana speranza, una fede immortale che respira infiniti universi.
Ecco allora che “SI, SONO,PRONTO!” a fermarmi, a lasciare andar via tutto quanto, sono pronto al silenzio che non so più ascoltare.
Sono pronto a deporre le armi, ad offrirmi al morire di questo potere.
Cosa ancora può offrire l’ennesima guerra, se non sangue e futura vendetta, in un vortice ormai alla fine?
Mi ricordo l’allora anche più pessimista visione della mia ventenne giovinezza.
Un pessimismo di cui scrivevo e che vivevo nella mia esistenza.
A quel tempo venivano chiamati “problemi esistenziali!”
Nonostante ciò mi lanciavo in alcune avventure, sempre con un senso di fatale fallimento, incombente e inevitabile, sentivo il mio impegno come una lotta contro i mulini a vento.
A dispetto di tanto pessimismo continuavo a credere che non poteva essere tutto finito, non accettavo questa realtà e non volevo farne parte.
Oggi direi che non mi sentivo assolutamente di appartenere a questo mondo.
In quegli stessi anni Marco Guzzi aveva già intrapreso un percorso di ricerca, io intanto vivevo nel mio nichilistico senso di colpa, e Marco iniziava un percorso che lo avrebbe portato a fondare i Gruppi Darsi Pace.
Mentre io abbandonavo gli studi e correvo verso lo schianto, fingendo di adattarmi, di credere che questo era il mondo e che non ci fosse via d’uscita, se non cercare di resistere senza accettare compromessi certo, ma senza andare da nessuna parte.
Forse è per questo che circa 40 anni dopo, quando ho sentito parlare Marco per la prima volta è come se lo avessi sempre conosciuto.
Lui, Marco, aveva fatto tutto quello che avrei considerato utile fare, per poi dirlo a tutti, annunciarlo (per usare un termine a noi caro).
Forse è per questo che la mia strada si è incontrata con quella di Darsi Pace, così come sta avvenendo per sempre più persone.
Oggi però qualcosa è cambiato, giovani generazioni si affacciano, sono i semi di questo cambiamento da cui dipenderà il buon raccolto.
Marco, la generazione di cui faccio parte, è il contadino che getta i semi ed io, quelli come me, possiamo aiutare a lavorare e rendere fertile il terreno in cui questi semi, le nuove generazioni, sono stati gettati affinché poi, dopo il germoglio, possano crescere e maturare i frutti.
2 risposte
Si e’ proprio come dici,io ho conosciuto Marco tramite padre Guido Alberto Bormilini e ho cominciato a seguirlo e a iscrivermi a movimenti Darsi Paceemi ci trovo benissimo
Grazie Laura. Ho conosciuto Marco perché all’epoca avevo cominciato a seguire Scardovelli e così mi capitò di ascoltare quest’uomo, che parlava in un modo che sentivo mi appartenesse e diceva cose che sembravano essere scaturite dai miei pensieri. In realtà ognuno ha una sua storia di approccio ma tutte sono accomunate da questo profondo senso di condivisione, che non è l’ identificarsi in qualcuno, sia ben chiaro, ma semplicemente vivere questo senso di comunanza. Questo ci fa sentire parte di quello che , a ragione, Marco definisce un “organismo” vivente appunto e perciò grande e diversificato e attivo, vivo e operante. Grazie ancora per lo spunto che mi hai offerto.